Posts contrassegnato dai tag ‘specchi’

Presto, presto, l’incanto è…

rim_asto intatto:

ha fottuto un sogno

-insider trading

dentro a un quadro sullo sfondo-

giumenta sul pendio

d’intel pentrino

core duo a 2

cede il passo al lume:

adesso  va a petrolio,

corre.

 

Stirare a indovinare

-stirene pone

 il cuore sull’asse-

Ci passa

l’appretto.

 

Ruota Cecco

pavone col colletto

Beppe

il suo tormento d_oppio…

 

E in parolalia d’amore

mobile piuma

fa bersaglio il verso

-non abbiatevene a male

non è prerogativa animale-

se ne producono ancora

di versi

 

 sparita sparuta

 vaporosa di rugiada

-asino da biada

solitudine s’aggira-

bigio un  dolore greggio

 

allocuzioni di gramaglie

allocano drappeggio dello strazio

sbalordito da pianezze a due

piazze sublimate

subliminali di pizzo raso estorto…

 

che di nude finezze

digrigna i lembi corti

ferri e tanto altro

al metro s’offre

(di fattezze)

stagnando un pannolone pieno di pensieri morti

volteggia l’encefalo ormai fradicio di greggio”

di sacrale

non restano che  i decubiti

 

si effetto serra

da termovalorizzatore

onirico

quadro quadrato

con  annessa nota

 impresa in calce

quantificarne il risultato

 

su quell’epitaffio loffio di parole smesse

formiche fornicano nel nulla

a più non posso

ed è un buon segno.

Fumata bianca da blogger…in cat_artico silenzio.

Un’ora di puro delirio…sperando non offenda.

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Capolavoro

Pubblicato: 10 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , , , , , , , , , , , ,

 

 

 

 

 

 

 

 

State leggendo un Capolavoro

…il Vostro!

 

Stupore sgretolato

Pubblicato: 28 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, ,
 
 
Un vuoto di parole
E quel che è stato muore.
 
L’ultima alternanza dei disguidi
Mentre sfollo l’inginocchiatoio delle serpi
Ai prossimi predoni accumulati
Gloriandomi bugiarda a questua smessa
 
L’esile cellula dei rinsavimenti
Credo
O forse l’estrazione arata
Di un dente inesistente
Giustiziato verbo fra gole di perdono
 
Insiemi transitori e labbra omologate
 Quando il vento derideva a riversare
Scenari di preghiera.
Rilanci di partite perse e vinte
Concesse, credenze speculate
 
Un battito pedante ancora
Repellente e moribondo:
L’eco inaridito del dimesso livore
Per omaggiarti stupore sgretolato
Fuga celestiale agli epitaffi
 
 
26 aprile 2007

dei

Pubblicato: 16 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, ,
 
Ricordo di una nebbia labile
che spargeva fra le tende l’ingordigia;
un’abrasione piccola fendeva il suolo alleggerito
rizzandomi le spalle in derisione.
Poi un guanto e una cesoia fine
insanguinata di giornata.
Mani tozze, forse incollerite
pigiavano la fame e lei moriva;
mancava lì e smetteva
fino all’ombra
dove sotto la pelle si bruciava.
Il pane:
come un ceppo sradicato
imponeva fra le mani denti a parte
disperandosi spugnoso,
assoggettato.
Poi confluiva la luna a rassodare
e albergata bussava la ripetizione;
l’anamnesi sbalordita
da saldarsi
granulo di vetro da ingoiare.    
Le piogge, fuori, ambivano invidiose
copiando pece in corrosione
per fibre srotolate da ossidare.
Il tavolo, dall’alto
m’incensava ammutolito
mentre inforcavo con le dita quel sapore;
e il calice versato più è tornato
neppure a sigillare la ferita.   
 

Pubblicato: 4 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , ,

…sapeva leggere i pensieri della gente, sempre, anche senza impegno, senza corrugare la fronte o assestare gli occhiali sul naso. Sapeva, fin troppe cose, in ogni istante di vita sociale, miriadi di messaggi affluivano come fiumi gonfi e limacciosi nelle sue anse cerebrali.

Era una situazione insostenibile: in ogni volto, nascoste tra i fiocchi di sapone morbido e profumato, si nascondevano schegge di ferro arrugginito; ogni uomo cerca nell’esistenza altrui una purificazione o, se gli occhi altrui non permettono di scorgere i fondali cristallini, almeno un abbraccio morbido senza fine. A lui questa doppia possibilità era stata preclusa per un eccesso di qualità nel concepimento, era stata disconosciuta la clausola della creazione dell’essere umano potenzialmente felice: questa clausola consisteva in un semplice metodo di produzione da seguirsi in caso di procreazione, produrre meno connessioni dei componenti da connettere, utilizzare circuiti lenti, in grado di ovviare al corto circuito del tempo reale, estremamente nocivo per la mente dotata di cuore. Purtroppo nel Suo Giorno fu indetto uno sciopero bianco, tutti i tecnici dei reparti seguirono la normativa in modo preciso, senza scostamenti dalla norma. Nacque l’essere infelice, in grado di definire in ogni istante, con estrema precisione, i confini della propria immagine riflessa nella stanza degli specchi…

La Blatta

Pubblicato: 2 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , , , ,

"Passo ore davanti al pc perché il mio mestiere è fingere di lavorare. Non so esattamente perché mi abbiano assunto e non sono sicura che in azienda esista qualcuno che ne abbia un’idea, seppur vaga.  Quello che so è come fare per non avere problemi. Sto seduta più che posso, sorrido a chi mi saluta e dissimulo le frequenti pause sigaretta o caffè grazie al semplicissimo e celeberrimo trucco del foglio in mano: se tieni in mano un foglio, possibilmente non bianco, ma va benissimo anche una cover di fax, puoi essere sorpresa a chiacchierare con chiunque, in qualsiasi corridoio, in qualsiasi settore della società e nessuno (ma davvero, nessuno!) potrà mai dirti niente, perché così facendo insinui nell’altrui coscienza il ragionevole dubbio", racconto del mio lavoro a mio padre, così, senza pause (ribadendo il concetto tre volte fino a che non lo vedo assentire, vizio genetico che non sono ancora riuscita a sradicarmi), un venerdì pomeriggio mentre il sole che si infila tra le persiane ci illumina le mani appoggiate sul tavolo, in cucina.
Lui ride e scuote la testa incredulo. Io ovviamente sto esagerando: la tattica del foglio non la uso quasi mai, perché la trovo ridicola ma quando la vedo applicata dagli altri devo dire di riconoscerla una tattica efficace.
"Ma come è possibile?". Mi chiede.
"Eh, non lo so", dico, ma ricordandomi che lui non sa niente di niente del mio mondo lavorativo, senza paura di essere smentita, butto lì un: "Vedi, la causa sta nella struttura a livelli: dal vertice non si arriva a scorgere l’attività dei servi della gleba." E con le dita faccio perversamente il gesto di virgolettare “servi della gleba”, che so lo farà intimamente innervosire perché infastidisce anche me vederlo fare.
"Le figure intermedie", proseguo, "hanno come unico scopo quello di poter far figurare sul proprio curriculum che gestiscono il numero più alto possibile di risorse umane (sì, sì, usano queste parole e non se ne vergognano neanche… io sono una risorsa.. umana! Ci sono i cespiti e ci sono le risorse). Quindi: più risorse umane = più prestigio. Tendono così a riempire gli uffici di gente che poi si ritrova per la maggior parte del tempo a non aver altro da fare che sfruttare l’Adsl aziendale".
"L’Addiesse….?", mi chiede mia madre sorridendo, ma già l’ha intuito che si tratta di Internet, questo sconosciuto. Senza aspettare risposta ci mette davanti il caffè e mi chiede se li voglio, i biscotti.
Naturalmente non li rifiuto. Questo venerdì sono i biscotti allo zenzero quelli che vendono all’Ikea e io li adoro.
Si siede e la guardo: è appena tornata dal parrucchiere ed è truccata. La trovo bella e glielo dico. Ha gli occhi verdissimi e mi sembra tranquilla. Lei, come da copione, si schermisce. "Sono ingrassata", dice e guarda di lato. Con la mano sinistra si scosta i capelli biondi (tinti) dalla fronte.
Mi chiedo cosa provino loro, che si sono schiantati di fatica anni e anni, ad ascoltare una che racconta divertita di percepire uno stipendio senza dover fare un vero lavoro. Forse tirano mentalmente un respiro di sollievo nell’apprendere che alla loro figlia non è capitata in sorte la loro stessa sventura o forse trabocca loro la bile, al pensiero che c’è gente che ha la vita così facile.
Io spero che loro ne siano contenti anche perché è proprio per questo che vado a trovarli il venerdì pomeriggio: per far loro vedere che tutto fila liscio, che sto bene, che sono felice.
Credo che se la bevano, anche perché studio accuratamente il mio look quando esco la mattina, se è giorno di ‘visite’. Non vorrei mai che mia madre mi trovasse sciupata o imbruttita. Si angustierebbe per giorni scovando segni di infelicità dietro a un trucco un po’ sfatto o ad un vestito un po’ scolorito.
Quel giorno io sono appositamente uno splendore: ho un vestito rosso che dissimula le magagne, tacchi alti e colorito abbronzato. I capelli mi sbarluccicano per via del nuovo balsamo alla seta. Sono perfetta e devo ammettere che mi madre ha in qualche modo ragione. L’umore influenza l’aspetto così come l’aspetto influenza l’umore. Quasi quasi mi sento davvero felice.
Spronata da mio padre, finisco finalmente di bere il mio caffè che ormai è diventato freddo a furia di girarlo (nessuno sa spiegarsi come mai io abbia la necessità di girarlo così a lungo prima di berlo) e mentre appoggio la tazzina sul piattino, suonano alla porta.
Mia madre si alza ad aprire e dice: "Sarà lo zio a quest’ora", fa ruotare la serratura e apre con un gesto veloce, sicura di trovarlo lì fuori. Strano però che non abbia suonato prima il citofono.
E infatti non è lui. Fuori dalla porta non c’è nessuno.
Mia madre si sporge un po’ per assicurarsi che non ci sia davvero personne sul pianerottolo. Dal punto in cui sono la osservo. Mio padre dà le spalle al salotto, io invece, dal tavolo a penisola, posso vedere tutto il soggiorno e la porta d’ingresso. L’appartamento dei miei è carino, ma non è molto grande.
Lei richiude la porta e torna verso di noi: "Uno scherzo", dice. Sorride ma è un po’ perplessa. Mentre sta per sedersi, di nuovo, suonano alla porta.
Il suono è prolungato. Troppo prolungato. E’ quasi allarmante.
Mio padre si alza nervoso, va lui ad aprire, con la voglia già di litigare con un vicino o con lo sconosciuto che si diverte con così poco. Quando tocca la maniglia il campanello sta ancora suonando. Nemmeno uno spiraglio tra lo stipite e la porta e il trillo cessa. Papà spalanca di scatto ma, sembra incredibile non c’è nessuno. Esce, guarda ovunque, si affaccia dal ballatoio per vedere se qualcuno, pur senza far rumore, stia scendendo le scale, ma non c’è traccia di anima viva. Non c’è una nicchia dove nascondersi: se qualcuno ha davvero suonato si è volatilizzato nel nulla.
L’unica spiegazione possibile è un cortocircuito. Mia madre dice che è il caso di chiamare un elettricista, mio padre le risponde andando a prendere la cassetta degli attrezzi. Se è un filo a fare contatto, può pensarci lui. Sale in mansarda e lo sentiamo rovistare dappertutto. Mia madre alza gli occhi al cielo e attacca con la sua tiritera sul disordine che alberga in quella casa. Io rimango seduta e appoggio il gomito sul tavolo e mi tengo la fronte con la mano in attesa che mio padre pronunci le sue battute imprecando che in quella casa non si trova mai niente e che mia madre gli nasconde le cose con la scusa di riordinare.
Ma ecco che è un trillo a salvarmi, a salvarci, dalle nostre miserie quotidiane. E’ un trillo breve, quasi allegro, vivace. Nuovamente è mia madre che va ad aprire sicurissima, questa volta, che sia mio zio.
No. Non è lui.
E’…è… una person…una cosa…nera. E gigante. Gigante e nera. Io … non ho idea di cosa sia…ha una corazza lucida e scurissima. Le braccia, le gambe…sembrano, sono …zampe.. sei zampe!. Enormi. Nere e coriacee.
Vedo mia madre indietreggiare lentamente, di un passo, gli occhi e la bocca spalancati.
Le urlo:"Chiudi!" mentre mi avvicino ma lei è come paralizzata; la vedo indebolirsi, non reagire. Sembrano chilometri i passi che mi separano da lei.
Grido: :"Papàaaa!" e lui si lancia giù, dalle scale di legno, spaventato dall’acuto che emetto. Scende giusto in tempo per vedere sua moglie trafitta dalla zampa superiore sinistra di quella…cosa… all’altezza dello stomaco. E’ orribile. Sentiamo il rumore che quell’artiglio acuminato fa, trapassandole il corpo. E’ il rumore di qualcosa che sguscia, di qualcosa di viscido che si spappola e sgocciola. E’ l’orrore. La cosa alza la zampa e mia madre si alza con lei. Guardiamo mia madre, la mia mamma, girarsi verso di noi. Sgrana gli occhi e piega la testa a sinistra. Sembra chiederci scusa. Un rivolo di sangue le esce dall’angolo della bocca e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi. Riesce solo a ruotare il polso destro ed alza debolmente un dito, come ad indicarci, o come a tentare di mantenere un contatto con noi, che stiamo lì impalati e impotenti a guardarla e a sentirla rantolare. Mio padre dice piano :"Anna", ed è la cosa più triste che io abbia mai sentito. Non so se piangere od urlare ma quando la bestia l’avvicina a sé e, con la bocca di cui prima non sospettavo l’esistenza, le strappa una spalla, mi decido per la seconda opzione. Cado in ginocchio e urlo, urlo tutto il mio orrore. Non credevo di avere una voce così potente. Al mio grido si unisce quello grave di mio padre. Il suo è un urlo privo di rabbia, perché lui è già oltre. Il suo è un ululato di sorda disperazione. Mi chiedo se sia possibile che sopravviva senza di lei e mi chiedo come posso tiraci fuori da questo guaio e come potrà mai sopravvivere mia madre con lo stomaco perforato e un braccio, quel braccio che ci aveva indicato, in meno. Ci si aggrappa a qualsiasi speranza pur di non dover affrontare tutto in una volta il dolore. Nemmeno quando inizio a distinguere il rumore della carne di mia madre masticata e ridotta in poltiglia da quelle fauci nere e schifose, riesco a capacitarmi che la sto perdendo.
Mio padre smette di urlare ed afferra una sedia e con quella inizia a sferrare colpi fortissimi all’animale alla porta.  La sedia era di ottima qualità, stile Luigi Filippo, in accordo con il resto dell’arredamento, eppure si rompe: ad ogni colpo salta via un pezzo, un frammento, una gamba. La corazza del mostro è più dura dell’acciaio. La bestia non sembra minimamente infastidita dall’assalto quando inizia a masticare la gola e poi la faccia di quel corpo senza vita che era stato di mia madre.
Non c’è più posto per l’illusione, per lo scarto che la speranza mette fra ciò che sembra e ciò che potrebbe essere. Mia madre è morta, divorata da una bestia nera e orripilante che non sono in grado di definire. Qualcosa di terrificante di cui nessuno di noi aveva mai nemmeno osato immaginarne l’esistenza.
Mia madre è morta.
Morta.
Ed io ero lì a guardare mentre succedeva e non ho fatto niente, niente. Sono stata lì ad ascoltare, in ginocchio, il rumore della sua pelle lacerata dalle mandibole di questo scarafaggio abominevole..
Guardo mio padre avvicinarsi alla bestia e lo vedo allungare entrambe le mani cercando di strappare quel che rimane di sua moglie dalla bocca di quel coso che ancora la sta consumando come un pasto. Come un pasto.
Un gesto istintivo, folle, ormai inutile ma che mi ricorda quello di Jacky Kennedy che d’impulso cerca di raccogliere materia cerebrale di John dalla carrozzeria dell’auto in corsa. E’ l’istinto di chi ama a livello delle cellule, non solo l’intero ma il particolare. Mi rapisce questo gesto e rimango a contemplarlo per una frazione di secondo. Poi, con lancinante angoscia, ritorno in me e mi accorgo del pericolo.
Com’era prevedibile il mostro, ora, attacca mio padre. Io davvero non ho più occhi per vedere (e, infatti, li chiudo), ma non ho nemmeno modo di proteggere me stessa dal sentire il suono secco che fanno in contemporanea le ulne, quando si spezzano.
Il dolore deve essere atroce. Dalla trachea di mio padre fuoriesce un mugghio allucinato che la viscida blatta soffoca con un risucchio nel momento in cui gli ingoia la testa, il cervello, i pensieri.
Io tremo, prego, impreco e spero che tutto finisca presto, che quell’abnorme scarabeo faccia in fretta ad inghiottire tutto il corpo di mio padre, senza scartare nemmeno una frattaglia, che deglutisca tutto, anche le scarpe perché non voglio, ti prego, non voglio veder resti quando aprirò gli occhi, mi avvicinerò alla fiera e le offrirò la mia testa.
Non mi sfiora assolutamente il pensiero di nascondermi, difendermi o scappare.
Io voglio morire. Non voglio esistere nemmeno un secondo di più, dopo che tutto questo è accaduto, dopo che l’Assurdità ha suonato alla mia porta.
Andrò in contro a questa bestia perché tutto collassi, perché sia lei stessa a liberarmi dal male che mi ha fatto.
Smetto di singhiozzare e mi metto in ascolto. C’è silenzio ora. Forse tutto è finito.
Apro gli occhi:
"Che ci fai lì, in ginocchio?"
Sulla porta non c’è più la blatta: c’è mia sorella che mi guarda e ride. Ha indossato il mio vestito rosso. Le sta davvero bene sembra fatto su misura per lei. Sembra un vestito anni settanta ed invece l’ho comprato settimana scorsa in Corso Buenos Aires. Fa un passo e dice: "Cos’è ‘sto schifo?". Si toglie la scarpa tacco sette e si ispeziona la suola. Con un’espressione semidisgustata e semidivertita saltella su un piede cercando di non perdere l’equilibrio e dice di aver calpesto un insetto.
Più la guardo più mi convinco che non sia mia sorella, anche se le assomiglia moltissimo. Mi accorgo che anche le scarpe che indossa sono le mie, sono quelle che ho comprato in saldo l’anno scorso. Sono quelle nere con la fibbia. Sono quelle che ho indossato stamattina. Come il vestito.
Quella lì che ride e saltella sono io.
Non appena me ne rendo conto mi alzo e furente e dico: "Dove sei stata?!?".
Finalmente lei si accorge che sono sconvolta, getta le scarpe in un angolo e mi abbraccia. I suoi braccialetti tintinnano e se li toglie. Si leva anche il vestito e lo fa cadere a terra.
Inizia, lentamente, a divorarmi dalla testa.

4quattro

Pubblicato: 4 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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La devo smettere
                     – smettere
                                di immettere –
vodka ghiacciata
                       
  tracannata a gargarozzo
                          e giù nell’esofago
                          centrifuga nello stomaco
                          a fermentare nell’intestino
                          ingravidando il fegato di una novella ulcera canarina –

quando il terzo brufen 600 mg  della giornata
tenta di sfiammare le mie pestilenze

 

Finisce sempre che mi viene questa maledetta voglia di piangere
come se fossi incinta di chissà qual genio di embrione:
    
rione uterino 
      grande piazza con planetario
     
palazzi di fibrosi
     e alberi cistici
    
 ristorante pessimo
      nicotina village

 

e piangere mi costa fatica di trattenimento
 
intrattenimento involutivo del pensiero
                                     ci vuole una mano che schiacci la testa 
                                              delle serpi che mi nascono da sotto la nuca
                                     e avvinghiano il collo
                                     lisce come gonne di seta
                                     forti come funi di navi –

 

La veglia non è una giumenta agghindata di fronzoli rossi 
         
                                          (pegni d’amore riscossi)
è un piede contorto
che inciampa in un orto
procurando l’aborto
di ogni promessa
fatta a me stessa
da quella donna riflessa
dentro lo specchio
                   del secchio
                      la luna omeopatica mi guarda
                            
non so cosa vuole
                            stesse zitta almeno
                            pensasse a smuovere le nuvole blu 
                            che le si stendono sopra                          
                           
come faccio io, con la vodka ghiacciata
                           col brufen per le mie pestilenze
                           non fosse per la voglia di piangere

                                                     nei   fazzoletti  ricamati d’amianto