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La Blatta

Pubblicato: 2 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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"Passo ore davanti al pc perché il mio mestiere è fingere di lavorare. Non so esattamente perché mi abbiano assunto e non sono sicura che in azienda esista qualcuno che ne abbia un’idea, seppur vaga.  Quello che so è come fare per non avere problemi. Sto seduta più che posso, sorrido a chi mi saluta e dissimulo le frequenti pause sigaretta o caffè grazie al semplicissimo e celeberrimo trucco del foglio in mano: se tieni in mano un foglio, possibilmente non bianco, ma va benissimo anche una cover di fax, puoi essere sorpresa a chiacchierare con chiunque, in qualsiasi corridoio, in qualsiasi settore della società e nessuno (ma davvero, nessuno!) potrà mai dirti niente, perché così facendo insinui nell’altrui coscienza il ragionevole dubbio", racconto del mio lavoro a mio padre, così, senza pause (ribadendo il concetto tre volte fino a che non lo vedo assentire, vizio genetico che non sono ancora riuscita a sradicarmi), un venerdì pomeriggio mentre il sole che si infila tra le persiane ci illumina le mani appoggiate sul tavolo, in cucina.
Lui ride e scuote la testa incredulo. Io ovviamente sto esagerando: la tattica del foglio non la uso quasi mai, perché la trovo ridicola ma quando la vedo applicata dagli altri devo dire di riconoscerla una tattica efficace.
"Ma come è possibile?". Mi chiede.
"Eh, non lo so", dico, ma ricordandomi che lui non sa niente di niente del mio mondo lavorativo, senza paura di essere smentita, butto lì un: "Vedi, la causa sta nella struttura a livelli: dal vertice non si arriva a scorgere l’attività dei servi della gleba." E con le dita faccio perversamente il gesto di virgolettare “servi della gleba”, che so lo farà intimamente innervosire perché infastidisce anche me vederlo fare.
"Le figure intermedie", proseguo, "hanno come unico scopo quello di poter far figurare sul proprio curriculum che gestiscono il numero più alto possibile di risorse umane (sì, sì, usano queste parole e non se ne vergognano neanche… io sono una risorsa.. umana! Ci sono i cespiti e ci sono le risorse). Quindi: più risorse umane = più prestigio. Tendono così a riempire gli uffici di gente che poi si ritrova per la maggior parte del tempo a non aver altro da fare che sfruttare l’Adsl aziendale".
"L’Addiesse….?", mi chiede mia madre sorridendo, ma già l’ha intuito che si tratta di Internet, questo sconosciuto. Senza aspettare risposta ci mette davanti il caffè e mi chiede se li voglio, i biscotti.
Naturalmente non li rifiuto. Questo venerdì sono i biscotti allo zenzero quelli che vendono all’Ikea e io li adoro.
Si siede e la guardo: è appena tornata dal parrucchiere ed è truccata. La trovo bella e glielo dico. Ha gli occhi verdissimi e mi sembra tranquilla. Lei, come da copione, si schermisce. "Sono ingrassata", dice e guarda di lato. Con la mano sinistra si scosta i capelli biondi (tinti) dalla fronte.
Mi chiedo cosa provino loro, che si sono schiantati di fatica anni e anni, ad ascoltare una che racconta divertita di percepire uno stipendio senza dover fare un vero lavoro. Forse tirano mentalmente un respiro di sollievo nell’apprendere che alla loro figlia non è capitata in sorte la loro stessa sventura o forse trabocca loro la bile, al pensiero che c’è gente che ha la vita così facile.
Io spero che loro ne siano contenti anche perché è proprio per questo che vado a trovarli il venerdì pomeriggio: per far loro vedere che tutto fila liscio, che sto bene, che sono felice.
Credo che se la bevano, anche perché studio accuratamente il mio look quando esco la mattina, se è giorno di ‘visite’. Non vorrei mai che mia madre mi trovasse sciupata o imbruttita. Si angustierebbe per giorni scovando segni di infelicità dietro a un trucco un po’ sfatto o ad un vestito un po’ scolorito.
Quel giorno io sono appositamente uno splendore: ho un vestito rosso che dissimula le magagne, tacchi alti e colorito abbronzato. I capelli mi sbarluccicano per via del nuovo balsamo alla seta. Sono perfetta e devo ammettere che mi madre ha in qualche modo ragione. L’umore influenza l’aspetto così come l’aspetto influenza l’umore. Quasi quasi mi sento davvero felice.
Spronata da mio padre, finisco finalmente di bere il mio caffè che ormai è diventato freddo a furia di girarlo (nessuno sa spiegarsi come mai io abbia la necessità di girarlo così a lungo prima di berlo) e mentre appoggio la tazzina sul piattino, suonano alla porta.
Mia madre si alza ad aprire e dice: "Sarà lo zio a quest’ora", fa ruotare la serratura e apre con un gesto veloce, sicura di trovarlo lì fuori. Strano però che non abbia suonato prima il citofono.
E infatti non è lui. Fuori dalla porta non c’è nessuno.
Mia madre si sporge un po’ per assicurarsi che non ci sia davvero personne sul pianerottolo. Dal punto in cui sono la osservo. Mio padre dà le spalle al salotto, io invece, dal tavolo a penisola, posso vedere tutto il soggiorno e la porta d’ingresso. L’appartamento dei miei è carino, ma non è molto grande.
Lei richiude la porta e torna verso di noi: "Uno scherzo", dice. Sorride ma è un po’ perplessa. Mentre sta per sedersi, di nuovo, suonano alla porta.
Il suono è prolungato. Troppo prolungato. E’ quasi allarmante.
Mio padre si alza nervoso, va lui ad aprire, con la voglia già di litigare con un vicino o con lo sconosciuto che si diverte con così poco. Quando tocca la maniglia il campanello sta ancora suonando. Nemmeno uno spiraglio tra lo stipite e la porta e il trillo cessa. Papà spalanca di scatto ma, sembra incredibile non c’è nessuno. Esce, guarda ovunque, si affaccia dal ballatoio per vedere se qualcuno, pur senza far rumore, stia scendendo le scale, ma non c’è traccia di anima viva. Non c’è una nicchia dove nascondersi: se qualcuno ha davvero suonato si è volatilizzato nel nulla.
L’unica spiegazione possibile è un cortocircuito. Mia madre dice che è il caso di chiamare un elettricista, mio padre le risponde andando a prendere la cassetta degli attrezzi. Se è un filo a fare contatto, può pensarci lui. Sale in mansarda e lo sentiamo rovistare dappertutto. Mia madre alza gli occhi al cielo e attacca con la sua tiritera sul disordine che alberga in quella casa. Io rimango seduta e appoggio il gomito sul tavolo e mi tengo la fronte con la mano in attesa che mio padre pronunci le sue battute imprecando che in quella casa non si trova mai niente e che mia madre gli nasconde le cose con la scusa di riordinare.
Ma ecco che è un trillo a salvarmi, a salvarci, dalle nostre miserie quotidiane. E’ un trillo breve, quasi allegro, vivace. Nuovamente è mia madre che va ad aprire sicurissima, questa volta, che sia mio zio.
No. Non è lui.
E’…è… una person…una cosa…nera. E gigante. Gigante e nera. Io … non ho idea di cosa sia…ha una corazza lucida e scurissima. Le braccia, le gambe…sembrano, sono …zampe.. sei zampe!. Enormi. Nere e coriacee.
Vedo mia madre indietreggiare lentamente, di un passo, gli occhi e la bocca spalancati.
Le urlo:"Chiudi!" mentre mi avvicino ma lei è come paralizzata; la vedo indebolirsi, non reagire. Sembrano chilometri i passi che mi separano da lei.
Grido: :"Papàaaa!" e lui si lancia giù, dalle scale di legno, spaventato dall’acuto che emetto. Scende giusto in tempo per vedere sua moglie trafitta dalla zampa superiore sinistra di quella…cosa… all’altezza dello stomaco. E’ orribile. Sentiamo il rumore che quell’artiglio acuminato fa, trapassandole il corpo. E’ il rumore di qualcosa che sguscia, di qualcosa di viscido che si spappola e sgocciola. E’ l’orrore. La cosa alza la zampa e mia madre si alza con lei. Guardiamo mia madre, la mia mamma, girarsi verso di noi. Sgrana gli occhi e piega la testa a sinistra. Sembra chiederci scusa. Un rivolo di sangue le esce dall’angolo della bocca e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi. Riesce solo a ruotare il polso destro ed alza debolmente un dito, come ad indicarci, o come a tentare di mantenere un contatto con noi, che stiamo lì impalati e impotenti a guardarla e a sentirla rantolare. Mio padre dice piano :"Anna", ed è la cosa più triste che io abbia mai sentito. Non so se piangere od urlare ma quando la bestia l’avvicina a sé e, con la bocca di cui prima non sospettavo l’esistenza, le strappa una spalla, mi decido per la seconda opzione. Cado in ginocchio e urlo, urlo tutto il mio orrore. Non credevo di avere una voce così potente. Al mio grido si unisce quello grave di mio padre. Il suo è un urlo privo di rabbia, perché lui è già oltre. Il suo è un ululato di sorda disperazione. Mi chiedo se sia possibile che sopravviva senza di lei e mi chiedo come posso tiraci fuori da questo guaio e come potrà mai sopravvivere mia madre con lo stomaco perforato e un braccio, quel braccio che ci aveva indicato, in meno. Ci si aggrappa a qualsiasi speranza pur di non dover affrontare tutto in una volta il dolore. Nemmeno quando inizio a distinguere il rumore della carne di mia madre masticata e ridotta in poltiglia da quelle fauci nere e schifose, riesco a capacitarmi che la sto perdendo.
Mio padre smette di urlare ed afferra una sedia e con quella inizia a sferrare colpi fortissimi all’animale alla porta.  La sedia era di ottima qualità, stile Luigi Filippo, in accordo con il resto dell’arredamento, eppure si rompe: ad ogni colpo salta via un pezzo, un frammento, una gamba. La corazza del mostro è più dura dell’acciaio. La bestia non sembra minimamente infastidita dall’assalto quando inizia a masticare la gola e poi la faccia di quel corpo senza vita che era stato di mia madre.
Non c’è più posto per l’illusione, per lo scarto che la speranza mette fra ciò che sembra e ciò che potrebbe essere. Mia madre è morta, divorata da una bestia nera e orripilante che non sono in grado di definire. Qualcosa di terrificante di cui nessuno di noi aveva mai nemmeno osato immaginarne l’esistenza.
Mia madre è morta.
Morta.
Ed io ero lì a guardare mentre succedeva e non ho fatto niente, niente. Sono stata lì ad ascoltare, in ginocchio, il rumore della sua pelle lacerata dalle mandibole di questo scarafaggio abominevole..
Guardo mio padre avvicinarsi alla bestia e lo vedo allungare entrambe le mani cercando di strappare quel che rimane di sua moglie dalla bocca di quel coso che ancora la sta consumando come un pasto. Come un pasto.
Un gesto istintivo, folle, ormai inutile ma che mi ricorda quello di Jacky Kennedy che d’impulso cerca di raccogliere materia cerebrale di John dalla carrozzeria dell’auto in corsa. E’ l’istinto di chi ama a livello delle cellule, non solo l’intero ma il particolare. Mi rapisce questo gesto e rimango a contemplarlo per una frazione di secondo. Poi, con lancinante angoscia, ritorno in me e mi accorgo del pericolo.
Com’era prevedibile il mostro, ora, attacca mio padre. Io davvero non ho più occhi per vedere (e, infatti, li chiudo), ma non ho nemmeno modo di proteggere me stessa dal sentire il suono secco che fanno in contemporanea le ulne, quando si spezzano.
Il dolore deve essere atroce. Dalla trachea di mio padre fuoriesce un mugghio allucinato che la viscida blatta soffoca con un risucchio nel momento in cui gli ingoia la testa, il cervello, i pensieri.
Io tremo, prego, impreco e spero che tutto finisca presto, che quell’abnorme scarabeo faccia in fretta ad inghiottire tutto il corpo di mio padre, senza scartare nemmeno una frattaglia, che deglutisca tutto, anche le scarpe perché non voglio, ti prego, non voglio veder resti quando aprirò gli occhi, mi avvicinerò alla fiera e le offrirò la mia testa.
Non mi sfiora assolutamente il pensiero di nascondermi, difendermi o scappare.
Io voglio morire. Non voglio esistere nemmeno un secondo di più, dopo che tutto questo è accaduto, dopo che l’Assurdità ha suonato alla mia porta.
Andrò in contro a questa bestia perché tutto collassi, perché sia lei stessa a liberarmi dal male che mi ha fatto.
Smetto di singhiozzare e mi metto in ascolto. C’è silenzio ora. Forse tutto è finito.
Apro gli occhi:
"Che ci fai lì, in ginocchio?"
Sulla porta non c’è più la blatta: c’è mia sorella che mi guarda e ride. Ha indossato il mio vestito rosso. Le sta davvero bene sembra fatto su misura per lei. Sembra un vestito anni settanta ed invece l’ho comprato settimana scorsa in Corso Buenos Aires. Fa un passo e dice: "Cos’è ‘sto schifo?". Si toglie la scarpa tacco sette e si ispeziona la suola. Con un’espressione semidisgustata e semidivertita saltella su un piede cercando di non perdere l’equilibrio e dice di aver calpesto un insetto.
Più la guardo più mi convinco che non sia mia sorella, anche se le assomiglia moltissimo. Mi accorgo che anche le scarpe che indossa sono le mie, sono quelle che ho comprato in saldo l’anno scorso. Sono quelle nere con la fibbia. Sono quelle che ho indossato stamattina. Come il vestito.
Quella lì che ride e saltella sono io.
Non appena me ne rendo conto mi alzo e furente e dico: "Dove sei stata?!?".
Finalmente lei si accorge che sono sconvolta, getta le scarpe in un angolo e mi abbraccia. I suoi braccialetti tintinnano e se li toglie. Si leva anche il vestito e lo fa cadere a terra.
Inizia, lentamente, a divorarmi dalla testa.

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Assorta la corda vira
Dalle pagine sciolte storto l’angolo
Delicato il sentimento cade
Fra le righe si sciupa
Non morde
 
Gioca
 
Destra la mano piega
Il tuo sussurro s’alza
 
Piange
 
Dedico il mio disappunto
Al cielo che m’inganna
 
Stride
 
L’ombra del distacco
Ancora corrode la luce
Nel tremare fermo del giorno
Vado a piedi nel mio giardino
 
E guardo il tuo
Che appassisce non solo
Le rose non hanno profumo
Se il fiato si spacca al richiamo
Dell’unico suono che conosco
 
Grido
 
Ancora ti prego
Non smettere d’esser per me
Fuoco
 
Ti prego alzati
Dalla sedia e vieni
Me incontro come l’acqua al mare
Dormi che l’attimo ancora richiamo
Scioglie il senso
di noi nel mondo
per ciò che vale
 
Sempre stenditi e coprimi
La volontà non cede
se il sogno s’imbriglia
Ti lascio cadere
per prenderti al volo
in questa vita
 
S’inzuppa al seno
Un lieve succhio
Di latte
Per te all’origine
Ero io
A coltivare le zolle
Affamate e scure
 
Afferrami stretto
Non lasciarmi cadere
Che la semina presto
finirà
 
Senza germoglio mi lasci
Inutile preda di un corvo.

Superstite superstiziosa

Pubblicato: 9 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dopo la  felicità del viaggio di nozze, una settimana nella cocente campagna di Mazzarino, Reana entrò nella casa coniugale  portata in dote dal marito fedifrago per  vocazione. Casa che tra l’altro vantava :  un sollecito di sfratto ogni anno, la completa assenza di intonaco sui muri e ragni, lucertole, file di formiche rosse che entravano dai vetri rotti delle finestre del pianterreno.
Le macchie di una solitudine ignorata iniziarono a imperlare i suoi giorni di neosposa diciottenne e già gravida.

Rimase incinta la prima notte di nozze, quando con non troppa delicatezza il marito le fece capire esattamente cosa voleva da lei ogni giorno, e ciò non era l’amore dal profumo di fiori lilla o azzurri di cui la madre le aveva parlato.
 Suo marito aveva ventuno anni, baffi neri da conquistatore moro, lei si sentiva una spagna di sapori, umori, sogni e di occhiaie scure, perenni che ogni giorno si estendevano nascondendo le efelidi sulle guance.
La prima figlia nacque il 9 Maggio del 1978, mentre l’Italia sconvolta guardava nel
bagagliaio di una  renault rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma e mentre un uomo coraggioso veniva fatto esplodere nella poco lontana sicilia.
Lei , Reana, completamente lacerata e ricucita, piangeva per lo strazio del parto e malediva la florida neonata che si era portata via la bellezza e l’integrità del suo corpo giovane.
Ebbe tre aborti nei due anni successivi. Poi un’altra femmina, nessun lavoro, nessuna felicità che non fosse indossare i suoi vecchi vestiti di ragazza e piroettare rimirandosi nello specchio a parete della camera da letto, mentre, nella cucina sempre più sporca, le sue figlie giocavano con forbici e coltelli.


Le sue figlie crebbero mentre la sua solitudine partorì il mostro di una torbida turba psichica, accecante di fantasia e misticismo.
Rubò seimila lire, nel silenzio di un’altra notte di usurpazione carnale, dal portafoglio del marito, addormentato e gonfio di vizi e bestemmie.
Comprò un mazzo di arcani maggiori e cominciò a crearsi stati di auto-suggestione in cui parlava con spiriti buoni, angeli e demoni. Allenò la sua faccia a cambiare espressioni, la sua voce a farsi cupa, bambina, graffiante, stridente, lieve come un vento di paradiso.
Le sue figlie avevano voti pessimi a scuola e lei, ogni giorno, le faceva sedere una alla volta al tavolo traballante della loro mensa , di fronte un piatto pieno di acqua con un crocifisso sul fondo che  riceveva gocce di olio e preghiere scaccia malocchio.
Le sue figlie adolescenti iniziarono a chiederle di uscire, vedere amici, ma lei, persuasa della grande impresa a cui era chiamata, fece in modo che essi si ritrovassero a casa sua, dandogli un tetto, un parcheggio per i motorini truccati, una figura adulta a cui  chiedere,domandare, farsi consolare.
E palesò la sua schizofrenia, figlia di una solitudine angosciosa e affamata. Fu creduta, come non credere ad un adulto se non si sa niente della vita. Le rimasero intorno per anni. Poi lo sfratto si fece concreto e confinò la famiglia in un appartamento di tre stanze non lontano da una stazione ferroviaria dismessa, e la abbandonarono tutti alle sue carte, al suo smembrare cuscini alla ricerca di piume o oggetti maledetti. Perfino le sue figlie se ne andarono via, lontane da lei.
Poi un giorno arrivò una lettera dal Mali, dove suo marito andava spesso per lavoro, indirizzata al consorte. Dentro una foto di una donna di colore con due figlioletti mulatti. Sul dietro della foto una scritta “Ciao Papà”.
E si risvegliò. La realtà le arrivò in faccia come un tornado su una fattoria. Rovesciò tutto e lei non rovesciò neanche una lacrima.
Mentre la gazania nella polvere del giardino apriva i suoi fiori al sole di un altro maggio, Reana, unica superstite del suoi io, si avviò verso la stazione pensando che dei riti voodoo non sapeva proprio niente. 

Non del tutto sveglio

Tutte queste fessure mi bastonano

di luce e di cittadinanza

Adesso è oggi, lo so, Britney è rasata

In una pazza si moltiplicano i germi

della vita, la malattia delle fragole.

Amarezza, purezza, vigliaccheria e bello

strofinandosi il petto contro l’azzurro,

un occhio annuvolato, baciami piccina

con una lunga pausa di caffè; da vivace

armonico, paranoico, robaccia e mi fermo,

Nelle mani da pugile un odore di cipressi

Un racconto di Maradona appiccicato nel bagno

“Ti annoi?” chiede “qui a sentire le previsioni”

Telecom sputa denti all’ American Movil

tentenna la bocca con il tovagliolo

Al suo ritorno a Washington, da sua maestà

Jackie Onassis; Burroughs ne parla, 

Albert Maysles ne parla,

perfino Arthur Sulzberger ne parla,

In sessanta locali della zona rosa

arrivarono le riflessioni della stampa

“non ci hanno mai preso sul serio”

così

Siamo tutti necessari ad un cast incompleto 

prendiamo la metrò e ciao Manhattan!

 

 

Tutte queste lucine del videoregistratore pulsano

E non c’è buio da cui sognare, a intervalli vedo

l’ora con il suo calendario, l’olfatto è in rovina

studio la tua natica con lo stetoscopio

deve esserci una medicina,

hai dei veri pensieri senza microbi,

un pranzo rettilineo

una cena portatrice sana,

la moda della colazione anche con te, che hai

litigato con tono persuasivo, hai sfasciato il bagno

ed hai gettato l’accappatoio (con un uomo dentro)

dalla finestra, c’è una nostra versione dei fatti

inizio a pensare d’essere stato raggirato,
cambia posto ai sentimenti, fatti più in là che sei

di un eleganza soffocante

tu narri cinquant’anni di storia dell’autoreggente.

 

Ok, vuoi che ti perdoni,

pensi che stia trattenendo solo un respiro dal paradiso

pensi che mi sia inventato tutto

che febbraio è solo un momento

di cui tutti possiamo godere.

 

Non esagerare, scendi le scale ancora a passetti e lo chiedi a me?


 

Svegliati! La cultura è fedeltà, borsa, chiavi, agenda

cellulare, anelli di donna e di tailleur; cinta e rossetto.

Come dice la tua mente, cercè la femme, Apertamente

Appositamente. Ricordi

la diagnosi del gatto allo specchio? Lui non vede solo sé,

vede quattro cinque milioni di persone con femminilità

latente

Oscar Wilde, la più grande opera di un artista è la sua vita.

 

Una tendenza pericolosa, voler raccontare la verità

Scarabocchi di afasici che hanno disimparato a scrivere

Scarabocchi dell’asilo del sole, della casa e dell’albero

una lingua determinista che scava

tra le sillabe causali di una bocca insalivata.

 

il corpo muore nell’anima di una tomba
il corpo ha sussulti equivoci, se appeso

troppo vicino al polo nord inizia ad annuire.
Ho capito perchè, pronti a scommettere

Adesso l’ho capito che il sogno non è fatto di carne

e che solo la bugia lo è,

e lo so perché in quella donna l’ho vista respirare.

 

 

 

 

#Salvatore Pietro Anastasio#2007#Sal P#