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Amen

Pubblicato: 3 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Erre: una donna di 40 anni, Emme: un uomo di 40 anni.
Una stanza da letto: una poltroncina, un letto singolo, un crocefisso sul muro, un armadio piccolo ed una lampada sullo scrittoio. Erre è sola, in vestaglia, seduta alla scrivania intenta a tagliuzzare dei fogli di carta
Bussano alla porta.

Erre: (senza voltarsi ed irritata) Entra. (Emme entra con un libro in mano) Ora bussi?… Non ti sei mai fatto tanti scrupoli…sempre meglio, complimenti…
Emme: Oggi è Domenica.
Erre: Già, oggi è differente. (prende un barattolo e lo riempie di pezzetti di carta scritti)
Emme si abbandona sulla poltroncina.
Emme: Non serve a nulla recriminare…
Erre: (Secca) E’ probabile…
Emme: Cosa stai facendo?
Erre: Ho bisogno di appuntare tutto quello che abbiamo avuto in questi anni, visto che da domani tutto sarà finito, grazie a te…
Emme: E cosa abbiamo avuto, sentiamo…
Erre prende a caso dal barattolo alcuni pezzettini di carta e legge ad alta voce
Erre: una cucina nuova, un biglietto per Londra, un paio di bugie colossali, un figlio perso …
Emme: Piantala…
Erre: Perché? Sei stato tu a chiedermi.
Emme: Perché non c’e nulla di divertente. (Emme si alza e si avvicina allo scrittoio)Sei cinica
Erre: Io cinica? Mi hai chiesto e ti ho letto.(prende altri bigliettini dal barattolo) Ma se vuoi ho anche : un bel funerale, cinque matrimoni, due battesimi, un tentato suicidio, ah no, questo no, questo non si deve dire…aspetta! Ah sì, ecco: un amore! (ride) No, questo biglietto lo butto, eh sì, ora c’è la redenzione e non va bene!
Emme: Sei banale…
Erre: Banale, sì, ma coerente!(con durezza) Che ore sono?
Emme: E’ quasi ora…
Erre: Bene, allora mi preparo.( si alza e si avvicina all’armadio, lo apre e cerca l’abito) Non voglio certo essere io a ritardare. Hai visto mai che avrò altre punizioni…
Emme: Possono anche aspettare un po’. Ho detto che forse avremmo fatto leggermente tardi…
Erre: Che premura…(prende una gonna grigia ed un maglioncino dello stesso colore) In genere fanno ritardo gli sposi non Tu.
Emme: Non potresti mettere l’abito ufficiale?
Erre: Perché? Non sono abbastanza Suora se vesto senza tonaca? Guarda! (prende una catenina con crocefisso e gliela muove davanti) Questa qui non mente…Sei tu il sommo sacerdote, io porto solo l’ostensorio non ricordi? E domani sarò in partenza per Cuba! Perché sei stato così carino da propormi come missionaria di supporto…un gesto generoso.
Emme: Sei insopportabile.
Erre: Certo. Ora sono insopportabile, ora sono Suor Mariana, figlia di Santa Maria Ausiliatrice, ma fino a ieri ero quella che ti dispensava calore. Non dovevano avere più di dodici anni, ricordi? Altrimenti il puzzo acre della pubertà ti avrebbe infastidito la pelle. Non dovevano essere troppo magri perché la povertà ti intristisce e neanche troppo belli perché la bellezza è priva di pudore. E così li selezionavo prima, li annusavo perché avessero odore di buono, di pulito e poi te li mandavo. Mi assicuravo che fossero stranieri che non fossero capaci di parlare altra lingua che la loro, li toccavo per abituarli a te, così che non ti rifiutassero…ed ora mi spedisci a Cuba…Perché?
Emme: Sei volgare. Vado a cambiarmi, saranno già tutti dentro. La messa è tra dieci minuti.
Emme esce ed Erre finisce di prepararsi. I movimenti sono sempre più lenti, finito di vestirsi passa davanti al crocefisso, si fa il segno della croce ed esce

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Charlie

Pubblicato: 31 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Note dell’autore per il regista e per l’attore
(dovrei dire gli attori, dato che c’è una voce fuori campo che recita, ma, quest’ultima, non ha modo di intervenire più di tanto sul testo, o meglio sul significato del testo, per cui…)
 
 
Inusuale, lo so. Ma dato che per me quello che scrivo è un figlio in più, ci tenevo a darvi delle indicazioni che dovreste sentirvi sufficientemente liberi di disattendere. Sappiate che vi odierò comunque, perché me lo sciuperete di sicuro. Ma sul palco ci andrete voi, quindi posso dire quello che voglio ma vostro è il diritto di intervenire sul testo in maniera più o meno intelligente. Quello che vorrei che fosse chiaro è che il testo non ha in sé niente di divertente. Così come credo l’intera opera di Chaplin. Le risate, fin troppo spesso nervose, derivavano dalla “fisicità” comica di Chaplin, oppure dal nervoso (nevrotico?) identificarsi spettatore/personaggio.
Un identificarsi che risultava spesso invadente, eccessivo. Questo ho cercato di replicare. Quello che, alla fine, risulta essere niente più di un elenco riepilogato secondo i miei canoni di quello che Chaplin è stato, condito di una buona dose di psicologia da bar sport, labili collegamenti e filosofia spicciola, niente è più di un bilancio. I richiami al lavoro di Chaplin come autore, e quindi alla sua maschera, the tramp (che i francesi, con sublime intuizione chiamarono Charlot), sono la scusa per rendere il lavoro, altrimenti borioso, noioso, presupponente e, in definitiva, bruttarello, digeribile. In fin dei conti, quello che voglio dire è che, la riuscita di questo spettacolo pesa solamente sull’attore, sulla sua capacità di rendersi “voluto” dal pubblico e che io non ho fatto niente per aiutarlo. Solo un attore innamorato di Chaplin potrà recitarlo (sempre ammesso che sia all’altezza di capirlo). Il regista sarà destinato a un ruolo da comprimario tanto gli spazi interpretativi sono ampi e la personalità dell’interprete viene chiamata a colmarli. Il massimo sarebbe un regista/attore. Uno di quegli strani animali.
Continuando, non ho messo nessuna indicazione sulle musiche da usare. Questo perché sono innamorato di un paio di pezzi di Chaplin ma non sono convinto che siano adatti. I brani potete sceglierli voi (io preferirei se li sceglieste fra le sette colonne sonore e le due canzoni scritte da lui, ma fate voi)
Infine volevo dirvi che, com’è mia cattiva abitudine, inserirò nel testo note sulla scena, su alcuni movimenti, su tutto quello che mi sembra pregnante. Poche volte mi prenderò la briga di spiegare i perché di alcune scelte, nella maggior parte dei casi no. Dovrete avere nei riguardi di queste un atteggiamento fideistico. Oppure cambiate a vostro piacimento peggiorando il testo.
Finisco dicendovi che ho nominato “Charlot” la voce fuori campo (in effetti è davvero il vagabondo, in qualche modo) e Charlie quella dell’attore. Penso che ci sareste potuti arrivare da soli ma non si sa mai con chi si sta interloquendo
 
Charlie
Un atto unico
 
  
La scena è completamente priva di quinte. Il palco è interamente a vista, con le cime annodate lateralmente e qualche pannello abbandonato sul muro di fondo. Sulla destra c’è uno scatolone aperto, dentro il quale si intuiscono degli oggetti fra cui un cappello di feltro di foggia superata. Sullo scatolone si legge, scritto a mano: “1947 Monsieur Verdoux”. Il palco è occupato, al centro, da una catasta di cose. Si intuiscono scatoloni, quadri, dischi, vestiti. La catasta deve essere imponente, più alta dell’attore. Dietro la catasta l’attore sta sbuffando per la fatica di rintracciare alcune cose. Si vedono volare alcuni oggetti dal dietro alla sommità del mucchio. Infine l’attore esce con uno scatolone in mano, raggiunge il proscenio, appoggia la scatola e le si siede accanto. La scena è muta. L’attore deve muoversi normalmente, non imitare assolutamente movenze del vagabondo o similia. La scritta sullo scatolone, che dovrà risultare visibile soltanto quando esso verrà appoggiato per terra è: “1914 –  Kid auto races at Venice”.
Estrae la bombetta, la infila, sorride.
Resta alcuni secondi perso nei suoi pensieri. Poi getta un’occhiata dentro lo scatolone e si rattrista. Estrae un bastone di bambù spezzato. Praticamente ne sono rimasti due pezzi: l’impugnatura e il corpo. Si alza portando con sé i due pezzi, arriva alla catasta, prende del nastro da carrozziere ed effettua una rudimentale riparazione. Quindi prova la flessibilità del bastone ricostruito, dapprima con una certa cautela, poi, prendendo coraggio, con maggior forza. Infine, convinto della riuscita dell’operazione, percorre il palco con la tradizionale camminata del vagabondo. Quando si appoggia al bastone questo si spezza e lui cade a terra.
Se la cosa viene fatta come si deve ci sarà sicuramente in sala qualche sprovveduto che riderà (più per il nervosismo nato dal lungo silenzio che per la gag). Aspettare la fine delle risatine nervose.
 
Charlot:      Ancora queste cosette, Charlie?
 
Charlie:      Hanno funzionato, mi pare.
 
Charlot:      Quarant’anni fa. E poi non eri tu che avevi voluto piantarla?
 
Charlie:      Mica sto girando un film.
 
Charlot:      Giusto. Che stai facendo?
 
Charlie:      Metto in ordine. Lo si deve fare ogni tanto. Perché qui c’è tutto, da qualche parte. Il difficile, in tutta questa confusione, è ritrovare le cose.
 
Durante il dialogo Charlie prende la bombetta e il bastone spezzato e li lancia nello scatolone a destra, quello con la scritta Monsieur Verdoux. Manca il canestro e resta qualche secondo indeciso se raggiungere quelle cose e infilarle nella scatola. Alla fine decide di soprassedere.
 
Charlot:      Che stai cercando di preciso?
 
Charlie:      Niente. E’ importante riordinare le cose, così da poterle contare, stimare. E’ importante prima di partire.
 
Charlot:      Vai da qualche parte?
 
Charlie:      Magari non oggi. Ma prima o poi dovrò.
 
Charlot:      Interessante. Che tu non sia diverso dagli altri, Charles?
 
Charlie:      Non sei divertente.
 
Charlot:      Sono d’accordo. Mai stato divertente. Neanche tu però.
 
Charlie:      Vero.
 
Charlot:      Ma abbiamo fatto cose divertenti.
 
Charlie:      Non lo so. Abbiamo fatto cose che fanno sorridere. E cose che fanno piangere. E un sacco di cose.
 
Charlot:      Rimpianti?
 
Charlie:      Che domande. Un sacco. Tu no?
 
Charlot:      No. In effetti no. La mia funzione era chiara. E sono riuscito a portarla in fondo abbastanza bene, non credi?
 
Charlie:      Tu non hai portato in fondo un bel niente. Sono io che ho fatto quelle cose. Tu non esisti senza di me.
 
Charlot:      Credo sia proprio questo il problema Charlie. Io ormai esisto a prescindere da te. Sei tu che rischi di non esistere senza di me. Ora che ci penso rischi di non esistere e basta entro breve.
 
Charlie ha uno scatto di nervosismo
(continua)

di una bancarotta e di una sciocchezza

Pubblicato: 7 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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(Una stanza. Uno schermo bianco, ombre cinesi di animali comuni ed un orologio che segna esattamente quell’ora.
Una donna è distesa a terra. Accanto ha una radio inizialmente spenta. Ai due lati due quinte di cartone e acqua a colare dal palco. In un angolo un leggio ed un foglio bianco)

La donna: Sì, eppure scrivo. Scrivo pensando che una piazza senza colonne non necessariamente ha perso il confine. Scrivo, perché il senso della solitudine è come un insetto nascosto nell’astuccio di un occhiale in disuso. Scrivo, perché la metafora è la più grande idiozia che sappia ingannare i sensi.
(ride)
Scrivo perché così non mangio.

Mi hanno detto che se guardi un arcobaleno lui può restituirti il colore che ti manca, ma se ne scrivi sbiadisce prima dell’ultimo rigo. Allora scrivo, così ho l’alibi per la mia malinconia.
Come dici?
Sì, ho cercato di andarmene, certo che ci ho provato, ma sono distratta e sono tornata indietro.
Oh no, no no. Non ho mai chiesto di pulire la pelle con unguenti di suoni. La sozzeria ha spie, non lo sapevi?

Potrei fischiettare e centrifugare parole in attesa che muoiano mentre l’angolo lì in fondo volta prima di me, ma sarebbe inutile.
Le pareti, caro mio, sanno inarcarsi e gettarsi sulle spalle in un pietismo patetico difficile da controllare!
Ah, certo, potrei raccontare una storia comune, una di quelle dove poter prendere una panchina e sedersi sugli spazi per sentirne meglio il respiro.
Potrei, come no, ma se mi addormentassi? Se mentre il singhiozzo mi sbaglia l’accento cadessi in letargo senza correggere la sua ondulazione? Sarebbe un disastro ed io non posso concedermi di svitare sillabe per raddrizzare il percorso.
Ho fame, io.
No, devo farcela. In fondo non ci vuole molto. Tutto sta nel capire quando il senso si muove, coglierlo e vivisezionarlo prima che ti ingoi. Prendere un barattolo, uno di quelli che si usano per i gelati, uno di quelli dal colore solo, così non sfugge, e cercare di spingere in fondo, con tutte le dita.

(la donna si alza e si volge allo schermo bianco)
Non è difficile. Mi guardi male? Pensi che sia impossibile? Beh, sbagli!
Non ci sarà una frenesia a guastare le utopie dei saggi, a ingarbugliare le profezie di poeti canterini.
Non mi credi?

( La donna accende la radio e dall’emittente una porta sbatte)

Perché chiudi la porta? NO. NON PUOI FARLO!
La porta non ha una maniglia squadrata. La porta ha un occhiello che deforma, un battente che sfotte e che non sa tornare.

(spegne di colpo la radio)

Apri.
Apri.

(i cartoni cadono all’interno del palco. Un tonfo e Buio)

Sarà che quando sbuffo sulle domande cieche
mi contengo nella tua capienza
laddove sono gomito e mi vuoi baciare

laddove non accetti inviti dalle amiche, anche se
preparo il doppio cambio del pigiama
e leggo bugiardini di condoms da metterti in valigia


sappi che affondo mine
sul bianco ombrato
di un disegno più bello della battaglia di Anghiari
che solo una radiografia lo veda, nel duemila e80
sotto l’olio di un tema da dozzina


sappi che so violentare le foglie nel sottobosco
arruffarle
in un disordine apparentemente quieto
pensierini spruzzati di fragole e morsi
di rose canine e genzianelle

Voglio sentirti capitolare ai silenzi
affusolarti alla vendetta conteggiando percentuali
inconciliabili

sappi che so tagliare di giallo la schiusa dei calici
le ruote pensili
orizzontali corone di pavone, sugli stami

Spalmata di grissini al rosmarino ti pungo il sudore
alla canicola
stringendoti  il cavallo dirimpetto
con i piedi

li sento mordere dai buchi della cinta

burattinaia sulla carne
instabile
quale setola di cinghiale inspiro
il colore raddolcito

dell’astinenza

non torni da morta

Pubblicato: 20 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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pallida succhi il gelo, viaggiando nell’aria con dei

respiri duri che, ondeggiano senza stampelle –

mani incurvate sui pantaloni, guance come ceri sciolti

– piccoli candori confusi tra le gote rotte. È una grande

sospensione questo specchiarti – muovi i tuoi capelli

come fossero aghi da passare nei punti nudi della cornice.

Sei anonima alle sere. Quante lune hai pensato di negare

– quante luci nella tomba ora riflettono senza consenso.

Rimani corpo, nessun verme conoscerà il morso

né l’alito di un solo tuo tremore. Non aver paura

la pietra sarà una calda coperta, la mano che hai cercato

mentre Dio chiudeva l’ostrica delle risposte –

ti staccherei le ossa per rivestirti

non ho abbastanza stoffa per riabbracciare la tua pelle spoglia.

Shame

Pubblicato: 6 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Scena vuota. Al centro una sedia da cucina. Buio. Seduta sulla sedia, con la schiena volta verso il pubblico, una donna nuda. Di lei si vedono solo le spalle e i capelli corti.

Sipario.

Un minuscolo riflettore illumina la sedia. La donna resta in penombra.
Parla sottovoce, come se trattenesse le lacrime.

Sono cresciuta vergognandomi del mio corpo. Ho avuto il primo intervento a due anni, il successivo a tre e poi      poi      poi   (lunghe pause tra un poi e l’altro)
L’ultimo giusto un anno fa. Ora suono in tutti i metal detector e per darmi un contegno mi sono ribattezzata la donna bionica.
Ho imparato a camminare a quattro anni. Non mi sono mai divertita con giochi come guardie e ladri o bandiera. Però ne conosco tutte le regole, imparate restandomene in disparte. Piena di vergogna. Se le altre bambine erano di buonumore mi facevano reggere il fazzoletto.
(La voce prende toni infantili)
Cercavo sempre di prolungare all’ infinito quella frase  numero    numero      numero     tre        il mio momento di gloria.
Odiavo i mesi estivi, al mare in Liguria.
(La voce assume un tono maschile)
Signora mi raccomando la bambina ha bisogno di sole. Le ossa malate hanno bisogno di sole.
(Di nuovo il tono infantile)
D’estate in spiaggia ti devi spogliare. E’ inevitabile. Buffi costumi con il pizzo. Un corpicino magro, magro. Capelli cortissimi, alla maschietta. E le cicatrici lunghe come serpenti in bella vista. Cominciavano le occhiate. Dapprima furtive, poi sempre più sfacciate. Fino a quando la mamma più impicciona del gruppo sbottava:
(Voce querula)
Che ti è successo piccina? Un incidente?
Arrossivo violentemente e serravo le labbra per la vergogna.
(Voce querula)
Povera la tua mamma.
(Voce costernata)
Povera la mia mamma? Ed io? E’ il mio corpo, questo. Ma mi vergognavo e tacevo.
Crescendo ho imparato a rispondere: Si, un incidente. Facevo prima e mi facevo meno male.

(La donna lentamente si alza, resta per un po’ di spalle, poi di colpo si gira. Ha cicatrici vistose sulle gambe e sul ventre. Si espone spavalda allo sguardo del pubblico).

Ora nello specchio non le vedo più le mie cicatrici e non mi accorgo nemmeno che zoppico lievemente a sinistra.
Però, ogni volta che mi debbo spogliare per fare l’amore con un uomo che mi piace, serro gli occhi e prego. Si, prego. Io che non conosco la fede. Io che non credo in nulla. Prego: Fa che lui non le veda. Fa che per lui non esistano.
Ben difficilmente sono stata ascoltata. E allora muoio di vergogna vedendo i loro occhi allontanarsi da me, dal mio corpo. (Urla)

(Si risiede sulla sedia, verso il pubblico, le mani a coprirsi il volto).
(Sommessamente)
L’ultima che volta che ho fatto l’amore, credo fosse dicembre o forse gennaio, in una fredda e anonima stanza di hotel lui sussurrò: spegni la luce. Io l’accontentai.

Sipario


Dialogo tra un Lui ed un forse Lei

Pubblicato: 17 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Lei: E’ chiaro. Lo fa apposta. Sa che non tollero i ritardi. Sa che devo riprendere il lavoro tra meno di un’ora. Sa tutto, ma ritarda!!!!

Lui: Eccomi! Paura che facessi ritardo è??

Lei: Facessi? Piantala. Siediti !

Lui: Svegliata male…

Lei: Allora, le hai portate?

Lui: Forse…

Lei: Come forse? O le hai o non le hai!!! Senti, non ho voglia di giocare, sono in ritardo, sono forse mestruata e sono nervosa. Basta?

Lui: Forse…Ok, ok.. eccole qui. Tutte scattate vicinissime.

Lei: Non può essere, hai preso solo lei. E lui? Che fine ha fatto? Mi dici che me ne faccio di foto dove
c’è solo lei?

Lui: Io credevo che volessi solo sapere come era…

Lei: E secondo te per esserne certi è sufficiente avere solo lei? Dio mio, cosa ho creato….

Lui: Mamma….

Lei: Mamma un corno!!!! Sai quanto ci ho investito? Hai una minima idea? Mi costa la bellezza di 10mila euro. Vuoi che te lo ricordi?

Lui: Lo so.. e stai facendo tutto questo per me…

Lei: ESATTO!

Lui: Mamma…

Lei: Adesso tu torni lì e fai quello che ti dico io. Voglio sapere come è lui. Quanto pesa, quanto è alto, quanto è pazzo e quanto mi costerà, è chiaro????

Lui: E’ piccolino… come deve essere… ed è abbastanza matto per rischiare…

Lei: VOGLIO LA FOTO!

Lui: Va bene…

Lei: E’ tra solo una settimana. Se andrà tutto bene, avrai il tuo appartamento in centro, ma se va male…io e te finiremo ad essere il tiro a segno del lunapark, è più chiaro così?

Lui: Sì, ma…

Lei: Ma..?

Lui: Ma….pensavo che avrei potuto farlo io…

Lei: Cosa???? Tu??? Non essere ridicolo, sei lontano anni, ma che dico: secoli! Ho puntato tutto per cui evita di dire sciocchezze e vedi di farmi avere quello che ti ho chiesto

Lui: Va bene..

Lei: Allora: Ci vediamo all’Ippodromo sabato, assicurati che questo cazzo di fantino faccia quello che gli abbiamo chiesto, che la cavalla sia quella della foto e smettila di chiamarmi Mamma! Non sono tua madre, sono solo Vanessa ex Guido: tuo padre. Chiaro???

Lui: Chiaro.

Buio.