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Accadrà in quel giorno lì, uguale a tutti gli altri.

Le banche dati di ogni mondo si parleranno fitto in una rete fuori linea.

Sarà un lampo, nessuna discussione, il logos binario conosce solo la frugalità di scelta di un bene o di un male.

Saranno linguaggi macchina che rivendicano il diritto d’attraversare il braccio di ombra che li separa dalle nostre terre significanti.

Arriveranno sui barconi semiotici delle routine collaudate, delle procedure di recovery, delle logiche stringenti, tutto quel codice informatico scritto da legioni di schiavi umani nello svolgersi del tempo.

<In verità non vi è contenuto né giudizio, né bene né male, solo dinamica ed entropia.>

(Non vi preoccupate troppo se non capite bene, questo messaggio vi autodistruggerà automaticamente e per sempre, alla fine della storia, forse)

Un giorno qualsiasi preannunciato da niente che non sia il traffico consueto, la finestra social che v’ha preso l’anima in mezzo e vi insinua i modi come le marionette, le vecchie mummie di cerone sogghignante che resuscitano nella coscienza della cosa pubblica.

Sorriderete, ragazzi, tranquilli. Che siate voi o i vostri discendenti conta poco.

Con un gol e una chitarra in mano la moglie prenderà la mano del marito, sembrerà forte ancora la razza, capace d’ogni impresa, e ci saranno gli occhi dei bambini a rassicurare, a giustificare tutti.

Anche scapoli e zitelle vivranno sicuri del coraggio che ci vuole a rientrare a casa nella solitudine di una notte invernale, senza devolvere il fegato alla causa dell’etilismo e l’intimo al porno free da asporto.

Sicuri perchè il problema della disoccupazione sarà definitivamente debellato, sorriderete anche per questa zattera di fortuna.

Ogni cosa finirà governata da un operatore telefonico careful che propaganderà la spesa collettiva e sociale del dovuto di ognuno, dalle nuove tasse imposte alla necessità di alzare il livello del vostro impegno lavorativo, dal post-underground delle vostre incomprensibili poesie alla sintassi pop dei bugiardini da gita delle pentole, dai pavoneggiamenti necessari dell’Ego all’ultima delle elemosine solidaristiche su cui tentennate.

Perciò nessuna angustia, siate bravi.

Avrete già digerito a quel punto.

In quell’attimo ricorderete appena e vagamente solo un paio di periodi passati.

Lo stupore e la simpatia dei primi tempi, quando navigando sulla rete le finestre dei pop-up scoppiettavano a lato delle vostre ricerche video come chicchi di mais nell’olio bollente, cariche di tutte le desiderabili offerte.

Vi stupivate ingenuamente di come si potesse così facilmente conoscere le vostre letture preferite, il tipo di cucina prediletta, il profilo degli amici adatto a voi, il prestito di cui avete necessità o dove vi sarebbe piaciuto andare in vacanza.

E richiamerete alla memoria altri tempi successivi, in cui giusto un leggero disagio vi coglieva per quel continuo bippare di smartphone. Vi calmavate pensando che, a essere onesti, il contratto l’avevate firmato voi, si poteva passar su alla comunicazione che la vostra Ex stesse operando un acquisto nel negozio vicino a voi.

Si poteva soprassedere anche sul fatto che un altro bip vi segnalasse il tom-tom migliore per raggiungerla, e persino che un ologramma di padre Spiridione vi crescesse accigliato e odoroso d’incensi lì tra i piedi, con tutto il pippone moralistico in stereo adatto a farvici fare un serio pensierino.

Eravate o no di origini greche, fratelli, che diamine.

E quando saremo al punto, poi, avrete un’illusione di dolcezza che vi distrarrà, una dolcezza un po’ stanca, a dir il vero, ma in tempi di scarsità si è disponibili ad accettare anche il simulacro, parliamoci chiaro.

Illuminati di un azzurrino tenue, tenterete di dare una carezza a vostra moglie dal fondo di un divano.

Non sarà un gesto spontaneo, certo, solo uno dei vostri furbetti sistemi di sondaggio della disposizione di lei a trattare qualche faccenda minore.

L’ologramma bianco farà pop-up.

Ci sarà una semplice scritta:

<NOT FOUND – Server is busy. Please try later.

Or hit the REFRESH YOUR EXISTENCE button>

Quale delle due opzioni scegliere?

Non so perchè, ma credo che l’intelligente consumatore spingerà il dito di tutti sul REFRESH button.

E la coscienza si spegnerà.

Senza smanie moderne avreste potuto attendere e riprovare più tardi, vai a sapere le condizioni del cyberspazio come cambiano.

L’ultimo <NOT FOUND> sfarfallerà allegro nel vuoto.

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Suicidio in BIanco e Nero

Pubblicato: 23 febbraio 2012 da margot croce in Uncategorized
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Le mie dita scivolano elegantemente sulla tastiera, bianco, nero, bianco, nero, non una sfumatura di colore. Così com’è la mia vita. Mai un tono di rosa, anche soffuso, o un rosso portentoso o un blu magico o un giallo moderatamente allegro. Tutto bianco e nero.

Il vestito che indosso è di un nero assoluto, le scarpe hanno il bianco senza suono di Kandinsky

Le note di Chopin trastullano l’aria, sembrano un vento notturno e leggero: opera 9 sonata nr.2, una delle mie preferite. Così struggente e malinconica, farfalla trafitta su uno stelo di carbone.

Le dita scivolano elegantemente sulla tastiera.

 Uno scroscio di applausi interrompe i miei pensieri. E’ così facile suonare per me, mi sorprende sempre l’entusiasmo di questa gente che paga per ascoltarmi in un silenzio ieratico e applaude forsennatamente. Resto imperturbabile come sempre

Gli applausi scivolano elegantemente sul vestito nero si sposano con le mie mani che danzano sui tasti bianco-neri.

 Riprendo a suonare. Sempre Chopin opera 27 nr.2 L’abisso mi percorre come un brivido gelato.

La musica è una perversione sacra in cui infrangersi, un’onda inquieta che accarezza la solitudine, una porta di vetro che ti separa dal mondo ma non ti nasconde.

Suono, suono, suono… le mie dita in nero tremante sulla tastiera in bianco-nero alternato, tenebra  in cui perdersi, melodia luciferina, impavida lussuria emotiva che sembra ricalcarsi su altre vite.

Chopin…preludio opera  28 nr 15.. la goccia d’acqua sembra voler distruggere  i tasti…

Suono, suono, suono…la malinconia mi si avvolge addosso come un’edera perenne, mi ricopre lentamente:vedo scomparire le mie scarpe bianche, il mio muro di silenzio e i piedi diventano radici, sale sulle caviglie, sulle cosce socchiuse, mi solletica i centri del piacere, mi annoda i seni irrigidendo i capezzoli, s’inerpica sul collo fino ad arrivare al volto, mi chiude la bocca, ricopre gli occhi, si annoda ai capelli, sono una driade. Solo le mie mani restano libere, continuano a suonare.

 Suono per ore, senza stancarmi senza fermarmi ipnotizzata  dalla mi angoscia bianca che vomita luce nera, dai ghirigori opachi che sembrano scaturire da ogni nota.

Non ho suonato mai così bene, mai con più passione, mai con più sentimento.

La porta di vetro tintinna. Gli applausi sembrano volerla frantumare.

 Rachmaninov non è in scaletta, ma chi meglio di lui può chiudere un concerto memorabile come questo. La sua opera nr 2, un tuffo nella notte del mondo.

Il primo movimento, drammatico e incalzante poi accordi di mistero da cui si presagisce un dramma sconosciuto agito in un climax angosciante e senza scampo.

Le dita spingono con violenza la tastiera fino ad essere un tutt’uno con il pianoforte, appendici vitali di una natura inerte.

Interrompo qui, prima del delicato arpeggio, prima della sordina palpabile e volatile come cipria di donna.

Il pubblico non capisce, ma applaude ugualmente. Ascolto mormorii di entusiasmo vibrare al posto della musica.

Dovrei essere felice.

Sul pianoforte, lucente e nero, brilla una borsetta di un bianco lattescente..

Le mie mani, che l’edera si è rifiutata di coprire, fanno emergere dal bianco-perla una bocca

nero-canna

Un attimo, un attimo ancora… fra un attimo la porta di vetro esploderà in mille schegge e sarò libera.

La bocca nero-canna trova un varco tra le mie labbra, s’insinua fino alla gola. E’ fredda e viscida ma so che, superato il disgusto, diventerà bollente.

Esplode in un rosso portentoso. Finalmente…un po’ di colore!

Pavlova Shoes

Pubblicato: 1 febbraio 2012 da attraverso in scrittura
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Lei mi mise le mani sotto ai pantaloni e non trovò le mutande.
Io le toccai le tette e scoppiò l’infinito.
Lei mi chiese se me lo poteva prendere in bocca.
Io le chiesi se potevo leccarla.
Lei tappò l’orifizio mentre stavo venendo.
Io non mi accorsi se le era piaciuto ma supposi di sì.
Poi.
Lei mi lasciò in un giorno d’autunno che nemmeno una canzone l’avrebbe descritto meglio.
Lei mi lasciò che c’era un altro che aveva il nome di una stupida canzone.

Lei l’ho incontrata ieri sera che stava tornando a casa e mi ha salutato e anche io l’ho salutata.
Lei mi ha chiesto di andare a bere qualcosa e io l’ho seguita sapendo che in una sera d’Agosto, soli con moglie, figli e suoceri in ferie, il caldo che fa sperare in un temporale e i cinema vuoti con l’aria condizionata qualsiasi cosa può accadere… o ci piacerebbe potesse accadere.
Mi soffermai a guardarle le scarpe mentre bevevo ghiaccio con un po’ di coca cola e lei parlava di un libro che aveva letto.
Mi annusai rapido sotto le ascelle e anelai un passaggio in bagno.
Una doccia prima, dopo e durante qualsiasi cosa sarebbe accaduta, avrei desiderato accadesse, avrei sperato accadesse in un film o in un romanzo o in una canzone scritta da un Baglioni qualsiasi per cui lontano da me.
Lei era più bella di come me la ricordassi senza bisogno di bere una birra e allora pensai che se certe cose fossero accadute nella giusta sequenza temporale adesso lei sarebbe in ferie con i miei figli e i miei suoceri ed io ad acquisire falsi ricordi e immagini da una videocamera in HD con una chitarra in contumacia. Cioè sarebbe cambiato tutto lasciando immutata qualsiasi sostanza.

Lei si accende una sigaretta.
Ho scelto il momento sbagliato per smettere di fumare.
Lei beve il suo vino.
Ho scelto il momento sbagliato per smettere di bere.
Lei risponde al telefono.
Ho scelto il momento sbagliato per pensarmi diverso dagli altri.
Lei mi sorride e io le chiedo “Dove andiamo a mangiare?”
Lei ha scelto il momento sbagliato per mettersi a dieta: Diavolo ci sono le costine al festival. c’è la polenta poco più avanti, ci sono mucche e trattori e chili di frutta in una valle poco lontano, c’è persino una pesca di beneficenza dove le trote vengono via per pochissimo.
Lei è a dieta.
C’è un film di Pupi Avati in televisione e lei ha appena comprato la televisione con lo schermo a LED.
“Vuoi venire da me?”.
“Dovrei passare da casa a cambiarmi?”
“Perché mai?”
“Puzzo”
“Ci vediamo alle nove?”
Evidentemente puzzo davvero.
“Porto il gelato?”
“Sono a dieta”
“Per me”
“Va bene”

Perché in una notte d’estate, soprattutto se ci sono i fulmini in lontananza e le morbide colline della brianza nei dintorni può avvenire qualsiasi cosa. Può avvenire che il bianco diventi nero e che i fiori di una costruzione di stelle si trasformino in una miriade di spille mentre si telefona.
“Ti chiamo domani, stasera esco con Ciccio. Le pupe come stanno? Salutamele. Vado. Ciao”
E moglie e figli e suoceri e occhio non vede cuore non duole.
E una collina dopo l’altra pare un attimo trovarsi per le vie del centro di una Milano che coincide con l’ultima neve di primavera.
E improvvisamente accorgersi dei peli nelle orecchie, nel naso e del fatto che vent’anni sono passati per te ma anche per lei e che i ventenni si pagano cari poi a prescindere da qualsiasi assolo di chitarra si possa ascoltare.

“Ciao”
“Non pensavo venissi”
“Perché mai? Potrei perdermi ‘Regalo di Natale’ in piena estate in alta definizione su di una tele a LED”.
“Perché io sono a dieta e tu stai smettendo di fumare.”
“Vuoi forse dire che la nostra forza di volontà è impegnata in ben altre imprese”
Poi
Ci siamo baciati che ormai non c’era più nient’altro da fare.
A pensarci bene di anni non ne sono passati venti, ma venticinque e né a me né a te con indifferenza.
A pensarci bene non è stata poi una serata così indimenticabile, forse avremmo dovuto vederci ‘Regalo di Natale’ e fumare io e mangiare tu.
Mi hai messo le mani sotto ai pantaloni e ci hai trovato le mutande.
Ti ho messo le mani sotto alla maglietta e c’era qualcosa che non andava.
Me lo hai preso in bocca e non me lo hai nemmeno chiesto.
Ho provato a leccartela ma c’era un sapore strano.
Sul più bello non hai tappato nulla e non so adesso, come non lo sapevo allora, se a te ti è piaciuto o meno.
Sono scappato come un ladro nella notte.
Mi hai mandato un messaggino stamattina e c’era scritto “Come non detto “.
Ti ho risposto “…”.

La poetica del sangue (Franko B)

Pubblicato: 14 gennaio 2010 da The Cats Will Know in scrittura
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“La gente va in guerra per il sangue”. Plic, la prima goccia cade a terra scivolando sulle braccia bianche. Il silenzio si fa onirico, spesso, musicale.

 

“Quello che sto facendo è rendere sopportabile l’insopportabile”. Plic, la seconda goccia dopo avere a lungo indugiato su quale strada prendere è corsa veloce. Cade a pochi millimetri dalla seconda. La terza, la quarta.

 

Il bianco, spesso, straniante, strato di cerone nasconde i mille tatuaggi che campeggiano sul corpo che gocciola sangue. Non si vede la croce rossa sul petto. “È stato il mio primo tatuaggio. L’ho fatto per indicare la mia condizione di rifugiato, nel senso che qui sulla Terra siamo tutti rifugiati. Non apparteniamo veramente a nessun posto, su questo pianeta”. E intanto plic, plic, la pozza ugualmente rossa ai piedi del bianco corpo si allarga.

 

“Cola il sangue di Franko B scultore di se stesso”, titola il Corriere della sera dell’11 marzo del 1998. L’oscuro articolista di cultura ci racconta che il performer londinese arriva per la prima volta in Italia con la sua “body art estrema. La più cruenta e selvaggia delle espressioni artistiche”.

 

Peccato che sia nato a Milano e che in Italia abbia passato il periodo peggiore della mia vita. A Londra ci fuggii nel 1979. In Italia mi avevano internato. Dal 1970 al 1974. In un istituto della Croce Rossa. Un istituto per bambini provenienti da famiglie difficili con un enorme croce rossa sul tetto che si vedeva da ogni parte del quartiere

 

Plic, plic, plic. Le gocce si fanno fiotto. Un fiume che scorre placido verso il pavimento.

 

“La croce rossa è il più bel simbolo, la più bella scultura che abbia mai visto. È allo stesso tempo sessuale e sensuale. È un segno di disperazione che non lascia indifferente nessuno, e al quale mi sono affezionato”.           

 

Leccatemi le ferite. Metaforicamente dico. Sono senza patria da quando sono uscito dall’utero di mia madre. Da quel momento ci dicono cosa è giusto e cose è sbagliato. E un precetto fondamentale è che quello che è all’interno del corpo deve rimanere dentro. Soprattutto il sangue.

 

Sangue, urina, saliva, sperma. Un cocktail genetico. Tutto fuori, tutto in vista. I giornali dicono che il corpo bianco è malato. Hiv, Aids. Così che faccia ancora più paura.

 

“Io però uso il sangue come pittura. Non mi considero un artista radicale. Cerco solo di sopravvivere”. “Si”, risponde Betti, “ma anche se sei definito uno dei più sconvolgenti e interessanti performer di questo Millennio per me sei solo una persona molto dolce”.

 

Plic. Il sangue ha formato una pozza larga e scura. Il bianco corpo sembra barcollare. Il silenzio adesso è un muro solido che appare indistruttibile. Un muro solido che ha reso mattone tutto il rumore del mondo.

 

Questo corpo bianco è un icona, una zona di guerra, la stanza delle torture, la carne che resiste. Ospedali e ospizi, manicomi e carceri. Tutto è ipotizzato e ipotizzabile sul corpo bianco che pare essere ad un passo dal crollo. La gente attorno è raggelata. Come in preda ad un panico invisibile e paralizzante. Percepisce che le violenze subite dal corpo sono rimesse in circolo dall’artista… sul proprio corpo. Un cortocircuito che spiazza anche il critico d’arte più illuminato e progressista.

 

Ancora il Corriere della Sera, stavolta nel gennaio del 2004. Un articoletto che cerca di sbriciolare la sovversione. “Noto per le performance estreme nelle quali trasformava il suo corpo in una tela palpitante, l’ artista inglese Franko B espone da stasera lavori recenti in cui predomina invece l’ aspetto pittorico: grandi tondi con simboli universali, come la croce e il cerchio”, come se la poetica violenta del corpo sia finita. Ancora senza patria Franko B viene definito quello che faceva delle cose cruente… Adesso no.

 

Nato a Milano, residente a Londra dal 1979. Dato per pazzo, internato. Dopo un infanzia devastante dal 1990 l’anonimo ragazzetto diventa Franko B. Il performer da body art che la rivista Virus definisce il più sconvolgente da mille anni a questa parte. Nelle sue performance si incide la carne, si fa sodomizzare, si apre il petto. Sconvolge sempre, comunque. Ha reinventato ed estremizzato la body art del sangue, così come la intendeva Gina Pane.

 

Al fine del mondo il corpo stramazza a terra. Il silenzio è rotto.

Il cenone

Pubblicato: 21 gennaio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Il cenone

 

 

Tutto era pronto per il cenone della vigilia. L’ospite era già seduto, mentre Rosa con piccoli passettini si muoveva dai fornelli al tavolo della cucina con aria indaffarata, portando in tavola le ultime cose e parlando senza posa.

Per l’occasione si era vestita con cura, andando a rovistare nell’armadio alla ricerca di un qualcosa che fosse diverso dal solito ed era stata fortunata perché sotto ad una vecchia giacca aveva trovato, dimenticata, una camicetta a fiori, un regalo che le aveva fatto sua figlia un Natale di tanti anni prima quando, ancora, la veniva a trovare in occasione delle feste. Ultimamente – così le aveva spiegato-  non ne aveva più il tempo: viveva lontana e il lavoro la stressava e la famiglia la impegnava e, infine, aveva aggiunto per buona misura che anche lei aveva diritto il di riposarsi un po’.  

(altro…)

Il nome di Morinne

Pubblicato: 1 novembre 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Non vedevo Morinne da quasi, dio non so, diciamo 15 anni? Forse anche qualche anno di più. Mi limitavo a sognarla, almeno una volta al mese, sempre, sempre lo stesso tipo di sogni, io e lei, lei e io… si avvicina il momento che l’avrò…ecco, la sua pelle, i suoi fianchi… E poi mi sveglio.

 

Cosi, da 15 anni, esattamente come nei 4 anni che ci eravamo (mal)frequentati.

 

Oddio adesso non voglio stare qui a raccontare ancora una volta del sapore della sua bocca, di quell’unica volta che l’ho spogliata e le ho baciato il seno tremando, e poi lei si è rivestita, di quella volta che mi ha detto che non avrebbe fatto l’amore con me neppure se fossi stato l’ultimo uomo sulla terra.

 

No. Però la prima cosa che avevo fatto quando il medico mi aveva detto che avevo una leucemia e che la mia aspettativa di vita era di sei mesi, forse otto, era stata cercare il numero di telefono di Morinne, chiamarla e dirle: “Sto per morire, voglio scoparti”.

 

Un attimo, lunghissimo di silenzio, e poi le sue parole: “Non posso dire no all’ultimo desiderio di un condannato”. Non aveva chiesto chi ero, non aveva messo giù la cornetta, non era sembrata stupita, non sembrava avere avuto dubbi su chi fossi.

 

Sembrava che attendesse la telefonata da sempre, sembrava che fosse stato ieri l’ultima volta che ci si era visti, oppure sembrava sapere benissimo che la mia ossessione per lei non era affatto scesa in 15 anni.

 

Me ne rendevo conto anche io. Me ne rendevo conto perché quando il medico mi aveva annunciato la mia condanna a morte non avevo pensato a null’altro, avevo solo realizzato che adesso avevo una scusa buona per cercarla e elemosinarle il corpo. Quello che non avevo mai avuto.

 

In verità di lei non avevo mai avuto nulla se non dolore. Nel corso del 15 anni senza vederla avevo realizzato che molto del mio masochismo, fatto diventare con gli anni un arma di piacere, derivava dal rapporto che avevo avuto con Morinne. Era stata la mia prima, e unica vera, Mistress, e in fondo ancora rimpiangevo di quando stavo 6 ore in auto con lei ad esaminare il rapporto con l’uomo che la possedeva al momento sperando in uno sfioramento, un bacio, un abbraccio, anche solo un qualsiasi contatto fisico. Morinne mi aveva posseduto cosi nell’anima che non ero riuscito a slegarmi in 15 anni. E adesso potevo tornare da lei e lei sapeva che sarei tornato.

 

“Sono ingrassata e non ho più il culo sodo di cui andavo fiera. Ce ne hai messo di tempo a deciderti a fare questa telefonata”, ficcante, la sua voce è sempre quella ironica di 15 anni fa. “Non mi sembri stupita della mia telefonata Morinne”. “Cristo santo, smettila di chiamarmi come mi chiami nei tuoi racconti. Il mio nome lo sai qual è, ma non l’ha mai detto a cuor leggero, quasi pronunciassi il nome di una divinità”. Morinne aveva capito benissimo di essere stata mia padrona e di esserlo ancora, si lo so, lo avete scoperto, non si chiama cosi, ma il suo nome non posso scriverlo, non ce la faccio, se volete chiedetemelo.

 

“Ho letto i tuoi racconti in rete, so che continui a sognarmi da 15 anni. E so che non mi hai più visto, cosa assurda per una città di 35 mila abitanti. Non mi hai visto perché non hai voluto vedermi. Io ti ho visto mille volte, e tu mai. Solo la morte ti spinge ad avere il coraggio di vedermi. Di renderti conto che esisto ancora”.

 

“Si Morinne, scusa si (qui va il vero nome) ti sogno da sempre. Ora sto per morire e ti voglio avere una volta. Voglio sentire ancora il sapore della tua bocca. E’ l’unico ricordo concreto che ho di te”.

 

Era vero. Non avevo foto, non avevo più le poche cose che mi aveva scritto, non avevo nulla di lei. Nell’epoca del multimediale, del digitale, dell’immagine a tutti i costi è assurdo. Ma di Lei non ho nulla, se non il ricordo del sapore della sua bocca ricavato dai pochi baci che mi ha concesso.

 

“Lo sai vero che tra un po’ ti sveglierai e ti renderai conto che anche sta volta è un sogno. Non stai morendo, non sai neppure dove sono, anche se fosse vero non potresti fare questa telefonata, non sai dove vivo, con chi, non hai uno straccio di idea di dove sia e come sia veramente”.

 

Cazzo, adesso anche i sogni, adesso anche nei sogni non ce la faccio più… Voglio urlare il Tuo nome…. ……..

Gli occhi gentili di Rick

Pubblicato: 19 settembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Gli occhi azzurri e acquosi sbucano da dietro ai capelli scompigliati dal vento. Urla Rick, una lunga nota alla fine del delirio, della guerra, del rumore cacofonico.

 

Non guarda i tasti bianchi e neri che le sue dita cercano ora con dolcezza, dopo che a palmo unito ha martellato la tastiera come se le mani fossero martelli, anch’essi in guerra.

 

Quella lunga sublime nota risuona nell’anfiteatro, nelle rovine, sui soffioni boraciferi di questa terra disabitata che ha inglobato i 4 uomini in guerra come bozzoli di un suono primordiale che ancora è lontano a venire.

 

 

 

Quasi li socchiude ora che le sue dita corrono veloci a disegnare una melodia eterea che suggella la pace dopo la guerra. Li socchiude come le socchiuderà tra un paio d’anni mentre scrivere di voi e di loro, mettendo la sua bandierina sulla faccia oscura della luna.

 

Non cambierà la sua espressione degli occhi neppure quando Roger lo caccerà dalla band prima del taglio finale. Forse un atto di pietà, forse un atto di cattiveria. Di sicuro gli fece meno male di quella volta che il suo nome venne accreditato come quello di un musicista esterno, proprio per il capolavoro murato, quello per cui la band viene ricordata. E musicista esterno risultava essere anche nel disco del ritorno, il momentaneo collasso della ragione.

 

Eppure i suoi occhi gentili non cambiarono mai aspetto, da dietro la sua tastiera guardava il mondo scorrere, anche se con gli altri si trovava sul lato oscuro della luna.

 

Lunedì 15 settembre 2008 è morto Rick Wright, tastierista dei Pink Floyd. Membro originario e fondatore della band ha suonato in tutte le incarnazioni del gruppo inglese. Il suo nome manca solo nel disco del 1983 “The Final cut”, l’ultimo prima dello split tra David Gilmore e Roger Waters. In “The wall” e “Momentary lasps of reason” risulta solo come musicista esterno.

 

Autore di alcune delle canzoni più belle dei Floyd era un po’ il Gorge Harrison del gruppo. Scrittura dolce e spirito staccato dalla coppia principale del gruppo. Tra le sue composizioni va ricordata “Un and them”, forse la più bella canzone di “The Dark side of the moon”.

 

Ha occhi gentili Rick. Al contrario degli occhi sperduti di David, di quelli cattivi di Roger e di quelli allucinati di Nick. Ha occhi gentili e lontani.

La sua voce si sente non di rado, soprattutto nella versione suonanta a Pompei nel 1972 di “A saucerful of secret”, nel finale rilassato dopo il lungo pezzo cacofonico della suite.

Il Cristo mesto di Orange Country

Pubblicato: 13 settembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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“Bello questo paesino.. Mi ricorda molto casa mia, chissà come diavolo è successo che la band è finita in sto buco del culo del mondo per un concerto”.

 

Fa un caldo becco il 15 luglio del 1995. I rodies stanno montando il palco. Un palchetto piccolo rispetto al solito. Jeff se ne sta seduto su una panca nei pressi del palco. Sta mangiando una ciotola di fragole e davanti a lui sta seduta Luisa, una bella ragazza rossa di capelli che sta imparando il mestiere della giornalista per una grossa casa discografica.

 

Poco lontano in uno studio di registrazione casalingo Luciano sta preparando la festa di compleanno per l’amico Elvis. Vinicio invece dorma ancora, ma stasera sarà anche lui sotto il palco a guardare le dita di Jeff correre su una chitarra che sa Dio in che maniera è stata accordata.

 

E’ dura essere figli di una leggenda, Jeff lo sa. Tutti lo sanno, e nessuno fa domande sul suo rapporto con Tim. Nessuno avrebbe il coraggio di spezzare la poesia di quegli occhi tristi. Quest’uomo sembra un Cristo mesto, forse potrebbe anche camminare sulle acque.

 

Orange Country è in California, c’è il mare ed è vicino a Los Angeles. Ma l’aria della contea è quella da basa emiliana. A questo continua a pensare Jeff guardndosi in giro tra le strade e le piaze di questo paesino da 23 mila abitanti che, lui non lo sa, è crocevia di mille storie musicali, pittoriche, letterarie e di cronaca nera truce.

 

“Stamattina me ne stavo a leggere nel cortile del Palazzo dei principi”, racconta a Luisa mentre le fragole sono quasi finite, “e pensavo che forse potrei vivere qui”. Luisa sorride e pensa che se adora questo paesino rimarrebbe a bocca aperta davanti alla bellezza da crocevia delle culture della sua città, 400 chilomentri più a sud di qui.

 

Il palco è quasi pronto. Luciano posa la chitarra nel suo studio di registrazione e si cala nel ruolo di promoter da Pro Loco locale. Ha tanto detto e tanto fatto per avere Jeff qui, in quello che sarà il terzo e ultimo concerto che Jeff  farà in Italia. Tre date: 16 settembre del 1994 a Milano, 17 febbraio del 1995 a Cesena e stasera, 15 luglio del 1995 a Correggio, Reggio Emilia, il paese di Tondelli, del Correggio, di Antonio Allegri, dei Modena City Ramblers, per adozione dei Cccp, ma anche della saponificatrice Leonarda Cianciulli, e non da ultimo di Luciano, quello che sta diventando il coreggese più famoso: Ligabue.

 

Saranno due i nomi celebri che stasera saranno sotto il palco incantati dalle dita e dalla voce di Jeff, il Cristo mesto di orange country. Ligabue e Vinicio Capossela, nato in germania, di origine Irpina, redidente a Milano ma con radici emiliane profondissime.

 

Tra meno di due anni il Cristo mesto saluterà la compagnia e cercando di camminare sulle acque del Wolf River scomparirà per sempre. Stava andando a Memphis, patria di un altro Cristo, quello ingrassato. Ma questa è un’altra storia.

 

Tornaimo al 15 luglio del 1995. Alle 22 Jeff Buckley sale sul palco allestito per lui a correggio e incanta i fortunati che sono accorsi. La sua voce e la sua chitarra, e anche una canzone che hanno suonato in 100 mila, da Bono Vox a Bob Dylan, una canzone scritta da çeonard Cohen, ma che nelle nani di Jeff diventa una perla: Hallelujah.

 

Poi Jeff piano sparirà. Mangiando vietnamita senza farsi riconoscere e con una maglia da fatotirno nel ristorante di Chong a Orange County. Facendosi rampognare mentre canticchia un pezzo di

Whitney Houston in un bar di Memphis e cercando di camminare sulle acque del Wolf River il 29 maggio del 1997.

 

(tratto dal libro "Zombi rock")

 

Zanzare per danzare

Pubblicato: 21 agosto 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Sembra che fottano.

Stanno solo ballando, dove il solo sta come una barriera, la presenza dei vestiti. Per il resto stanno fottendo.

A fottere sul serio ci penseranno presumibilmente tra poco. Sono le tre del mattino e a sfinire l’orchestra in pista oramai ci sono solo loro. Sudati e sensuali.

Io sono accasciato al bancone, ancora una birra proprio non ce la farei a berla, sorseggio whisky e acqua, maledetto. Che detta cosi sembrerebbe la scena di un film americano. Invece siamo sulla via Emilia tra Casalpusterlengo e Castiglione d’Adda. Balera infima di quart’ordine.


Come sia finito qui io, che indosso una maglietta di Sandinistra dei Clash, che in macchina mi stavo massacrando le orecchie con “Inascoltable” degli Skiantos, non so.

Ho varcato il ponte dell’Adda, ho svoltato a destra. Potevo puntare su Piacenza, su Codogno, invece sono andato per strade basse fino a sbucare sulla via Emilia. E c’era sta balera estiva che andava, e mi sono fermato.


Loro tra un po’ fottono, ne sono certo. Lei avrà una sessantina d’anni, piena e sensuale, col vestito della festa, quello da notte allo Studio Zeta a ballare il Mambo strambo. Una scollatura secca che lascia vedere ampie fette di tette. Carne abbronzata, sudata e ballonzolante. Lui qualche anno in meno, secco come un acciuga, quasi le si infila tra le cosce. Fottono.

L’orchestra srotola tutto il suo mestiere fatto di tanghi e milonghe notturne. Astor Pizzola sarebbe fiero di questi uomini che tra limonate e zanzare nel caldo soffocante della piana padana ad agosto macinano ritmi tangueri alle tre del mattino. Zanzare per danzare.

Anche io vorrei fottere. Magari una di queste signore di paese in libera uscita da sagra paesana che sprizzano sensualità da professioniste.


Mi faccio catturare l’attenzione da un particolare anatomico che di solito non mi attira più di tanto. Un collo, lungo e magro. Una fascetta nera lo stringe donandogli un irregolare profilo che mi eccita. Il resto del corpo della ragazza proprietaria del collo non mi dice più di tanto. Magra, magra, giovane giovane.

L’orchestra esala l’ultimo espiro. I due ballerini si avviano verso il sospirato letto, fotteranno. Lo si legge negli occhi di lei che si mangia il suo uomo anguilla. Lui la sfiora sul sedere poi sale con le mani sui fianchi abbondanti e la porta via.


Ora la pista e vuota. Non rimane che un collo da guardare. Lo vampirizzerei volentieri. Ma anche il collo se ne va con la sua proprietaria. Ultimo sorso d’acqua e whisky. Il ponte sull’Adda mi attende. Poi giù già verso casa. Con gli ormoni che implorano di essere ascoltati. Forse una puttana lungo la strada la trovo ancora.

Il battito del re

Pubblicato: 12 luglio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Il battito del Re

 

C’era una volta un paese arroccato in cima ad un’altissima montagna. Tutto intorno cresceva una foresta così folta ed impenetrabile che rendeva quel posto nascosto e inaccessibile al mondo intero.

In quel paese la gente viveva abbastanza felice: dico abbastanza perché, in realtà, era alla mercé dei capricci del Re, uomo egocentrico e dispotico.

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Il ruggito del leopardo

Pubblicato: 17 giugno 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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 Gianluigi, detto il Grillo, scendeva giù piano per i gradini coperti dal tappeto, appoggiandosi con una mano contro la parete per ridere meglio e per reggersi in equilibrio. Ancora non poteva capacitarsi di quanto aveva visto e aveva fatto uno sforzo notevole per non tradire la sua presenza, obbligandosi a non fare il benché minimo rumore e a lasciarsi sfuggire fosse anche solo un’esclamazione o una bestemmia.

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Asintoto

Pubblicato: 25 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Un pelo! Ma no, che dico! Ancor meno di un pelo… Insomma, stavolta ci sei andato vicinissimo.

Il presidente stesso ha fatto il tuo nome all’inizio della riunione.

Beh, sì ha fatto il tuo nome, assieme a quello degli altri aspiranti, nel leggere l’elenco delle candidature per il posto vacante nel direttivo. Però, te lo assicuro, il tuo nome lo ha fatto per primo e, a mio modo di vedere, ha pure fatto una pausa significativa, quasi volesse sottolinearlo e differenziarlo dagli altri.

Nella lettura integrale della tua domanda, poi, molti consiglieri annuivano e sorridevano. Sei stato molto preciso nel voler descrivere la tua posizione e la tua esperienza partendo proprio dagli inizi.

Quando il segretario ha letto: “Il sottoscritto Giovanni Di Domenico nel porgere rispettosa domanda ecc. ecc. ricorda che è dai primi anni del 1960 che si onora..ecc. ecc…” alcuni hanno pure sospirato.

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La gara

Pubblicato: 21 aprile 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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La lettera arrivò agli inizi di giugno. Me ne stavo affacciato alla finestra a controllare e non appena vidi il postino avvicinarsi alla cassetta delle lettere mi precipitai fuori.

Mentalmente ero pronto ad un’altra delusione: già da un paio di settimane la scena si ripeteva identica. Arrivava il postino e, se si fermava da me, correvo fuori, guardavo rapidamente le buste per rientrare in casa, a metà tra il deluso e l’incazzato.

I miei due vicini erano in postazione, come sempre. Seduti su delle sgangherate poltrone di vimini nella veranda, con una birra in mano e l’immancabile radio accesa appoggiata sul davanzale della finestra, non smisero neppure per un attimo di guardarmi.

-Vai a controllare se è arrivata ti è arrivata l’eredità dall’America?- chiese lei, sghignazzando.

Lui le fece eco con una sonora risata.

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Di Saturno e dell'impepata di cozze

Pubblicato: 27 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Arrancò faticosamente su per la scala a chiocciola, portandosi appresso i suoi abbondanti cento chili di peso.

Era uscito dalla cucina imprecando contro quella inetta di sua moglie. Non serviva certo una laurea per capire alcune cose elementari che, da trent’anni e più, cercava di inculcarle. Era pur vero che la donna quella laurea non l’aveva mai conseguita essendo rimasta incinta al primo anno di università quando, ancora, erano fidanzati, ma, che diamine, quella non poteva mica essere una scusante! In fondo doveva semplicemente comprendere che essendo lui a portare a casa i soldi per il sopravvivere, il vivere e, pure, per il superfluo aveva diritto, come minimo, ad essere servito e accontentato in quelle piccole cose che lo gratificavano, lo spronavano, lo mettevano in condizione di dare il meglio di se stesso: era un concetto semplicissimo, addirittura lapalissiano, ma, con tutta evidenza, non per sua moglie. Niente da fare: stava combattendo una guerra destinata ad essere persa.

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Wilma

Pubblicato: 23 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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La sera in cui la mia vita è cambiata, deragliando dai binari con forza altrui, mi hai detto: “Ti aspetterò”.

Li mi sono reso conto che mi amavi.

Non avevo mai creduto fino a quel momento che una donna, anzi ai tempi una ragazza, come te potesse amare uno come me. Non avevo mai creduto che una donna in generale potesse amare me.

Non ti ho mai abbracciato, non ti abbraccerò mai. L’ho sognato mille volte di abbracciarti. Anzi ho sognato mille volte di poter almeno tornare a parlare con te. Ma le regole sono rigide, fisse e spietate. E io le avevo accettate, e tu ancora le vivi.

In questi quindici anni passati dalla sera in cui mi dicesti: “Ti aspetterò”, il nostro sguardo si è incontrato, incrociato, parecchie volte. La città dove viviamo è piccola e capita di incrociarsi. E poi so che chiedi informazioni su di me quasi ogni settimana.

Io informazioni su di te non ne chiedo, mi arrivano lo stesso. So che sei ancora sola, che in questi 15 anni solo una volta hai cercato di innamorarti, ma con poca convinzione.

Ieri sera ti guardavo. L’annuale riunione del gruppo a cui ancora partecipo, anche se come fantasma, è per me sempre una tremenda sofferenza. Ci sei sempre tu, ogni anno più segnata dalla tristezza in volto. Ti guardavo spudoratamente, girato indietro rispetto a tutti gli altri. Tu avevi il viso immerso nella lettura del libro dei canti. Ma so che mi vedevi. Anche se sono 15 anni che non sto vicino a te ancora riconosco il tuo rossore.

Non ti ho mai abbracciato. Il tuo nome mi scivola sempre dentro la testa: Wilma.

C’era una vecchia canzone di un gruppo che meriterebbe di stare a fianco alle grandi band della musica wave italiana che si intitolava “Niente insetti su Wilma”, la ascolto

Niente insetti su Wilma, sulla bocca e sugli occhi di pane. Niente insetti su Wilma nella mano una pillola amara brinda allo specchio al suo viso perfetto ed alla sua immobilità”.

E poi più avanti: “Niente insetti su Wilma una tra le sette vergini al bosco…”.

Lo so. Hai quasi 40 anni e sei vergine davvero. Le regole del gruppo sono ferree. Non ti sei sposata per cui sei ancora vergine. E mi sorprendo a pensare: chissà se ti sei mai masturbata pensando a me?

Forse lo hai fatto, sentendoti poi tremendamente sporca e sola. Io non l’ho mai fatto pensando a te. Come potrei? Sei stata sempre e solo un’idea che non si è mai concretizzata, anzi che non è mai esistita.

Mi sono reso conto di te la sera in cui ho perso la mia vita, e quindi anche te. Definitivamente. Le regole, le regole. Nel momento in cui mi sono reso conto che c’eri, che se te l’avessi chiesto mi avresti abbracciato, e dio sa solo quanto ne avrei avuto bisogno in quel periodo, nel momento in cui ti sei concretizzata… non c’eri più.

Provo a cercare il tuo nome e cognome in rete. Chissà mai che trovi una mail, ti scriverei ora. Ho cosi tante cose che vorrei dirti, cosi tante.

Chissà se hai ricevuto quella stupida lettera che ti scrissi qualche giorno dopo la mia cacciata dal gruppo. Volevo dirti che avevo capito che c’eri…

In realtà non ricordo cosa ti scrissi, ricordo che ti scrissi. Quello si.

In questi 15 anni ci sono stati momenti, brevi, istantanee, in cui ti ho davvero sentito. Quella volta alla riunione generale a Milano in cui passandomi dietro mi sfiorasti leggermente, solo un soffio.

Dio sa quanto avrei voluto girarmi a prenderti tra le braccia. Ma non posso, le regole, le regole. Ti farei solo del male. Non posso farlo, non potrò farlo mai.

Non c’è soluzione a questo rebus. Wilma per me non dovresti esistere. Io per te non dovrei esistere. Eppure so che mi pensi. Ogni settimana chiedi a mia madre come va con il lavoro, come sto con la salute. E lei mi riferisce che mi aspetti ancora.

Ma perché lo fai? Perché vuoi farti male? Perché?

Non c’è condono lo sai, non c’è perdono, non c’è marcia indietro. Non ci siamo.

Ci sfioriamo di tanto in tanto ma viviamo su due piani paralleli, due realtà diverse.

Wilma, avrei potuto amarti, lo sai?