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FRATTALE DI UN AMORE SURREALE

Pubblicato: 22 maggio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Stamattina mi sono alzata con un misticismo intatto.  “I libri non ti danno la felicità però ti rimandano ai segreti di te stesso… quello che mi lascia proprio senza fiato sono i libri” (HH.JD.)
Le voci dei miei uomini sussurrano ad ogni risveglio. Dolci richiami o ferite sanguinanti.
Forse un giorno smetterò di cercare un padre col quale risanare ferite.
Forse un giorno non avrò più bisogno di mia madre e smetterò di essere figlia.
 
“La vita di un poeta non è che una lunga assenza: egli è altrove” “nel labirinto della sua ambienza”
(PB-MP), artefice benefico di ponti interrotti dove si incastrano architettura bizzarre e fantasiose e la poesia prende vita come una maledizione doc, ci sono spazi che esistono a prescindere da noi, luoghi abitati di emozioni e di pensieri che nessuno ci può togliere: l’assenza è questo spazio per eccellenza: l’assenza ci appartiene, incorporea compagna, viaggiatrice instancabile sul tempo lineare delle emozioni o sull’uroboro stagnante della solitudine
 
“Io non credo in quei poeti dalle cui menti, si dice, i versi prorompono già compiuti, come dee corazzate. Io so quanta vita interiore e quanto sangue rosso vivo ogni singolo verso genuino deve aver bevuto, prima di poter alzarsi in piedi e camminare da solo”, anche io lo so, caro Herman
 
 
Controllo la pancia per vedere se è abbastanza piatta per poter indossare pantaloni attillati e se il seno è abbastanza sodo per poter indossare una blusa scollata. La pancia non è mai abbastanza piatta e il seno mai abbastanza sodo ma indosso lo stesso pantaloni attillati e blusa scollata.
Cerco di svegliarmi bevendo caffè denso mentre leggo i versi densi di Jodo.
Tra un po’ anche lui morirà senza sapere quanto ha significato nella mia esistenza,
 
“…hai edificato i miei sogni
trapassando l’abisso fino a trasformarlo in torre,
terrazza senza corona dove il sole affonda
e mi obbliga a riceverlo
trasformato per sempre in luna.”
 
 
(Gondwana ha lunghi capelli biondi e occhi in cui si riflette il mare, lo sguardo assente e la mente persa ad inseguire dimensioni parallele in cui i sogni vivono di vita propria)
 
 
 
D’ora in poi sarò la montagna. Non farò più un passo verso nessuno. Non è poi tanto brutto stare con sé stessi e basta.
 
“La vita non è ciò che ci accade ma ciò che facciamo con quello che ci accade” (FV.)
 
Spesso mi sono addossata colpe che, col senno di poi, ho visto di non avere. Ci sono eventi che si ricreano senza portare da nessuna parte. Non ho più voglia di spiegarmi, non ho più voglia di capire,
non ho più voglia di amare. Dialoghi sterili in cui si parlano linguaggi diversi senza comprendersi, fughe vigliacche, emozioni abortite, freaks, ombre deformi, creature dell’id che creano mondi in cui proiettare la loro mostruosità.
 
(Marta pensava ad alta voce, spazzolandosi i lunghi capelli ribelli e perennemente scomposti.
Dopo la spazzolata il risultato non era gran che migliore.
La calura estiva la spossava e la rendeva più insofferente. Sentiva il sangue affluire tra le cosce con improvvisi sgorghi, come ferite che si aprivano e si chiudevano in continuazione, in quel momento odiava: un odio puro e scintillante che faceva scomparire con la sua luce i contorni di tutto ciò che la circondava.)
 
 
Invecchiare deve essere la nostra opra d’arte più riuscita. Così sostiene Hillman. Io ci sto provando.
Scruto tra i miei “vecchi” ogni atto coercitivo a cui solo l’età ti spinge. Una paura della morte e della solitudine che ti focalizza su un nodo di egoismo invadente e invasivo.
Non riesco ancora a capire se si perdono gli interessi o se la necessità di vivere sopraffà tutto il resto.
 
Carico di sogni anche la vecchiaia. Cerco di depositare nello sguardo ogni emozione da rileggere tutte le volte che mi sentirò già morta.
Confesso che ho vissuto, confesso che ho vissuto confesso che ho vissuto
Mi risuona nella testa questo verso di Pablo, non è facile confessare di aver vissuto. Di aver preteso la vita e combattuto per averla.
 
Frattali di sentimento
cenere inquieta,
polvere di Cantor
infinite volte scissa.
 
“Un frattale è una figura geometrica in cui un motivo identico si ripete su scala continuamente ridotta.
Questo significa che ingrandendo la figura si otterranno forme ricorrenti e ad ogni ingrandimento essa rivelerà nuovi dettagli. Contrariamente a ogni altra figura geometrica, un frattale invece di perdere dettaglio quando è ingrandito, si arricchisce di nuovi particolari.”(EP.)

 
L’onda magnetica della malinconia si impiglia arrestandosi tra le onde di Einaudi
 
(Giacomo, quando completerai il tuo alfabeto e la smetterei di salire sugli alberi per essere Cosimo, il barone rampante? La mamma di Giacomo guardava con apprensione il figlio così abitato dal bambino interiore e così adulto. " E’ necessario restare bambini pur essendo divenuti adulti"….
E’ necessario recuperare la spontaneità, la creatività, la fantasia per equilibrare un mondo adulto spesso svuotato,in cui viene a mancare l’entusiasmo, in cui non si sa godere del qui ed ora”)
 
“un migliore amico dovrebbe almeno essere una persona con cui vai a bere fuori, con cui parli e cazzeggi,una presenza solida nella vita di tutti i giorni e con cui hai delle affinità.
Tu sei una persona con cui è facile sviluppare un feeling, sei tu che lo permetti, strano che tu non abbia già un migliore amico”(VL)
 
La paura che tu scompaia improvvisamente c’è sempre ma per quello sarà la vita a decidere.
 
 
  • Due persone possono andare d’accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine. Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto e nessuno può avvicinarsi troppo all’altro senza abbandonare la sua radice, cosa peraltro impossibile. I fiori effondano il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente perché il seme giunga nel posto giusto; tocca al vento che va e viene come vuole. (HH.)
 
 
“Avevo paura dell’elefante bianco e non volevo assolutamente litigare con lui. Mi distraeva di continuo, facendomi dimenticare gli appuntamenti. Avevo il suo nome continuamente in mente e spesso ero costretta a mordermi la lingua per paura di nominarlo all’improvviso. Arrivavo alla sera sfinita e la testa mi pesava come un macigno.”
 
“questo è lo stato di chi è turbato da sé stesso, non certo quello di chi sospira sulla riva….”
 
Vorrei sospirare sulla riva…non importa quanto aspetti ma chi aspetti
 
 
 
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Capolavoro

Pubblicato: 10 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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State leggendo un Capolavoro

…il Vostro!

 

Sogni sottili come carta si sono inseguiti

Volteggiando tutta notte

Atmosfere svagate

E piccoli drammi familiari

Proiettati con tremolanti immagini

In bianco e nero

Su un telo di mussolina

 

Al risveglio attraverso le gelosie

Si vede un chiarore liquido e lattiginoso

Giallo come la candeggina

Seguito da un blando tentativo

Di resistere alla forza di gravità

Finito nel nulla

Il tempo che scivola indisturbato

 

Un’ombra nuda sul muro

Movimenti ripetuti ostinatamente

E il sangue caldo e vischioso

Che scorre al ritmo di parole non udibili

Se si chiudono di nuovo gli occhi

Rimane un sottile strato

Fatto di ceralacca e caolino

Sacro Cuore Freak

Pubblicato: 1 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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I suoi denti d’oro

Se qualcuno me lo chiedesse

E’ questa la prima cosa che mi verrebbe in mente di lui

Il sorriso grottesco

Che illuminava chi gli stava di fronte di un bagliore osceno

E il fiato corto per quel cuore di maiale che

Chissà perché

Pensava gli battesse forte nel petto

Mi raccontava di come appena sveglio

Al termine di una notte di sonno senza sogni

Appuntava in versi tutto ciò che gli veniva in mente

Su un libricino che portava sempre con sé

E che lui andava dicendo

Avrebbe fatto resuscitare i morti

Novello Gesù Cristo di cui peraltro

Teneva una valigia piena zeppa di immaginette del Sacro Cuore

Nascosta gù in cantina

Ricordo il giorno che me ne andai  

Sotto il piccolo ombrello nero dal manico d’osso

In una pioggia battente

Iniziò a leggermi con voce poderosa quei versi strampalati

Nella stazione quasi deserta le sue parole

Rimbombavano come nelle volte di una cattedrale

E lui continuava a leggere imperterrito anche quando

Mentre il treno partiva

Agitavo la mano per salutarlo

Mezzo busto fuori dal finestrino

E nei suoi occhi grandi da sempre spalancati sul mondo

Scorgevo una luce nuova che mai avevo visto prima

Biondo cenere

Pubblicato: 11 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Tua moglie si rinchiude nella stanza di fianco

Nuda e con il filo del Tampax che le penzola tra le gambe

La guardi trascinarsi dietro le sue imprecazioni

Il sottile collo bianco deformato dall’ira

Mentre una musica per aeroporti in sottofondo

Cerca di attutire l’impatto delle parole

E il rumore del traffico ronzante come uno sciame d’api

Per un momento appari riflesso nel vetro

Due buchi neri al posto degli occhi

Apri la porta e la raggiungi

Tanfo di brutti ricordi e sangue marcio

I pensieri che si accavallano in maniera disordinata

Il tuo braccio destro descrive un ampio movimento circolare

Prima di colpirla violentemente sulla parete occipitale

L’effetto immediato è quello di metterla a tacere

Svenuta per terra con le gambe spalancate in maniera oscena

Ti viene voglia di spingere dentro con forza quel Tampax

Fino a farle soffocare la vagina

Ti inginocchi per guardarla bene da vicino

Intorno alla bocca rossa la pelle è scavata

Da piccole rughe di espressione

I capelli biondo cenere arruffati

Coprono la fronte spaziosa

Vai in bagno e prendi il rasoio

Prima di immergerti riempi la vasca con acqua calda

Le ultime parole le scrivi su un foglio di carta bagnata

il poeta di Kobal

Pubblicato: 29 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Una volta in una mezzanotte sciatta, mentre con la mano destra grattavo uno spicchio di mento, quasi morendo, con la testa china sentii un leggero picchiettio alla finestra, come un fetta di pane con sopra marmellata, mossi lentamente il sangue per divenire più denso di quello che ero e mi affacciai dalla vetrata. Gli alberi con le foglie sembravano spegnere le stelle, come grossi orologi dritti coprivano il tempo e solo il fantasma di ciò che proiettavano sembrava vivo. Febbrilmente volteggiavano i rami sulle spire del vento e mai arrivava il mattino a quietare la mia stravaganza nel vedere storte penombre animarsi. La gola scendeva sul fruscio purpureo della notte, mi riempiva di vocali stonate che rinvenivano nell’alzarsi della luna, sempre più alta, con un giallo paonazzo incredulo di se stesso. Nell’ansimare di ogni vena, vi era tenebra e nulla più, non una lucciola riempiva di scorte il freddo che dirompeva. Scrutando in quella profonda caverna, fatta di umide scolature, rimasi a lungo fermo, udendo sogni che nessun morto raccolse nella sua pacatezza. La mia malata fantasia sorrise, accompagnandomi sul tappeto, sulle rive di un mare che non aveva maree per riemergere – tutto si corrompeva dentro, le ali di un uccello granelli di una stoffa addormentata nel suo grembo, niente poteva ricomporre il senso, d’altronde l’aria già sabotava il polmone e il suo respiro. Le matite erano lame che attorcigliavano i tendini sulle ossa, come delle piccole amache tirate da un palo all’altro, ed io ero il peso sospeso nella gravità del loro regime. Miriadi di versi annegavano nelle mutande, coriandoli di un carnevale cominciato senza le sue maschere – appollaiato sul busto, cominciai a percuotere le costole sulle ginocchia, il pulsare della notte mi parve profumato, come il fiore che passeggiava con morbidi passi sulla mia schiena abbozzata. Dal foglio accartocciato nella mano sanguinante uscii Kobal, principe dell’arte, demone di un inferno pieno di seni da leccare, con un mantello dal colore bruno tese un’ombra che prendesse il mio posto. Non si alzò più da lì quella chiazza nera, né vidi mai più la mia intera figura – non c’era più niente su cui pregare, solo una finestra con delle gocce di sonno appese nelle intercapedini.

Asilo

Pubblicato: 19 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Qui c’era una pallina, di carta colorata
che si intonava agli occhi, alla barba
al libro sulle gambe
e il cielo bussava alla porta
colorando il corridoio e tutti quei muri

qui c’erano quadretti e matite
e vento sulle foglie
verdi verdi
le mani infilavano la terra
sminuzzando l’anima insieme a lumachine

qui c’è un aquilone, nell’acqua
non si muove.

super8

Pubblicato: 15 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Gli occhi rossi per il sonno

Ho guidato tutta notte sotto una luna cattiva

Canzoni gospel e talk show radiofonici a farmi compagnia

Seguo le orme di passi sconosciuti sino al bar della stazione di servizio

E una volta dentro

Accarezzo l’idea di saltare la fila mettendomi a sparare

A bruciapelo

Giro un super8 nella mia testa

E vedo tutta la scena fotogramma per fotogramma

Quasi che fosse un film americano

La cameriera mi sorride

Il bianco perla dei suoi denti finti

Mal si combina con la divisa da lavoro

Non abbiamo nemmeno più il coraggio di dirci queste piccole verità

Butto giù il caffè

Acqua calda polvere e terra di piantagione mi si mischiano in bocca

Poi con voce ciancicante

Dico qualcosa sulla prossima volta che capito da queste parti

Esco

Un sole giallo piscio mi guarda da un cielo di marmo

Difficile dire se la libertà abbia delle regole

E quale sia il prezzo da pagare

Faccia di porcellana

Pubblicato: 8 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il mio linguaggio scassato e osceno

Ti aveva sempre creato dei problemi

Non sopportavi che passavo le notti a scrivere

Su quel vecchio divano consunto e pregno di umori

Invece di starti accanto in completa adorazione

 

Ti piaceva uscire al tramonto in giardino

Discorrendo inutilmente con un bicchiere in mano

Quando io invece non sprecavo una sola parola

E bruciavo dentro in attesa del particolare

E mentre tu scambiavi il mio fuoco invisibile per inadeguatezza

Io osservavo le cose a fondo

 

C’era una luce arrugginita quel giorno

E una falla in cielo al posto del sole

Ora ricordo la mia lama che affondava nelle tue carni

Per vedere se era vero che dentro avevi un’anima

La tua faccia di porcellana sorpresa e spaventata

E il fragile silenzio che dopo mi avvolgeva

E ricordo bene che tre giorni dopo

Tu facevi i vermi sepolta dietro al roseto

 

Moquette rossa e origami

Pubblicato: 4 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Una lampadina appesa al filo

Luce tagliente come il collo di una bottiglia rotta

Sul pavimento moquette rossa e origami

Insetti di carta che ti fissano immobili

Il pranzo e la cena serviti immancabilmente nelle tazze da tè

Porcellana modellata con zelo da abili mani inglesi

Tanta Santa Irrequietezza e ironia bonsai

E una macchina da scrivere mai ferma

Battere sui tasti dicono può creare dipendenza

Una volontà tradita

Bisogna imparare per gradi ad accettarne le conseguenze

Dopo un po’ la carta carbone

Ti lascia delle macchie sulle dita che non vanno più via

Al buio di notte in attesa di un sonno senza sogni

Sembrano splendere nel loro blu elettrico

Discorrendo di botanica con il portiere di notte

Pubblicato: 11 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il vento soffiava forte alla “Nostra Signora della Neve”

Su nella camera del cedro

Squarci di luce ferivano l’oscurità

Che avevamo creato intorno a noi

Mentre tu mi sussurravi di come

I mulinelli che il latte forma nel caffè

Possono essere descritti con equazioni matematiche

Io ordinavo al servizio in camera

E lasciavo i vassoi fuori dalla porta 

Costruzioni sbilenche e vacillanti che nessuno aveva il coraggio di toccare

Poi scrivevo la nostra storia sui muri con il tuo rossetto

E discorrevo di botanica al telefono con il portiere di notte

Sino a quando un giorno non ci hanno buttato fuori

Solo perchè recintavo la nostra stanza con il filo spinato

Sostenendo che fosse quello l’unico modo

Per tenere lontano i malintenzionati dalla nostra proprietà

ControTempo

Pubblicato: 5 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Non mi chiedere quando si sverna sui fili
stesi
ad asciugare
mancano lenzuola e quotidiani
inneschi
sui cortili
dove i bambini caricati a salve
si sfiorano in reciproche domande
il resto lo sappiamo

noi che andiamo rovesciando gli indirizzi
fra le pagine smunte di un settimanale
articolando alternativamente le dita di ogni mano
in lavatrice si smacchiano vecchie copertine
dagli orli imprecisati
sembrerebbe un giallo.

Nembutal di tanto in tanto

Pubblicato: 4 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Quel sapore di peperoncino e arachidi mi ha lasciato sconcertato

Un po’ come vedere qualcuno parlare il linguaggio dei segni con un cieco

Li’ all’angolo c’è il magnaccia che assolda tutte quelle checche depilate e le mette per strada

Uno come quello dovrebbe stare allo zoo dico sempre io

Cammino veloce il mio Burroughs sotto braccio

È che se poi mi prendono per tossico non so cosa farci

No guarda io non fumo non mi faccio

Al limite qualche Nembutal di tanto in tanto

Quando proprio sono giù

Alla fermata del bus c’è Molly che ascolta musica a occhi chiusi

Salto sul primo che arriva senza nemmeno vedere dove va pur di non salutarla

Una pioggerellina leggera fa appannare i vetri sporchi

Mi tocca fare tre chilometri a piedi per arrivare a casa

E per passare il tempo curioso guardando la faccia della gente che cammina

Prima di fermarmi a buttare giù qualcosa al pub

Accanto a me sto’ tipo sembra squassarsi dalle risate

È uno di quelli che chiama il barista per nome

Si gira anche verso di me ma io faccio finta di niente

Poi mi alzo e vado in bagno

Sui muri decine di numeri di telefono il paradiso di ogni tipo di perversione

Ne tiro giù a caso un paio non si sa mai

Se mi sento solo anche parlare un po’ può far bene

Arrivo a casa che sono le undici

Nel portone due si baciano e mi tocca rasentare il muro per non disturbarli

Me lei si accorge di me e quasi si mette ad urlare

Sarà che sono vestito di nero

A Didascalia del Vertice

Pubblicato: 28 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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…………………Voci di stracciati percorsi

~~~~~~~~~~~~~~ percossi
~~~~~~~~~~~~~~~ perfetti
~~~~~~~~~~~~~~~~ plastificati

da neuro-virtuali-chirurghi,

~~~ neo demirughi
~~~~ neon astri
~~~~~ NEONATI
~~~ timbrano ossessione
~~ D’APERTA GABBIA
~~~ dov’è apparente
~~~~ LA VIA DI FUGA

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ lattea
lirica
~~~~~~~~~~~~~~~ logica

oniricamente presente
in overdose nei campioni
~~~~~~ distillati da mente eletta,
~~~~~ lastricata di trappole
a catturar giacinti

~~~~~~~~~~~~~~~~~ GIOCOSI
~~~~~ GINNICI
~~~~~~~~~~~~ GYNOIDI

apparenza pulsionale
~~~~ d’onda
~~~~~~~ radio
in morso intermittente
~~ a stigmatizzate tele

~~~~~ da impertinente lama
~~~~~~ forse tibetano
~~~~~ forse spada

o forse semplicemente
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~ L’AMA
~~ senza essere
~~~~~~~~~~~~~~~ pescatrice
~~~~~~~~~~~~~ di perle
~~~~~~~~~ forse
senza essere,

UN ANNO CHE NON C’E’

~~~~~~~~~ al vertice
~~~~~~~~~~~ dell’Immobile
~~~~~~~~~~~~~~ Impossibile.

Discendendo

Pubblicato: 23 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ottenebrava ogni suo desiderio per via di quella stupida cecità mentale che si ritrovava a causa di una semi-infermità mentale e motoria che lo teneva costretto a letto in compagnia di due flebo e di tre infermiere private rumene che sapevano come rianimarlo in caso di mancanza di ossigeno.
Lo choc fu grande per quest’uomo e presumibilmente un
L’incidente avvenne qualche anno prima nell’abitato di Bagnacavalla. Luigi era in sella alla sua bicicletta Colnago, firmata Moser dipinta di rosso e di nero. Un bell’esemplare di bicicletta da competizione semi-professionistica di cui Luigi andava fiero.
L’unica peculiarità che aveva quel mezzo di trasporto era la mancanza della sella e del manubrio sostituiti per l’occorrenza da un po’ di paglia e da un paio di raccordi a gomito di quelli usati nell’idraulica.
Percorreva la strada duecentocinquanduemilaetrecento, una mulattiera della prima guerra mondiale senza asfalto ne sassi. Un fossato circondava tutta la carreggiata e dentro a quel fossato, in quella stramaledetta giornata di fine agosto, Luigi precipitò dentro dopo aver sbandato per oltre dieci chilometri. Era in preda all’alcol, o meglio l’alcol lo aveva depredato completamente fino ad annebbiargli la vista.
Sotto quella strada c’era un deposito di auto usate abbandonato da anni. Vi erano auto di tutti i tipi e di tutte le marche e cadendo a pancia in su il malcapitato riuscì a scorgere il cielo limpido e il sole che bruciava tutta la sterpaglia intorno a quel perimetro di terra.
Stramazzò su una Bentley del cinquantacinque tutta cromata. A quell’epoca Luigi era un chaffeur, l’autista accompagnatore di un grande uomo d’affari della provincia e quell’auto l’aveva guidata per molto tempo. Lampi di luce e ricordi appassiti di un tempo che non sarebbe mai più ritornato.
Un tonfo e tutto il buio del mondo ricadde su di lui.
Una sirena lo stava trasportando in ospedale, era una sirena bianca e rossa e con due occhi blu che lampeggiavano nel tramonto.
L’effetto della mistura alcolica non era ancora scemato ma Luigi sapeva che non avrebbe più rivisto quell’auto, ne tantomeno la sua sgangherata seppur luccicante bicicletta.
Tutto sfumò in evanescenti colori gialli e azzuri, viola e rossi e dieci o più mani lo stavano toccando, e dieci e più occhi lo stavano osservando, studiando dall’alto. Lui cosi piccolo e cosi minuto, gli altri cosi troppo alti e cosi troppo stronzi.
Avvertiva dolori e spasmi muscolari ovunque, le sue ossa come la sua salute si spezzarono in due. Voleva ritornare alla sua baracca nel campo, la sua bella casa arredata in stile neo-barocco, imbiancata di fresco, con le tendine canadesi e la stube di madreperla.
Il suo posto era là, tra i confini dei suoi ricordi più cari e la dura realtà di una vita sacrificata in fonderia e tra i rottami.
Cosa rimaneva a Luigi se non che un letto d’ospedale, chili e chili di cerotti e di bende e due gessi e una cura per disintossicarsi dall’alcol.
Dimenticavamo le tre infermiere rumene rispettivamente di ottanta, novanta e cento anni arzille come poche se ne trovavano nei paraggi e pronte a far resuscitare qualsiasi degente passasse per quelle anguste porte.