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Mala Rara

Pubblicato: 11 febbraio 2012 da llmezzanottell in scrivere
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«Vivo per la maggior parte dietro il mio occhio sinistro. E’ l’ occhio che vede il peggio e per questa ragione è sensibile alla sostanza delle cose, al mondo fantasma, al mondo della morte» J. Eyre

«Gli occhi distesi su tutto l’orizzonte
dove si coagulava la sua novella fantastica
d’odore agreste e dolcezza eufonica.
La cerimonia visionaria del senso
modesto sussidio per i poeti nati  già morti.
Pretenziose sublimazioni
Viste come malattie veneree per un senso non condiviso. »  Celan  _________________________________________________

Tutto si spezza sempre all’inizio. Vita e morte sono elementi primari di uno stesso seme che si scindono al tempo del germoglio per poi continuare a vivere in unità distinte e simbiotiche. Niente a questo mondo resta unito. Niente e nessuno è uno. L’uno è il due.

Non avevo scelto di vivere, così come non avevo scelto di morire. Non avevo scelto di essere una, non avevo scelto di essere l’altra. Non avevo scelto il mio nome, e nemmeno mia sorella. Due acini di uva identici vengono chiamati indistintamente acini , eppure alla nascita io portavo il nome di Lara, mentre mia sorella si chiamava Mara.

Vivo grazie ad una parte della sua testa.  Lei è morta per quella parte in meno.
Con due teste creo i miei dipinti e le mie sculture. In quelli vivo e in quelli muoio.

Sono seduta ad un tavolo oblungo insieme ad otto unità parlanti. Il cristallo dei bicchieri emette uno scintillio diamantino luminoso che si mischia a quello argenteo delle posate. Il riflesso punta ai miei occhi. E’ un fascio di micro-farfalle metalliche dal corpo puntiforme che in quel riflesso nascono e muoiono nel momento in cui colpiscono.

A tavola si parla della luna. Uno dice piattamente che quando è piena è bellissima, un altro dice che solo gli innamorati meriterebbero di parlarne. Un altro dice che sarebbe bello mettersi ad ululare a tavola tutti insieme al posto di suonare il campanellino per chiamare la servitù. E intanto, si sganasciano dalle risate, mentre l’aria sembra riempirsi di barriti grottescamente preistorici.

C’è una donna mastodontica dai capelli color barbabietola con due seni talmente grandi che non riesce a stare dritta.  Così seduta ha l’aspetto di un budino trapezoidale informe su cui è infilato a mò di pennacchio il suo collo tozzo  e quel crine crespo rosso violaceo. La donna ride spalancando la sua bocca oblunga più che può,  quasi orgogliosa di mostrare la sua lingua ruvida all’uomo che le siede accanto. Quell’uomo ride anche lui, spallandosi all’indietro con una volgarità naturale. Fissa il seno ondeggiante della donna e si mette a ridere ancora più forte. Sembra che, come lei voglia mostrargli la lingua, lui voglia mostrale lo sconquasso che la sua faccia assume ridendo.  Un ammasso di rughe così profonde da fare invidia al più longevo dei tirannosauri.

Ai miei occhi sono fantocci mostruosi, frutto di qualche esperimento di biomedica perversa. Io resto in silenzio, rifiutandomi di osservare le altre unità al mio tavolo e lancio anch’io uno sguardo a quella luna.  Mi appare come un grosso coniglio bianco raggomitolato appeso ad un gancio nel cielo. Il  suo doppio l’ho visto saltellare in gabbia poco fa, ingegnarsi inquieto per cercare di salire lassù per dare un bacio a suo fratello morto.

Appare dalla porta laterale una decima unità. Versa a tutti nel bicchiere del vino bianco ghiacciato. A me basta toccarne il suo cristallo freddo , che un’onda di gelo mi sale su per il collo e si dirama tramite la mia testa lungo ogni capello. Divento all’improvviso una medusa gelatinosa appena tirata fuori da un frigo, pronta a sciogliermi malamente al calore della prima pietanza calda che mi sarà servita.

Tutto si trasforma repentinamente. Tutto è caldo-freddo, vivente-morente.

Ora i fantocci mostruosi a tavola, sono tutti intenti a chiedermi il significato di quella mia scultura a forma di donna fatta con arance congelate ed esposta per giorni in una teca refrigerata con termometro a vista. Uno tra i fantocci,  dal crine bianco-giallastro con due canini d’oro, comincia a muovere la sua bocca molle e mi dice che quando aveva provato ad alzare la temperatura della teca , la donna fatta d’arancia sembrava sanguinasse.

Il vivo e il morto in fondo si differenziano solo per una diversa temperatura corporea.

La decima unità rientra da una porta laterale della sala da pranzo. Porge a tutti, servendosi di una strana tenaglia, un panino ovale. Ha l’aspetto di uno scarabeo albino a cui hanno mozzato le zampe e le ali. Mi viene voglia di accarezzarlo. Mi rimanda al contatto con la terra, le zolle umide, ai fiori cresciuti e agli insetti svolazzanti sopra il letto di mia sorella.

Entra una undicesima unità e porta in mano un grande vassoio quadrato su cui giace un pollo dalla corona apache di verdure colorate. Riesco a vederlo di sbieco. Un attimo dopo ancora il riflesso del cristallo sotto la luce mi acceca. Le piccole farfalle metalliche salgono di colpo a me per poi cadere morte sulla tavola come coriandoli inermi.

Appena riesco ad aprire gli occhi, il vassoio quadrato giace sul carrello al lato sinistro della tavola e da quella tundra di erbetta vedo spuntare una chiocciola di cuoio dal cui interno spunta il viso di un feto che spalanca di colpo gli occhi cisposi. L’undicesima unità si mette ad affettare il feto-chiocciola e comincia a servirlo.

Intanto a tavola si ingozzano e ridono, altri si slinguano, altri si toccano mentre fumano. Le farfalle metalliche svolazzano a sciami  raso tavola su quel che rimane  dei resti degli scarabei bianchi divorati nel mentre.  Il coniglio appeso in cielo sta piangendo. Suo fratello in gabbia sta diventando pazzo. Penso al sangue che verrà versato subito dopo, al momento del dessert.

Qualcuno mi chiede la data della mia prossima mostra. La mostra che proprio in quella cena , ho già quasi interamente scritto.

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Il Bau Bau

Pubblicato: 9 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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All’improvviso la sparizione . La luce filtrante dai pioppi a barriera del giardino illuminava a specchio le viole disposte in linea sul davanzale , trapassando il doppio vetro della finestra con il tepore di un inverno ormai sfinito . La luce d’inizio Marzo  scorreva  con quella  stessa insistenza silenziosa che a tratti sentiva stagnargli dentro per poi rompergli di scatto  il respiro. Dal primo piano , e da quella finestra  guardava impassibile  Fernando correre e abbaiare in giardino dietro il volo basso di qualche farfalla di passaggio  . A volte si dimenava cosi’ pazzamente da sembrare un capriolo . Amava quel tenero cucciolo ed il suo scegliersi sempre improbabili e strambe prede .  Sorrise . Il tepore muto della mattina , aveva cominciato senza che lui si accorgesse , a scaldarlo piu’ del suo maglione di moer.  Per un attimo penso’ che fosse stata sempre una gran fatica parlare e ancor piu’ riflettere . Eppure tutto quel silenzio doveva pur provenire da qualche luogo , fosse stato anche solo di carne o figurato . Doveva pur esserci stato un substrato favorevole in cui gli fosse stato possibile attecchire al di la’ del corpo e della mente . Al di la’ della sua iniziativa .  Lo sorprese  alle spalle , il tocco lieve della mano di Lucilla. La sua esile mano bianca si era fermata sulla sua spalla all’improvviso , come a volerlo ritrarre a se’ per un abbraccio che provasse la loro persa  vicinanza .  Il profumo di mora infuso nei suoi polsi ed i suoi capelli biondi , sempre raccolti al di la’ dei suoi occhi grandi , e sempre arcuati come in un sorriso  , lo fecero voltare d’istinto e vincere il disagio della sua propensione a rimanere immobile. La strinse anche lui , cercando come d’istinto le punte dei suoi capelli raccolti . Adorava sentirli tra le dita per poi farli scivolare piano per trattenere il loro profumo  . Ricordava ora  in quel gesto , qualcosa che avrebbe dovuto essergli famigliare ed in quel profumo qualcosa che in passato l’aveva portato a sentire.  Sentire  tanto , piu’ di ogni altro tempo e di ogni altra vita vissuta . Si ritrasse da quel pensiero lentamente e con la stessa flemma la guardo’. I suoi occhi erano un misto di oro e buio , in cui nulla avrebbe potuto piu’ navigare se non la consapevolezza reciproca , che essere  altrove rispetto a quel luogo  fosse la cosa giusta per entrambi . Cio’ che stava provando da un po’ di tempo  era forse nato dalla simbiosi con cio’ che provava  Lucilla  . Forse quelle strane pulsioni erano cresciute insieme a loro ,  parimenti e all’unisono , perche’ alle volte l’impotenza o l’incapacita’ di comprendere  ,  insieme a tutte le simil-torture inflittaci o autoinflitte portano all’odio piu’ che alla consapevolezza  . Sentiva quella mattina il suo svaporarsi . Proprio come certe essenze che  volatilizzano per natura della propria composizione chimica dai sacchetti profuma biancheria . Sacchetto senza ossa e pensiero , nota strimpellata al vento , di quelle che non riacchiappi mai piu’. E lei ? Lei , la sua donna , quella meravigliosa ragazza , che diventava sempre piu’ un profilo immerso nella nebbia , un calco di calore lontano , nostalgia di orizzonte perso a vista d’occhio .  Fernando intanto aveva cominciato ad abbaiare piu’ forte e di continuo . La sua presenza ed il suo comportamento bizzarro avevano da sempre rotto molti momenti di tensione o pulsione tra loro. Si divisero dall’abbraccio guardandosi in silenzio , e  incuriositi si presero per mano  dirigendosi verso il giardino. Fernando aveva attaccato la gabbia dei due pappagalli brasiliani di Lucilla . Nell’impeto era pure riuscito a riaprirla   ed era riuscito ad ammazzare  uno di loro con una zampata . Ora abbaiava all’altro , che gracchiava appollaiato ed impaurito su un ramo del carrubo. Lucilla emise un urlo d’orrore . Il pappagallo giaceva supino su una piccola chiazza di sangue scuro e Fernando gli teneva ancora la pesante zampa sopra , quasi fiero del misfatto. –  Cagnaccio balordo ! – disse con rabbia Lucilla – Testa di cazzo di un cane ! – sferrandogli un calcio nella pancia , mentre lui , come un’ombra rimaneva immobile e muto  alla destra del cane .   – E tu ? , Tu non gli dici nulla ? Non dici nulla a questa bestia immonda ? – Il suo viso s’arcuo’ in un  sorriso ilare e sinistro , mentre Fernando , intimorito dal tono di voce alto di Lucilla scappo’ via emettendo mugolii come di rammarico. Lucilla si porto’ le mani al viso scoppiando in un pianto disperato . Piu’ che per la perdita dei pappagalli , forse per un senso di fino allora repressa asfissia .  Lui allora  la abbraccio’ quasi di rito , e non potendo  fare altrimenti , la strinse accarezzandole la schiena in gesto di conforto . Senti’ il suo calore .  Ne percepi’ anche la diversita’ rispetto a  quello ammiccante che gli aveva trasmesso la sua  risata in quella  telefonata che aveva ascoltato tempo prima per caso   Stasera e’ tornato prima del solito , ma non cambia nulla fra noi Mentre la teneva fra le braccia , aveva visto Fernando alle sue spalle risbucare timido dal cespuglio . Si trascinava a testa bassa , tenendosi ancora ad opportuna distanza . Lo osservo’ , cercando in qualche modo di attrarre la sua attenzione senza alcun cenno o suono che potessero insospettire Lucilla . Squillo’ in quell’istante il telefono e Fernando pur se da lontano riprese ad abbaiare con forza . Lucilla si smosse dall’abbraccio e lo bacio’ su una guancia .  Avrebbe risposto al telefono in giardino . Fernando nel vederla arrivare a passo svelto ed in sua direzione  , ritorno’ ad eclissarsi dietro il cespuglio  . – Pronto…  Oh mamma sei tu ! – disse ancora con voce rotta di pianto  , mentre osservava suo marito passeggiare nei pressi cespuglio dietro cui era sparito Fernando.  Si mamma , non sto bene oggi , poi piu’ tardi ti spiego . –  No , no , nulla di grave , solo un’ altra  bravata di quell’idiota di cane . Mi e’ costata Giugiu’ e Dede’ . Sai che erano un ricordo importante per me .-  Ci vediamo a pranzo si  , preparo la   Quiche Loraine che ti piace  – Guardandosi intorno , si era accorta  di non vedere piu’ ne’  suo marito , ne’ il suo cane sciroccato. – Si , mamma funghi e zucchine e poco sale – La calma apparente di quell’attimo fu rotta dal ringhiare minaccioso di  Fernando fermo alle sue spalle . Avendolo ritenuto da sempre poco sveglio  , lo  ignoro’.  Piantala e vattene imbecille , o questa volta saro’ io a finirti !  No , no , dicevo  al cane mamma .  – Fernando intanto continuava a rimanere li puntando le zampe e ringhiando piu’ minacciosamente  come a sfidarla  . Lucilla fu costretta ad alzare  il tono di voce .– Si mamma , dicevo la quiche loraine ! – Oh mio Dio !  – Incredula , con gli occhi sbarrati e senza piu’ un filo di voce , vedendo Fernando avanzare , comincio’ a cercare con lo sguardo suo marito.  Dopo qualche minuto , in cui aveva creduto che fosse rientrato in casa , l’aveva trovato proprio di fronte a se’ e non molto lontano a  scrutare  la scena con occhi bui e freddi.  La sua smorfia  di scherno ed il suo restare immobile parevano come l’annuncio di quello che per un attimo le era balenato mentre pensava di aver riconquistato almeno in un inizio l’equilibrio . Rimase muta  in quell’allucinazione immobile , sostando inerme nel paradosso tangibile di una morte che si spiegava  su due lati e a pochi metri da lei  . Lui ad un tratto prese a muovere  il braccio come in segno di saluto e Fernando ad ogni chiusura del pugno  muoveva un passo verso di lei . Segui’ uno stridio fioco che si perse nel ringhio e nel brusio concitato proveniente dal  ricevitore . Segui’ poi  un fischio di richiamo , il tonfo del ricevitore riposto sull’apparecchio ed il mugolio di festa di Fernando verso il suo padrone  . 

 – Meriti un pranzo speciale oggi  amico mio .  Hai mai mangiato la scrofa satay ? –

Santi e peccatori.

Pubblicato: 11 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Lavoro in una vecchia zona industriale ai confini della città. Dopo di noi, granturco e campi incolti, discariche abusive e cittadine talmente brutte che meriterebbero la fine di Dresda 1945. Non per essere cinico, ma al confronto di certi casermoni edificati nell’hinterland durante gli anni settanta, i capannoni industriali distribuiti qui attorno splendono come palazzi Bauhaus di Dessau, giusto per continuare con paragoni che esaltano la mia cultura mitteleuropea.
Chi non ha mai lavorato in una zona industriale non può immaginare quanto sia facile disinnamorarsi della vita dopo quindic’anni trascorsi in una realtà dalla quale la razza umana esce sconfitta: ciminiere fumanti, puzza di solvente, vegetazione incolta e invadente ingrigita dai gas di scarico di immensi tir che ogni santo giorno caricano e scaricano salcazzo quale merce senza un attimo di sosta, strade smozzicate dai loro pesanti pneumatici…nonostante tutto, capita di incrociare facce sorridenti in tute blu che a vederli torna in mente Pellizza da Volpedo, felici per la loro meritata pausa pranzo da consumarsi nell’unico self-service della zona, una bettola fetente che sa di olio stantio e verdure bollite ma con sette euri hai pure un quartino di vino e il caffè corretto Nardini e quindi le pretese stanno a zero.
Il mondo qui non conosce colori, tutto è grigio o seppiato, anche quando a maggio il cielo è talmente brillante da sembrare il mare dei Caraibi.
Sembra strano a dirsi, eppure è vero, ma il grigio e il seppiato hanno uno spazio tempo limitato alle ore lavorative. Quando anche l’ultima sirena ha mandato a casa i più infaticabili tra i lavoratori, in genere intorno alle sette di sera, lo scenario muta, cambia pelle, pur senza tradire la sua identità. E’ una cosa che ho scoperto negli anni in una delle tante sere in cui mi è capitato di tirar tardi in ufficio per portare a termine cose assolutamente trascurabili ma che per altri risultavano estremamente urgenti: uscire alle dieci di sera dal cazzo di loculo in cui sei schiaffato dalle otto e mezza del mattino è una cosa estremamente svilente ma ti permette di osservare come si trasforma radicalmente un posto che durante il giorno è sì pieno di esseri umani, ma non di vita.
Sono i leprotti il primo segnale di cambiamento. Intere famiglie di leprotti che all’imbrunire partono dalla campagna e vengono a farsi il loro giro turistico ai confini della città. Vedo spuntare i loro musi appuntiti da dietro spelacchiati cespugli di more al monossido di carbonio. Prima uno, poi due, infine tutta la famiglia. Attraversano la strada senza fretta e senza paura, il silenzio attorno li tranquillizza, l’assenza di essere umani li rende padroni del territorio. A volte mi viene il dubbio che ci spiino, che ci osservino, che in qualche modo abbiano tirato le loro conclusioni sulla nostra razza e che sappiano come comportarsi in società. Dalla finestra dell’ufficio li vedo zompettare fino a quando non si infrattano nel cortile abbandonato che confina con l’ultimo capannone dell’isolato, quello dopo il nostro.
L’ultimo capannone dell’isolato ha un portone di color celeste paradiso, anche se pochi giorni fa qualche teppistello l’ha scarabocchiato di nero con una bomboletta spray. E’ un classico portone da officina, di quelli che quando si aprono si piegano a libro ma che comunque hanno la porticina per il passaggio pedonale. La cosa strana è che dietro l’ultimo portone dell’isolato non c’è un’officina. L’insegna appesa sopra, grossa, appariscente, con tanto di caratteri maiuscoli in color oro, recita CHIESA CRISTIANO EVANGELICA BETANIA. Non m’intendo di religioni, non solo quale cazzo diverso abbiano su per il culo ‘sti qua rispetto ai più classici cattolici carne da cannone dell’elettorato di centro-destra, sta di fatto che sono venuti ad aprire la loro chiesa in piena zona industriale. Chiesa che, oltre a celebrare messe, matrimoni e funerali, è anche luogo di incontro e sala prove per il coro. Sala prove per il coro.
Gli avventori si materializzano di colpo, tutt’insieme, come teletrasportati da chissà dove, intorno alle sette e mezza di sera. Arrivano su automobili fuoriserie – nel senso stretto del termine, ovvero automobili che non vengono più prodotte da tempi immemori – e piuttosto bizzarre, quelle auto che dici…boh?!?…ma come cazz…tipo un’Alfa Arna, una Triumph Acclaim, una BMW serie 3 degli anni ottanta, una Citroen BX break (station wagon)…tutti tarchiati, tutti baffuti (donne comprese), chi non è calvo ha la fronte bassissima, si salutano e ridono tra di loro parlando una lingua incomprensibile tipo l’elfico, poi si fiondano in chiesa e cominciano a cantare. Urlano a dio i loro peccati e invocano il perdono su ritmi quasi tribali – ci sono delle percussioni in sottofondo, forse suonano anche dei bonghi per accompagnarsi, va a sapere – e io, dall’altra parte del muro, provo a immaginare i loro volti. Me li immagino tirati dallo sforzo, con le fronti imperlate di sudore, con la fatica fisica che inevitabilmente provano nel pregare e cantare e inneggiare il loro dio, me li immagino così, come dei veri devoti, perché solo dei veri devoti si prendono la briga di venire a trascorrere ogni sera della settimana in questa landa così simile al circondario di Chernobyl per redimersi dai loro peccati cantando a squarciagola.
L’ultimo capannone dell’isolato ha un’altra particolarità: è di quelli vecchi, di quelli che hanno  l’appartamento costruito sopra per ospitare l’eventuale custode. Prima che giungessero i betanesi, l’appartamento era stato già venduto. Ora so che questa storia comincia ad avere dell’incredibile, ma l’appartamento sopra la CHIESA CRISTIANO EVANGELICA BETANIA è di proprietà di un circolo di scambisti.

“M********* Club – International Swingers Club” dice la targhetta sopra il campanello.
“Ingresso riservato ai soci”, quella sotto.

I balconi sono tutti verandati e muniti di videocamere a circuito chiuso puntate sulla strada e sull’ingresso. Non so se siano funzionanti o meno, però ci sono. Quando ti muovi ai confini della legalità, diventano un bene necessario. Al mattino vedo sempre le finestre accostate e immagino ventate di aria fresca a ossigenare un ambiente che puzza di sperma e sudore, di sesso e di feromoni. Chissà com’è arredato un circolo di scambisti. Oltre al bar, divani rossi, letti disfatti e candele, candele ovunque. Le candele devono esserci per forza, e tante pure, perché un mattino, percorrendo la strada a piedi fino alla bettola per una colazione ignorante a base di focaccia al prosciutto e succo alla pesca, ho notato che sull’asfalto, proprio davanti al portone d’ingresso della chiesa e in linea d’aria con il balcone degli scambisti, c’era una colata di cera che tutto subito ho scambiato per ghiaccio ma che, considerata la temperatura, ghiaccio non poteva essere. Alzando gli occhi, una stalattite bianca tutta frammentata stava a confermare la mia ipotesi. Non lo nego, ho provato un brivido lungo la schiena, un brivido freddo di piacere perverso, mi è sempre piaciuta la cera sulla pelle, da bambino ho fatto andare chili di candele di tutti i colori, accese e fatte colare sulle mani, le braccia, sul petto. Il dolore improvviso e rapido come una puntura d’insetto, poi quella strana sensazione di “protezione” data da una corazza pronta a creparsi al primo movimento brusco. La cera è come l’amore, brucia appena ne vieni a contatto, poi diventa uno scudo che ci sembra indistruttibile ma che al primo dubbio si sgretola sotto i colpi delle nostre paranoie.
Non ho mai avuto il piacere di incrociare gli avventori del circolo, immagino prenda vita ben oltre le dieci di sera. Lo stesso mattino della cera, però, ho visto i gestori. Sono arrivati su di una vecchia Passat station wagon e hanno cominciato a scaricare casse di alcolici assortiti. Tutti e due sui quarant’anni mal portati, lui pelato con codino, giubottaccio di pelle un paio di taglie più grande del dovuto, sigaretta appesa al labbro e jeans appesi al culo; lei, faccia triste ad accompagnare un fisico niente male, forse ancora (o già) in abito da lavoro composto da microvestito in PVC nero, calze a rete e zeppe nero lucido ai piedi. Avevano gli sguardi duri e taglienti di chi è abituato a trattare con persone che hanno perso la bussola e necessitano di una figura autoritaria. Certi ambienti funzionano solo se ben gestiti: quando finisci in un circolo di scambisti, l’amore e il sesso non sono più un gioco, sono un’ossessione, ed è con gente ossessionata che ti ritrovi ad aver a che fare, se non dimostri carattere, vieni subito esautorato.
Ho riflettuto a lungo sui perché e i percome di questo strano abbinamento, sul perché sia chi commette peccati sia chi cerca redenzione si venga a rifugiare qui, ai confini della città, nel bel mezzo di una vecchia zona industriale. Forse perché, proprio come i leprotti, anche loro sanno che dopo una certa ora questa diventa una zona franca, un posto dove è facile crearsi le proprie regole e dove difficilmente qualcuno viene a cambiarle.
O forse perché, nel loro intimo, sia gli uni che gli altri si considerano dei borderline, dei freak, e sanno che l’unico luogo disposto ad ospitarli è quello più inospitale di tutti, quello che di giorno è ingrigito dal colore del profitto, ma che di notte diventa il regno di santi e peccatori.

Pubblicato: 26 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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azzurro alemagna

 

Lei, a volte, è quasi soltanto una voce. Nei solstizi d’estate si siede a gambe accavallate e ne percepisco la forma del viso.
Quando apro una porta qualsiasi la vedo accarezzarmi le mani, e ridere un po’ nervosa della presenza di ombre indistinte sul marciapiede.
C’è sempre traffico, davanti alla nostra vetrina. Lei è manichino volubile allo schiacciarsi del sole sull’asfalto, sotto le ruote già un po’ consunte del pomeriggio.
Lei è una copia un po’ strana di ciò che non volevo, e ho vissuto, il senso femminile, quel tatto violento che non ti fa sapere del resto del mondo.
Per Lei, il mio resto di mondo è un bicchiere vuotato sul retro di un palazzo anni Settanta, un suono confuso di cellulare storpiato da eccesso di zelo, il risultato che non volevo aspettare verbalizzato in una cartella qualunque di luglio.
Lei sa esattamente cosa voglio, quando lo voglio.
Il mio resto di mondo l’ha gettato all’angolo di un centro squallido, al centro di una notte in un mese al mezzo, che vomita in metamorfosi d’estate.
Lei è il mio mondo. Il resto, dice, non ha importanza.

 

 

Lui ha occhi trasparenti quando crede di guardare cose senza essere visto.
Ma degli occhi trasparenti, io, che sono Lei, mi sono innamorata senza accorgimenti.
Io sono una Lei, di Lui, non tradizionale. Sono la sua Lei sinestetica, un po’ ossimorica, vivo in continua sinapsi con i suoi occhi trasparenti.
Lui è il mio mondo. Del resto, poco gliene deve importare.
Ho costruito, per Lui, un castello di ghiaccio. Le mensole, di stoffa, gli reggono il pensiero.
Ho costruito, per Lui, due piccoli occhi trasparenti che ridono blu quando apre la porta. Due occhi grandi con le foglie di noce, perché si ricordi di me quando spalanca la finestra della sua stanza e vede un albero dormire.

 

 

L’Altra era ombra sfuggente, sublimata da uno Stop di quartiere, quando ho percepito la sua presenza.
E’ diventata lo specchio di ogni mio movimento.
Quando la voce mi segnava gli occhi, riusciva a misurare la frequenza, il ritmo semilibero di un’esistenza strana. La mia, quell’essere fuori senza mai trovare il dentro, quell’essere dentro come prigione misurata.
Mi ha ascoltato l’ergastolo quattordici volte in silenzio sul dirupo di un corso d’acqua che non aveva odore. Mi ha disegnato un ritratto con una moneta scaduta, avevo un cappello e sapevo chi ero.
L’Altra è il sogno debole di un’alba che stenta a venire.
Equinozio, e non solstizio, di stagioni che hanno la vita di un giorno.
Il mio mondo, il suo, si sono incontrati nell’intersezione di un diagramma scentrato di Eulero Venn.
Capolavoro di un matematico cieco.

 

 

Quando finiscono i passi sulle strisce bianche, ricomincio di lato con i piedi sporchi di giallo e di blu.
Lui diceva che riusciva a volare su quelle forme stanche e perfette, ma io respingevo ogni vittoria dietro la schiena.
Io, per Lui, ero l’Altra, anche se Lei ha lo stesso mio nome.
Di Lui leggevo il profilo la mattina, quando le nuvole di cellophane gli sorridevano gli zigomi. Sudava parole, come tossine ingenue e filiformi.
Il suo nome era piglio regale, sapore smeraldo di tinta sfumata, Azzurro Alemagna.

 

 

L’Altra, io che sono Lei, la vedo movimento assassino, corda dorata di evasioni annullate.
Ci sono venti, e tempi, che si mangiano barriere, e disegnano dei muri per non poter passare se di giorno si brucia il sole sul braccio.
L’Altra è la mano che non si trova, è smarrita dentro il bosco, è il fuoco per il castello di ghiaccio, l’ombra che non si riesce a fermare.
E’ la porta della vetrina, che si apre e si chiude.

 

 

Quando sopra i gradini di carta guardavo le scelte ottiche delle cabine telefoniche abbandonate, mi tingevo di rosso i polsi per non sembrare il centro del deserto di catrame.
E non potevo che sentirmi l’Altra, l’equinozio d’autunno che partorisce foglie smeraldo per Lui, il sovrano d’Alemagna.
Lei è il pennello che riga il viso, l’acqua argentata che bagna le sopraciglie di Lui, quando pensa.
Lei è il centro dei cerchi, meccanica intrusione di canali sfasati.
Di Lei percepisco la forma, quando si nasconde dietro il mondo, il tratto sbiancato e infantile della mia condanna a morte.

 

 

Da quando sono partito Lei ha sempre occhi stanchi, e si violenta le dita.
Non percepisce il residuo secco della mancanza aeriforme, l’assenza del mio sapore sul pavimento le fa credere all’inverno.
Io, ora, sono con tutto quello che Lei mi ha regalato.
Ho una collezione d’occhi in giardino, e corse secche da rincorrere piano.
Lei, qui, è soltanto voce imperativa, i fili di rame di ogni mio movimento.
Ho lasciato il castello di ghiaccio incustodito. Non aveva screzi, ieri, né vetri esplosi.
Sto sperando in un incendio che faccia sciogliere sangue di vapore azzurro.
L’Altra, avrebbe in tasca un accendino d’Alemagna.
Gliel’ho regalato perché potesse bruciarmi il passato, se solo ne avesse avuto la voglia.

So che l’Altra ha un accendino Alemagna, nella tasca destra, ma le scaglie del mio bosco di vetro smeraldo le narcotizzano il pensiero.
Ha ombre troppo dense alle spalle, cavalli di legno scaduto, cani che non sanno parlare.
Ho portato sulla schiena il mio ritratto col cappello.
Sa di carta che non brucia, ha il colore del risveglio.
Quando mi leggo, nel sogno, ho sempre braccia troppo deboli per afferrarla, ho sempre troppo freddo per credere nel passaggio di stato.
Quando mi leggo, nel sogno, l’Altra è parola scritta in corsivo, voce muta che non mi attende sulla strada di sassi, ricordo bianco di uno Stop di quartiere.
Quando mi leggo giovane, l’Altra mi ride vecchio, e chiede, di me, un’altra canzone.
Sono il filo incustodito del suo aquilone azzurro, il riflesso cieco del suo scrivere pallido, sono gli occhi che ridono dietro la tenda di pioggia, l’ombrello segreto del nostro camminare sopra il vento.
L’ho vista accarezzare il mio castello di ghiaccio, da qui, seduto sulla nota fisica di steli d’ambra.
Aveva mani di cristallo, e non aveva chiavi per aprire.
Ha soltanto mangiato le lettere del mio nome di ferro, e scritto, con le dita bagnate di fiume: “Azzurro Alemagna

CB ( Nablu )

 

 

Origami

Pubblicato: 11 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Il giardino sabbioso era ornato da linee lunghe e sinuose, da sassi calcarei bianchi.
L’uomo indossava un completo grigio scuro con gli orli svolazzanti dei pantaloni e della giacca.
La donna era seduta poco distante, sulla panchina in marmo rosa, vicino allo stagno con i giochi d’acqua e le pagode. Teneva le mani in grembo, appoggiate stanche alla gonna in cotone azzurro, lisciata bene sulle ginocchia magre.
Le linee disegnavano onde e ritorni, in una risacca asciutta.
“ E’ un bel giardino “ mormorò tra sé.
“ Sì “ rispose l’uomo a un sasso bianco.
“ Mi manchi “
“ E’ normale, credo “
Si voltò, un bambino in bicicletta lo schivò per un pelo e abbozzò un piccolo inchino tra il collo e le spalle. Lui non ci fece caso.
“ Andiamo? “ le disse da lì, dal bordo del giardino.
“ Come preferisci, se vuoi rimanere per me va bene “ ma intanto si era già alzata.
Sul parabrezza della macchina trovarono un volantino con la pubblicità di un ristorante take away. La donna lo prese e lo lesse con attenzione, mentre lui si accese l’ennesima sigaretta senza filtro della mattina.
“ Fanno anche cucina vegetariana, sembra aperto da poco. È qui vicino, prima della superstrada” gli disse.
“ Hai fame ?”
“ Non molta. Vuoi andare ?”
“ Magari un’altra volta, anche io non ho fame adesso “
“ Non torneremo più qui ”
“ Tu tienilo, non si sa mai”
In macchina faceva caldo. Aprirono i finestrini e si persero nel silenzio.
Lei aveva piegato il volantino prima di metterlo in borsa. Pensava che sarebbe stato bello anche non mangiare, in quel take away. Tutto, pur di non tornare a casa.
L’uomo fumava distratto e aveva un bel profilo. Lei pescò il foglio dalla borsa e lo distese sulle ginocchia. Lo piegò in due in un triangolo, poi strappò un lembo lungo e ricavò un quadrato perfetto. Lui non disse niente, ma accese la radio.
La donna con movimenti precisi piegò ancora su sé stesso quello che rimaneva del foglio. Alla fine tirò piano due piccole punte e le schiacciò con i polpastrelli.
L’airone era venuto bene, nonostante la carta lucida e un po’ spessa.
“ E’ carino “ disse lui.
“ E’ inutile” rispose la donna.
Appoggiò l’origami sul cruscotto, poi si passò una mano sulla fronte.
“ Sono stanca “
“ Perché non dormi un po’? Manca ancora molto prima di arrivare”
“ Sì credo che lo farò. Chiamami se vuoi il cambio “
“ Non ti preoccupare. Potrei guidare per sempre, lo sai”
“ Lo so. Ma poi non lo fai mai”
“ Che cosa ?”
“ Niente, sono stanca.”
Si appoggiò scomposta alla portiera. Lui prese l’airone. Lo strinse nella mano destra e lo tenne lì per un po’, nel palmo sudato.
“ Mi dispiace “ sussurrò.
“ Lo so “ rispose lei, il capo reclinato, lo sguardo perso sui campi. L’uomo deglutì male. Sentì in bocca il sapore marcio delle sigarette.
Lei pianse qualche minuto, poi si addormentò. L’uomo lasciò cadere l’airone fuori dal finestrino.
Dallo specchietto lo vide, accartocciato sull’asfalto, tornare ad essere solo un pezzo di carta.
 
 
 

Superstite superstiziosa

Pubblicato: 9 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dopo la  felicità del viaggio di nozze, una settimana nella cocente campagna di Mazzarino, Reana entrò nella casa coniugale  portata in dote dal marito fedifrago per  vocazione. Casa che tra l’altro vantava :  un sollecito di sfratto ogni anno, la completa assenza di intonaco sui muri e ragni, lucertole, file di formiche rosse che entravano dai vetri rotti delle finestre del pianterreno.
Le macchie di una solitudine ignorata iniziarono a imperlare i suoi giorni di neosposa diciottenne e già gravida.

Rimase incinta la prima notte di nozze, quando con non troppa delicatezza il marito le fece capire esattamente cosa voleva da lei ogni giorno, e ciò non era l’amore dal profumo di fiori lilla o azzurri di cui la madre le aveva parlato.
 Suo marito aveva ventuno anni, baffi neri da conquistatore moro, lei si sentiva una spagna di sapori, umori, sogni e di occhiaie scure, perenni che ogni giorno si estendevano nascondendo le efelidi sulle guance.
La prima figlia nacque il 9 Maggio del 1978, mentre l’Italia sconvolta guardava nel
bagagliaio di una  renault rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma e mentre un uomo coraggioso veniva fatto esplodere nella poco lontana sicilia.
Lei , Reana, completamente lacerata e ricucita, piangeva per lo strazio del parto e malediva la florida neonata che si era portata via la bellezza e l’integrità del suo corpo giovane.
Ebbe tre aborti nei due anni successivi. Poi un’altra femmina, nessun lavoro, nessuna felicità che non fosse indossare i suoi vecchi vestiti di ragazza e piroettare rimirandosi nello specchio a parete della camera da letto, mentre, nella cucina sempre più sporca, le sue figlie giocavano con forbici e coltelli.


Le sue figlie crebbero mentre la sua solitudine partorì il mostro di una torbida turba psichica, accecante di fantasia e misticismo.
Rubò seimila lire, nel silenzio di un’altra notte di usurpazione carnale, dal portafoglio del marito, addormentato e gonfio di vizi e bestemmie.
Comprò un mazzo di arcani maggiori e cominciò a crearsi stati di auto-suggestione in cui parlava con spiriti buoni, angeli e demoni. Allenò la sua faccia a cambiare espressioni, la sua voce a farsi cupa, bambina, graffiante, stridente, lieve come un vento di paradiso.
Le sue figlie avevano voti pessimi a scuola e lei, ogni giorno, le faceva sedere una alla volta al tavolo traballante della loro mensa , di fronte un piatto pieno di acqua con un crocifisso sul fondo che  riceveva gocce di olio e preghiere scaccia malocchio.
Le sue figlie adolescenti iniziarono a chiederle di uscire, vedere amici, ma lei, persuasa della grande impresa a cui era chiamata, fece in modo che essi si ritrovassero a casa sua, dandogli un tetto, un parcheggio per i motorini truccati, una figura adulta a cui  chiedere,domandare, farsi consolare.
E palesò la sua schizofrenia, figlia di una solitudine angosciosa e affamata. Fu creduta, come non credere ad un adulto se non si sa niente della vita. Le rimasero intorno per anni. Poi lo sfratto si fece concreto e confinò la famiglia in un appartamento di tre stanze non lontano da una stazione ferroviaria dismessa, e la abbandonarono tutti alle sue carte, al suo smembrare cuscini alla ricerca di piume o oggetti maledetti. Perfino le sue figlie se ne andarono via, lontane da lei.
Poi un giorno arrivò una lettera dal Mali, dove suo marito andava spesso per lavoro, indirizzata al consorte. Dentro una foto di una donna di colore con due figlioletti mulatti. Sul dietro della foto una scritta “Ciao Papà”.
E si risvegliò. La realtà le arrivò in faccia come un tornado su una fattoria. Rovesciò tutto e lei non rovesciò neanche una lacrima.
Mentre la gazania nella polvere del giardino apriva i suoi fiori al sole di un altro maggio, Reana, unica superstite del suoi io, si avviò verso la stazione pensando che dei riti voodoo non sapeva proprio niente. 

Pronta, il soccorso?

Pubblicato: 21 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Perché poi quando avverto quella sensazione strana che mi trasporta una parola sulle labbra che rimbomba strana nella sua immacolata-nebbiosa visione non ho scampo. Che. Devo abbandonarmi a quella rituale danza da shamano con tela di sudario -oggi- e movimenti del pennello intriso in china rossa e nera. Oppure con tela d’aria –ieri/domani speriamo-e filtri solari misti a onde di querce.

Quella parola stanotte/la mattina presto era “dolore”. Niente di strano. All’ordine del giorno, primo punto per tutti. E’ che, sempre che, nel lasso di tempo che (ancora che) ero riuscita a prendere sonno infilandomi tra le mie sete in “che” contorsione sottosopra -da capo i piedi/da piedi la testa, il cuscino tra le braccia ed i capelli sul cuscino, una gamba penzoloni e l’altra ripiegata in una piroetta (al solito anche quando dormo)….Il dolore era ormai un incubo, lo stesso descritto poeticamente un paio di che/mesi fa come segue (necessari i versi per chiarire eventuali inghippi della mente):

 

/tralascio il prima/

 

…cosa vuoi arpionare

ancora

dal centro grondante

di povere piogge d’oriente

-balene- i fantasmi di orridi

pensieri sudati e convulsi

smodate creature

tatuate andanti

ondulanti di anni incolori

-la febbre- giallocorvina

trascina la fune

e avvolge le braccia placcate

di sale

 

/tralascio il finale/

 

Tristram Shandy conosce bene questo mio impaginare (i pensieri), come del resto= ormai anche voi. E’ un rito anche questo, dare forma con forme in formine.

 

Dicevo un che di qualcosa. Già, mi sveglio e urlo,urla il mio braccio destro-che è mio non altra sembianza. Questo è dolore palpabile, mormoro alla smorfia vera, amputabile forse…Mi alzo, mi infilo nei jeans-niente caldo rossetto*. Scendo, entro in macchina con il braccio destro che mi segue senza trovare una posizione idonea. Avvio il motore*/neanche aritmia della noia*/ e parto, guido con la sinistra, manovro in qualche modo nello stretto parcheggio del condominio (già due volte in retromarcia ho tamponato un cipresso e rotto il vetro in mille pezzi) con la sinistra aziono il telecomandoalzasbarra e oltrepasso: direzione il nuovo luccicante enorme distante km e km ospedale.

 

***versi della mia prima poesia in italiano che ancora non vi ho proposto perché non è inverno e perché questo anno non devo percorrere 110km ogni giorno tra monti e curve

 

Cambio le marce con la sinistra e mi lamento un tragitto intero, a pezzetti e tratti

lascio un sole ed un cielo che è dolore. Arrivo, non mi fanno entrare nel parcheggio del pronto soccorso,parcheggio vicino, mi trascino a strascico verso lo sportello di “ben arrivati,abbiate pazienza,c’è chi sta peggio di voi”. Formalità: nome cognome—sono già schedata e non c’è bisogno di tirare fuori il tesserino sanitario/meno male, un’altra azione con il braccio sinistro e potrei anche smadonnare/. Mi siedo, mi contorco, mi mangio il labbro, giro nella sala d’aspetto…sono davvero PRONTA ma il SOCCORSO, dov’è?

 

Sussurri, circondata dalle voci degli altri pronti.

 

“poverina, ma guardatela, piange e sbatte i piedi…ma perché non la fanno entrare e la visitano?” (traduzione: …e la finiscono?)

(seeee,visitare…lo so bene…terrore…diagnosi sbraitate ad occhi storti e piedi zoppi…)

 

Final-mente (cielo, mentre sto scrivendo sta anche bruciando il pranzo: erano calamari e gamberetti per risotto, non ridete) il dottoreeeeeeeeeee!!!

 

/Ahia,ahia,ahia,ahia,ahia /+ “bisogna fare una lastra, ha sollevato pesi? È caduta? ha sbattuto?” + /facciamo pure questi X, no, no/.

 

La duottoressa rùssa della Stanza101 (rivolgersi a Winston Smith “1984”, G. Orwell) è gentile…la stanza meno. Mi spiega cosa devo fare ma già lo so, mi posiziona tra i miei mille AHI, entra nella stanzetta dentro la stanza…”non respiri”…

 

Fredda lapide, pannello

il dolore è in piedi

 

la bella statuina è anche un gioco

e la fotografia un hobby

 

in nero

bianca di paura

rossa trasfusione

(non ho ancora amato)

 

Un istante e il grigio intorno

è la terra dei perché fermi,

aghi le luci soffuse e il pensiero

aria in blocco di cemento.

 

Ora sono Pronta Per il Pranzo…ma il Pranzo non lo è.

….E tutto questo succedeva a novembre. Domenica passata, invece pure…ma ho chiamato il 118 per soffrire tra i comfort della Squadra Soccorso a Casa.

Il tuo tono di voce non giunge gradito al mio orecchio:né la dolcezza del tatto, incline a carezze lascive,né il gusto né l’olfatto hanno alcun desiderio di essere invitati ad un festino dei sensi soltanto insieme a te;eppure le mie cinque facoltà, i miei sensi non sanno impedire al mio stupido cuore di esserti schiavo, di te che lasci intatta un’apparenza d’uomo destinato a servire il tuo cuore orgoglioso,e a rimanerti sempre misero vassallo .
( Shakespeare )

Alla signorina L. aveva sempre giovato un olfatto particolarmente acuto, che la metteva sempre al riparo dalle brutte sorprese. Aveva un’ossessione piu’ che carnale per il naso , o meglio i nasi , tanto che il senso delle varie forme e fisionomie esistenti , le regalavano piu’ impulsi di un tatto eclettico e ribelle. Non si faceva problemi ad ammettere poi che il senso che più di ogni altro l’aveva ossessionata nella sua vita , era proprio l’olfatto . Un buon olfatto – pensava- impiega mesi a formarsi. A volte anni; un’intera vita se è il caso. Si disegna all’inizio come il soffio di un vento leggero nello stomaco e inconsapevole dell’anima ; si nutre di allegrie insensate, di scatti di rabbia, di sguardi molesti, di noia e di inciampi; diventa solido, teso, a volte ribolle fino alla superficie, ma poi ritorna nel profondo. Attende. Non c’è qualcosa che lo tira fuori, quasi mai: è spontaneo, inevitabile; insensato, per i più. Travolge e spazza via incrostazioni d’immagini, urta, spinge, fa volare i cappelli dalle teste. Fa male, fa bene. La goliardia della vita tiene conto dell’olfatto , e di esso si era sempre servita per rinnegare o affermare la sua coscienza . Le sue contraddizioni esistenziali si sommavano sempre agli odori ricorrenti e tra loro alleati indissolubili la portavano sempre alla conoscenza. E Miky? Che razza di odore era quello che aveva addosso ? Quell’odore aveva come una tinta scura , la riportava a quello della sansa d’olio stantia e polverosa , un odore simile a quello delle soffitte umide in cui hai dimenticato da mesi resti di cibo di un fast food cinese . Eppure quel tanfo , cosi’ inverecondo, era terribilmente vivo da emanare segnali e bombardarla di innumerevoli stimoli . Gli occhi grandi e chari di Miky , brillanti e limpidi come acqua di fiume , fecero il resto . A quel punto l’olfatto , forse al solo scopo di proferirle un dono dopo tanti e dolorosi dinieghi , scomparve , lasciandola in balia di una nuova e mai assaporata liberta’. Per quanto disorientante fosse ,esistere senza quel senso primario , pensava ora che dell’olfatto , ne aveva fatto un cosi’ grande abuso , da averlo perso definitivamente . Era sempre stato come fare indigestione di odori e sapeva che prima o poi , le sarebbe toccato disintossicarsi . Sapeva inoltre che l’ipnosi regressiva in cui l’avrebbe portata la sua psicoterapeuta S . glielo avrebbe poi restituito in qualsiasi momento , cosi’ come era accaduto per il gusto , anch’esso scomparso dopo anni in cui aveva voluto sottoporsi ad un regime “ crudista “ , essendo nauseata violentemente dall’odore dei vapori dei cibi cotti.
Con il rimorso di avere ignorato per la prima volta le remore comportamentali dell’istinto , per lei coincidente in toto con l’olfatto , annego’ in una vasca di rimorsi inesorabili , curati pero’ scrupolosamente dall’amore Miky , e presto senti’ che il suo genio poteva altresi’ produrre grandi novita’ in quell’abbandono dall’odore rancido , ma cosi’ avvolgente .
– Non ho l’olfatto per apprezzare l’odore delle tue esalazioni – gli diceva , mentre accarezzava i suoi capelli biondi crespi e sporchi come paglia appena calpestata da una mandria di maiali.
– E’ che mi hai accettato – ribatteva – e poi ami essere lottizzata dalle mie eiaculazioni abusive.-
– Non puoi demolirmi nella vita si condona non si condanna.-
– L’equilibrio è una di quelle cose pensate apposta per essere perdute, buono per addomesticare le paure, ma non i desideri e il loro abisso. Danni e dannati vengono da lì, irreparabili untori di guasti e perdizioni, e un non so che misura il galleggiare straniato di tale deriva sconosciute all’olfatto –
– Cio’ che tu chiami deriva , e’ sempre stata la mia sponda sicura . Certi odori mi rassicurano , degli altri mi alterano mutando il mio umore . All’inizio ti ho odiato per il tuo odore , ma poi mi e’ entrato dentro e non l’ho piu’ sentito. –
– Le sponde sono quelle della casualità , la stessa che ti fa “riconoscere” qualcuno entrato improvvisamente nella tua vita attraverso la resa docile della serratura alla sua chiave. Càpita di aspettarla da sempre la creatura destinata a smarrirti. Non sai esattamente dove l’hai vista, e magari non l’hai vista mai. Però sapevi l’odore delle sue parole, selvatico, primitivo, riluttante eppure curioso di te, il primo senso esperito, il primo perduto . –
La signorina L. sentiva da giorni l’odore di quelle parole , e pur non riconoscendone l’essenza ne scorgeva un brio insolito e continuo . Le sembrava di essere evasa dal carcere dell’olfatto e da tutte le sue implicazioni di rigida selezione . Tuttavia era quello strano formicolio che avvertiva da giorni sulla pelle a renderla incerta e disorientata , un formicolio continuo che si trasformava spesso in bruciore da debellare ogni giorno con doccie fredde all’eucalipto e sfregamento violento delle unghie sulla pelle . Ed era stato proprio cosi’ , che un giorno graffiandosi sull’inguine , aveva scorto sotto lo smalto candido e forte delle unghie degli strani puntini neri . Pallini , grandi tanto quanto teste di spillo , apparentemente inerti . All’improvviso sbigottimento che ne derivo’ , all’incredulita’ e alle scariche elettriche dal gusto di una nera condanna , segui’ la verita’ formale fornitale dalla lampada alogena e da una lente di ingrandimento: ogni puntino aveva ben otto zampe .L’amore di Miky , era ora dislocato in chissa’ quale combinazione geometrica sul suo corpo ed adesso , urgeva solo scoprirne la mappa . Un impeto di rabbia , misto a disgusto ed odio l’aveva invasa . Ferma seminuda sul bordo della vasca da bagno pensava che queste erano state le conseguenze del tradimento del suo olfatto . La sua scomparsa l’aveva portata infatti a cedere alle lusinghe di un uomo di cui l’olfatto ne avrebbe decretato solo un inesorabile embargo emozionale . Pianse . Pianse disperata ed impaurita . Si senti’ solo pasto ematico di un grappolo di zecche feroci . E Miky? Si , anche lui . – L’ultimo atto della secolare contrapposizione uomo – bestia – penso’ , ed in quel momento la sua morbida pelle , bollente e sudata , ebbe una fresca e folle risata d’argento. D’altronde l’olfatto acuto di cui era sempre stata dotata , l’aveva spesso portata a paragonarsi ad un cane da fiuto . Le sembro’ allora in quell’istante , che quel bizzoso senso , fosse tornato all’improvviso e di soppiatto . Le regalo’ l’odore di una nebbia fitta misto a catrame . “ Non gettare la zecca estratta , bruciala “ – ricordo’ di aver letto da qualche parte .

Io, Valeria, Garibaldi e le Sante

Pubblicato: 6 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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L’onnipresenza è il mio mestiere. Esserci sempre e comunque, anche quando un cellulare mi grazia con il suo ultimo sospiro, ce ne è un altro, in agguato, nascosto nel fondo della borsa. Lui non muore mai. Valeria gioca ai Santi ed io penso a Garibaldi. In fondo siamo simili. Lui è in ogni piazza, è fedele, proprio come Valeria, proprio come me. Il cellulare trilla, ma non mi avrà.

-Santa Rita – Santa Chiara –
-Santa Rita – Santa Chiara –
-Santa Rita – Santa Chiara ………….

Il sole non demorde e Valeria è lì che conta le sue icone, osannandone il nome. Le stringe tra le dita, dondolandosi. Siamo gemelle, ma i suoi sono occhi vividi e ignari, rivolti a quei Divini che voltarono la testa al suo arrivo. Non riesce a stare ferma un momento, è di nuovo al sole. Bestemmio, urlandole di rimettersi sotto l’ombrellone. Nulla. Ride. Guarda le Sante e ride. Ride e sputa.
Una signora mi adocchia disgustata, volge lo sguardo pietoso verso la creatura sorridendo in un’anima ipocrita. Valeria tira fuori la lingua. Mi avvicino e le schiaccio brutalmente un berretto sul capo. Non fa una piega. Potrei strattonarla, malmenarla e lei resterebbe immobile. La carezzo.

-Santa Rita – Santa Chiara –
-Santa Rita – Santa Chiara –
-Santa Rita – Santa Chiara ………….

Al ritorno le comprerò Sant’Antonio e Sant’Ignazio, qualche maschio in casa, anche solo evocato, non sarebbe male. Le regalai Garibaldi tempo fa, ma il suo berretto simile ad un’aureola, non riuscì a gioire tra le mani della vergine e così lo imbrattò relegandolo sotto il materasso.


Abbasso un po’ il costume, detesto le striature. Ho un bel corpo da mostrare e voglio mostrarlo. La sua presenza ha sempre dissuaso probabili seduttori, ma ora le sue divinità mi proteggono.

Chiudo gli occhi nella nenia sacra.

Abbiamo poco più di trent’anni, uguali e diverse. Tre anni fa mio padre se ne è andato, ha conosciuto una donna. Grande amore, disse, come i suoi ultimi venti incontri dopo la morte di mia madre. Donna, questa, troppo cagionevole, per sopportare il peso di Valeria. Avrei voluto infilzargli un coltello in gola, ma lo risparmiai, dicendo solo : E pensare che è anche mingherlina!
Chiuse la porta e non lo vedemmo più.
Da allora io e Valeria viviamo tra la sua pensione ed uno stipendio mediocre ricavato dai miei tre lavori. All’inizio cercai la soluzione in un istituto, troppo caro e così arrivò la badante. Per averla a poco mi ritrovai in casa la più idiota del paese.Tale Erminia, signorina per vocazione, che le infila sotto il cuscino , tutte le sere, un santino, baciandolo ed implorandolo del miracolo. La mattina, Valeria, infila la mano, tira fuori l’immaginetta e sputa ridendo sguaiata. Così ogni giorno iniziamo il cerimoniale delle nostre giornate tra Sante e Zitelle.

Un grido mi scuote. Santa Rita è a terra e Valeria la insulta. Mi precipito prima che la spiaggia si rivolti. La raccolgo con mani impregnate di crema e sabbia. Tento malamente di pulirla con l’asciugamano , si sgretola. Per fortuna ne ho una riserva nella borsa.
Mi volto per sgridarla, ma lei è sparita.
Tra file di ombrelloni, bimbi urlanti , bagnini che si agitano inutilmente, tento di scorgerla. Non la vedo ed urlo il suo nome. Un signore mi indica la direzione dove l’ha vista correre via. L’affanno mi spezza le gambe, le righe colorate degli ombrelloni si sovrappongono ad immagini leopardate di bikini, pelli coperte di sudore, occhiali specchiati ..sono ubriaca, sbatto ovunque. A volte mi sembra di vederla, poi sfugge. I suoni si mescolano all’odore ripugnante di unguenti dolciastri, la nausea sale. Impreco tutto ciò che incontro, non risparmio nulla. Una folla si accalca alla riva.
Non voglio avvicinarmi, non può finire così!
I passi rallentano, la voce sgraziata e petulante di mia sorella rimbomba nella testa..

-Santa Rita – Santa Chiara – Santo Garibaldi
-Santa Rita – Santa Chiara – Santo Garibaldi
-Santa Rita – Santa ….

E’ lei. E’ sdraiata. Tra conchiglie e mozziconi di sigarette seppellisce le Celesti. C’è chi sghignazza, chi si intenerisce. Ho vergogna. Il teatrino mi uccide. Li guardo uno ad uno. Valeria ride. Mi vede e mi chiama.

Valeriaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Mi chino su di lei. Mi sdraio, lei mi abbraccia.
“Valeria e Valeria” ripete dolcemente.
Piango e la stringo forte. Gli spettatori si allontanano tra risa ed indegno.

Ci tiriamo su, l’accompagno all’ombrellone. Raccogliamo le nostre cose. Le Sante restano sepolte mentre Garibaldi ondeggia sul bagnasciuga.
Torniamo a casa.
In macchina il cellulare continua a squillare e Valeria mi sussurra all’orecchio: Santa Caterina, voglio Santa Caterina.