Posts contrassegnato dai tag ‘vittime’

Il fiume

Pubblicato: 8 novembre 2011 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, , , ,

La vedo, scende al fiume ogni giorno
per ritrovare stralci d'uomo o ceneri
di una cremazione
come se  la corrente avesse
indizi o un ordine emesso dal cielo, una secca alla gola
mai così benvenuta  se corrisponda
al ritiro delle acque
 
Ma l’autunno impasta di nebbia e piogge la restituzione. E lei
 
gira su una giostra di burattini a fili assenti
s’attende incroci, miniature
ponti che da vicino sembrano bocche di giganti in tutto quel masticare
                                                
                                                             indifferenza
 
Un salto lungo, per esempio
scempio che scuce i canali verso la risaia
come fa
il corpo
             forse
avendo perso la via maestra
 
cerca un mulino, un posto che somigli ad una casa, sepolcro
o vicinanza di una finestra che vede sempre il fiume

Lo vede come quando
vedesti me, per le fotografie e
si scherzava: – togliti il cappello anche se non sei tenuto, ma
sarebbe meglio davanti a un signora vestita
di rosso-

Annunci

In Verità …

Pubblicato: 28 giugno 2011 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, , , ,

In Verità, Supposta non è »

Tra forma e sostanza i benefici occulti della dissolvenza.

 .

  .                                    .

.                                                                 .

  .                                                                            .

.                                                                      .

.                                                         .

Corre una certa simmetria

  Consumare preferibilmente entro GG60

Nessun oggetto è cosi legato al suo nome da rendere impossibile trovarne un altro che gli si adatti meglio.

 (René Magritte)

 

praticamente volevo solo dire che a torino la gente è particolare. non è particolare tipo com’è particolare la gente ganza particolare che fa cose ganze particolari e veste in modo ganzo e particolare. no. è particolare tipo com’è particolare la gente che sta particolarmente fuori di testa e fa cose particolarmente anonime vestendo il più delle volte in modo particolarmente sciatto. praticamente volevo solo dire che all’una e dodici minuti di questa notte sono stata festosamente svegliata dalle invereconde e vessatorie urla di una particolare coppia di esseri umani ubicata nel particolarissimo palazzone a schiera in cui ho preso casa per la non particolarmente modica cifra di quattrocento e rotti euro. e praticamente volevo solo dire che circa un minuto dopo sono stata baldanzosamente costretta ad alzarmi dalla coinquilina non meno molesta che vestita di tutto punto, e secondo me s’era pure piastrata il capello ma questa cosa non la posso provare fino in fondo, dicevo che vestita di tutto punto aveva avuto la coscienziosamente acutissima idea di chiamare i carabinieri temendo che ci scappasse il morto che poi t’immagini viene studio aperto sì, e tu gli devi dire che trattavasi di brave persone veramente molto solari sì, che ogni mattina si alzavano onestamente per recarsi in ufficio sì, e sperare di fottere il prossimo con grande rettitudine sì e nel frattempo passano le foto delle vacanze a milano marittima in cui tutti sorridono di grande contentezza e la morta ha un costume fucsia e tu capisci il perché di molte cose e pure di studio aperto.

che poi va bene la polizia ma il carabiniere proprio no, personalmente. detto questo praticamente volevo solo rendervi partecipi degli improperi e del clima da stadio che in quel particolare momento è venuto a crearsi tra la soglia del balcone che metti caso sparavano con questa minchia che il proiettile vagante ci prendeva e il soggiorno del nostro quattro vani che ha visto nascere in quei momenti d’euforia la sincera complicità di due perverse vasciaiole oltre che l’accorata rivalità di due degne colleghe di giulia bongiorno di professione avvocato (usando il termine vasciaiola e il nome comune giulia bongiorno di professione avvocato con due accezioni diverse nonostante tutto). tipo che io speravo veramente molto ammostro che lui si decidesse una volta per tutte e con un gesto di grande liberazione imponesse la sua maschia mano sulle efebiche cosce di quella specie di femmina urlante per testarne l’elasticità fino al punto di non ritorno al fine di abbassare radicalmente la soglia di sopportazione del suo dolore costringendola a chiedere perdono per i mali causati dall’intero genere umano animale e vegetale, oltre che cinese, e tipo che la mia coinquilina rivendicando il suo utero e le cisti in esso contenute con un enigmatico gesto che consiste nel mettere i pollici e gli indici delle due mani a formare una specie di rombo deforme, dicevo che tipo la mia coinquilina lanciava anatemi sul triviale gorilla che accusava l’intero genere da ella rappresentato di fin troppo sospetta cordiale generosità nei confronti di qualsiasi forma vivente e non, dotata di appendici abbastanza lunghe abbastanza grosse e abbastanza cilindriche da poter colmare il vertiginoso vuoto lasciato in memoria del peccato originale. 

ora a prescindere dall’incandescente contrapposizione di vedute che ha coinvolto me e la mia coinquilina senza per questo intaccare minimamente il sentimento di profonda compartecipazione morbosa a ciò che stava accadendo perché come scrive goethe due amanti non si guardano negli occhi ma guardano nella stessa direzione e noi guardavamo proprio verso la stessa uguale finestra pur non essendo amanti proprio dichiarati ma in quel momento forse lo eravamo amando veramente molto quello che stava accadendo perché ci sentivamo pure un po’ tipo troniste, dicevo che a prescindere da tutto questo io tengo a precisare che sull’accaduto ho una specifica opinione che consiste nel credere davvero sentitamente che la scimmia urlatrice vicina di casa fosse una di quei pericolosissimi esemplari di donna appartenenti alla categoria psicologi. e so per certo che tale giudizio potrebbe mettermi contro buona parte dell’opinione pubblica internazionale ma penso anche con altrettanta convinzione che il comportamento infido e traditore da ella dimostrato nel corso di questa notte sia inequivocabile senza l’ombra del più pallido tra i dubbi. la femmina provocava. provocava mettendo a nudo la sua innata fragilità da vestale deflorata insieme alla perfida arguzia combattiva da sacerdotessa in fregola palesando come una medea infoiata cultrice della freudiana materia la connaturata disonestà intellettuale e professionale che solo in una donna psicologa è possibile concepire. 

al di là di questo pregherei tutte le donne che percepiscono danaro attraverso l’interpretazione dei sogni altrui di non manifestare in piazza contro la mia persona che poi mi trovo emarginata e costretta a riabilitare il mio ruolo sociale attraverso lo sciopero della fame che mi ha sempre fatto un po’ d’impressione perché riconoscendo gloriosa importanza alla quotidiana evacuazione mattutina da che mondo è mondo mi coglie l’angoscia che l’inedia possa bloccare la mia naturale regolarità intestinale, e magari se voi mi calunniate mi trovo pure senza casa e io senza casa non ci posso proprio stare e non per ansie strettamente collegate al mio status borghese quanto perché sempre in riferimento all’evacuazione mattutina non posso concedermi la successiva abluzione con uso di bidet la cui assenza mi metterebbe davvero in forti difficoltà che poi è per questo che da grande non posso fare la barbona e nemmeno la turista ché fuori dall’italia il bidet non l’ha nessuno e io tutto sommato mi sento pure un po’ provinciale oltre che lievemente pettegola. anche se non particolarmente strana tipo come a torino in cui la gente è particolare.

 

 


C’è rugiada sull’erba del mattino e quella del vicino è più verde ma quella del lontano è fredda come il metallo piantato nella schiena del contrario dell’ordinario. [Citazioni che pascolano nel buio]

C’è un senso di accondiscendenza nel nostro essere merce di scambio per favori appuntati su note a margine di un testo. [Ossessioni appuntate con spilli d’argento]

Perbacco ho le mani che sudano mentre ti siedi e ti spogli per fare una doccia. [Articolati pensieri sul dopo e sul prima].

Sei la quarta di copertina di cuneiformi persi nell’incendio della biblioteca di Alessandria. [E questa adesso da dove è arrivata]

Sento che l’urlo parte da lontano,
silenzioso, in costante aumento,
una specie di vento che arriva alle spalle
e ti costringe a girarti, a guardare,
a sollevare la bocca dal fiero pasto,
a ringraziare i presepi riposti con cura passato il natale,
ad essere appoggiato alla nuca di un altro. [Teppista della parola cerca trapezista monco per scambi di umori]

Occorre un carro per trasportare il fieno delle mie notti passate ad aspettarti,  sostanziale differenza fra me e te e tra i nostri incubi personali, tra questa fine pensierosa che ci aspetta e a cui non ci rassegnamo mai. [Sto cercando di dirti che non è una lingua nuova che ci salverà]

Dieci michette
Un etto di crudo
Zucchero
Farina doppio zero
Un chilo di pomodori da insalata
Un cespo di lattuga
Sei uova
…e ricordati di lavarti le mani quando torni a casa [Mi sto muovendo da sud verso ovest lentamente]

… [Da oggi a ieri contentendo a qualcuno quanti di luci]

Mi chiedo se sto pensando o sognando, se sto concependo o rispondendo meccanicamente agli stimoli che hanno posticipato la venuta del salvatore, messia in attesa di rivincita. [Che sottomettano a sé questo spazio e questo tempo]

Bevimi [Il mio sangue]
Mangiami [Il mio corpo]
Esfoliazione di sé

Turkey freedom

Pubblicato: 30 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, ,
 
Il pick up arrancava e sbuffava fumo nero gasolio a ogni cambio di marcia.
Il vecchio Isaia in fondo era contento, sì, che cazzo, proprio contento di aver vinto quel dannato tacchino. Si girò verso il retro del furgone dov’era fissata la gabbia di metallo: quella bestia era enorme. Impressionante. Ad occhio e croce doveva pesare una ventina di chili buoni.
– Un uccello notevole – rise Isaia.
La radio sintonizzata su una stazione locale trasmetteva solo musica country, un continuo e martellante flusso di banjo, chitarre e violini del cazzo. Lui la odiava, ma in zona non si prendeva altro e di guidare in silenzio non se ne parlava proprio. Non dopo la bevuta che si era fatto, almeno.
L’animale era piantato sulle zampe con il corpo spostato in avanti, stava in equilibrio nella gabbia come fosse la cosa più naturale del mondo. Ogni tanto cacciava fuori un gorgoglio di protesta poco convinto ma per il resto era muto e concentrato, attento a non incastrarsi con il collo rugoso fra le sbarre di metallo.
Isaia come ogni anno era andato alla fiera d’inizio estate di Bangor, famosa per gli stand di animali e di macchine agricole, ma frequentata soprattutto per i numerosi chioschi di birra. In effetti la fiera, per i braccianti come lui, non era altro che una scusa per passare due giorni a ubriacarsi, mangiare e giocare alla riffa. Un bel week end, anche se aveva rischiato di rovinarselo per colpa di quella stronza di sua moglie.

Era rientrato dall’officina dopo una giornata pesante, si era lavato le mani e il collo nell’acquaio e poi seduto a tavola aveva acceso la televisione con il telecomando che Marta gli metteva sempre vicino al piatto. Le previsioni del tempo davano una perturbazione in arrivo sulle coste del Maine e il conduttore appiccicava nuvole nere di cartone proprio nel punto dov’ era segnata la loro contea.
Marta non sopportava di mangiare con la televisione accesa, ed erano anni che cenava almeno un’ora prima da sola. In silenzio. Isaia, invece, non rinunciava mai ai  programmi delle otto e quindi stava lì con la forchetta a mezz’aria mentre lei, di spalle, puliva il lavello.
– Sembra che andrà a piovere – esordì Marta.
– E con questo che vuoi dire ? – biascicò Isaia senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
– Niente se non quello che ho detto e cioè che pioverà, o almeno così dicono alla televisione.
– E da quando t’ importa qualcosa di quello che dicono in televisione? Non la spolveri nemmeno da quanto ti fa incazzare.
– Lo dicevo solo perché c’è la fiera domani, è un peccato che tu non ci possa andare visto che pioverà, tutto qui.
Isaia aveva alzato gli occhi dal piatto e guardato la moglie, ancora girata a sciacquare e risciacquare quel dannato lavello. Marta era una bella donna, con due fianchi generosi, e così piegata, con le braccia nude dalle maniche arrotolate e i capelli raccolti sul collo sudato, risultava ancora più femmina. Isaia abbassò  il volume della tv prima di risponderle.
– Chissà che cazzo hai in quella testa, non rimango a casa nemmeno se il Buon Dio scatena il diluvio universale.
– Lascia stare il Buon Dio, che non c’entra proprio niente qui.
Marta si era voltata verso di lui appoggiandosi al pianale di marmo della cucina con le braccia incrociate sul petto. Isaia dopo essersi pulito la bocca con il tovagliolo aveva tirato fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans non curandosi della sua smorfia di disgusto. Era il segnale convenuto per le loro liti, il gesto di libertà preferito di Isaia e l’affronto più grosso per Marta. Brace rossa di sfida in una stanza illuminata a giorno. In lontananza la perturbazione annunciata cacciava a forza tuoni e fulmini.
– Solo una cosa mi infastidisce più della televisione, e tu lo sai: è quella dannata sigaretta che ti stai fumando.
– Lo so, ma adesso ho voglia di fumare e fumo.
– Non te ne frega niente di niente vero? Ti interessa solo della fiera, solo di quello, il resto per te non esiste.
– Marta ti avverto, mi stai facendo proprio incazzare, incazzare sul serio.
-Lei ci sarà ?
Nel chiederlo Marta si era staccata dal mobile della cucina e gli si era seduta di fronte all’altro capo del tavolo, mentre lui schiacciava il mozzicone nel piatto di ceramica. Marta contrariamente al solito non aveva nemmeno battuto ciglio. Isaia fece una lunga pausa, tesa a saggiare la resistenza di lei: gli piaceva sentire il suo rancore arrivargli addosso a ondate.

Se lo gustò aspirando a pieni polmoni, poi si appoggiò allo schienale della sedia con un mezzo sorriso sulle labbra.
– Sì, e allora ? E’ importante?
Lei lo fissò negli occhi senza dare nessun segno di reazione ma alzò le braccia sopra la testa e si sistemò i capelli scivolati fuori dalla crocchia con gesti veloci e capaci. Esperti.
-No, non è importante, certo. Che differenza vuoi che faccia ? Tanto  quella sgualdrina ce l’hai ben piantata nella testa. E nei pantaloni.
Le mani di Marta finirono di sistemare i capelli nell’elastico consunto, poi si raccolsero intrecciate come da preghiera sul tavolo.
Isaia sentì nella gola il gusto familiare della rabbia , gli si riversò fra palato e lingua riempiendo la bocca di verde, acido furore. Si alzò, spense il televisore premendo sul telecomando. Lei si alzò a sua volta , mise a posto la sedia spingendola verso il tavolo e fece i tre passi che la dividevano dal marito.
In piedi , ritti faccia a faccia, a respirarsi addosso.
-Sei patetica, dopo tutti questi anni ancora tiri fuori questa storia del cazzo, non ti rendi conto di quanto sei ridicola.
-Sì, sono patetica, ad aspettarti mentre tu te ne vai a scopare in giro con quella puttana. Ogni volta mi chiedo perché ritorni.
– Mi sembrava che questo argomento fosse morto e sepolto, cazzo. Da quanti anni sento sempre le solite stronzate?
– Da quindici anni. Esattamente quindici anni.
Marta si era avvicinata ancora di più, arrivando quasi a sfiorargli il naso con la fronte. Isaia sentì l’odore forte dell’odio di lei, percepì tutta la violenza compressa nel suo corpo, la percepì dal tremore delle labbra, dall’accecante liquidità degli occhi pronti , dai capelli di nuovo sudati ai lati del collo. Rimase muto a narici spalancate a rubarle quel sentire forte, aspirò a fondo quell’ odore, magnifico di animale. Istintivamente si toccò la patta dei pantaloni e si sentì duro. Duro di lei. Marta scoprì le labbra sui denti forti e indietreggiò di un passo.
-Non tornare questa volta, Isaia. Non tornare.
-Che cosa stai dicendo ?
-Ti sto dicendo che non ti voglio rivedere in questa casa, mai, mai più hai capito bene ? Ti sto dicendo che non tornerai qui, di nuovo, ancora. E’ finita, basta. Finita.
-E tu credi di poter decidere di sbattermi fuori di casa ? Credi davvero che me ne freghi di quello che dici ? Sei pazza donna, una vecchia pazza isterica.
La mano di Marta scattò come un serpente desideroso di mordere e gli colpì la faccia con un rumore secco. Lui si morsicò l’interno della bocca e il sangue gli coprì la lingua. Si voltò e con un movimento rapido quasi come quello di lei le afferrò il braccio all’altezza del gomito. Glielo ritorse dietro alla schiena facendola girare con il dorso verso di lui, poi la spinse contro il tavolo premendole forte i lombi sulle natiche. La inchiodò, la bloccò. Le parlò a denti stretti sulla nuca.
-Mi senti Marta ? Dai rispondi… mi senti? Vuoi lottare con me?
-Lasciami andare figlio di puttana… lasciami andare…
Lui l’aveva spinta ancora più forte verso il tavolo senza staccarle la bocca dal collo. Marta sentiva la sua saliva bagnarle la pelle, ma trattenne il vomito decisa a non farsi vedere in trappola. Isaia le ficcò con violenza la lingua nell’orecchio, mentre le sollevava la gonna sui fianchi.
-Ti fa incazzare che io abbia un’altra donna, che io scopi con un’altra donna… vero?
-Giuro che se mi tocchi ti ammazzo, giuro su Dio che se non mi lasci andare t’ammazzo come un cane.
Lui la bloccò saldamente e con la mano aperta s’infilò negli slip tirandoli verso il basso. Marta cercò di liberarsi con uno strattone, ma Isaia era un uomo forte e possente nonostante l’età. La spinse in giù con una manata sulla schiena, e lei picchiò violentemente la faccia sul tavolo.
Marta cercò di sollevarsi ma Isaia ormai era una bestia eccitata dall’odore della paura. Le divaricò le cosce e la penetrò con un colpo secco afferrandole i capelli,  tirando la testa verso di sé. Marta si morse la lingua per non urlare. Isaia la prese con violenza e con odio,  nel silenzio di quella stanza illuminata dai lampi della tempesta. La prese con colpi secchi e profondi, incuranti della carne violata, vilipesa, schiacciandole la bocca sul legno scheggiato della loro cucina.
La prese mentre lei chiudeva gli occhi al rumore del suo corpo umiliato, mentre giurava su se stessa e sulla sua vita che lui sarebbe morto.

Il pick up si fermò vicino al pollaio ma Isaia aspettò un attimo prima di scendere dal furgone. Pioveva molto forte e il tacchino gorgogliava inferocito dalla gabbia sul cassone. Isaia spense la radio che ancora sbraitava country e si mise in ascolto. Le gocce battevano ritmiche sulla lamiera del furgone, rimbombando all’interno dell’abitacolo. Intorno era notte fonda e bagliori lontani, tuoni e ruggiti all’orizzonte. Isaia pensò che c’era un temporale anche quando era partito, quando aveva violentato e picchiato di nuovo sua moglie. Ricordò d’averle afferrato il collo e lasciato impronte nella carne e che lei teneva il pugno stretto fra i denti mentre lui la scopava. La ricordò a terra, con lo slip alle caviglie, la faccia nascosta dai capelli. Le braccia strette al corpo.
Era uscito dalla stanza dopo che lei si era alzata appoggiandosi malamente al tavolo della cucina.
Si era chiuso la porta alle spalle mentre Marta vomitava nell’acquaio.
Salendo sul furgone l’aveva intravista dietro ai vetri di casa, ombra piegata e spezzata in cucina.
Aveva messo in moto con un vago senso di nausea, poi dopo aver imboccato il vialetto d’uscita, alla seconda curva, già l’aveva dimenticata.
Ora però, sotto quella pioggia buia, il pensiero di lei ritornò furente e gli serrò il fiato per un attimo all’idea che potesse averlo denunciato o, peggio ancora, lasciato. Sbuffò di frustrazione, si calcò il berretto da baseball sulla testa grigia, e scese dal furgone.
La prima cosa che sentì fu la pressione decisa del metallo alla base della nuca, la seconda un tuono lontano a spaccare l’aria, la terza la voce di lei, ferma.
-Ti avevo detto di non tornare, Isaia.
-Marta ma che diavolo stai facendo?
-Ti avevo detto di non tornare questa volta, di rimanere con la tua puttana.
– Cristo Santo tu sei tutta matta. Che cazzo pensi di fare?
– Non ti muovere, non parlare. Non respirare, mi hai capito? Non ti muovere di un solo centimetro.
– Marta non farmi incazzare…
– Ti ho detto di non fiatare, bastardo.

Il fucile che Marta gli stava puntando alla nuca era quello che lui usava nei suoi week end di caccia con gli amici. Quando non gli serviva lo teneva chiuso nell’armadio a muro in camera da letto, ma le chiavi le aveva sempre con sé, attaccate a una catenella di metallo legata al passante dei pantaloni. In tutti quegli anni non se l’era mai scordata, quella maledetta chiave. Mai.

Si portò la mano sinistra all’altezza della cintola. La catenella era ancora lì, come a rassicurarlo.
– Lascia perdere, Isaia, sono anni che ho la copia di questa chiave nascosta nella tasca del grembiule e vuoi sapere perché? Perché ci sono notti in cui mi piace svegliarmi aprire l’armadio, tirare fuori il fucile, venire verso te che dormi ubriaco nel nostro letto e puntarti le canne sulla faccia. Non hai idea di quante volte io l’abbia fatto… intere notti in piedi di fronte a te che russi come un maiale, intere notti a guardarti attraverso al mirino… divertente vero? Tu che non sai niente, che dormi… e io lì, a pensare se farti saltare il cervello oppure no… sono anni Isaia che passo le notti a cercare l’istante giusto per farlo… anni…
-Tu sei pazza… sei una pazza…
-Sì, sono una pazza… sono una pazza a stare ancora qua a sentirti parlare, stupido vecchio figlio di puttana… sono una pazza a darti ancora la possibilità di rispondere, quando tutti e due sappiamo che stai per morire.
Isaia sentì un’onda di panico scivolargli fino al ventre. Si pisciò addosso senza nemmeno rendersene conto. Marta percepì l’odore della sua paura e aspirò a pieni polmoni l’aria eccitante nel buio del temporale.
Il tacchino sul furgone lanciò un grido stizzito, deciso com’era ad attirare l’attenzione verso di sé. Non ci riuscì e rimase a fissare con quegli occhi nervosi le due figure davanti a lui.
L’uomo era appoggiato con le mani al tettuccio del furgone, le gambe leggermente piegate, il capo chino. La donna era ritta dietro di lui, il corpo teso e fermo, il fucile imbracciato, il respiro tranquillo.
-Da dove arriva quel tacchino ?
– Di che diavolo…
-Ti ho chiesto da dove cazzo arriva quel dannato tacchino.
-… da Bangor… dalla fiera, la riffa, l’ho vinto alla riffa…
-Avvicinati lentamente al furgone e slegalo.
– Che cosa credi…
-Ti ho detto di avvicinarti al furgone e di liberare quel tacchino! Voglio che lo fai uscire da quella gabbia adesso! Subito.

Marta premette ancora più forte le canne del fucile sulla nuca del marito. Isaia si mosse, obbligando le gambe a ubbidire al cervello. Fece qualche passo verso il cassone del pick up con la testa piegata in avanti dalla pressione del fucile. Con pochi gesti liberò la gabbia e aprì lo sportellino. Infilò le mani tremanti,  afferrò il becco e trascinò fuori il tacchino. Quella bestia era pesante ma alla fine riuscì a metterla a terra. Marta non perse di vista nemmeno per un secondo la nuca del marito, si girò solo un po’ verso l’animale quando questo era ormai libero, vicino al furgone. Poi, con un movimento della canna verso sinistra, costrinse il marito a voltarsi.
-Voglio guardarti in faccia Isaia.
– Va bene Marta, ascolta… me ne vado, me ne vado via adesso, subito, lontano, ti giuro che non mi vedrai più, che non saprai mai più niente di me. Ti puoi tenere tutto… la casa, il furgone… vado a piedi, guarda me ne vado… ma dammi quel fucile…dai…dallo a me…
– E’ inutile Isaia, lascia stare… non serve a niente credimi… proprio a niente. Sei stato fortunato a vincere quel tacchino, peccato solo che la tua fortuna sia finita lì… peccato, sì. Ma è la vita, no? Sai, due giorni fa, al mattino, prima che partissi, sono andata dal dottore. Era da tempo che stavo male e tu nemmeno te n’eri accorto… già, nemmeno te ne eri accorto… comunque, il dottore mi visita e mi dice di non preoccuparmi e che è normale nelle mie condizioni essere debole …capisci? Nelle mie condizioni… alla mia età alla nostra età… dopo tutto questo tempo… incinta.
-Cristo…
– Stai zitto. Zitto ! Più parlo più vivi… non dimenticarlo… incinta. Sì. Ero felice, ci credi? Pensavo che il Signore ci avesse dato un’ultima possibilità per risollevare questa vita dalla merda in cui l’abbiamo sprofondata… sì, l’ho pensato sul serio… poi invece sei arrivato tu. Ci hai pensato tu a mettere a posto le cose, a distruggere di tutto… ci hai pensato tu. … e mentre te ne andavi con questo furgone verso la tua fortuna alla riffa, io pisciavo sangue nel bagno di casa.
-Ma io non potevo sapere… come potevo sapere, tu non mi hai detto niente.
-Certo Isaia, certo… se avessi saputo che ero incinta non mi avresti violentata e picchiata… certo… che stupida, le donne incinta non si violentano… le mogli rompi coglioni vecchie e sterili invece sì…
-No… io…
-Senti basta. Basta. Sono stanca… basta.
Marta chiuse le labbra in un’espressione attenta, il fucile ancora puntato verso il marito, lo sguardo lucido di una pazzia ormai scomparsa, sostituita da un’incrollabile speranza di vendetta. Da un feroce gusto della giustizia.
Isaia la guardò, la mente ormai in corto circuito riusciva solo a connettere pensieri distorti di sangue, occhi e di lividi. Pensò che non aveva scampo, che sentiva la morte. Allungò d’istinto una mano verso sua moglie.
Che sparò.

La pioggia ormai andava scemando e con essa anche il frastuono del temporale. Marta spinse con il piede la gamba di Isaia, anche se la sua testa era sparsa sul parabrezza del pick up. La donna gettò a terra il fucile, alzò gli occhi verso la tempesta in lontananza e si incamminò verso casa.
Il corpo di Isaia rimase nel buio della notte, lì vicino il tacchino ormai libero becchettava nel fango.