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Ecco sollevo la bocca dal fiero pasto.
Ho promesso di raccontarvi una storia ma poi bisogna essere capaci di farlo.
Ma parlavo e parlavo, mi sbattevo a parlare.

Ma la storia?

C’era una volta in una piccola casa una lumaca che andava piano piano, come d’altronde fanno le lumache, da un non meglio precisato punto ad un altro che invece era ben noto.

La storia, la storia…

Il punto d’arrivo era una grossa foglia di lattuga caduta da un piano diverso da quello della lumaca a cui, nevvero, poco importava da dove fosse caduta, l’importante era raggiungerla prima che lo facesse qualcun altro.
La lumaca si fermò a riflettere se in ‘qualcun altro’ ci volesse o meno l’apostrofo e ciò le fece perdere circa due milionesimi di lumicini, che translati nella nostra lingua corrispondono all’incirca a due milionesimi di secondo.
E’ veramente strano che due esseri che non hanno punti di contatto comuni abbiamo la stessa cognizione del tempo cosa che farebbe riflettere effettivamente sulla presenza di un’entità superiore che tutto governa o sul fatto che è una fatica anche solo pensarla un’alternativa per cui ci teniamo la nostra entità superiore che chiameremo, nel caso delle Lumache, Gran Lumacone che vive nell’immensa insalata o più semplicemente Granlu.
Per quanto riguarda noi, che siamo animali molto più complessi e che addirittura abbiamo coscienza di noi stessi, quasi tutti, ne abbiamo talmente tanti che lo chiameremo Grande Lui che è ovunque, familiarmente Granlu, no scherzo non è vero si chiama con svariati nomi ma in questa storia ci basta che ognuno di voi lo chiami come gli pare tanto  non lo nomineremo mai

La storia siiiiì la storia uhhhhhhhh la storia.

Allora dicevamo che la lumaca aveva perso due milionesimi di lumicini per pensare se “qualcun altro” volesse o meno l’apostrofo, alla fine aveva scosso le corna e si era detta tra sé e sé che non era importante e che era molto più importante raggiungere la meta: l’insalata.
Nel frattempo, sennò altrimenti una storia che si regge solo su di una lumaca che cerca di raggiungere una foglia di lattuga può facilmente perdere d’interesse, da un punto diametralmente opposto a quello dove si trova la lumaca c’è un coniglietto che è riuscito a fuggire dalla sua gabbietta e quindi anche da una fine ingloriosa e vaga per la casa alla ricerca di qualcosa da mangiare e quella foglia di insalata discesa da un sopra a cui lui sta sotto è un ghiotto richiamo.
Ovviamente un coniglietto è molto più veloce di una lumaca per cui il risultato della contesa dovrebbe essere scontato se non fosse che questo coniglietto di buona razza sì ma di scarse attitudini risulta essere:
1) Non particolarmente dotato nella corsa
2) non particolarmente dotato intellettualmente, che è normale per un coniglietto ma questi  non lo è nemmeno confrontato ai  suoi simili
3) Poco incline al raggiungimento degli obbiettivi soprattutto se auto-imposti
4) Facilmente influenzabile da chiunque si presenti a lui esordendo con un: “Non è come si crede generalmente…”.

Storia, storia, storia, storia…

Così successe che la lumaca e il coniglietto arrivarono insieme alla foglia di insalata.
Successe, anche,  che mentre entrambi stavano per addentare con gusto la foglia una forza misteriosa prendesse la stessa e la portasse nel sopra nel cui sotto stanno avvenendo le cose fino ad ora descritte senza accorgersi né del coniglietto né della lumaca che invero rivolse verso la propria entità superiore che governa il mondo parole non proprio edificanti.
Il fatto che chi avesse raccolto la foglia d’insalata girandosi sentisse sotto al suo piede destro il classico rumore che fa una lumaca quando viene schiacciata potrebbe essere letta come prova dell’esistenza dell’entità superiore di cui al punto uno e soprattutto che non è che sia poi così benevola come sostengono i suoi seguaci. Altresì considerando che se la lumaca non avesse perso quei due milionesimi di lumicini soffermandosi su quel  ‘qualcun altro’ con o senza apostrofo sarebbe ancora viva si potrebbe affermare anche che è sempre meglio non perdere tempo in inutili quesiti ma badare sempre al sodo.
In quanto al coniglietto continuò a vagare per casa fino a quando non fu ritrovato e rimesso in una gabbietta e mangiato di lì a non molto che pare essere un tempo molto più lungo di: di lì a poco.
E la storia?
Be la storia è finita d’altronde è semplicemente la storia di un lumaca e d un coniglietto, mica di Giulio Cesare e Cleopatra.

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L’altro giorno ero in cucina e stavo per iniziare a mangiare una conca di insalata con lattuga, pomodorini, cipolla, avocado, mais al vapore, avocado, olive e feta greca – il tutto accompagnato da un bel bicchierone di ouzo diluito in acqua – quando mio fratello Michele, in procinto di partire per le Spagne, a Malaga, precisamente, butta sul tavolo una scatoletta di cartoncino bianco con scritto sopra, in blu, POLAROID.
> ci dice <>. Michele si vuole portare nelle Spagne una macchina fotografica Polaroid che ha trovato chissà dove qui in casa, e ora ha appena acquiastato una scatoletta contenente le ultime lastre Polaroid. Ecco – ho pensato – ecco le prime vittime delle macchine fotografiche digitali, dei telefonini che fanno le fotografie, di tutte queste cose che poi a me tanto necessarie non sembrano. Questi quindicenni di oggi che girano per gli autobus con quegli affari minuscoli pieni di dati che vengono ricreati in mille brani musicali che ascoltano con le loro cuffiettine. E più che le compagnie di bulletti, mi mettono qualcosa dentro l’animo quelli che stanno seduti con lo sguardo perso nel vuoto attingendo migliaia di brani – attraverso le cuffiette – da oggetti non più grandi di un accendino. D’accordo, il progresso va avanti, ma avanti in un modo così darwiniano che non mi piace proprio, oltretutto in un tempo in cui le teorie di darwin stanno scalfendosi sempre di più, davanti a nuove scoperte e nuovi modi di vedere il passato dell’uomo, che non piacciono a chi si è costruito intere carriere sopra il faccione scimmiesco di Charles Darwin. Eppure ecco il Nuovo Darwinismo delle nuove generazioni: – Abbasso i libri, W i messaggini dei cellulari e le suonerie e le chat e la play; – Abbasso i film in pellicola, W i film in digitale; – Abbasso l’arte, i dipinti mesolitici nelle caverne, W la play; – Abbasso i 78 giri, i 45 giri, i 33 giri, W gli MP4 (e la play); – Abbasso i giornali, la carta, le matite, i carboncini, le poesie bucoliche, i videoregistratori, i pantaloni alla zuava, le BMX e l’Arnoldo Mondadori Editore; Tutta questa frenesia, tutta questa orgiastica frenesia dei vuoti ragazzini di oggi che non fanno che cliccare a dismisura sulle loro macchinette digitali sapendo che possono fare quante foto digitali vogliono, e poi i telefonini, e le foto digitali pornografiche che si fanno tra di loro (lo so che le fanno, lo so, lo so), e ai concerti di Vasco, ai concerti globalizzati, questi ragazzini vivono in un presente inumano, con il sorriso sulle labbra…poi scaricano le foto che han fatto sul PC, le modificano in dieci, cento, mille modi, giocano con la play, non parlano più nelle lingue minoritarie nelle loro regioni, sono senza storia, senza tempo, senza nulla… Questi sono i discorsi da parrucchiere che ho in testa, so che non rappresentano la realtà reale, sono soltanto una mappa deformata dettata da un certo mio pessimismo, però lasciamo stare i ragazzini vuoti, per quanti ce ne siano, e pensiamo solo al fatto della sparizione, dell’ESTINZIONE delle lastre POLAROID.>
E c’erano pubblicità sui giornali che pubblicizzavano la POLAROID, e si vedevano famigliole con palloncini colorati e ragazzini che festeggiavano il loro compleanno, i genitori erano felici col loro lavoro fisso, le candeline sulle torte erano piccole e a tortiglione, le macchine delle gite fuoriporta del weekend non avevano nessun incentivo, ma erano delle solide FIAT 131, oppure 128, e tutti erano vestiti di delicati colori pastello. Il 2012 era ancora lontano, tutti erano tranquilli e si portavano dietro mangiadischi, e polaroid, e superotto, e andavano a telefonare alla nonna in casa coi gettoni SIP con la piccola scanalatura in mezzo e il simbolo del telefono, e le giovani coppie appena formato, il cui tenero amore era appena sbocciato, ascoltavano Baglioni, andavano al mare con la Citroen 2CV o con la Citroen Diane, avevano l’autoradio con le manopole, i vestiti romantici, il mangiadischi, e scattavano tante belle foto (che bello! le possiamo vedere subito!) con la POLAROID. Adesso questo è tutto stracciato, quest’immagine, bruciando, è passata a un’altra: quella di giovinastri, bulli in discoteca che sfrecciano con le loro FORD Coupè superaccessoriate portandosi dietro il TUNZ TUNZ TUNZ della loro musicaccia Dance, e poi vanno a fare le orge notturne in discoteca scattandosi un casino di fotografie digitali (non pensano più "che bello! le possiamo vedere subito!, per loro è tutto immediato, tutto scontato come il fatto che respirino e scopino, addio mangiadischi, tutto digitalizzato a manetta dentro un affare poco più grande di un pacchetto di fiammiferi, dieci, cento, mille dischi in pochi MEGA, telefonini, fototelefonini, videomessaggi, SMS, MMS…poi tutti se ne ritornano a casa, e dopodomani ritorneranno da scuola seduti con lo sguardo perso nel vuoto sull’autobus, ascoltando di nuovo i byte dalle cuffiette… Mio fratello mi ha mostrato quella scatoletta di lastre POLAROID facente parte dell’ULTIMA partita di lastre POLAROID, poi andranno fuori commercio, si estingueranno definitivamente. Sparirà, quindi, un modo di vedere le cose più lento, più umano, più familiare, più in tinte pastello. Non ho finito l’insalata greca, e ho mandato giù un sorso di Ouzo diluito con acqua per mandare giù quel boccone amaro. Mio fratello ora é nelle Spagne, a fare le ultime Polaroid della storia.

Approdata or ora alla consapevolezza di una totale o quasi certa impossibilità di risarcire lacune d’intenti concretizzati in modo da ottemperare ai miei voleri più nobilitanti. Ove è terra truculenta delle ossa impudiche anteposte nella teca di vossìa.
Parrocchiale et insensato. Incensato. Inventato, come temo il sostantivo.
E Celestino, con questo non voglio affatto la bambagia del giustificarmi…cioè…voglio dire…giacché ne troverei cospirazione, no? ed il sistema imposto dall’interdizione che fomenta estradizioni da compagini e da politiche impossibili. L’effetto di sistema in un congegno di dizione, coi manifesti rossi e il marxismo compassato o il già più tanto vagheggiato gran filosofo: il gran nietzsche,(e la ci che sia una ci e la ci non sia una ch).

Urgono coetanei: Urgono!

Mah, ma mi domando e dico: e se tua madre ti spiattella la sua cena (amen) come il corpo di Gesù transustanziale e non ti piace?

E poi mi chiedo: e se davvero davvero mi ritrovassi di pareti un cerchio netto di spionaggi potenziati contro il fumo che ti incredula i polmoni?
Oh Crist’ iddio, la santità che preme sui tasselli dei mosaici e verticali griglie bizantine dei giudizi appesi.

Ammessa..?


 

Dentro

Pubblicato: 10 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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I pezzi si uniscono

in stanze assurde

sfiorati da pareti

di ricordi e di segreti,

 
I rettili della mente dimorano

in acque stantie, copulando

virtuosamente sui principi

guasti delle morali incollate.

 
Nell’Ultrastanza la percezione

oscilla tra i sensi come

un’anguilla mutilata

e il suo continuo sanguinare

oscura i liquidi dell’agire.

Tutto brilla e si ripete,

sguazzi e pezzi in sinapsi

ciucciati via con la luce.

Da fuori appare

tutto immobile,

pur perfettamente instabile.

L'uomo gonfiabile

Pubblicato: 11 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Io sono un uomo gonfiabile di buona fattura. Regalo pillole di vita, sprazzi di felicità, fantasie in aria compressa. Io sono morbido.
Basta che tu mi gonfi un po’ e ti regalo amore. Non creo problemi di alcun tipo. Quando non ti va più basta sollevare il tappo e lentamente mi affloscio.
Hai di nuovo bisogno di me? Ti attacchi al mio beccuccio e inizi a soffiarci dentro. Riprendo forma e colore lentamente. Sei tu a capire quando è il momento di smettere.
Non conosco la parola stanchezza, al chiuso o all’aperto per me fa lo stesso.
Non ho bisogno che mi fai da mangiare, non rovisto tra le tue cose, sto a mio agio anche nella cantina, a controllare i messaggi sul tuo telefonino non ci penso nemmeno. Gonfiato a dovere simulo un appendiabiti.
Non accuso dolore di alcun tipo. Puoi stare tranquillamente seduta su di me e riscaldarmi con il calore del corpo o passarmi cubetti di ghiaccio sui capezzoli.
Io rido sempre. Non conosco il pianto. Chi mi sceglie questo lo sa.
Sono nato nudo che avevo già 30 anni. Fisicamente sono un bel guardare. Possedermi significa avere degli oggettivi vantaggi. Non temo l’acqua, anzi, a due atmosfere sono meglio di un materassino. Con una pagaia posso arrivare lontano. Sono una perfetta macchina da sesso. Non conosco l’ansia da prestazione, ignoro il significato di eiaculazione precoce, la mia resistenza è illimitata. Se caricato a dovere posso secernere qualunque tipo di umore aromatizzato in base ai tuoi gusti. Non soffro d’insonnia, non mi giro continuamente nel letto ma soprattutto non scalcio mai. Vuoi rimanere abbracciata a me tutta la notte? L’importante è che spegni la sigaretta. Per il resto fai pure. Ti sembrerà quasi di possedere la lampada di Aladino. Ogni tuo desiderio è un ordine.
Io sono la release 3.0 dell’uomo gonfiabile arricchita di nuovi e funzionali optionals. Te ne dico due. Coprimembro in lana Merinos con tasche laterali contenenti Pasticche del Re Sole. Sacca centrale posta all’altezza dello sterno con kleenex estraibili all’essenza di sandalo idonei alla pulizia degli umori. I miei e i tuoi.
Ho l’alito profumato di serie e un kit, che puoi trovare nella confezione in basso a sinistra, per cambiare il mio look. Mi vuoi biondo mi faccio biondo, con i baffi ecco i baffi, il pizzetto pronto il pizzetto.
Adesso devo salutarti. Se ti sono piaciuto digita il tasto 1, se vuoi ulteriori informazioni digita il tasto 2 , se vuoi un bacio con la lingua digita 3, per parlare con un operatore digita 4, per chiedere perdono dei tuoi peccati digita 5, per chiamare un taxi digita 6, per un finanziamento a tasso agevolato digita 7, se devi dirmi qualcosa dimmelo ora e premi il tasto 8, se hai bisogno di uno psicologo o di un prete digita 9.
Tuo marito non ti soddisfa? Problemi d’identità? Cambiare per crescere è il tuo slogan? E’ arrivato l’uomo gonfiabile! Solo per oggi, in strepitosa offerta speciale.
 
giadim

Caramelle sul cuscino

Pubblicato: 19 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Getto un’occhiata, sbadigliando, alle centinaia di annunci che tappezzano antichi muri in pietra sotto i portici della Dotta.

La maggioranza cerca una stanza possibilmente in zona centrale, vicino all’Università, altri semplicemente una stanza, altri ancora cercano e basta. Cosa non si sa. Mi rendo conto di essere fortunato a soggiornare occasionalmente in pulite stanze d’albergo senza dovermi preoccupare di rifare il letto o di sistemare gli asciugamani come si conviene.

Mi vedo riflesso nella vetrina di una boulangèrie sempre io, viaggiatore in cerca di me stesso, cellulare scarico, spiccioli di tempo in tasca e scarpe comode per camminare non certamente correre perché è da tempo che non ho più fretta.

Come un automa mi riempio le tasche di fustellati con sopra impressi numeri di cellulare di gente che cerca, offre, propone, essendo perfettamente consapevole di correre un rischio.

Ma lei è intelligente. Anche se dovesse trovarmi tutti questi numeri addosso non farebbe scenate, non è nel suo stile. Tutt’al più silenzi e il respiro affannoso, sempre il suo, che si trasforma in condensa sui bordi del bicchiere mentre sorseggia il suo vino preferito che le colora le guance morbide.

Questa città violentata dal profumo di soffritto e carne trita, di poche macchine e piccole strade, di persone semplicemente diverse affittuari di sogni in technicolor, di cani senza padroni.

Ho scattato nella memoria qualcosa come 120 pose  a immortalare angoli naif e cassonetti differenziati e milestones  e ancora distributori automatici di profilattici che non danno resto e farmacie di turno.

Di fronte a me un pub moooooolto frequentato, un altro 10 metri più in là, desolatamente vuoto. Il trend, capite? Questione di moda. Non c’è raziocinio, è puro istinto. La gente. Questione di capelli a volte.

Cerco un motivo per festeggiare o più semplicemente un luogo.

Un Purea Party. Puoi entrare e mangiare purè fino a schiattare.

E’ proprio quello che ci vuole per me fiaccato da un fastidiosissimo ascesso che mi disegna una noce incastonata nella mascella destra molto poco bohemienne.

Il problema è che non riesco a masticare per cui il purè è l’unica soluzione possibile per placare la mia fame e poi non dimentichiamo l’effetto anestetico del passato di patate (io patatai, tu patatasti….).

C’è uno scontro in atto nella mia cavità orale, cruento, senza al momento né vincitori né vinti.

Lo scambio salivare, il do ut des di amore liquido, ancora non ho ben capito se la causa è il cunnilingus o il mai sopito vizio di mettere in bocca i tappetti delle penne. Non so, non saprei. Loro,  batteri come punkabbestia, si danno battaglia arroccati sulla radice del dente del giudizio che confina con un istmo di gengiva arrossata dalla vergogna.

Eppure mi sento ancora piacente e ne approfitto, quindi, per entrare trafelato in una elegante e, ovviamente, profumata profumeria per inebriarmi di aromatiche essenze spruzzate senza lesinare dai tester in esposizione.

Una bella figliola, che non avrebbe sfigurato al concorso di Miss Italia dei Valori, mi viene incontro con un “posso aiutarla?”. Le dico allargando le braccia in segno di resa, “what can i say to you?” Mi scambia per uno straniero e mi sorride voltandosi con discrezione.

 

Sento di poter dare una definizione al concetto di amore.

 

L’amore è il suono sordo di un contrabbasso che senti nello stomaco.

L’amore, così come il mondo,  non è arancione.

Il mondo è grigio, il mondo è blu, Cuccuruccuccù Paloma.

L’amore è un gesto pazzo come rompere una noce col mento sopra il cuore.

So benissimo caro Pasquale Panella che l’hai scritta tu questa cosa.

L’amore è una budella gentile.

Aldo Busi, da quando partecipi al programma della De Filippi mi stai sul cazzo e non rispondermi che ti piacerebbe.

L’amore assomiglia al gezz.

L’amore è stiamo trasferendo la sua chiamata alla segreteria telefonica.

 

Bologna, libri e persone. Sughi e piadine. Vino, pochissime le birre.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Destra.

 

La birra.

Il tramezzino.

L’IPOD.

Le profumerie Limoni dentro la Standa o dentro OVIESSE.

La Sacher.

Le poesie, tutte, pure quelle di Ungaretti.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Sinistra.

 

Il vino.

La piadina.

Il Videoregistratore.

Feltrinelli ma solo se avete la tessera fedeltà.

Il Panforte Sapori che è sempre lo stesso che gira nei pacchi di Natale.

I racconti, soprattutto  quelli dove non si capisce un cazzo di niente.

 

Il mio albergo sa un po’ di fighetto ma non vale assolutamente le quattro stelle che sbandiera.

 

Cose che mettono tristezza negli alberghi.

 

I divani nella hall.

La cuffia per la doccia.

Il Muesli a colazione.

La cassaforte vuota in camera, piena fa un altro effetto.

Gli elenchi telefonici di tutte le città d’Italia.

I portachiavi in plastica col numero della stanza scritto a matita.

 

Cose fiche che troviamo negli alberghi.

 

Le pantofole monouso.

I docciashampoo non in bustina.

Il Nuovo Testamento nel comodino.

L’Acqua Brillante nel frigobar.

La sveglia che ti arriva dal telefono.

Le caramelle sul cuscino.

 

Ritornare dopo un po’ in camera a recuperare i bagagli per poi andare definitivamente via a bordo di un taxi proletario, una Punto bianca,  e trovare, con grande sorpresa, due caramelle menta e lampone sul cuscino. Succede infine che ti riconcili con il mondo.

Perché il mondo è fatto di piccole cose, tenere attenzioni che si sposano con grandi speranze accanto a Kleenex bagnati di lacrime di gioia.

Tutto è stupore – vivaddio – ed è chiaro che smettiamo di essere noi stessi nel momento in cui non ci meravigliamo più di niente.

Qui la gente ride, avrà i suoi buoni motivi, e siccome ridere è contagioso rido anch’io.

Ma forse è soltanto perché sto tornando a casa.


giadim

 

 

 

Reflusso dell'anima accudita

Pubblicato: 15 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Fu così che mi diedi tregua,arrangiai le corde e suonai lieve le mie scomposte note.
[Suonai concerti in do minore]
Mi lacerai lenta,tagli da suturare mentre il suono mi sconfisse.
[Penetrò con note in riverenze d’amore]
Mi persi fra singhiozzi e neve disciolta.
[Le dita incipriate di sole persero colore e ritmo]
Non ci fu ragione in quello che mi rovinava dentro,lento.

Solo la danza delle vene che si accartocciavano ad ogni nota e battito.
[Un ballo delle debuttanti mal riuscito,calpestandomi ancora un po’]
Inseguii il sogno sul vento,come un cavallo da domare,ad ogni salto un singulto,ad ogni singulto una lacrima che come vampa mi rubò i respiri e scavò nei miei occhi,luccicanti di nulla.
[Lame nella gola ad arrugginirsi lente]
Questo fu il viaggio che macchiò le vesti dell’anima,macchie dal sapore un pò amaro,come se tutto fosse di fiele.
[Da lavare,sfregare…e inumidire…la macchia andrà via]
Le note scivolarono,si mischiarono e concimarono l’aria con pesanti tendaggi di glicini.
[M’innamorò quel penzolarmi dentro]
Nauseata vomitai trifogli,insozzando la quiete del mio irragionevole cuore.

BREVE VORTICE

Pubblicato: 25 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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E’ un breve vortice a ridere

che l’oggi svuota l’ieri,

apparenza senza drappi

d’oltre a sfigurare,

nella prima ora del giorno

proietta il senso,

di te,

nel centro d’un

movimento sotterraneo

rapito alla luce,

del mio mondo,

ridotto.

Pronta, il soccorso?

Pubblicato: 21 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Perché poi quando avverto quella sensazione strana che mi trasporta una parola sulle labbra che rimbomba strana nella sua immacolata-nebbiosa visione non ho scampo. Che. Devo abbandonarmi a quella rituale danza da shamano con tela di sudario -oggi- e movimenti del pennello intriso in china rossa e nera. Oppure con tela d’aria –ieri/domani speriamo-e filtri solari misti a onde di querce.

Quella parola stanotte/la mattina presto era “dolore”. Niente di strano. All’ordine del giorno, primo punto per tutti. E’ che, sempre che, nel lasso di tempo che (ancora che) ero riuscita a prendere sonno infilandomi tra le mie sete in “che” contorsione sottosopra -da capo i piedi/da piedi la testa, il cuscino tra le braccia ed i capelli sul cuscino, una gamba penzoloni e l’altra ripiegata in una piroetta (al solito anche quando dormo)….Il dolore era ormai un incubo, lo stesso descritto poeticamente un paio di che/mesi fa come segue (necessari i versi per chiarire eventuali inghippi della mente):

 

/tralascio il prima/

 

…cosa vuoi arpionare

ancora

dal centro grondante

di povere piogge d’oriente

-balene- i fantasmi di orridi

pensieri sudati e convulsi

smodate creature

tatuate andanti

ondulanti di anni incolori

-la febbre- giallocorvina

trascina la fune

e avvolge le braccia placcate

di sale

 

/tralascio il finale/

 

Tristram Shandy conosce bene questo mio impaginare (i pensieri), come del resto= ormai anche voi. E’ un rito anche questo, dare forma con forme in formine.

 

Dicevo un che di qualcosa. Già, mi sveglio e urlo,urla il mio braccio destro-che è mio non altra sembianza. Questo è dolore palpabile, mormoro alla smorfia vera, amputabile forse…Mi alzo, mi infilo nei jeans-niente caldo rossetto*. Scendo, entro in macchina con il braccio destro che mi segue senza trovare una posizione idonea. Avvio il motore*/neanche aritmia della noia*/ e parto, guido con la sinistra, manovro in qualche modo nello stretto parcheggio del condominio (già due volte in retromarcia ho tamponato un cipresso e rotto il vetro in mille pezzi) con la sinistra aziono il telecomandoalzasbarra e oltrepasso: direzione il nuovo luccicante enorme distante km e km ospedale.

 

***versi della mia prima poesia in italiano che ancora non vi ho proposto perché non è inverno e perché questo anno non devo percorrere 110km ogni giorno tra monti e curve

 

Cambio le marce con la sinistra e mi lamento un tragitto intero, a pezzetti e tratti

lascio un sole ed un cielo che è dolore. Arrivo, non mi fanno entrare nel parcheggio del pronto soccorso,parcheggio vicino, mi trascino a strascico verso lo sportello di “ben arrivati,abbiate pazienza,c’è chi sta peggio di voi”. Formalità: nome cognome—sono già schedata e non c’è bisogno di tirare fuori il tesserino sanitario/meno male, un’altra azione con il braccio sinistro e potrei anche smadonnare/. Mi siedo, mi contorco, mi mangio il labbro, giro nella sala d’aspetto…sono davvero PRONTA ma il SOCCORSO, dov’è?

 

Sussurri, circondata dalle voci degli altri pronti.

 

“poverina, ma guardatela, piange e sbatte i piedi…ma perché non la fanno entrare e la visitano?” (traduzione: …e la finiscono?)

(seeee,visitare…lo so bene…terrore…diagnosi sbraitate ad occhi storti e piedi zoppi…)

 

Final-mente (cielo, mentre sto scrivendo sta anche bruciando il pranzo: erano calamari e gamberetti per risotto, non ridete) il dottoreeeeeeeeeee!!!

 

/Ahia,ahia,ahia,ahia,ahia /+ “bisogna fare una lastra, ha sollevato pesi? È caduta? ha sbattuto?” + /facciamo pure questi X, no, no/.

 

La duottoressa rùssa della Stanza101 (rivolgersi a Winston Smith “1984”, G. Orwell) è gentile…la stanza meno. Mi spiega cosa devo fare ma già lo so, mi posiziona tra i miei mille AHI, entra nella stanzetta dentro la stanza…”non respiri”…

 

Fredda lapide, pannello

il dolore è in piedi

 

la bella statuina è anche un gioco

e la fotografia un hobby

 

in nero

bianca di paura

rossa trasfusione

(non ho ancora amato)

 

Un istante e il grigio intorno

è la terra dei perché fermi,

aghi le luci soffuse e il pensiero

aria in blocco di cemento.

 

Ora sono Pronta Per il Pranzo…ma il Pranzo non lo è.

….E tutto questo succedeva a novembre. Domenica passata, invece pure…ma ho chiamato il 118 per soffrire tra i comfort della Squadra Soccorso a Casa.

Muso di musa

Pubblicato: 20 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Una caramella, ciucciata per un minuto da una quindicenne con i sandali rosa e lo smalto nero alle unghie dei piedi, è poi sputata sull’asfalto sporco.
Rotola sul bordo del marciapiede e cade fra un fazzoletto di carta e una bottiglia di ceres senza etichetta.
Due motorini le sgasano contro l’inferno dei loro motori e la caramella inizia ad asciugare la patina appiccicosa creata dalla saliva della ragazzina, odalisca senza veli a coprirne il viso fiero, che continua la sua passeggiata per le vie vicine a Porta a Prato.

Caramella al lampone.

Egidio Trepalanche, professore di letteratura italiana in pensione da sei giorni, mentre nutriva i piccioni gettando dalla sua finestra pane raffermo stritolato sotto la suola delle sue scarpe buone, vede la ragazzina sputare qualcosa, non sa se gomma da masticare o altro.
La guarda scivolare nella corrente di destra della via, col suo sedere esposto al vento caldo del giugno.
E, folgorato da tal sinuoso e ignaro incedere, scende le sei rampe di scale per andare a raccogliere il  dolce rifiuto di una nuova Talia, meno mitologica ma da rendere immortale.

Una barboncina nera come la capigliatura della sua anziana padrona che la porta a passeggio tutti i giorni , trotterella, si ferma, annusa la caramella, la lecca, la rilecca con la lingua ruvida e, nonostante la voglia di fermarsi, viene strattonata via.

Egidio Trepalanche apre il portone, si guarda intorno. Facce sconosciute, molti occhi orientali e un paio di maghrebini chiassosi al semaforo.
Inforca gli occhiali da dottore e uomo per bene ed inizia a cercare.
La vede, rotonda, rosata con un cuore più scuro, immobile come una stella su una carta del cielo.
La raccoglie, simulando la sbadataggine di un ritrovamento, e fra le dita, ancora appiccicosa e calda, la rimira.
Chiude gli occhi  mentre con il pollice e l’indice la porta alla bocca, sulla lingua ed inizia a succhiarla.
A rubarne il nettare, l’odore e i conservanti.

Risale le scale in preda a una febbre e scrive di getto sul suo quaderno di belle speranze:

" non lontano dal fiume smagrito
  passeggia il tuo animo giovine e inquieto
  gambe snelle di puledra
  viso fiero di leonessa
  fianchi larghi di giumenta
  ma il tuo alito è da cani
  fanciulla bella
"


Un po’ deluso il professore si riempie un bicchiere di grappa alle mele.
Il capolavoro lo rimanderà alla prossima volta.

Pubblicato: 18 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Degli oggetti magenta su madeleine b/n

 

 

Ventisette copie partorite seminude fra i riquadri

polverosi di pomeriggi a grappoli, spremuti

a bicchieri e battiti, come glicini irrisolti da non-suoi

cardi a poco prezzo

 

Salmònali gli steli che non vedi, i segnali

complementari che ti crescono fra le maglie larghe

delle reti scalze amate a tre quarti

sugli spalti della cattedrale che non esiste

se non ci sbatti contro con i sensi

 

Ventisette copie e una cornice per non far stracciare

la schizolalia del pensiero. Per quando è sera

e lo sputo del lampione non basta

ad esplorare il suicidio di un piccione che gioca

a nascondino con la morte

 

Salmònati, e màngiati, e poi condanniamoci

con le dita, prigionieri di fatwa dorate

nel castello grigio della zona industriale

Un instant movie a cui manca il curry

da sciabordare, a pizzichi

 

su madeleine, in bianco e nero,

degli oggetti magenta della  sera

CB ( Nablu )

Sgretolato

Pubblicato: 2 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Al confine di una linea

giace e riposa il vuoto

gelo legato

alla follia di una direzione.

E se la piego questa linea

ne faccio parola e senso

e se la spiego questa vita

stesa innanzi e silenzio

il vuoto si scioglie:

vince

e si slega.

matiztestarossa

Pubblicato: 23 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Pomeriggio di primavera inoltrata, il sole è veramente caldo.
La matiztestarossa è ferma al semaforo, finestrini aperti. Mark Knopfler arpeggia da Dio in sottofondo.
Dal sedile posteriore si alza un urlo disumano e immediatamente un’altra voce si unisce in controcanto. Lina, si gira verso le figlie e si fonde al coro a sguarciagola.
Dei passanti ci guardano attoniti: tre donne ululanti ed io che cerco di capirci qualcosa.
Slaccio la cintura di sicurezza e mi lancio verso il sedile posteriore.  Credo di sapere cosa stia succedendo. Devo mantenere la calma, la situazione è seria.
Una veloce occhiata e l’ inquadro. Passeggia sul finestrino. Faccio per avventarmi e distruggere il nemico, quando l’urlo disarticolato si trasforma in non l’uccidere!!!
Oddio
. Inizio delle lente trattative. Mentre i clacson suonano all’ impazzata. Stiamo bloccando l’incrocio.
Con mosse lente, ma persuasive ho la meglio.
La coccinella, aperte le sue alucce, vola via fuori dall’ auto.
Cercando di darci un contegno, ripartiamo. Mark, ignaro di tutto il trambusto, continua a suonare.

 

Piccola, non piangere dimmi cosa ti è successo.
Sniff, sniff.
Avevo visto quel bellissimo papavero tutto rosso. Era enorme. Volevo solo osservarlo da vicino. Ma al suo interno vi erano dei mostri che si sono messi ad urlare come degli invasati. Ho temuto il peggio. Ero così terrorizzata che non riuscivo a volare via. Sniff. Poi uno di quegli esseri mi ha carezzato la corazza, mi sono rincuorata e sono riuscita a scappare via. Giuro, non mi fermerò mai più su quei papaveri giganti.

Anja

Pubblicato: 20 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, ,

La mia collaboratrice domestica ha un problema. Da almeno venti giorni la vedo sempre
più preoccupata.

Sono un uomo schivo, mi tiene in ordine casa da cinque anni e di lei non so quasi
nulla, se non il nome Anja e che viene dal’Est. Me l’aveva praticamente ceduta
la mia ex moglie. Forse preoccupata dello stato delle mie camicie.

L’ho affrontata, offrendo il mio aiuto, ove fosse stato possibile. Semplice e
tragico nella sua banalità. La vecchia madre di Anja ha finito la sabbia nella
clessidra. E’ solo questione di giorni. Ho balbettato frasi di circostanza, ma
la donna mi ha zittito bruscamente. E’, si addolorata per l’i imminente fine, ma
quello che l’angustia sono le spese per il funerale. Ha promesso alla vecchia
che la riporterà al  villaggio natale per il riposo eterno.

Migliaia di euro. I soldi che ha faticosamente messo da parte in questi anni andranno
nelle casse di un’impresa di pompe funebri.
 

No, questo ad Anja non va proprio giù.

Non sapevo più cosa dirle e mi sono rintanato nel mio ufficio.

E’ sera tardi. Squilla il telefono. E’ Anja.

Dottor De Tollis, per una settimana non verrò. Mia madre è morta.

Non faccio in tempo a bofonchiare le frasi di rito che lei sbotta: Sono stata
fortunata. Ieri mattina, in corso Traiano un TIR ha investito Marja ed è
scappato. La poveraccia è morta sul colpo. Era di un paese vicino al nostro.
Divideremo le spese con la sua famiglia. Si, sono stata fortunata.

Riaggancio meditando su carri funebri biposto.

 Decisamente nella vita capita di gioire anche per la morte. Altrui.

Pubblicato: 18 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Cielo livido di nubi cariche di pioggia, un libeccio tagliente.
Le ciminiere metalliche del porto petroli sembrano confondersi con il grigio dell’orizzonte.
Laggiù in quella direzione so che c’è il mare.
Chi vi abita, se ne dimentica spesso, che questa è una città di mare.
Anche quando si passeggia sulla Caracciolo, sembra sempre di essere sul bordo di una cartolina: il Vesuvio e Capo Posillipo a far da cornice. In alcune serate ventose può capitare addirittura di intravedere le luci di Anacapri. Sospese nel nero.
E’ una città di mare, ma facciamo finta di non saperlo.
Ignoriamo i traffici del porto, le acque inquinate del golfo, per non parlare della sabbia di Bagnoli.
Intrappolati nei vicoli o rinchiusi nei palazzoni ne cogliamo qualche rara volta uno sprazzo.
E’ là, distante.