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Psicosi Multipla Bilaterale

Pubblicato: 14 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Prego signora, cominci pure. Non sia così nervosa. Lei in questo momento è al sicuro.
Si metta comoda sul lettino. Niente è senza rimedio.
La finestra dello studio medico è schiusa. Nell’aria odore di muffa vecchia.
L’agitazione della signora sgombra la stanza d’ossigeno, accumulando sudore.
Le folte sopraciglia del medico – in contrasto con la sua calvizie – risaltano il suo viso.
L’atteggiamento quieto fa sì che la signora si stenda.
-Cercherò di farmi capire dottore.
Ho bisogno di lei. Il mio non è un caso complicato. Basterà un poco di attenzione.
 
-Sono qui per lei signora. Le mie cure la aiuteranno.
 
-Bene. Cercherò di sintetizzare il più possibile. La mia vita è cominciata quando sono rimasta orfana. Non lo dico con cattiveria, anzi, le dirò dottore, quando morì mio padre, cominciai a soffrire d’insonnia. La notte per me era una montagna invalicabile.
Dottore sta ascoltando?
 
(nessuna risposta)
 
-Dottore sta ascoltando?
 
(sbadiglio)
 
-Signora, stia tranquilla. Si rilassi.
 
– Bene.
Dicevo, quando mio padre morì, cominciai a soffrire di un’insonnia costante. La notte girovagavo per la casa lavandomi le mani in continuazione. Forse, questo per lei sarà banale, ma, vede dottore, sono arrivata al punto di fasciarmi le mani: tenendole sempre in ammollo le nocche erano quasi ulcerate. Le mie mani hanno visto mille dermatologi. Le gambe di mattino erano due palloncini: frutto delle vene varicose. Dieci mesi interi disastrati per una semplice insonnia.
A volte – guardandomi allo specchio – creavo vortici di luce con mie pupille nere incavate.
Il mio riposo sregolato è stato padre di molte disgrazie.
 
(Le parole scorrono come un fiume travolgente)
 
Certe volte avevo delle inclinazioni anomale: suicide per intenderci. Fortunatamente sono riuscita a tornare in me. Non è stato molto facile, certo, ma posso dire di avere una tempra di ferro per esserne uscita quasi illesa.
 
-Bene signora. Vada pure avanti.
 
-Sì dottore.
Dopo quel periodo, la mia vita ha trovato finalmente la felicità. Ho ricominciato a dormire.
Il mattino, ora, quando apro le finestre, sento gli uccelli cantare, sembra… non rida dottore…
sembra cantino per me. Sulle mie spalle le farfalle perdono polverina magica.
Tutti mi vogliono bene. Sistemo la casa con calma. Vado al mercato. Insomma, conduco una vita normalissima. Non mi guardi così! Sembra strano, ma ora, in tutta franchezza, posso dire di conoscere la felicità.
 
-Bene. Vada pure avanti signora.
 
-Sì dottore. Forse lei penserà che io sia pazza… non la biasimo.
Ammetto che non è normale sentire felicità in un semplice cinguettio.
Un minimo di diffidenza non mi offende. Forse, in passato sono stata labile, ma so riconoscere i disagi, ora. Mi creda dottore. Sono una donna felice a tutti gli effetti. Ho persino un marito ora.
Dopo una vita di solitudine merito anch’io un po’ di felicità. Lui si chiama Osvaldo.
Ogni domenica mi porta al mare. Si cura di me come una bambina.
Certe notti mi gira intorno e non capisco il perché. A volte ho la sensazione di avere un ladro in casa. Voglio svelarle un segreto; mi raccomando però, non lo dica a nessuno.
Mi vergognerei da morire.
 
-Dica pure signora.
 
-Da bambina, mio padre sporcava sempre le mie mani. Lo aiutavo in casa. Dopo la morte di mia madre, ero io la donna di casa. Per tanti anni ho pensato d’essere solo un fazzoletto.
Una bambina cattiva da punire. Non sempre ero efficiente. Come ci si può sbagliare a volte a giudicare le persone. Ho sempre pensato che mio padre sporcasse le mie mani per punirmi.
Ora, finalmente sono riuscita a capire. Mio padre non sporcava le mie mani per punirmi.
Ora lo so. Sapeva che avrei passato un periodo infelice dopo la sua morte,
sapeva quale sarebbe stata la mia medicina per la sua perdita.
In cuor suo, sapeva che lavarmi le mani avrebbe aiutato la mia fragilità; è per questo che sporcava sempre le mie mani. Ricordo le paure quando si calava le braghe: stupidamente ero ignara del suo dono. Lavare le mani ripetutamente per mesi è stata una cura miracolosa.
A volte non siamo consapevoli di avere intorno delle persone buone.
Questo mi rattrista.
 
(il ciglio del medico trema)
 
-Vada… avanti signora.
 
-Ho persino una figlia bellissima, ora. Ho tutto quello che non ho mai avuto:
una famiglia.
Vede. Sono qui per un motivo preciso dottore.
Mia figlia.
Lei vive queste cure come una punizione.
Mio marito ha cominciato con lei la cura miracolosa e lei pensa sia una cosa brutta!
Ma si rende conto? Le abbiamo sempre dato tutto, privandoci persino dell’aria.
Io, ho cercato di farle capire che è una cura, ma lei non ascolta niente. Si chiude in se stessa come un riccio. Mio marito lo fa per il suo bene. Per amore.
Naturalmente non sa che sono al corrente di tutto. Sarebbe umiliante per lui, come per mio padre.
La cosa che mi lascia perplessa è un’altra: le nostre somiglianze non concordano fra loro;
mia figlia soffre d’insonnia già da un anno, e grazie a Dio io e mio marito siamo ancora vivi.
Ho la sensazione di navigare al buio a volte. Questo enigma logora i nostri asciugamani,
eppure le mani di mia figlia non sono mai pulite. La cura con lei non basta.
Non capisco il perché.
Pensa che sia grave dottore?
Dottore? Perché mi guarda così?
Dottore?
Devo preoccuparmi?
Ha già avuto casi analoghi?
Dottore…
 
Le gambe verso casa trasportano macigni spigolosi.
Calendari spenti svegliano occhi ciechi.
Il cinguettio degli uccelli perdendosi lungo la strada svanisce in follia.
Farfalle posano polvere magica dentro i suoi occhi bagnati di pianto vecchio.
Spalle corazzate dal tempo si curvano in pensieri.
L’infanzia lontana lentamente mette a nudo una crescita mai sbocciata.
La cura è andata via, con le farfalle, in sella alle ali della realtà.
 
/ 2003
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La sintesi spiccia – ausiliare del legno

Pubblicato: 2 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Che aprendo lievitava pane
Indietreggiando grassa l’avvenuta
 
Le gote di una suora laica isterilite
Pronte ad assaltarsi il velo cavo
Riverso alle preghiere
Gonfiavano all’esordio noi primizia
 
Miglia di bambini in fila
Tenuti canottiere larghe
Costanti al colore aggregazione.
 
 – Era l’arrivo –
 
Le sedie addolorate mosse ai banchi
Sentivano l’odore dei conati
Reggendosi l’inutile ai domani
 
Poche premure
Due mani alle portate
Versavano gli avanzi interi intatti
Saziandosi al pensiero digiunante
 
L’ortica, sul banco sbocciava mesto ingoio
Cercandosi alle rose la promessa
Del duello
 Ingigantendo fetta al sangue
L’apprensione
 
 
**
**
La gola era il difetto del momento.
La pozza incognita seccante
Che avrebbe mosso il resto
Da affondare
 Goccia in profusione
 
Santuario: l’imperlata fronte –
Delegò riva il palmo innamorato
Mentre di pioggia s’invaghiva
Precedendo l’avversa siccità
 
Un canto
Di notte evaporava, stringente,
Sfinendosi nemica l’impazienza
Quando la sveglia risuonava
L’inerme adunata degli odori
**
**
L’unguento per l’umore
Era l’imbroglio
Del sale anticipato mestolo deviante.
A cosa mai valeva salarsi l’impressione.
A ruota,
domenica la consolante c’era
E poi l’aurora:
Serie di mani alzate senza colpa
Gridavano al Signore
 
 *
Da dietro lo sguardo valutava
La sola che ad essermi sorella
S’odiava a vive voce la brodaglia
Spartendone a corona
Molli pezzi
Svelta a ricompensare
 
E tutto intorno s’accudiva in un bicchiere
Il mare desolato da assetare
 
a Maddy  
 
 
Ancora mi preme distinguermi
dall’ostilità d’un origami spezzato.
Che il lauto pasto del sentire
s’afflosci a lato,
restino gli angoli buttati all’indietro
come criniere al vento,
se non possono le tenere carte di riso
infrangere un lieve destino
non certo l’anima frantumata dal
lungo collo mai potrà affiancarti,
se tu non mi parli,
fra i resti del silenzio
di quando giaceva al suolo
un sasso,
coperto di rose al
petalo smosso.

Freddo. Dalle ossa già vengono i primi lamenti, la notte è come una sfera di ghiaccio mal tagliata, da ogni angolo sbucano tratti che, non conosciamo o il più delle volte ignoriamo.

Chi mi accompagna sa che ho paura di stare solo in certe occasioni – non è per i vivi che affretto il passo ma per i richiami di una bella signora che ha tutta l’aria di essere la mia adolescenza, la passione sospesa nelle vene.

Siamo quasi arrivati all’albergo dove ci aspetta un cameriere – noi lo conosciamo bene è da tanto che veniamo qui, con il nostro carico di noia e solo per assecondare le mie assurde voglie di rivederla.

Questo ci accoglie nel più disgraziato dei modi. Ci vede da sempre come esclamazioni distorte, non conosce il motivo per cui ogni anno andiamo là ma vuole che il suo silenzio sia comprato lo stesso.

Con qualche moneta lo licenzio e subito come delle lettere da spedire, ci imbusta in camere diverse.

Al corridoio guardo il mio accompagnatore con un doveroso occhio degno dei più cari ringraziamenti per lo sforzo che, mi ha dedicato portandomi fin qui

– lui fa più o meno lo stesso, ma sa di essere in posizioni diverse e che, io non lui dovrà subire Dio tra le lenzuola.

Ci lasciamo – entro nella camera – non accendo luci – lei vuole che sia rispettata la sua apparizione, come una sacerdotessa avvolgerà la pareti con il suo pallore e pizzichi di rosso.

La stanza è piuttosto calda. È il fiato che spinge sempre più forte – sembra un grande lume pronto ad ingoiarmi nell’oscurità.

Sicuramente anche il mio compagno avrà sistemato le sue chiappe arzille sulla sedia. Infilerà il rosario nel collo.

È molto religioso, non capisce l’amore, sa solo che l’invidia lo aiuta a consacrarsi cristiano.

Me ne frego delle sue stupide opinioni, amo quella donna come la luna ama la sua luce riflessa con la quale appare magnifica.

Non è facile farla venire…ma con me ha una certa confidenza.

“Per carità non sto aspettando una prostituta!”

è un angelo, almeno lo era prima di cadere, ma non si è fatta male, il suo candore l’ha resa velluto dove accasciarsi dolcemente senza morire.

Si comincia, la paura rande il coraggio che non ho mai avuto. Scrollo le dita dalla fronte gelida e con le labbra spezzate da un filo di voce sussurro la formula per farla apparire : “la mia anima è dannata insieme al tuo respiro, forgiami Lilith, perché il mio sangue scorre nel tuo e la vita che ci neghiamo sarà il pastore del nostro futuro”.

Silenzio. la stanza ghiaccia improvvisamente, il vento anella i suoi passi che cominciano ad abbozzare il pavimento. I capelli biondi e lisci cominciano a sfondare il buio …. ecco esce sacrale come un dipinto.

La sua bocca è un insieme di frasi che rimangono a lei ma che mi ricoprono

È bellissima

si accascia sul letto e mi indica di fare lo stesso. Le preghiere che nell’altra stanza escono vorticosamente si spaccano sul cosmo dei nostri corpi – è vero – nella luce più profonda non c’è spazio – solo le ombre possono arricciare i nodi dei santi.

Siamo persi in questi riflessi
Lilith li comanda
non posso uscire da lei

piango
lei fa lo stesso

è il diavolo

io l’agnello

non ha scelta deve tornare

non ho scelta devo andare

La cognizione del dolore

Pubblicato: 13 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il mediocre Sangiovese di Villa Pampili é il lavacro del lutto del giorno dopo per il Cav. Comandini. Tre bottiglie e mezzo da 0,75 l, nemmeno troppo in surplus rispetto alla norma, in una giornata iniziata alle sei e quarantacinque con lo sguardo inumidito e istupidito verso la metà fredda del letto con un’erezione come non ne ricordava dalle ultime settimane prima del matrimonio.
Ammortizzate le consuete voglie del risveglio con qualche frollino ai cinque cereali annegato in parzialmente scremato tiepido al miele d’acacia, la mattina scivola via fra lo spargimento di antiparassitario fra i filari di peschi e di kiwi ed il pellegrinaggio al Bar Fabbri per le condoglianze di rito e due dita di Porto con il Guidi e lo Zamagni. Poi il ritorno a casa per il primo pranzo in solitudine in sessantasei anni.
Attenzione signore, é arrivato l’arrotino”, ciarlano dalla strada, mentre scompare del tutto agli occhi del Cavaliere l’utilità d’aver sgozzato la gallina più vecchia se nessuno te la abbronza al forno ricamandola con festoni di rosmarino. A tamponare l’appetito per oggi bastano forse due strati di spalla cotta sdraiati su una fetta di Toscano raffermo e tre prugne bio-logiche Coop denocciolate.
Poi becchime Monsanto a polli e piccioni e annotazioni sparse sul libro mastro fino al traguardo della mezzombra delle quattro del pomeriggio, da sempre il principio dell’ozio dei gangli, in attesa del sonno precoce istigato dall’ascolto prolungato delle Rete Tre.
Svegliato dalla sinfonia a distesa del proprio russare e dal languore di pancia e dei sensi tornati in circolo sul finire del tiggì, l’ultimo cristallo di vino. Poi rasatura a crudo e cravatta a rombi blu con contorni tratteggiati di rosso prima di infilarsi sulla Passat Station Wagon.
Interrogandosi in un attimo casuale di estemporanea messa a fuoco del Tempo sull’utilità delle campane del vetro e ammirando i maestosi campi di zucchine di Raimondi, amico fraterno e socio prestanome di burle alla Finanza, il Cavaliere si dirige verso la Balera Rio Bo alla ricerca di Fiorella vedova recente, vecchia fiamma impalmata in Parrocchia nel ’68, avvistata in pista durante le ultime serate dal gestore e cugino Mauro ed annunciata tiratissima in cerca di nuova e più prestigiosa collocazione.

Mi sento in colpa?

Pubblicato: 1 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mi sento in colpa: finalmente libero di esser solo, un uomo.

C’è qualcosa di estremo e infantile nel potersi, per un’altra volta,sgridare lacrimando affronte un argento colorato di una delle proprie immagini. Credo ce ne siano altre, ma cosa vuoi che importi?
Per ora, buona la prima.

And! What is cosmos?

Pubblicato: 27 dicembre 2006 da The Cats Will Know in scrittura
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spiraleQuesta sera, durante una conversazione sincopata, un tipo, brava persona ma agitata, mi si faceva sotto brandendo tutta una nomenclatura di grande interesse. Non potevo opporgli i pensieri che mi venivano, erano troppo impotenti: non l’avrebbero soddisfatto.
E così proponeva il saggio di Guy Débord "la società dello spettacolo". Débord diceva: "Lo spettacolo é capitale ad un livello tale di saturazione da divenire immagine". Bello noh?
E Baudrillard:" Il consumatore é un lavoratore che non sa di lavorare." Ancora meglio.
E Pasolini, allora, nel suo memorabile scritto corsaro "Acculturazione e acculturazione"?
O il meno conosciuto Giorgio Cesarano, quello che credeva alla rivolta del bios contro il capitale e che, per inciso, si é sparato? Non é tutto evidente in quel terribile capolavoro che é "Salò, o le centoventi giornate di Sodoma?" Questo meraviglioso affresco che preconizza l’inversione? Tutto, in Salò, è inversione: la merda come cibo, la prevaricazione come amore, lo squartamento come nostalgia, Salò come falansterio.
La mia opinione personale é che tutto ciò sia cibo per gatti. Ecco un aforisma più pertinente alla realtà, sempre sul mio personalissimo cartellino. E’ di Bataille: "Il consumismo attira solo gente vuota, ecco perché lamentarsene suona vuoto".
Ma scusate, se io voglio ammirare un cielo blu, devo uscire dalla cloaca oppure rimanerci ben confitto ad analizzare perché e percome puzza? Puzza, lo sanno tutti. No sense to stay there.
E poi, e questo aforisma é mio: "Essere contro presuppone sempre un’aderenza. Il livello successivo di una spirale é oltre l’anello inferiore."
E un altro, che mi é venuto adesso: "Chi si somiglia si piglia ma anche parapiglia."
E un altro, di Eutiche: l’indignazione è un peccato di potere (notevole: tu t’indigni perché pensi che se avessi tu il potere faresti meglio).
Ecco, già questo detto di Eutiche reca un viatico vitale: guarda, dentro di te, quanta presunzione c’è, mascherata, quando t’indigni.
Epoché su quel che non fa per te, o Myein, oooooooh.

La mamma sul ponte e il finto amico

Pubblicato: 12 dicembre 2006 da The Cats Will Know in scrittura
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Era necessario traversare un lungo ponte, teso altissimo sopra una profonda valle. Non si poteva che traversarlo a piedi, facendo conto sulla propria saldezza e nient’altro, perchè era largo non più di quattro scarpe affiancate. Non tirava vento a sconvolgere l’equilibrio, ma l’abisso attirava con la vertigine. La vertigine si aggancia all’occhio, con le sue malìe tramite l’occhio fa mancare il passo. Così ho evitato di guardare giù, incamminandomi oltre gli spalti sotto i quali si giuoca il gioco dell’Abisso. Con lentezza e concentrazione sono giunto ben avanti lungo il passaggio, fin quando di fronte a me, venendo verso me dall’altra parte, si è manifestata la mamma e subito ho cominciato a tremare. Temendo, a causa dei fremiti, di precipitare, mi sono detto "Mettiti a cavalcioni sul ponte, e strisciando come un verme potrai guadagnarne la fine".

Segue…

Così ho fatto ma subito anche mamma si è messa cavalcioni e, dondolandosi, ha reso instabile non solo il mio passo, ma anche il ponte. Finchè è rovinato giù ed io con lui fino a trovarmi nel capannone. Il capannone è diviso in due vani, da una parte stanno le macchine, enormi, pesanti, siderurgia, fuoco e ferro, al buio. Dall’altra, un ufficio abbastanza comodo, illuminato al neon, dove stanno le macchine sottili, che danno ordini a quelle spesse, di là. Tutto quanto il capannone è alimentato da una stessa forma di energia: quella elettrica, naturalmente. Io ho un amico che la sa più lunga di me, e qualche volta, anzi spesso, senza che le leggi dell’economia intervengano a consigliarcelo, ci piace di restare nell’ufficio a conversare, non certo a lavorare. Rimaniamo fin notte fonda, e, a causa del silenzio, qualche volta la nostra sensibilità si acuisce e intuiamo rumori, o presenze. Come ieri notte quando dall’ufficio il mio amico ha udito un rumore che veniva da là. Quando siamo insieme andiamo abbastanza sul sicuro e quindi, con una verga d’alluminio tra le mani e uno spesso righello di ghisa, siamo balzati di là e abbiamo notato subito una sfumatura di buio muoversi, infrattarsi, svicolare. Abbiamo girato l’angolo d’un macchinario e lì abbiamo trovato un uomo accovacciato.
"Fermo, cane!" ha intimato il mio amico, illuminandone il volto con l’accendino.
"No aspetta, è D.!" D. è un volto noto, non lo frequentiamo più, ma ci siamo divertiti spensieratamente con lui. E’ lì, accovacciato, che ci guarda.
"D., cosa fai lì, ci hai fatto prendere un colpo!" Ma D. non parla.
"D. o non D., comincia a mollare quel coltello che tieni in mano, buttalo via!" Non me n’ero accorto ma D. reggeva nella mano in penombra, un lungo coltello. Ma è sempre D., di bassa statura, gaudente, sarcastico, bonario. E’ lì, ma non parla, però ha buttato il coltello e il mio amico lo allontana con un calcio. Rimango stupefatto dalla fermezza con cui lo tratta. Dopotutto, è D.
"D. o non D." mi dice paziente il mio grande amico," cominciamo col dire che è entrato qui senza annunciarsi, ma forzando la porta posteriore, e in più con un lungo coltello in pugno, al buio. E non voleva certo che lo scoprissimo, non adesso, almeno." E’ vero, me ne sto zitto e osservo D. che ancora non parla, mentre fuori, nel parcheggio, arrivano all’unisono molte auto. poco dopo, battono alla porta e poco dopo decine di persone invadono il capannone, senza presentarsi, e si danno al ballo, fanno girare musica, si scatenano. Molto chiasso in breve tempo: ecco lì il dottor G. e l’avvocato F. e le loro insulsaggini, a far cattivo teatro e cattiva compagnia.
"Li ho portati io… non sapevamo dove andare, per una bella festa, senza pagare luce e luogo."
"Ecco cosa ti porta il Fintoamico!" il mio amico ha ragione, le sue parole sono di un’evidenza palmare. Eggià, lui considera i fatti, mica le forme. Comunque, adesso mi sbarazzo di questa gentaglia, che, a capannelli, si occupa de’casi propri in casa mia.
"Signori, un po’ d’attenzione per cortesia! Dovete lasciare immediatamente questo posto, tutti quanti!" Un’incrinatura nell’emissione della nota di comando mi vale l’avvicinarsi bellicoso del dottor G. Tutto petto e colori scompagnati, mi mostra la sua superiorità fisica: potrebbe spazzarmi con una bracciata, non fosse che sta nella mia proprietà, e sono rinforzato dalla presenza del mio intelligente amico. Quindi, con calma:
"Fuori, tutti, subito." Ecco che mi son permesso il comando legittimo, e la nota scocca senza il semitono del dubbio. E tutto quel marasma è come non fosse mai stato.