Posts contrassegnato dai tag ‘visioni’

Contraccolpo

Pubblicato: 18 febbraio 2012 da morfea in Uncategorized
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Affollate di terra queste dita
e toccare il suono di un tuono
nello spazio spaccato dai denti

scuote il seme nei cavi d’acqua
occhi e corpo in alberi stancati
e il fondale marino – pregato

avvieni in calchi – ricamati
un contraccolpo d’ombra
sulla corteccia vanificata.

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graffiti

Pubblicato: 8 febbraio 2012 da ciprea in scrittura
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mi sveste un punto fisso
senza orizzonte
un’occasione persa di lago

l’apnea del gesto è la parola interrotta
che impone bellezza al dirsi corpo
come l’umore che sgomita la notte
quando coltiva nodi come fiati
al dirsi aria che si fa pendula
alla radice monosillaba a labbra chiuse
per non colare le poche scenografie di luce
il guazzo delle intonazioni invisibili
la cadenza del bianco brulicante suoni, pagine
che scaraventa diverse, sediziose

La pioggia

Pubblicato: 19 gennaio 2012 da morfea in Uncategorized
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L’agrume impastato nei denti e questa pioggia a ripetersi,
non toglie e non dona – resta
precoce come un pianto
nascosto sui rami o dietro cespugli freddi – scheletrici
e risuona un cardine arrugginito
[in ogni provata distanza]
questo stranire che si arrotola -come una serpe sui silenzi.

Ipnagocic_number9

Pubblicato: 3 gennaio 2010 da The Cats Will Know in scrittura
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Cado nel sogno mansueta e transumante.
Precipito in un trapasso senza fine.
Le membra tutte,
immote,
saldate in uno stallo inanimato.
 
Ombre di pensieri.
 
Foreste.
  
Valchirie vestite a lutto
cavalcano la notte,
calpestano il mio sangue
in un galoppo feroce.
 
 
Il dolore è un vuoto solo mio.
 
Sono nel cerchio.
Ho bisogno di silenzio.
 
 
Vorrei respiro,
annaspo d’aria.
Il corpo imbambolato
si forza al fremito.
 
Foreste ancora.
Gelidi verdi cristallini e scintillanti,
cupi splendori.
 
Costringo il corpo a scuotersi,
rapidi sussulti ad inseguirsi,
rincorsa di temporali sulla pelle.
 
Oscillo.
Pendolo folle.
  
Lame di dejà vu
recidono il tempo.
Gorgoglio d’aria
finalmente!!
 
Affondo respiri.
Ritmo rapido
di spirali ansimanti.
 
Singhiozza il cuore.
Risveglio.
 
Dov’è la quiete?

Di Nottilucenti
Si tingono gli estremi dei tuoi sogni,
E fuori Tutto vibra impazzito
Dalle note rapprese (agli alberi) dei pavoni,
Al viscoso copulare delle
Lumache.

Bivacca la Notte, ora che complice
Di grasse Nubi si ripara
Dal Giudizio della Luna.

Pubblicato: 25 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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nell’inverno ebbe un figlio.

carne bianca, assonnata, che riponeva nella cavità del torace ad ogni pianto,

con cura,

affinché le donasse il respiro, rapito.

Pausa di croma

Pubblicato: 4 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Ammuta l’orizzonte nella linea
delle nubi livida gota
alla tempesta che si profila
e laggiù il mare, in inquieta attesa.
Giallamente scolora il declino
-e il destino-
del pomeriggio, [tempo sospeso]
Strapazzano gli uccelli
frastuonano sferragli di treni
addensa l’aria, che se la tocchi
ti resta nel palmo di una mano.
Si torna sempre pastori erranti
in una piana d’Asia
quando si resta, all’improvviso soli,
faccia al cosmo.

Capolavoro

Pubblicato: 10 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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State leggendo un Capolavoro

…il Vostro!

 

Porci (le mani)

Pubblicato: 4 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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…cioè capiscimi ma c’era una fetta di prosciutto che mi chiamava
e quando i prosciutti chiamano cadono i tordi dal cielo
e si incatenano le vergini ai cardini delle porte
e i conticorrenti si danno ai primi venuti
porci (le mani)
sestupli sensi

cioè dammi retta, se il prosciutto chiama lo fa urlando
e nelle urla si sentono millenni di sofferenze e concimi aromatici
e si sbolina a valle e si scuffia a monte
morsi (canzoni fugaci)
zucchero nel sale

La Blatta

Pubblicato: 2 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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"Passo ore davanti al pc perché il mio mestiere è fingere di lavorare. Non so esattamente perché mi abbiano assunto e non sono sicura che in azienda esista qualcuno che ne abbia un’idea, seppur vaga.  Quello che so è come fare per non avere problemi. Sto seduta più che posso, sorrido a chi mi saluta e dissimulo le frequenti pause sigaretta o caffè grazie al semplicissimo e celeberrimo trucco del foglio in mano: se tieni in mano un foglio, possibilmente non bianco, ma va benissimo anche una cover di fax, puoi essere sorpresa a chiacchierare con chiunque, in qualsiasi corridoio, in qualsiasi settore della società e nessuno (ma davvero, nessuno!) potrà mai dirti niente, perché così facendo insinui nell’altrui coscienza il ragionevole dubbio", racconto del mio lavoro a mio padre, così, senza pause (ribadendo il concetto tre volte fino a che non lo vedo assentire, vizio genetico che non sono ancora riuscita a sradicarmi), un venerdì pomeriggio mentre il sole che si infila tra le persiane ci illumina le mani appoggiate sul tavolo, in cucina.
Lui ride e scuote la testa incredulo. Io ovviamente sto esagerando: la tattica del foglio non la uso quasi mai, perché la trovo ridicola ma quando la vedo applicata dagli altri devo dire di riconoscerla una tattica efficace.
"Ma come è possibile?". Mi chiede.
"Eh, non lo so", dico, ma ricordandomi che lui non sa niente di niente del mio mondo lavorativo, senza paura di essere smentita, butto lì un: "Vedi, la causa sta nella struttura a livelli: dal vertice non si arriva a scorgere l’attività dei servi della gleba." E con le dita faccio perversamente il gesto di virgolettare “servi della gleba”, che so lo farà intimamente innervosire perché infastidisce anche me vederlo fare.
"Le figure intermedie", proseguo, "hanno come unico scopo quello di poter far figurare sul proprio curriculum che gestiscono il numero più alto possibile di risorse umane (sì, sì, usano queste parole e non se ne vergognano neanche… io sono una risorsa.. umana! Ci sono i cespiti e ci sono le risorse). Quindi: più risorse umane = più prestigio. Tendono così a riempire gli uffici di gente che poi si ritrova per la maggior parte del tempo a non aver altro da fare che sfruttare l’Adsl aziendale".
"L’Addiesse….?", mi chiede mia madre sorridendo, ma già l’ha intuito che si tratta di Internet, questo sconosciuto. Senza aspettare risposta ci mette davanti il caffè e mi chiede se li voglio, i biscotti.
Naturalmente non li rifiuto. Questo venerdì sono i biscotti allo zenzero quelli che vendono all’Ikea e io li adoro.
Si siede e la guardo: è appena tornata dal parrucchiere ed è truccata. La trovo bella e glielo dico. Ha gli occhi verdissimi e mi sembra tranquilla. Lei, come da copione, si schermisce. "Sono ingrassata", dice e guarda di lato. Con la mano sinistra si scosta i capelli biondi (tinti) dalla fronte.
Mi chiedo cosa provino loro, che si sono schiantati di fatica anni e anni, ad ascoltare una che racconta divertita di percepire uno stipendio senza dover fare un vero lavoro. Forse tirano mentalmente un respiro di sollievo nell’apprendere che alla loro figlia non è capitata in sorte la loro stessa sventura o forse trabocca loro la bile, al pensiero che c’è gente che ha la vita così facile.
Io spero che loro ne siano contenti anche perché è proprio per questo che vado a trovarli il venerdì pomeriggio: per far loro vedere che tutto fila liscio, che sto bene, che sono felice.
Credo che se la bevano, anche perché studio accuratamente il mio look quando esco la mattina, se è giorno di ‘visite’. Non vorrei mai che mia madre mi trovasse sciupata o imbruttita. Si angustierebbe per giorni scovando segni di infelicità dietro a un trucco un po’ sfatto o ad un vestito un po’ scolorito.
Quel giorno io sono appositamente uno splendore: ho un vestito rosso che dissimula le magagne, tacchi alti e colorito abbronzato. I capelli mi sbarluccicano per via del nuovo balsamo alla seta. Sono perfetta e devo ammettere che mi madre ha in qualche modo ragione. L’umore influenza l’aspetto così come l’aspetto influenza l’umore. Quasi quasi mi sento davvero felice.
Spronata da mio padre, finisco finalmente di bere il mio caffè che ormai è diventato freddo a furia di girarlo (nessuno sa spiegarsi come mai io abbia la necessità di girarlo così a lungo prima di berlo) e mentre appoggio la tazzina sul piattino, suonano alla porta.
Mia madre si alza ad aprire e dice: "Sarà lo zio a quest’ora", fa ruotare la serratura e apre con un gesto veloce, sicura di trovarlo lì fuori. Strano però che non abbia suonato prima il citofono.
E infatti non è lui. Fuori dalla porta non c’è nessuno.
Mia madre si sporge un po’ per assicurarsi che non ci sia davvero personne sul pianerottolo. Dal punto in cui sono la osservo. Mio padre dà le spalle al salotto, io invece, dal tavolo a penisola, posso vedere tutto il soggiorno e la porta d’ingresso. L’appartamento dei miei è carino, ma non è molto grande.
Lei richiude la porta e torna verso di noi: "Uno scherzo", dice. Sorride ma è un po’ perplessa. Mentre sta per sedersi, di nuovo, suonano alla porta.
Il suono è prolungato. Troppo prolungato. E’ quasi allarmante.
Mio padre si alza nervoso, va lui ad aprire, con la voglia già di litigare con un vicino o con lo sconosciuto che si diverte con così poco. Quando tocca la maniglia il campanello sta ancora suonando. Nemmeno uno spiraglio tra lo stipite e la porta e il trillo cessa. Papà spalanca di scatto ma, sembra incredibile non c’è nessuno. Esce, guarda ovunque, si affaccia dal ballatoio per vedere se qualcuno, pur senza far rumore, stia scendendo le scale, ma non c’è traccia di anima viva. Non c’è una nicchia dove nascondersi: se qualcuno ha davvero suonato si è volatilizzato nel nulla.
L’unica spiegazione possibile è un cortocircuito. Mia madre dice che è il caso di chiamare un elettricista, mio padre le risponde andando a prendere la cassetta degli attrezzi. Se è un filo a fare contatto, può pensarci lui. Sale in mansarda e lo sentiamo rovistare dappertutto. Mia madre alza gli occhi al cielo e attacca con la sua tiritera sul disordine che alberga in quella casa. Io rimango seduta e appoggio il gomito sul tavolo e mi tengo la fronte con la mano in attesa che mio padre pronunci le sue battute imprecando che in quella casa non si trova mai niente e che mia madre gli nasconde le cose con la scusa di riordinare.
Ma ecco che è un trillo a salvarmi, a salvarci, dalle nostre miserie quotidiane. E’ un trillo breve, quasi allegro, vivace. Nuovamente è mia madre che va ad aprire sicurissima, questa volta, che sia mio zio.
No. Non è lui.
E’…è… una person…una cosa…nera. E gigante. Gigante e nera. Io … non ho idea di cosa sia…ha una corazza lucida e scurissima. Le braccia, le gambe…sembrano, sono …zampe.. sei zampe!. Enormi. Nere e coriacee.
Vedo mia madre indietreggiare lentamente, di un passo, gli occhi e la bocca spalancati.
Le urlo:"Chiudi!" mentre mi avvicino ma lei è come paralizzata; la vedo indebolirsi, non reagire. Sembrano chilometri i passi che mi separano da lei.
Grido: :"Papàaaa!" e lui si lancia giù, dalle scale di legno, spaventato dall’acuto che emetto. Scende giusto in tempo per vedere sua moglie trafitta dalla zampa superiore sinistra di quella…cosa… all’altezza dello stomaco. E’ orribile. Sentiamo il rumore che quell’artiglio acuminato fa, trapassandole il corpo. E’ il rumore di qualcosa che sguscia, di qualcosa di viscido che si spappola e sgocciola. E’ l’orrore. La cosa alza la zampa e mia madre si alza con lei. Guardiamo mia madre, la mia mamma, girarsi verso di noi. Sgrana gli occhi e piega la testa a sinistra. Sembra chiederci scusa. Un rivolo di sangue le esce dall’angolo della bocca e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi. Riesce solo a ruotare il polso destro ed alza debolmente un dito, come ad indicarci, o come a tentare di mantenere un contatto con noi, che stiamo lì impalati e impotenti a guardarla e a sentirla rantolare. Mio padre dice piano :"Anna", ed è la cosa più triste che io abbia mai sentito. Non so se piangere od urlare ma quando la bestia l’avvicina a sé e, con la bocca di cui prima non sospettavo l’esistenza, le strappa una spalla, mi decido per la seconda opzione. Cado in ginocchio e urlo, urlo tutto il mio orrore. Non credevo di avere una voce così potente. Al mio grido si unisce quello grave di mio padre. Il suo è un urlo privo di rabbia, perché lui è già oltre. Il suo è un ululato di sorda disperazione. Mi chiedo se sia possibile che sopravviva senza di lei e mi chiedo come posso tiraci fuori da questo guaio e come potrà mai sopravvivere mia madre con lo stomaco perforato e un braccio, quel braccio che ci aveva indicato, in meno. Ci si aggrappa a qualsiasi speranza pur di non dover affrontare tutto in una volta il dolore. Nemmeno quando inizio a distinguere il rumore della carne di mia madre masticata e ridotta in poltiglia da quelle fauci nere e schifose, riesco a capacitarmi che la sto perdendo.
Mio padre smette di urlare ed afferra una sedia e con quella inizia a sferrare colpi fortissimi all’animale alla porta.  La sedia era di ottima qualità, stile Luigi Filippo, in accordo con il resto dell’arredamento, eppure si rompe: ad ogni colpo salta via un pezzo, un frammento, una gamba. La corazza del mostro è più dura dell’acciaio. La bestia non sembra minimamente infastidita dall’assalto quando inizia a masticare la gola e poi la faccia di quel corpo senza vita che era stato di mia madre.
Non c’è più posto per l’illusione, per lo scarto che la speranza mette fra ciò che sembra e ciò che potrebbe essere. Mia madre è morta, divorata da una bestia nera e orripilante che non sono in grado di definire. Qualcosa di terrificante di cui nessuno di noi aveva mai nemmeno osato immaginarne l’esistenza.
Mia madre è morta.
Morta.
Ed io ero lì a guardare mentre succedeva e non ho fatto niente, niente. Sono stata lì ad ascoltare, in ginocchio, il rumore della sua pelle lacerata dalle mandibole di questo scarafaggio abominevole..
Guardo mio padre avvicinarsi alla bestia e lo vedo allungare entrambe le mani cercando di strappare quel che rimane di sua moglie dalla bocca di quel coso che ancora la sta consumando come un pasto. Come un pasto.
Un gesto istintivo, folle, ormai inutile ma che mi ricorda quello di Jacky Kennedy che d’impulso cerca di raccogliere materia cerebrale di John dalla carrozzeria dell’auto in corsa. E’ l’istinto di chi ama a livello delle cellule, non solo l’intero ma il particolare. Mi rapisce questo gesto e rimango a contemplarlo per una frazione di secondo. Poi, con lancinante angoscia, ritorno in me e mi accorgo del pericolo.
Com’era prevedibile il mostro, ora, attacca mio padre. Io davvero non ho più occhi per vedere (e, infatti, li chiudo), ma non ho nemmeno modo di proteggere me stessa dal sentire il suono secco che fanno in contemporanea le ulne, quando si spezzano.
Il dolore deve essere atroce. Dalla trachea di mio padre fuoriesce un mugghio allucinato che la viscida blatta soffoca con un risucchio nel momento in cui gli ingoia la testa, il cervello, i pensieri.
Io tremo, prego, impreco e spero che tutto finisca presto, che quell’abnorme scarabeo faccia in fretta ad inghiottire tutto il corpo di mio padre, senza scartare nemmeno una frattaglia, che deglutisca tutto, anche le scarpe perché non voglio, ti prego, non voglio veder resti quando aprirò gli occhi, mi avvicinerò alla fiera e le offrirò la mia testa.
Non mi sfiora assolutamente il pensiero di nascondermi, difendermi o scappare.
Io voglio morire. Non voglio esistere nemmeno un secondo di più, dopo che tutto questo è accaduto, dopo che l’Assurdità ha suonato alla mia porta.
Andrò in contro a questa bestia perché tutto collassi, perché sia lei stessa a liberarmi dal male che mi ha fatto.
Smetto di singhiozzare e mi metto in ascolto. C’è silenzio ora. Forse tutto è finito.
Apro gli occhi:
"Che ci fai lì, in ginocchio?"
Sulla porta non c’è più la blatta: c’è mia sorella che mi guarda e ride. Ha indossato il mio vestito rosso. Le sta davvero bene sembra fatto su misura per lei. Sembra un vestito anni settanta ed invece l’ho comprato settimana scorsa in Corso Buenos Aires. Fa un passo e dice: "Cos’è ‘sto schifo?". Si toglie la scarpa tacco sette e si ispeziona la suola. Con un’espressione semidisgustata e semidivertita saltella su un piede cercando di non perdere l’equilibrio e dice di aver calpesto un insetto.
Più la guardo più mi convinco che non sia mia sorella, anche se le assomiglia moltissimo. Mi accorgo che anche le scarpe che indossa sono le mie, sono quelle che ho comprato in saldo l’anno scorso. Sono quelle nere con la fibbia. Sono quelle che ho indossato stamattina. Come il vestito.
Quella lì che ride e saltella sono io.
Non appena me ne rendo conto mi alzo e furente e dico: "Dove sei stata?!?".
Finalmente lei si accorge che sono sconvolta, getta le scarpe in un angolo e mi abbraccia. I suoi braccialetti tintinnano e se li toglie. Si leva anche il vestito e lo fa cadere a terra.
Inizia, lentamente, a divorarmi dalla testa.

Ritratto

Pubblicato: 19 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:
(tra prosa e poesia)
 
Entrava e usciva un gatto rosso dalla finestra della cucina
Cortei di scarafaggi inscenavano continui funerali
Il camino era spento da anni
Una vecchia stufa borbottava stanchezza
ed espandeva riccioli di calore.
Lei  era assorta nel suo compìto vestitino bianco
Sembrava una bambina fatta di vetro
O di zucchero caramellato chiaro.
Tagliava sagome di cartone colorato
Un nastro sciolto le pendava da un lato
Ombre azzurre ricamavano il suo volto
Si appoggiavano tra le labbra e sulle ciglia
Sui muri unto rappreso e intonaco sdrucito
Le sagome di cartone avanzavano prestanti
Un piccolo esercito di colori filiformi
Il gatto stanco del suo andirivieni
Le si era messo accanto
E gli scarafaggi, seppellita l’ultima salma
Guardavano incantati il gioco di colori.
 
 
 

Reflusso dell'anima accudita

Pubblicato: 15 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Fu così che mi diedi tregua,arrangiai le corde e suonai lieve le mie scomposte note.
[Suonai concerti in do minore]
Mi lacerai lenta,tagli da suturare mentre il suono mi sconfisse.
[Penetrò con note in riverenze d’amore]
Mi persi fra singhiozzi e neve disciolta.
[Le dita incipriate di sole persero colore e ritmo]
Non ci fu ragione in quello che mi rovinava dentro,lento.

Solo la danza delle vene che si accartocciavano ad ogni nota e battito.
[Un ballo delle debuttanti mal riuscito,calpestandomi ancora un po’]
Inseguii il sogno sul vento,come un cavallo da domare,ad ogni salto un singulto,ad ogni singulto una lacrima che come vampa mi rubò i respiri e scavò nei miei occhi,luccicanti di nulla.
[Lame nella gola ad arrugginirsi lente]
Questo fu il viaggio che macchiò le vesti dell’anima,macchie dal sapore un pò amaro,come se tutto fosse di fiele.
[Da lavare,sfregare…e inumidire…la macchia andrà via]
Le note scivolarono,si mischiarono e concimarono l’aria con pesanti tendaggi di glicini.
[M’innamorò quel penzolarmi dentro]
Nauseata vomitai trifogli,insozzando la quiete del mio irragionevole cuore.

lui, il mio poeta

Pubblicato: 23 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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legge e intinge

l’aria del liriodendro

con vento di giunco

 

dove le foglie al nodo

tendono il pudore

l’incavo si piega alla voce

 

e ti ascolto, aprire le braccia

in infiorescenze

istoriate d’acquaforte sul rame

fiumi nelle mani, groviglio le anse

scavano e si slanciano d’arancio

in giallo-verde

stremano un altro cielo s-chiuso

nelle palpebre dei versi, scivolano gli occhi

silenziosi a sfiorare la mia gola

 

goccia, goccia

A MIO PADRE

Pubblicato: 18 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Si ballava come sposi,
le tenaglie di un’altra vita
infierivano solo un poco,
come rossetto sbavato
sulle labbra d’una vecchia
signora.
Cedevoli i tuoi passi
incespicavano nei miei
ma sorridevi
come quando nacqui,
un vestito blu vecchia maniera
ti conteneva tutto,
anima e corpo senza gilet
in un giro di valzer.
Con ginocchia malferme
si piegavano i secondi
e ammiccavi alla mamma
che ieri, ieri non c’era più
e l’adesso era orgoglio,
di me e di te,
tornati Nome sulla lista
di un Angelo,
passaggio perfetto di due vite
a fluire,
un solo tender di mano per sempre.

COME QUANDO CADE LA NEVE

Pubblicato: 5 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Vorrei stare come quando cade la neve
e il silenzio solo parla a fiocchi,
le dita sul filo del davanzale piegate
e un urlo di vento.
Come scendere e respirare
ancora nell’aria spelata
imbottita di bianco
sottratta di luci.
La gaggia nel fondo tormento
un laghetto sommerso le acque
stupite di grigio.
Sentire campane disciolte
ai silenzi brumosi mai spenti
al largo del tempo e del tuono
scomparso fra cubi di paglia
in cataste.
Vorrei stare come quando cade la neve
e le orme non chiedono passi
e fra denti di ghiaccio
s’ingoia la vita.