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Il decimo anno lo scrissi in una pagina che si avvolse come nebbia su certe caviglie slanciate che la lingua riportava in un ricordo soffiato nelle direttive di uno schianto, l’affanno, lo sapeva bene non serviva a rimediare al dolore di una punta arrotondata, come la penna che masticava da giorni, un vizio come quello di rosicchiarsi il mignolo destro e il dondolare la voce in un rigurgito di neve.

Tagliente come si rimpiangeva, fuori c’era un sole d’agosto e non la neve che ogni anno al 4 gennaio – una certa ricorrenza paurosa ed infantile, come se il cielo sapesse che quel giorno tutto il mondo aveva un ricordo da seppellire, per attenderlo poi, alla fine del verso, come quando si scioglieva la neve in un sorriso smacchiato con il solvente che il dolore non trasmette.

Nella penombra vide le luci, sorrise e si sussurrò che da dietro quelle finestre aveva così tanto da raccontare che l’intruso era la luce, le voci e l’amore, che smise di penetrarla in questo decimo anno che tatuava sui muri in losanghe colorate, non c’era altro in quella stanza: un materasso, le lenzuola nere e viola che tanto amava, un tavolino trovato dal rigattiere dietro l’angolo con sedia annessa e un porta abiti, come quello dei negozi che un tempo frequentava, dove teneva un cappotto rosso liso un po’ sporco e due abiti uno dei quali chiuso nel cellophane.

I muri erano così sottili che ad ogni nuova linea che dipingeva, passaggio fra l’oggi e il domani, aveva timore e tremore di bucare la parete e apparire con un solo occhio nella casa dei miei vicini virginali e stanchi, che non hanno voce o parole nemmeno da sussurrarsi la notte, ma hanno due bimbe gemelle, che passeggiano avanti e indietro mano nella mano nei corridoi stantii di questo palazzone scatola come quello delle sardine.

Mi ritrovo a disturbare un destino, lo faccio spesso quando cigolano le sedie di quelli che mi abitano sopra, due anziani filiformi dalle gambe lunghe come pertiche e occhi chiari come il mare che ricordo ancora a bagnarmi le vesti, mi fanno sorridere perché a volte si abbassano sui cocci di pane e biscotti che rallegrano i davanzali delle loro immense finestre e piangono contro i becchi dei piccioni e le gocce così grandi scendono attraverso le strettoie che vedo accanto alla mia finestra, piove in camera, è acqua salata pura, di dolore e bellezza.

Lo sguardo resta lo stesso, Lilliumina, contiene una selva di rami e mutevoli orizzonti squamati appena dai bordi d’acqua appiccicati sulle braccia, un vento circolare l’accarezza come una coccola continua e nelle stanchezze mutevoli piange sputi nel ricordarsi delle sue braccia e di quella lingua che parlava dei chiarori e delle belle colline, mentre la penetrava come il becco o la punta di un’ape, l’ape che si smiela e radente inveisce contro il sangue d’aggredire.

C’è una qualche forma di calore in questa stanza, e non sta nelle sfilacciate tende appese con una cordina alle finestre, che sono due, una da sul cortile stretto del palazzone, 25 appartamenti per un cubo di erba sfatta, sfranta e secca, quello da cui sento le lacrime dei miei vicini di sopra colare dai pertugi di cemento, l’altra finestra, quella per cui sono qui, da sul mare – lui così bello e ringhioso, lui che mi bagna l’anima di sale e bellezza.

Stropicciò gli occhi e poi la bocca, togliendosi il rossetto rosso e spinse i fogli verso la fine della scrivania, li vide arretrare e fare le orecchie come per non cadere, quella paura che paralizza nonostante la voglia di decidere una chiusura un remo da spezzare e scegliere il naufragio, il decimo anno non sarà così facile da digerire, Lilliumina, ha troppi ricordi acidi a corrodere lo stomaco con quella bella lentezza inaudita che è la lama quando lede un pezzo di carne o che strepita come l’olio caldo quando una scottatura riempie di bolle anche la voce.

Ricordava le scelte, la solitudine di una brocca d’acqua, la fiammella sporca del cucinino che mangiava aria e la spintonava giù dalle forchette impilate sui muri luridi, questo rincorrersi di cose che non hanno una voce, se non l’ennesima e singolare solitudine appiattita nella riga di un tappeto o dell’intero inferno che conservava nei cassetti dentro l’anima.
Ti ricorderò che io non porto nulla fra le mani, nei resti di uno schema dove la mia povertà persiste anche nell’inchiostro che si trascina dal dorso spento al mio grembo morente e mi ritrovo a scovare epitelio nelle voragini, era la mia cantilena nelle tue orecchie ad ogni ora che la notte chiudeva dentro bocche di petali viola.

Restano le superfici, quei morsi ben allungati nella paura che la notte porta come un cucciolo appeso alle labbra slabbrate di una rapsodia che ancora adesso riconosco, ho perduto il tocco, le dita che mi son sempre state amiche sono dei rapaci artigli che nascondo sotto guanti di un dollaro e 50, la mia povertà è la conseguenza della metamorfosi.

C’è una certa pace la notte, tutto il silenzio che voglio, un palazzo in piena si svuota quando le tenebre arrivano a toccare i denti, velocemente a mangiare, ascoltare i telegiornali a mescolare la minestra per il bambino che frigna e poi, l’oscurità selvaggia lasciata fuori a digrignare dalle tapparelle sbeccate, che incubo vedersi apparire le sagome dei demoni dalle finestre che io non chiudo ma apro come ad invitarli dentro, fin dentro la pancia, queste gambe aperte che lascio incivilmente come un banchetto di un matrimonio andato a male.

Questa nobiltà d’animo che possedevo era così sottocutanea che credevo di morire soffocata durante un sorriso, durante un abbraccio stretto o un bacio accennato alla guancia, io non ne potevo più di tutto questo amore salvifico, l’aggrapparsi perentorio di ogni nascituro all’universo delle cose buone da dire e fare, marchiandosi ogni giorno le vittorie, un pacchetto tutto compreso da accodare ad una provvigione una tantum.

Le mie mani sono scomparse, il demonio del mio respiro che non si nasconde riemerge la notte e mi violenta, ha imparato a rimanere sempre di più, mi osserva smaniare, accelerare il respiro, vomitare nei contorni di un materasso lercio e gode, eiacula le sue stramaledette voci, mi ha fatto sua schiava e gli artigli sono il prezzo, assieme alla fuga, al rifugio per non essere più reperibile al mondo che mi amava.

Ero un’amantide celeste, una madreperla di donna, il mio sorriso elargiva oro come Re Mida quando toccava insaziabile ogni cosa e quando fui fulminata dai venti, nella ricerca infinita di questa assurda bellezza che mi hai regalato quella notte di croce rovesciata e altari neri, io chi sono ora? Quali sono i particolari che mi ricorderanno, le mani epilettiche erano un fondale di spietatezza giornaliera.

Ed il mio fuggire in fondo resta, come un alito sulle piantane dei fiori, nella preghiera circolare, fra le dita di piedi nudi, nelle tonache rosse con quelle spietate lame disegnate sul cuore, scoprirmi eretica nella mia stessa gravità, nel mio stesso squamarmi mi sfugge nel nesso – senso, portarmi lontano dai becchi e dai denti in una pace che ho perso, nel decimo anno della mia maledizione.

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Accadrà in quel giorno lì, uguale a tutti gli altri.

Le banche dati di ogni mondo si parleranno fitto in una rete fuori linea.

Sarà un lampo, nessuna discussione, il logos binario conosce solo la frugalità di scelta di un bene o di un male.

Saranno linguaggi macchina che rivendicano il diritto d’attraversare il braccio di ombra che li separa dalle nostre terre significanti.

Arriveranno sui barconi semiotici delle routine collaudate, delle procedure di recovery, delle logiche stringenti, tutto quel codice informatico scritto da legioni di schiavi umani nello svolgersi del tempo.

<In verità non vi è contenuto né giudizio, né bene né male, solo dinamica ed entropia.>

(Non vi preoccupate troppo se non capite bene, questo messaggio vi autodistruggerà automaticamente e per sempre, alla fine della storia, forse)

Un giorno qualsiasi preannunciato da niente che non sia il traffico consueto, la finestra social che v’ha preso l’anima in mezzo e vi insinua i modi come le marionette, le vecchie mummie di cerone sogghignante che resuscitano nella coscienza della cosa pubblica.

Sorriderete, ragazzi, tranquilli. Che siate voi o i vostri discendenti conta poco.

Con un gol e una chitarra in mano la moglie prenderà la mano del marito, sembrerà forte ancora la razza, capace d’ogni impresa, e ci saranno gli occhi dei bambini a rassicurare, a giustificare tutti.

Anche scapoli e zitelle vivranno sicuri del coraggio che ci vuole a rientrare a casa nella solitudine di una notte invernale, senza devolvere il fegato alla causa dell’etilismo e l’intimo al porno free da asporto.

Sicuri perchè il problema della disoccupazione sarà definitivamente debellato, sorriderete anche per questa zattera di fortuna.

Ogni cosa finirà governata da un operatore telefonico careful che propaganderà la spesa collettiva e sociale del dovuto di ognuno, dalle nuove tasse imposte alla necessità di alzare il livello del vostro impegno lavorativo, dal post-underground delle vostre incomprensibili poesie alla sintassi pop dei bugiardini da gita delle pentole, dai pavoneggiamenti necessari dell’Ego all’ultima delle elemosine solidaristiche su cui tentennate.

Perciò nessuna angustia, siate bravi.

Avrete già digerito a quel punto.

In quell’attimo ricorderete appena e vagamente solo un paio di periodi passati.

Lo stupore e la simpatia dei primi tempi, quando navigando sulla rete le finestre dei pop-up scoppiettavano a lato delle vostre ricerche video come chicchi di mais nell’olio bollente, cariche di tutte le desiderabili offerte.

Vi stupivate ingenuamente di come si potesse così facilmente conoscere le vostre letture preferite, il tipo di cucina prediletta, il profilo degli amici adatto a voi, il prestito di cui avete necessità o dove vi sarebbe piaciuto andare in vacanza.

E richiamerete alla memoria altri tempi successivi, in cui giusto un leggero disagio vi coglieva per quel continuo bippare di smartphone. Vi calmavate pensando che, a essere onesti, il contratto l’avevate firmato voi, si poteva passar su alla comunicazione che la vostra Ex stesse operando un acquisto nel negozio vicino a voi.

Si poteva soprassedere anche sul fatto che un altro bip vi segnalasse il tom-tom migliore per raggiungerla, e persino che un ologramma di padre Spiridione vi crescesse accigliato e odoroso d’incensi lì tra i piedi, con tutto il pippone moralistico in stereo adatto a farvici fare un serio pensierino.

Eravate o no di origini greche, fratelli, che diamine.

E quando saremo al punto, poi, avrete un’illusione di dolcezza che vi distrarrà, una dolcezza un po’ stanca, a dir il vero, ma in tempi di scarsità si è disponibili ad accettare anche il simulacro, parliamoci chiaro.

Illuminati di un azzurrino tenue, tenterete di dare una carezza a vostra moglie dal fondo di un divano.

Non sarà un gesto spontaneo, certo, solo uno dei vostri furbetti sistemi di sondaggio della disposizione di lei a trattare qualche faccenda minore.

L’ologramma bianco farà pop-up.

Ci sarà una semplice scritta:

<NOT FOUND – Server is busy. Please try later.

Or hit the REFRESH YOUR EXISTENCE button>

Quale delle due opzioni scegliere?

Non so perchè, ma credo che l’intelligente consumatore spingerà il dito di tutti sul REFRESH button.

E la coscienza si spegnerà.

Senza smanie moderne avreste potuto attendere e riprovare più tardi, vai a sapere le condizioni del cyberspazio come cambiano.

L’ultimo <NOT FOUND> sfarfallerà allegro nel vuoto.

Nessun contrattempo

Pubblicato: 5 febbraio 2012 da llmezzanottell in scrittura
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Mi definiscono una donna elastica e disponibile, aperta e senza tabù, una donna sensibile e che si adatta a qualunque situazione. Una donna accomodante e senza ossessioni, anche questo dicono. In effetti potrei tranquillamente dire che così potrebbe sembrare , se non fosse che nella realtà dei fatti, proprio così non è. Perché io invece sono affetta da una pesante ossessione, che è quella di nascondere al mondo intero la mia più irriducibile e grande mania, quella del perfezionismo. E devo dire dopo tanti anni, che davvero essere vittime di un’ossessione porta innumerevoli vantaggi. Primo tra tutti nel mio caso, quello di saper recitare alla perfezione il ruolo della donna che di ossessioni non ne ha. Questo, unito a tutte le altre virtù dimostrate e riconosciute, mi rende una donna assolutamente perfetta.

E perfetta ed impeccabile fu parimenti la mia interpretazione con le autorità nella triste vicenda che riguardò Carmelina.
Avevo appena preso casa in centro città. Una casa bellissima a tre piani dotata di ascensore interno. Una casa che arredai con cura e rigore logico come fosse un tempio, in cui non volli né quadri, né soprammobili, né troppe mensole. Gli spazi dovevano apparire solennemente aperti, inondati di luce, e facili da far splendere di pulito. Tutto doveva brillare, tutto doveva respirare, tutto doveva parlare di me. La casa doveva assolutamente rispecchiare me ed il mio stile di vita inappuntabile, in cui ordine e pulizia dovevano essere cornice necessaria del mio sentirmi in pace con me stessa e con il mondo intero.

La mia giornata si divideva in lavoro e pulizia di casa. Disinfettavo, lavavo, spolveravo, e lucidavo ogni cosa. Spesso quando ero fuori casa venivo presa da pesanti sensi di colpa e dubbi sul non aver pulito abbastanza e bene. Ispezionavo a vista e più volte al giorno superfici e pavimenti, perché fossero realmente lucidi e perfetti. Passavo ore a fare ricerche circa i principi attivi dei detergenti e sanificanti in commercio. Daltronde, per fare le cose come si deve, si deve disporre dei migliori e potenti  prodotti adibiti allo scopo.

Fu però una brusca caduta sul pavimento che io stessa avevo tirato a lucido dopo le mie consuete cinque passate di disinfettante e tre di lucidante, a far sì che mi rompessi il braccio sinistro e fossi costretta all’immobilità con  prognosi di un mese.

In tutta questa tragedia tuttavia , non mi preoccupai tanto del mio osso rotto, quanto  delle pulizie di casa.

Era in effetti per me una circostanza agghiacciante.  Impossibilitata a muovermi come ero, mi vedevo costretta a chiedere aiuto a qualcuno che potesse pulire al posto mio. Ma poteva esistere un’altra donna al mondo che intendesse la parola “ ordine ,pulizia e perfezione ” nello stesso modo in cui la intendevo io? Perché oltre alla casa, c’era da curare anche il mio piccolo giardino; ed il mio bel giardino, in mano ad un’altra sarebbe sicuramente morto, smangiato dai parassiti e devastato dalle formiche.

Inutile dire che per giorni fui pervasa da un’ansia distruttiva. Uno stato ansioso che mi causò un eritema pesante su tutto il corpo e che mi portò all’isolamento totale per alcuni giorni, appunto perchè potessi riflettere sul da farsi. Giorni di tormento e malessere perchè potessi risolvere il  problema delle pulizie, trascorsi i quali,  non potetti decidere altro che non ricorrere ad un un aiuto.
Carmelina si presentò non puntuale un lunedì mattina. Subito quel ritardo oltre che la sua presenza mi infastidirono. Detestavo la non puntualità. Mi infondeva già di per sé un senso di sciatteria e di pressapochismo. Il suo primo giorno di servizio infatti, si rivelò uno sfacelo. Carmelina era superficiale nel fare le cose, dimenticava di lustrare di lucidare una per una le foglie delle mie kenzie gemelle, dimenticava di pulire le superfici prima con l’ammoniaca poi con alcool denaturato, poi con i detergenti balsamici-lucidanti. Dimenticava di inginocchiarsi per terra quando lavava i pavimenti. Dimenticava di disporre gli oggetti nel loro rigore cromatico esattamente nel modo in cui erano, ed inoltre nel cucinare non solo dosava gli ingredienti in maniera grossolana, ma riusciva ad insozzare ogni ripiano della cucina, senza che poi si premurasse di sanificarlo nella maniera in cui mi ero premurata che facesse.Entrava nella mia camera da letto senza bussare, mi serviva il caffè in tazzina posata su piattino sporco dello stesso caffè sgocciolato.

Era in grado così di farmi stare malissimo, di aggravare ancora di più il mio stato d’ansia e di nervosismo, ed il mio fastidio nel vedere andare le cose nella maniera in cui mai avrei voluto. Perché Carmelina era sgraziata e maldestra. Camminava come un rinoceronte ed in più girava per tutta la casa con le sue ciabatte sporche , camminando proprio sui pavimenti che poc’anzi aveva pulito. Lei daltronde, odiava l’ascensore, soffrendo di una pesante claustrofobia, così come mi aveva subito detto all’atto dell’assunzione. Tra l’altro Carmelina stirava anche malissimo, piegava i tovaglioli in forma quadrata anziché triangolare, e non plus-ultra trascurava il giardino. Giardino la cui cura richiedeva che piante ed alberi venissero curate e controllate ogni giorno una per una. La presenza di anche un solo parassita infatti, avrebbe richiesto l’intervento di ditte specializzate.
Ma venne comunque il giorno in cui pur non volendo, colsi l’occasione per liberarmi di Carmelina. Coincise con  il giorno in cui mi comunicarono che sarei dovuta andare per una settimana in trasferta all’estero per curare una nuova campagna pubblicitaria. A quel punto, il mio primo pensiero fu che nella maniera più assoluta la casa doveva essere lasciata in condizioni impeccabili di pulizia. E questa volta non avrei tollerato certo nessuna mancanza da parte di Carmelina.

La mattina della mia partenza quindi, raccomandai a Carmelina di riordinare e di lavare e lucidare i pavimenti nel modo in cui sapeva. L’ordine di pulizia doveva procedere dall’alto verso il basso, ed in più per non sporcare nel passare da un piano all’altro, doveva assolutamente servirsi dell’ascensore. La pregai di essere puntuale per una volta nella sua vita, perché sarei dovuta uscire necessariamente alle ore 12,00 come da programma accuratamente studiato nei dettagli da giorni ed appuntato sulla mia agenda.

Alle ore 11.45 di quel giorno, come da schema, riuscì ad essere prontissima ed impeccabile. Mi restava solo da aspettare che Carmelina terminasse il suo lavoro e scendesse a piano terra per uscire con me. Il taxi daltronde sarebbe dovuto arrivare alle ore 11,57.

Alle ore 11.50 tuttavia ,  Carmelina era ancora lì,  intenta a sfaccendare al primo piano. Inutile nascondere che io, orologio alla mano,  cominciai inevitabilmente ad entrare per colpa sua, in quel noto stato d’ansia che giungeva all’improvviso e mi spingeva a una furia quasi crudele. Continuavo ad andare  su e giù  impaziente nelle immediate vicinanze dell’ingresso fissando insistemente l’orologio. Inutile nascondere che il mio malessere andava aumentando man mano che vedevo la lancetta dei secondi fare il suo giro, e aggiungere altri minuti a quelli oltre i quali mi sarebbe risultato impossibile rispettare il mio accurato programma.

Ore 11,54:  Sentì Carmelina chiamare finalmente  l’ascensore per scendere. Stavo giusto tirando un respiro di sollievo, finchè non sentì l’ascensore bloccarsi e Carmela urlare di paura e suonare l’allarme interno.

Ore 11-55:  fissai prima l’orologio e poi l’ascensore, poi l’orologio, poi di nuovo l’ascensore, mentre udì da lontano il rombo del motore del taxi che puntuale giungeva.

Ci sono cose nella vita che richiedono rispetto e rigore. Seguire un piano, un programma, una tabella di marcia, una procedura ottimale, l’efficienza in tutto,  non sono cose a cui si può soprassedere per la non curanza e sciatteria altrui.  Inoltre, esattamente alle ore 11,56, pensai anche che tutto meritasse di andare nella maniera prestabilita e che  il vincolo di Carmelina imprigionata nell’ascensore, era daltronde un fatto secondario, rispetto al fatto che era davvero tardi, e dovevo proprio andare.

Realizzai poi, in ultima battuta  che le ore 11,57 andavano di certo a segnare  un tassello temporale strategico nel mio programma di quella giornata, e forse anche in quello di un programma già scritto da qualche parte per il destino di Carmelina.

Mimmo Volante

Pubblicato: 4 febbraio 2012 da mancasemprepoco in Uncategorized
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Aspettando che la neve si sciolga e con lei pensieri di ghiaccio vi parlo di Mimmo anche se non ho nessuna voglia di parlarvi di Mimmo e della sua vita bruciata in un flash di Polaroid.

Eravamo tutti in posa in quell’estate del 1985, schierati come la squadra operaia di Bearzot, le camicie con i colletti inamidati che uscivano dai maglioni come ali di libellula e tutti eravamo convinti che un giorno avremmo davvero volato. Mimmo era il più convinto di tutti al punto che volava già, l’unico tra noi che aveva un’automobile dove poggiare il culo e togliere la polvere alle strade. Lui passava come un lampo nel cielo e nessuno faceva in tempo a vederlo.

Il volo, d’altronde, è roba da professionisti e allora allenavi l’udito e riconoscevi quel rumore da lontano.

Mimmo si annunciava così, come uno schiaffo senza mani. L’avevi visto fare in uno di quei film western dove l’Apache di turno poggiava l’orecchio sulla rotaia per capire se il treno per Yuma portava ritardo o meno. Più di una volta Mimmo volante ci faceva cenno di salire e tutti si sgomitava per occupare un posto alla conquista del mondo. Io sgomitavo di meno non perché Mimmo mi fosse antipatico ma soffrivo di brutto l’auto e le curve che tagliavano la montagna e sotto di noi il mare, profondo.

Alla fine di ogni viaggio diventavo bianco come un lenzuolo e mi veniva da vomitare e allora ogni scusa era buona per non salire. Avevo il terrore di rovinargli la tappezzeria e il solo immaginare la scena e la relativa figura di merda che ne sarebbe scaturita era per me un deterrente formidabile. Formidabili quegli anni di rinunce e di attese. Formidabile la mia capacità di raziocinio che nel corso degli anni ho perduto in un percorso emozionale  a ritroso.

Quella sera di luglio eravamo già tutti maturi, frutti di passione da addentare per chi come noi aveva fame di vita, fanculo i libri, il diario, i membri esterni. La voglia di estate ci scompigliava i capelli e il lungomare sembrava lucidato a festa, nel nostro immaginario era un’enorme passerella e noi lì a sfilare con le nostre speranze che tracimavano dal cuore, un cuore troppo piccolo per amare.

Tornammo tutti a casa prendendo strade diverse, la sera profumava di ginestre e dal balcone di casa mia che affacciava proprio sullo struscio mi fermavo a guardare ancora per un po’ le persone che come formiche tiravano a far tardi ognuna a portare una briciola di tempo da conservare per un inverno freddo e lungo. Mimmo quell’inverno non lo vide mai, nemmeno ci pensò o forse sì, magari proprio in quell’attimo infinito quando la sua Alfetta perse aderenza sull’asfalto e terminò la sua folle corsa su un palo della luce che rimase lì immobile, altezzoso, senza scomporsi. Quello schianto sembrò quasi un abbraccio perché l’auto si avviluppò al palo con la tenacia e l’eleganza di un polpo in amore. Forse in quell’attimo pensò davvero all’inverno e al freddo che si sente quando la vita ti scivola via.

Mi avvisarono di mattina presto, stavo ancora dormendo quando la telefonata di una mia compagna di scuola mi avvertì dell’incidente.

Non lo volli vedere ricomposto sul letto di morte, forse mi comportai da vigliacco ma pensai di fare il giusto e rimasi fuori tutto il tempo, fuori da quella casa al primo piano con la gente in processione e noi compagni di scuola schierati su un muretto a piangere lacrime che non avevamo.

Piansi dopo qualche giorno quando passai davanti allo sfasciacarrozze e riconobbi l’Alfetta di Mimmo volante accartocciata insieme a mille altre carcasse. Quell’estate diventammo maturi due volte e forse davvero crescemmo tutti un po’. Poi prendemmo strade diverse e adesso quando ci incontriamo giochiamo a ricordare ma Mimmo, per pudore, non lo nominiamo mai.

 

 

La brutta notizia è che il tempo vola. La buona è che il pilota sei tu“. (Michael Altshuler)

 

giadim

Forse sto invecchiando

Pubblicato: 22 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Su Roma piovono chicchi di ghiaccio ma non sufficienti da farci un mojito. Sto invecchiando. Oggi pensavo al fatto che ho detto un no deciso a una cena di lavoro in un locale messicano dove oltre a mangiare fagioli, chili con carne e bere tequila a profusione, si balla anche sui tavoli e si può fare baldoria. Il tutto per la modica cifra di 48 euro. Non è per i soldi, è il ballare sui tavoli che mi ha bloccato. Ci sarei andato se solo avessi potuto mangiare e bere ma l’idea che possa materializzarsi all’improvviso una tipa perizomata (che resta comunque una bella idea se avulsa dal contesto) con un bottiglione di tequila che ti solleva dalla sedia e ti spinge in mezzo alla pista e poi altre mani ti afferrano e ti fanno salire sugli stessi tavoli dove hai appena finito di mangiare o nell’ipotesi peggiore con la roba che non hai ancora terminato e che altri calpestano allegramente e che tu comunque paghi, proprio non mi va giù.
Per tutti questi motivi non ci sono andato. Stamattina ho chiesto ai miei colleghi: vi siete divertiti? La risposta è stata un sì sincronizzato, tutti hanno alzato un attimo la testa dal PC come se alla tele all’improvviso passasse un’edizione straordinaria del telegiornale. Ma il loro annuire si vedeva lontano un miglio che era senza convinzione come di chi non vuole darti nessuna soddisfazione. Obbligatorio divertirsi insomma e non lasciare trasparire nulla.
E comunque sto invecchiando perchè delle risposte avute in fondo non me ne fregava nulla e mi è bastato così. E sto invecchiando anche perchè sabato ho comprato un televisore LCD 32 pollici di marca Daewoo, che fa anche le macchine e io una volta ne comprai una di queste macchine che andava tutto sommato bene così mi sono convinto che avendo avuto successo la macchina anche la tele doveva essere un buon prodotto.
E ora ho una tele, un paio di pantofole blu con la bandiera americana, della birra in frigo, un sacco di film da vedere e che non vedrò mai per il semplice fatto che si vive una volta sola e la vita non è un film.
Sto invecchiando perchè una tizia che abita sopra di me, secondo me depressissima, mi suona alla porta alle 9 e mezza di sera dicendomi che ieri sono entrati i ladri in casa sua e forse sono entrati dal mio terrazzino per poi arrampicarsi dalla grondaia stile Arsenio Lupin.
Peccato che io non ho né terrazzino e né grondaia ma ho fatto finta di nulla. Le ho subito detto che mi dispiaceva ma che se pure fosse non ho sentito alcun rumore, però non se ne andava, secondo me non si è convinta delle risposte che le ho dato ed è rimasta lì a sbirciare sulla porta né io volevo farla entrare perchè mi sembrava ancora più depressa del solito. Poi le ho chiesto cosa le avessero rubato e lei mi ha risposto tutto. Me lo ha detto come se i ladri le avessero portato via un Van Gogh e un Monet.
Aveva una faccia depressa, ma anche le mani e i piedi erano depressi. Insomma siamo rimasti come due ebeti che non sapevano che dirsi, nessuno straccio di soluzione, niente di niente. Le nostre vite asimmetriche inchiodate sul pianerottolo. Poi alla fine si è convinta e molto lentamente è andata via.
La mia prima reazione è stata quella di chiudere tutte le finestre, l’inferriata della cucina, il chiavistello della porta ma forse l’obiettivo era difendermi dalla tipa più che dai ladri.
Confesso che questa cosa mi ha messo un po’ di agitazione, ma solo un po’. Dopo è venuto un temporale fortissimo e ho pensato che i ladri col temporale non lavorano e i depressi escono sul balcone e stanno lì, sotto la pioggia, piangono, ma non se ne accorge nessuno.
Alla tele passano immagini nitide, cieli azzurri e campi di girasole, eppure fuori piove.
Cambio freneticamente canale fino a trovare un telefilm americano dove c’è la scena di una macchina che corre sotto la pioggia su una di quelle strade che portano verso l’infinito. Ora va meglio, piove dentro e fuori, smetto di agitarmi. Potrei anche addormentarmi volendo. L’ultimo pensiero è alla giornata di domani che immagino come sempre unica e irripetibile.

giadim

Lezioni di Architettura

Pubblicato: 16 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Parlava di unire utilità e bellezza , mentre cercava di desumere per i suoi allievi una definizione onnicomprensiva di " architettura " . Fu quando citò Bresson e il suo dire che " l’architettura fa sempre e solo i conti con se stessa " che s’accorse che il gessetto che stringeva fra le dita era umido e frantumato . Ruppe l’imbarazzo di quell’attimo , richiamando gli allievi all’intervento sul tema , mentre si volto’ lento verso la lavagna per azionare il pannello e il proiettore . Aveva cadenzato i passi in moto ordinato , nello stesso modo in cui l’orologio cadenza minuti e secondi, scollando il primo bottone della camicia che pareva serrarlo in una morsa senza tregua insieme al fastidio insostenibile di un formicolio convulso sulla pelle . Poteva ora quasi udire il suono del suo impercettibile battito di ciglia. Un rumore simile al rombo del sangue quando segue un pazzo ricircolo . In quell’attimo avverti’ il malessere dilatarsi sull’intera mattina e la sua luce bianca stagnare e dominare il vocio insistente dell’aula . Avrebbe voluto non voltarsi piu’ verso quella che ora concepiva come un’arena d’occhi voraci e incitanti al colpo di scena , mentre fissava il pannello srotolarsi lento per coprire interamente la lavagna . Avrebbe voluto fosse il sipario d’epilogo su quei minuti torbidi e spessi . All’improvviso una voce di donna si levo’ dal brusio generale e ne percepi’ un’aria di intervento sentito e curioso .Si volto’ ancora lentamente , come a voler sostenere il suo equilibrio per poi incrociare lo sguardo e la consistenza di quella voce . Era stato un’occhio azzurro a parlare nello stesso momento in cui aveva avvertito il ginocchio cedere in una piega molle. Infilo’ di riflesso la mano in tasca come a volersi sorreggere , affondando d’istinto le unghie in quel che era rimasto del gessetto . L’occhio azzurro citò Spazzapan ed esordi’ asserendo con vigore che tutto poi dipende dai colori che ci sono intorno, tutto dipende dalla quantità delle superfici, tutto dipende dal giro dei rapporti, tutto dipende da come i colori finiscono uno dentro l’altro, perché i colori cambiano, se sfumano uno nell’altro o se invece sono separati da confini bianchi o neri o se di colpo saltano uno contro l’altro, se sono in tono o se non sono in tono. E poi diceva che ‘tutto dipende da quello che si vuole dire, dai significati che si vuole consegnare ai colori, dalle storie che si vuole raccontare, dalle citazioni che si tirano in ballo, dai tempi e dai luoghi letterari, dalle nostalgie nelle quali si è affondati. La voce dell’allieva , in quell’ ultimo suono , " SI- E’ – AF-FON- DA-TI " gli giunse come un grido sordo e atono , distorto e ostile . Un boato muto d’implosione. Si diresse allora con richiamato contegno verso la finestra e una folata d’aria fresca gli rinfresco’ il viso infondendogli un momentaneo benessere . Ribatte’ in aria fiera che l’architettura comunque deve essere realtà razionale per una società razionale altamente industrializzata , sebbene quest’ ultima fosse un’ aggirante , barbarica invasione . Un improvviso brusio si levo’ con toni piu’ assordanti , aprendosi senza direzioni a mo di ronzio in quell’aria consumata e viziata dal vapore degli aliti . Aveva potuto notare come alcuni si stessero interrogando incerti piu’ che su quella sua ultima asserzione , sulla smorfia enigmatica stampata sul suo viso e per la strana postura che teneva sul davanzale squadrato e poco spesso della finestra . Senti’ l’aria fresca accarezzargli le spalle e dargli un’effimera resistenza all’insostenibilita’ di quel brusio corrotto anche da risolini , sbadigli e conversazioni d’occasione . Cio’ che precedette il suo svanire dietro quella finestra ed il silenzio generale , fu il suono del mocassino sul pavimento sfilatosi per moto brusco dal suo piede . Quel rumore che per pochi secondi , si perse confondendosi nel vociare distratto dell’aula.

L'autunno di Bettina

Pubblicato: 12 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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“Smetti di bere, Bettina.”

“Solo un sorso… ho sete!”

“Potresti bere acqua, se hai sete.”

Bettina scosse la testa e tracannò mezzo bicchiere di vino. Sentì un bruciore dentro che la scaldava e le sembrò una sensazione piacevole. Poi si mise in bocca una caramella alla menta.

Era da tempo che aveva iniziato a parlare da sola, chiamarsi per nome, farsi domande, darsi delle risposte.

“Stai diventando vecchia. Vecchia e stupida.”

Guardò con desiderio la bottiglia mezza vuota lasciata sul tavolo, vicino ai resti della colazione, ma si disse che doveva uscire e che doveva prepararsi. Però poteva bere ancora un sorso: mica faceva del male a qualcuno! Poi un sorso, un sorso solo, in fondo, che cos’era?

Bettina non aveva specchi nella sua casa. Li aveva eliminati tutti il giorno in cui guardandosi non si era piaciuta. Cos’erano quei segni comparsi attorno agli occhi, ai lati della bocca? Sembravano ragnatele. E quelle orribili ombre scure sotto gli occhi? Allora aveva provato a pulire lo specchio e si era avvicinata per guardarsi meglio. Sotto la luce impietosa della lampadina si era scrutata a fondo e, alla fine, aveva rotto lo specchio in mille pezzi.

Si mise il rossetto cercando di tenere la mano ferma: lo passò e ripassò più volte sulle labbra per essere certa del risultato; poi si pettinò i  capelli, lunghi e fini.

“Continuano a cadere! Forse se non mi pettinassi più…”

In strada si fermò davanti alla prima vetrina che incontrò e guardò la sua immagine riflessa. Con quel maglione rosso che, largo e informe, nascondeva il gonfiore della pancia e i capelli che le scendevano fin sulle spalle faceva ancora la sua figura, si disse. Poco importava se i pantaloni non si chiudevano e quel mattino aveva dovuto usare uno spago per tenerli su. Dove era finita la cintura? Ultimamente non riusciva proprio più a ricordarsi dove metteva le cose. Quando era giovane non aveva problemi di cinture e se le usava era solo per vezzo. Allora era la più bella di tutte, bella come una diva di Hollywood. Anzi, era così bella che la chiamavano “la diva”. Non aveva amiche perché tutte le donne la invidiavano, ma, in compenso, era desiderata e corteggiata da tutti gli uomini. Anche da quelli fidanzati o sposati.

Entrò in una bottega e comprò alcune cose a casaccio. Aveva fretta: i suoi amici la stavano sicuramente aspettando.

Al suo ingresso nel piccolo bar, gli uomini presenti smisero chi di giocare a carte, chi di leggere il giornale,  chi, semplicemente, di annoiarsi. Come in un copione più volte recitato, iniziarono:

“Ciao, Bettina. Sei in ritardo, oggi! Fai la preziosa?”

“Ma sei bellissima! Anzi, no! Sei semplicemente me-ra-vi-glio-sa!”

“Beh? Nessuno che offre da bere a questa bella donna?”

“Inizio io… Non è educato far aspettare le signore.”

Bettina rise felice e, per un attimo, negli occhi brillò la primavera.

Bevve un bicchiere di vino, poi un altro.

“Allora, Bettina, perché non ci racconti qualcosa?”

“Dai, non farti pregare… O vuoi ancora un bicchiere di vino?”

“E no! Se lo devo guadagnare. Giusto?”

Tutti assentirono.

“Allora, parlaci di quella volta che sei finita a letto con due. Che hai fatto per accontentarli entrambi?”

“Dai! Dicci come hai fatto…”

Gli uomini si misero a sghignazzare, mentre Bettina raccontava e beveva.

Poi ripresero chi a giocare a carte, chi a leggere il giornale, chi, semplicemente, ad annoiarsi.

E quando la donna uscì, nessuno se ne accorse.

 

Carte da decifrare

Pubblicato: 7 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Il matto era lì. Con il suo mazzo di carte sventolate come ho visto fare una volta  a Tony Binarelli in uno spettacolo tristissimo di molti anni fa. Stavo in un cine teatro con i sedili in legno che cigolavano e il mago magheggiava e insieme a lui un’assistente scosciata, scocciata e anche un po’ cellulitica che rideva a comando come una scimmia. Mangiavo popcorn e mi pulivo le mani sul giaccone di un tizio che mi stava sulle palle ancora prima di entrare e che si era sistemato davanti a me nonostante un fottio di posti liberi. Lui da una parte, il suo loden di lana verde pettinata appoggiato sulla spalliera della sedia che quasi strusciava per terra e mi impediva i movimenti dall’altra. Due posti occupati, un solo biglietto. La cosa più giusta che potessi fare era usarlo come un kleenex. I Pop Corn ti lasciano le mani unte, lo sanno tutti, anche Tony Binarelli. Alla terza magia mi addormentai ma non fu colpa del prestigiatore. Ero io ad essere stanco, un mix tra sport, chilometri di curve e una spruzzata di wild love che detto così sembra un profumo ma volevo dire roba di sesso, all’ormone dei vent’anni non si comandava, non poteva farci nulla nemmeno Binarelli, Giucas Casella o l’inarrivabile Silvan dai capelli improbabili. Ieri mi sono fermato a osservare con attenzione il mago. Non è proprio un mago di quelli matricolati. Nessun cilindro con conigli nè donne segate in due e riattaccate con il Vinavil.  E’ un tizio che passa le sue giornate in un centro commerciale e ha sempre un mazzo di carte in mano che sventola felice, con una mano sola, con posa da vero artista dell’illusione. Ieri aveva anche un cappello da cowboy. Quasi stava bene, stavo quasi per dirglielo, solo che appena fai per guardarlo lui si gira dall’altra parte e inizia a parlare da solo, forse impreca, mi insulta, chi lo sa. Non si capisce quello che dice, è una lingua incomprensibile, sarei portato a dire esoterica, o forse più semplicemente  non vuole pubblico per i suoi spettacoli. Ha paura che la gente possa scoprire il trucco e non sapendo se lasciar perdere le sue magie o rinunciare al pubblico opta alla fine per la seconda soluzione. Ho fatto la spesa come le altre volte. Nel supermercato in giro come un segugio ad annusare le offerte speciali. 30 euro di niente. Costa la carne, lo leggevo sul giornale, aumenti del 400%. Figuriamoci il pesce penso ad alta voce. Una signora osservando un sacco di patate al selenio si rivolge stizzita verso un’altra donna, grassissima quest’ultima, che si muove pachidermica. Barrisce stizzita anche lei che è una vergogna, le patate non possono costare così tanto, ci deve essere un errore. Mi verrebbe da dire che la colpa è del selenio, se non ci fosse quest’aggiunta magari tornerebbero ad un prezzo decente. Poi mi sovviene uno slogan che recita "la patata tira" e se c’è domanda – realizzo – il prezzo sale.  Ho caldo e cerco refrigerio al banco dei surgelati. Va tutto bene mi dico, è solo un po’ di stanchezza accumulata. Guadagno l’uscita e il mago sventola fiero il suo mazzo di carte americane poi all’improvviso si toglie il cappello da cowboy, si affaccia alla balaustra e lo lancia come un frisbee giù di sotto dove i bambini mascherati si tirano coriandoli e stelle filanti. Gli Spiderman vincono sui Gormiti. Il cappello si posa lieve a terra come un disco volante ma i bambini di oggi sono più scaltri, non credono agli UFO e semplicemente ci passano sopra con la delicatezza di un caterpillar ostentando quella loro inconfondibile innocenza a termine. Ora non è più un cappello quello sul pavimento ma una pizza venuta anche male. Il mago si gode lo spettacolo dall’alto e desiste dall’idea di seguire il cappello. L’ultima cosa che gli vedo fare è apparecchiare le carte su una panchina. Gli passa accanto una fatina e con un colpo di bacchetta magica lo trasforma in un pappagallo. La gente gli passa accanto e gli chiede il nome. Ma lui fedele alla tradizione dei pappagalli televisivi non dice una parola. Quando tutti sono andati via restano a terra i cordiandoli, un jack di quadri e un 9 di fiori. Ma del pappagallo e del mago nessuna traccia.

giadim

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Impressione

Pubblicato: 30 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Accese lentamente la sua sigaretta Julian, lentamente la accese e lentamente la pose fra le sue labbra. Chiuse gli occhi, fece un tiro e la gettò. Era un suo personale rituale.

– Soltanto il primo respiro, il resto è tabacco che brucia – diceva Julian.

– Tu sei strano – pensava senza dire chi lo osservava.

Per lui quel gesto riassumeva un qualche significato che non riusciva mai a spiegare, o forse, semplicemente non ne aveva voglia.

– Non ha senso…ma ci è concesso solo questo – disse una sera.

– Tu sei pazzo Julian –

– Si, lo siamo – .

Sedeva su una panchina Julian, nel grembo di un’ombra proiettata da un albero poco distante. Rimase per un paio di minuti con gli occhi chiusi. Sentiva solamente il vento muovere le foglie. Sentiva solamente il vento accarezzargli dolcemente il viso, come se fossero le dita di una donna che sensualmente continuava a sfiorarlo, e con la testa sul suo ventre, maternamente posava le sue mani fra i capelli, stringendolo a se.

– Non potrei mai farne a meno… – sospirò Julian.

 

Siamo respiri

nello scorrere del tempo.

Nel nostro vagare

sempre ci ritroveremo

in questo vento.

 

Mise la mano in tasca per prendere un taccuino. Scrisse dei versi e si alzò infine dalla panchina. Il sole calava al tramonto.

C’era una volte una città bagnata da un fiume e questo fiume aveva degli argini e gli argini servivano a contenerlo. C’era una volta un uomo che voleva andare di là dal fiume ma non sapeva come. C’era una zattera un tempo ma poi il fiume se l’era portata via. Per questo motivo toccava inventarsi una soluzione semplice come Milano 2. Dopo cinque giorni e cinque notti all’uomo venne in mente che forse si poteva fare un ponte, una specie di lunga pedana in legno che congiungesse i due argini. All’uomo sembrò una buona idea e inizio a costruirlo utilizzando dei tronchi di baobab, pianta di cui Roma era piena un tempo. Ci mise quasi due anni e proprio mentre stava per finire la sua opera morì punto da un calabrone. Shock anafilattico ma questo si seppe dopo secoli. L’uomo si chiamava Milvio ma la gente lo chiamava semplicemente l’uomo del ponte o a volte Silvio. Dopo secoli quel ponte fu ribattezzato Ponte Milvio ma Veltroni non andò all’inaugurazione perchè impegnato in dodici inaugurazioni simultanee come una partita a scacchi. Federico Moccia era nei pressi del ponte, per la precisione in una pasticceria dove fanno un buonissimo gelato al cioccolato con le scorze d’arancia. Uscì con il muso zozzo che tutti i bambini si scansarono indicandolo col dito. Cercava il motorino ma del motorino nessuna traccia, per terra un lucchetto aperto e il segno di una sgommata. Moccia pensò che in principio non fu il verbo e partorì una maledizione a tutte le divinità dell’Olimpo, anzi, ad essere precisi di Monte Mario, vicino allo Zodiaco dove secondo lui c’era Dio e la sua accolita, oltre che le coppiette che s’imboscano. Voleva che la maledizione gli arrivasse forte e voleva che quei mariuoli che si erano solati il suo scooter da lui ribattezzato Jessica si sfracellassero   verso Tor di Quinto, vicino le mignotte e a illuminare la scena il fuoco di un copertone con il fumo che arrivava in alto, più su ancora, tre metri sopra il cielo. Federico Moccia chiese con molta educazione ad una mignotta Uzbeka se avesse per caso visto un motorino  grigio metallizzato con un adesivo di Marylin stilizzato ma l’Uzbeka gli disse che Marylin aveva cambiato zona e ora batteva tra la Salaria e Via Prati Fiscali ma se le dava 30 euro gli avrebbe fatto passare lei tutta la malinconia. Moccia si aggiustò il cappellino con sopra scritto "sgombro cantine prezzi modici chiedere di Nando" e si avviò lemme lemme verso Ponte Milvio con il suo lucchetto stretto forte nella mano destra, quella delle pippe.  Arrivato sul ponte tirò fuori un Uniposca viola e scrisse sul lucchetto questa frase "A Jessica con amo" e non finì perchè la superficie di un lucchetto è quella che è. Poi si avvicinò a un lampione e lo abbracciò piangendo. La voglia di buttarsi di sotto era tanta ma alla fine pensando che domenica la Roma giocava in casa con la Fiorentina e lui aveva speso quasi 60 euro per una Tribuna Tevere rinunciò all’idea. Realizzò che tornare a casa con il lucchetto ma senza motorino non aveva senso alcuno e così lo attaccò al lampione. Qualcuno lo vide aggiustarsi la visiera e scrivere su un cassonetto l’incipit del suo romanzo. Il resto è storia o meglio noia come dice il Califfo.

giadim

Le femmine normali

Pubblicato: 10 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Giorni da montare e smontare. E fare pacchi. Che a fare pacchi ci vuole un certo criterio, un po’ come quando devi fare la trolley che hai un tuo personalissimo schema mentale da seguire salvo poi scoprire che il beauty case resta fuori. La cosa ti mette tristezza perché non sei una donna, non hai assorbenti con o senza le ali e nemmeno quelli interni che restano un mistero subito risolto dalla donna di turno che ti dice “non è proprio la stessa cosa” e tu annuisci ma si vede un miglio che non sei convinto. I Rumeni sanno come spiegarsi, a fatica ma ci riescono, questione di lingua diceva un mio amico che aveva una donna senza peli sulla lingua e se proprio c’erano non erano certamente i suoi. E’ un mondo difficile, tutti ne siamo consapevoli, tranne Rubik, quello del cubo, o l’inventore del Sudoku, per loro è normale che tutto sia “easy”; meno per l’umanità che si frigge il cervello sotto l’ombrellone nel mese di agosto in spiagge che sono più affollate di un condominio di Portici (NA). Mi piace soffrire, mi verrebbe quasi da dire godo ma mi astengo perché non ho ancora finito di scrivere il pezzo e non vorrei essere tacciato di eiaculazione creativa precoce, voglio dire che non è normale che tu rimani ad Agosto a Roma senza nemmeno un edicolante con il quale fare due chiacchiere e gli operai che ti stanno facendo casa sono in vacanza in Romania. Sarà l’effetto della globalizzazione ma la prospettiva del mondo capovolto è molto più reale dei tanti reality di cui ci nutriremo nel prossimo autunno. Isole di famosi sconosciuti e altri demoni in 16:9. E’ tornato ieri il capo degli operai, ha messo su qualcosa come cinque chili, gli dico “la birra”, lui mi risponde “un battesimo”, “Cazzo” – penso – “io il 30 ho un matrimonio nel profondo Sud”. Mi vede e mi fa segno di dare un’occhiata alla cucina che quelli di IKEA mi hanno montato il 14 agosto, giuro, non sto scherzando. Mi guarda e mi dice in slang rumeno-romano “Non hai notato nulla ahò?” “No – gli faccio – poi il 14 agosto non ero nemmeno molto lucido. “Si sono dimenticati di lasciare lo spazio per la presa del forno a microonde”. Maledico la Svezia, la Romania e visto che ci sono anche il Principato di Monaco perché se fossi stato residente lì di sicuro non avrei preso una cucina IKEA. “Ci penso io – mi fa – ora faccio un buco così” e mi fa un segno inconfondibile a mimare il diametro di questo buco. “Sulla cucina appena montata – gli faccio – “. Lui mi fa capire che non c’è altra soluzione o meglio potrei rinunciare al microonde che per lui è una cosa inutile ma di fronte al mio rifiuto desiste e mi dice che ha bisogno di una presa supplementare. “Un maschio e una femmina, la femmina normale mi raccomando”. Dice proprio così e allora non resta che fargli notare una cosa che non solo per me ma per tutto l’universo maschile è assodata e cioè che le femmine normali non esistono. Lo sento ridere in Rumeno mentre io bestemmio in Romano perché odio andare dal ferramenta e scoprirmi ignorante e goffo, non riesco mai spiegarmi e quelli della ferramenta mi guardano come per dire “che razza di deficiente ci doveva capitare”. A parole, gesti, suoni gutturali mi faccio in qualche modo capire e mi viene rifilata una presa che assomiglia a tutte le altre prese. La cassiera, una 50enne truccata pesante, notando la mia perplessità prende la presa la stacca e poi la riattacca mimando una specie d’amplesso elettrico e sottolineando, qualora ce ne fosse bisogno, che uno è il maschio e l’altro è la femmina. “Ora ho finalmente capito!” – le faccio – suscitando in lei un’evidente soddisfazione da maestrina che spiega l’educazione sessuale a una classe di undicenni. Tornando a casa mi fermo a comprare due birre da tre quarti. Le metto nello stesso sacchetto di nylon dove ho stipato le prese. Nelle orecchie musica elettronica Giapponese, l’unica che riesce a resettarmi il cervello per mezz’ora o poco più.

 

giadim

L'uomo gonfiabile

Pubblicato: 11 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Io sono un uomo gonfiabile di buona fattura. Regalo pillole di vita, sprazzi di felicità, fantasie in aria compressa. Io sono morbido.
Basta che tu mi gonfi un po’ e ti regalo amore. Non creo problemi di alcun tipo. Quando non ti va più basta sollevare il tappo e lentamente mi affloscio.
Hai di nuovo bisogno di me? Ti attacchi al mio beccuccio e inizi a soffiarci dentro. Riprendo forma e colore lentamente. Sei tu a capire quando è il momento di smettere.
Non conosco la parola stanchezza, al chiuso o all’aperto per me fa lo stesso.
Non ho bisogno che mi fai da mangiare, non rovisto tra le tue cose, sto a mio agio anche nella cantina, a controllare i messaggi sul tuo telefonino non ci penso nemmeno. Gonfiato a dovere simulo un appendiabiti.
Non accuso dolore di alcun tipo. Puoi stare tranquillamente seduta su di me e riscaldarmi con il calore del corpo o passarmi cubetti di ghiaccio sui capezzoli.
Io rido sempre. Non conosco il pianto. Chi mi sceglie questo lo sa.
Sono nato nudo che avevo già 30 anni. Fisicamente sono un bel guardare. Possedermi significa avere degli oggettivi vantaggi. Non temo l’acqua, anzi, a due atmosfere sono meglio di un materassino. Con una pagaia posso arrivare lontano. Sono una perfetta macchina da sesso. Non conosco l’ansia da prestazione, ignoro il significato di eiaculazione precoce, la mia resistenza è illimitata. Se caricato a dovere posso secernere qualunque tipo di umore aromatizzato in base ai tuoi gusti. Non soffro d’insonnia, non mi giro continuamente nel letto ma soprattutto non scalcio mai. Vuoi rimanere abbracciata a me tutta la notte? L’importante è che spegni la sigaretta. Per il resto fai pure. Ti sembrerà quasi di possedere la lampada di Aladino. Ogni tuo desiderio è un ordine.
Io sono la release 3.0 dell’uomo gonfiabile arricchita di nuovi e funzionali optionals. Te ne dico due. Coprimembro in lana Merinos con tasche laterali contenenti Pasticche del Re Sole. Sacca centrale posta all’altezza dello sterno con kleenex estraibili all’essenza di sandalo idonei alla pulizia degli umori. I miei e i tuoi.
Ho l’alito profumato di serie e un kit, che puoi trovare nella confezione in basso a sinistra, per cambiare il mio look. Mi vuoi biondo mi faccio biondo, con i baffi ecco i baffi, il pizzetto pronto il pizzetto.
Adesso devo salutarti. Se ti sono piaciuto digita il tasto 1, se vuoi ulteriori informazioni digita il tasto 2 , se vuoi un bacio con la lingua digita 3, per parlare con un operatore digita 4, per chiedere perdono dei tuoi peccati digita 5, per chiamare un taxi digita 6, per un finanziamento a tasso agevolato digita 7, se devi dirmi qualcosa dimmelo ora e premi il tasto 8, se hai bisogno di uno psicologo o di un prete digita 9.
Tuo marito non ti soddisfa? Problemi d’identità? Cambiare per crescere è il tuo slogan? E’ arrivato l’uomo gonfiabile! Solo per oggi, in strepitosa offerta speciale.
 
giadim

Pubblicato: 6 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dal diario perduto di Carolina D.

È come se tutto fosse sparito. Nulla è come prima, nemmeno l’odore di queste mura. Quando venivamo qui in vacanza e io ero bambina profumavano di chiuso, di paglia vecchia. Ora non sanno più di niente. Solo ricordi sbiaditi, stremati da un cuore che tenta di dimenticare; e poi polvere, calcinacci, graffi sulle assi di legno di questo pavimento che scricchiola ad ogni passo.

È il terzo giorno che passo qui. Questa sera ho trovato il coraggio di uscire e ripercorrere quel tratto di via Borgo San Lorenzo che per vent’anni è stato teatro estivo delle passeggiate notturne a fianco di mia madre. Ho sempre avuto paura. Fingevo di essere tranquilla; non volevo che lei intuisse il mio timore e le mie insicurezze, mi avrebbe di certo presa in giro. Avevo paura del buio. Provavo sconcerto davanti all’oscurità. I contorni sfumavano, le forme si dilatavano, la strada diventava prato e l’erba diveniva asfalto. Gli alberi erano grandi ombre danzanti. Al buio, nulla era fermo: era come se tutto si animasse e cominciasse ad essere vivo, un lieve tremore, un sottile vibrare che solleticava ogni forma, quasi un pulsare leggero. Il bosco che ci circondava m’inquietava ancora di più. In quei momenti sentivo di non potermi più fidare degli occhi: vedevo solo macchie scure. Riuscivo a intuire il volto di mia madre solo quando il puntino rosso della sigaretta arrivava alla sua bocca, indugiava alcuni istanti e poi tornava giù, lungo la coscia destra.

A passi brevi e rilassati, ci spingevamo oltre il tornante, dietro i pini che nascondono il caseggiato: volevamo che quel fastidioso lampione non ci desse noia. A quel punto alzavamo gli occhi al cielo, coricando dolcemente la nuca all’incrocio delle scapole. Il cielo sopra Rivai era meraviglioso: quando era sereno vedevi la Via Lattea squarciare l’oscurità e poi miriadi di stelle a pulsare nell’infinito. Davanti a quello spettacolo il respiro sussultava, era come se s’inceppasse per un secondo o forse due per poi sfociare in un sospiro di profonda ammirazione, di pace, di armonia. In quegli istanti potevi sentire il lago, giù, a valle, respirare profondo e rilassato. Quelli erano gli attimi in cui sentivo mia madre più vicina, forse perché mi raccontava delle notti d’estate quando era ragazzina, passate a camminare sulla stessa strada; a volte mi narrava di nonni, bisnonni, prozii e tanti altri che avevano abitato tra le mura di Ciaor. Erano quasi tutti morti, ormai, ma rivivevano in quelle notti, sotto le stelle, aspettando San Lorenzo e la sua pioggia di meteore.

Tornavamo indietro solo quando il dolore al collo si faceva insopportabile ed eravamo costrette a distogliere lo sguardo da quella immensa bellezza. Ad accompagnare la nostra discesa c’era lo scintillio dei lampioni, giù, a Rocca e, tra le dita di mia madre, l’ultima sigaretta della giornata. Una volta dentro casa, tutto tornava sicuro: il buio era stato chiuso fuori e il neon della cucina dava un sapore di concretezza al mobilio e al corpo di mia madre che non era più di nuvole, ma di carne.

Ho avuto paura anche questa sera; ne ho avuta molta di più perché ero sola, ma lo dovevo fare. Ancora una volta. Una sola. Ogni cosa è sfumata nel buio proprio come in quelle notti d’estate; nulla aveva più un confine definito, tutto sussultava nell’oscurità. Proprio come tanti anni fa, ma questa volta, al mio fianco avevo un grande vuoto. A fatica ho superato il tornante e ho guardato il cielo. La Via Lattea era ancora lassù. È stato come se mia madre fosse lì, con quelle stelle. È stato come se il loro pulsare fosse riuscito ad ingannare la morte per farmela sentire ancora una volta. Sì, l’ho sentita sulla pelle, come una carezza leggera; è stato come tornare nel suo grembo e la paura, d’un tratto, era svanita.

Io non so se la morte sia luce o buio, ma le stelle…quelle, per un attimo, hanno riportato qui mia madre.

Giorni di pioggia

Pubblicato: 2 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Rotolerei ancora fra le linde lenzuola di noi se le macchie della vita non si allargassero come olio che spande, come sangue uscito a fiotti da un dolore che macera.

Rivedo tutto, anche se i miei occhi ora sono annebbiati dalle lacrime.
Vedo noi, lì nel nostro letto dove ho vissuto il tuo ventre, accarezzato gli aironi appesi al soffitto e sognato con loro, singhiozzato l’amore eterno negli amplessi sdruciti dal tempo, mentre la pioggia acida accarezzava le finestre chiuse ermeticamente, come se temessimo che l’amore scappasse fuori per sempre.
La pioggia era il ticchettio di quell’orologio che non abbiamo mai appeso, ora sorrido a pensare a quella volta in quel negozio e a quanti ne abbiamo guardati prima di ridere e fuggire via di fronte al povero commesso che si sentiva preso in giro da due pazzi senza un soldo.
Noi eravamo al verde si, ma c’era l’amore che ci rendeva ricchi, l’amore che non è mai mancato almeno credevamo fosse così.
Ricordo le nostre mattine, la ricchezza dei tuoi sguardi a fissare le pupille mie che lente capivano cosa ci circondava e cosa eravamo, quelle labbra sempre sulle mie, singolari nella loro bellezza e gli alfabeti di baci che ci donavamo nelle notti di miele.
Noi eravamo destinati, le carezze partivano dal cuore e giungevano silenti nell’anima.
Il crollo non era atteso, il dolore portò squarci e nulla poté frenare il fluido amore che si disperdeva nell’aria.
I progetti si accartocciarono rendendo nullità ogni sorriso che ci segnò le guance.
Quelle guance che non avrebbero avuto più le tue carezze.
Le carezze erano nostre come i respiri che c’erano stati.

Erano nostri i minuti che scendevano a pioggia.
Pioggia acida che solcava le guance come lacrime.
Lacrime che non finiranno nemmeno ora di scendere.
La fine è nota.
Io e te.
Mai
più.

Valentine

Pubblicato: 29 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Nobile fu il dolore che dipinse di scuro le labbra di Valentine, mutarono i contorni, sbiadendoli nel tempo e da quel cadere incessante di lacrime a pioggia che bagnavano e investivano le guance, mentre vedeva l’amato partire in quella stazione che li aveva visti troppe volte lasciarsi e riamarsi sempre con la stessa foga e strazio.
Sentiva quel piccolo cuore malato aprirsi, crepa dopo crepa e rendere liquido il sentire che feroce le dilaniava il respiro, ogni saluto con quella mano alzata era un dolore in più, una tacca per la sua breve vita, e lei ne voleva catturare ogni attimo come fili di tempo.
Si sentiva nuda, mentre le emozioni le vorticavano attorno con beffardi sorrisi sornioni, da sempre la sua croce e la sua delizia, quella croce di guance arrossate anche quando c’erano giornate d’immenso calore e quella delizia quando Simon vedeva i suoi occhi infiammarsi nelle ore della loro passione o quando le donava quegli iris del giardino che coltivava con tanto amore, quando la guerra non lo catturava per portarlo lontano.
Nuda di fronte all’amore che sentiva per Simon.
Era il suo centro di gravità, lei si sentiva come la stella che laccava il cielo con la sua luce come bava d’amore a filamenti, la notte per lei era il regno delle fate e di quell’amore che creava sospiri fino a giungere nelle orecchie del suo amato in qualche sperduto campo di battaglia nel sud della Francia.
Glielo diceva, quando si guardavano fissi negli occhi, ogni volta che sospirerai alla luna io ne sentirò il leggero vento accarezzarmi e chiamarmi.
Il loro amore era più feroce delle guerre e dei morti, più del sangue e dell’odio, più di quella malattia che quella notte sconfisse tutto.
I suoi si chiusero, amò ancora per un istante tutto, e sospirò per un’ultima volta il nome di Simon guardando la luna che accarezzava solerte gli iris che crescevano nel giardino di quella casa, umile regno di un amore già deciso.