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Il cenone

Pubblicato: 21 gennaio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Il cenone

 

 

Tutto era pronto per il cenone della vigilia. L’ospite era già seduto, mentre Rosa con piccoli passettini si muoveva dai fornelli al tavolo della cucina con aria indaffarata, portando in tavola le ultime cose e parlando senza posa.

Per l’occasione si era vestita con cura, andando a rovistare nell’armadio alla ricerca di un qualcosa che fosse diverso dal solito ed era stata fortunata perché sotto ad una vecchia giacca aveva trovato, dimenticata, una camicetta a fiori, un regalo che le aveva fatto sua figlia un Natale di tanti anni prima quando, ancora, la veniva a trovare in occasione delle feste. Ultimamente – così le aveva spiegato-  non ne aveva più il tempo: viveva lontana e il lavoro la stressava e la famiglia la impegnava e, infine, aveva aggiunto per buona misura che anche lei aveva diritto il di riposarsi un po’.  

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Veramente di fuoco

Pubblicato: 9 agosto 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Vera ogni mattina anticipa la sveglia di dieci minuti, senza occhi da aprire, o braccia da stendere. Vera si lava i denti, senza nemmeno guardarsi allo specchio. Vera scende le scale di casa, una alla volta, sbattendo in eterno sulla ringhiera del primo piano. Vera nemmeno, sa cosa significhi scendere le scale.
Vera guarda il traffico dell’alba, ferraglie di quattro ruote d’insoddisfazione, fissando lo schema delle cinque marce, pur avventurandosi al massimo nel secondo ingranaggio. Vera a malapena, ha capito il meccanismo della frizione, seppur non concepisca ancora un cambio così automatico. Vera parcheggia solo di muso, vivendo l’unidirezionalità di tutte le strade. Vera non è nessuna, di quelle strade. Vera ogni pausa pranzo, viviseziona il solito panino secco al formaggio, senza cercare riflessi. Vera nemmeno, sa cosa significhi, scendere le scale.
Vera, mente di fuoco, che si lascia avvicinare appena da uno sguardo.
Vera è la poesia che ho scritto una notte:

Sguardo.

Centimetro
di un attimo in volo
mentre ti accorgi di non
aver mai avuto tempo
per accorgerti del
centimetro di un volo
rimasto in un attimo

Svisto.

Vera rimane appesa a guardare le labbra della gente, senza orecchie, senza mani, muove ripetutamente la faccia in piccole rotazioni di terra, fingendo movimento. Vera finge quasi tutti i sensi. Vera è la pioggia che non batte, di una calda giornata di luglio. Vera è l’immagine di un tramonto televisivo. Forse. Vera non è nemmeno la faccia, di chiunque tu abbia mai incontrato.

Forse sto invecchiando

Pubblicato: 22 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Su Roma piovono chicchi di ghiaccio ma non sufficienti da farci un mojito. Sto invecchiando. Oggi pensavo al fatto che ho detto un no deciso a una cena di lavoro in un locale messicano dove oltre a mangiare fagioli, chili con carne e bere tequila a profusione, si balla anche sui tavoli e si può fare baldoria. Il tutto per la modica cifra di 48 euro. Non è per i soldi, è il ballare sui tavoli che mi ha bloccato. Ci sarei andato se solo avessi potuto mangiare e bere ma l’idea che possa materializzarsi all’improvviso una tipa perizomata (che resta comunque una bella idea se avulsa dal contesto) con un bottiglione di tequila che ti solleva dalla sedia e ti spinge in mezzo alla pista e poi altre mani ti afferrano e ti fanno salire sugli stessi tavoli dove hai appena finito di mangiare o nell’ipotesi peggiore con la roba che non hai ancora terminato e che altri calpestano allegramente e che tu comunque paghi, proprio non mi va giù.
Per tutti questi motivi non ci sono andato. Stamattina ho chiesto ai miei colleghi: vi siete divertiti? La risposta è stata un sì sincronizzato, tutti hanno alzato un attimo la testa dal PC come se alla tele all’improvviso passasse un’edizione straordinaria del telegiornale. Ma il loro annuire si vedeva lontano un miglio che era senza convinzione come di chi non vuole darti nessuna soddisfazione. Obbligatorio divertirsi insomma e non lasciare trasparire nulla.
E comunque sto invecchiando perchè delle risposte avute in fondo non me ne fregava nulla e mi è bastato così. E sto invecchiando anche perchè sabato ho comprato un televisore LCD 32 pollici di marca Daewoo, che fa anche le macchine e io una volta ne comprai una di queste macchine che andava tutto sommato bene così mi sono convinto che avendo avuto successo la macchina anche la tele doveva essere un buon prodotto.
E ora ho una tele, un paio di pantofole blu con la bandiera americana, della birra in frigo, un sacco di film da vedere e che non vedrò mai per il semplice fatto che si vive una volta sola e la vita non è un film.
Sto invecchiando perchè una tizia che abita sopra di me, secondo me depressissima, mi suona alla porta alle 9 e mezza di sera dicendomi che ieri sono entrati i ladri in casa sua e forse sono entrati dal mio terrazzino per poi arrampicarsi dalla grondaia stile Arsenio Lupin.
Peccato che io non ho né terrazzino e né grondaia ma ho fatto finta di nulla. Le ho subito detto che mi dispiaceva ma che se pure fosse non ho sentito alcun rumore, però non se ne andava, secondo me non si è convinta delle risposte che le ho dato ed è rimasta lì a sbirciare sulla porta né io volevo farla entrare perchè mi sembrava ancora più depressa del solito. Poi le ho chiesto cosa le avessero rubato e lei mi ha risposto tutto. Me lo ha detto come se i ladri le avessero portato via un Van Gogh e un Monet.
Aveva una faccia depressa, ma anche le mani e i piedi erano depressi. Insomma siamo rimasti come due ebeti che non sapevano che dirsi, nessuno straccio di soluzione, niente di niente. Le nostre vite asimmetriche inchiodate sul pianerottolo. Poi alla fine si è convinta e molto lentamente è andata via.
La mia prima reazione è stata quella di chiudere tutte le finestre, l’inferriata della cucina, il chiavistello della porta ma forse l’obiettivo era difendermi dalla tipa più che dai ladri.
Confesso che questa cosa mi ha messo un po’ di agitazione, ma solo un po’. Dopo è venuto un temporale fortissimo e ho pensato che i ladri col temporale non lavorano e i depressi escono sul balcone e stanno lì, sotto la pioggia, piangono, ma non se ne accorge nessuno.
Alla tele passano immagini nitide, cieli azzurri e campi di girasole, eppure fuori piove.
Cambio freneticamente canale fino a trovare un telefilm americano dove c’è la scena di una macchina che corre sotto la pioggia su una di quelle strade che portano verso l’infinito. Ora va meglio, piove dentro e fuori, smetto di agitarmi. Potrei anche addormentarmi volendo. L’ultimo pensiero è alla giornata di domani che immagino come sempre unica e irripetibile.

giadim

Io basta cantare (questione irrisolta di anni che passano)

Pubblicato: 1 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Sul marciapiede, in equilibrio precario, avvolto da una nuvola greve di monossido di carbonio di un vecchio Lupetto targato VT, qualcosa che assomiglia ad un camion che ha trasportato sempre e soltanto pietre.
Lo capisci dai bozzi, dalla vernice scrostata da cui si affaccia un baffetto très chic di ruggine antica.
Non ho mai avuto un paio di bretelle, perché ho sempre mangiato poco, e qualche volta non ho mangiato affatto checché se ne dica,  e neanche mi sono mai vestito. Coprirsi. Come se servisse a qualcosa. Magari a capire che fuori siamo diversi, ma dentro, tra le pieghe di pelle e anima e ossa, c’è solo un facsimile di vita andata. Dove non si sa.
Ma andare, pur sempre andare, senza voltarsi indietro, senza mai riflettere o aprire un ombrello che non serve a nulla aprire un ombrello se poi ti piove dentro. In un angolo di route, alternando rutt a strofe rap, tra la luce giallognola di uno scottish pub, a vomitare due pinte di Harp, insalata esotica e pioggia e silenzi e me. Pezzi di me là, sul marciapiede, tra la merda di cani borghesi e cicche di Marlboro Lights tutte uguali a disegnare fiori finti o a ricamarmi l’anima. I’m a soul man.
Che l’anima è leggera e non la senti e non se ne sta lì, come dicono tutti, ai bordi del letto prima, durante e dopo che hai scopato. Magari dopo, forse dopo, ma è solo aprendo il frigorifero che lo capisci. Il vuoto, il vuoto puzza. Pizza? No, verdure andate a male, ma pur sempre andate, e 6 CD, un fresco sentire, a flirtare con un Bon Rollè Aia e Mezze Penne alla Puttanesca, in un menage a trois scandaloso e irriverente che si consuma tra le pareti scrostate della mia dimora, ma soprattutto nel mio frigo rimediato a un’asta fallimentare come la mia vita.
Ecco, la mia vita, che non puoi neanche girarci un film o scrivere un libro, che non gliene fotte niente a nessuno. Culi e tette e numeri incasellati a ricordarmi che oggi è il mio compleanno e ieri era diverso, la stessa immagine trita e ritrita per un mese intero che non devi neanche stare lì a sforzarti più di tanto perché, come un girotondo, Febbraio è breve, tutto è breve.
E finisce che strappo la pagina e con movimento sincrono la sollevo leggera nell’aere e appena sta per cadere colpisco di pieno collo piede, indirizzandola verso un sette immaginario dove un portiere, un qualunque portiere, non potrebbe mai arrivare. Il primo Marzo è un culo armonioso in Layout di lettura.
Per 31 giorni sarà così e non sarà perché ti amo. In mezzo la primavera e Praga, ma non la primavera di Praga.
La storia non siamo noi, no! Noi siamo le parole delle canzoni disposte disordinatamente e randomizzate  a formare mastodontici Crucipuzzle da fare con certosina pazienza in uno stadio di calcio una domenica che il campionato è fermo. Ora che il mio cuore batte. O meglio sarebbe dire nervosamente si dibatte nel suo contenitore monouso  che io, incurante e sprezzante del pericolo, porto a spasso senza guinzaglio e senza falsi giri di parole, solo uno scandinavo “fai tu”. Libertà, autonomia, autodeterminazione.
Lui invece 40 e 1 anni a seguirmi docile. Mi giro, mi piego, mi sdraio, sbadiglio e se ne sta lì. Ci vuole pazienza, comprendo. A volte schiude un occhio e mi guarda pigramente accennando un fuggevole sorriso di cir(costanza).
Sono bradicardico, nel senso che ho i battiti rallentati, significa che reggo gli sforzi in maniera superiore alla media. E’ cosa buona e giusta. Soprattutto in quei giorni lì. E allora perché in palestra mi stanco? E in piscina mi stanco? E il Festival di Sanremo mi stanca?
Sistemare appunti, scarpe, calzini, bollette da pagare e pagate, palle da tennis, palle, mia madre che vuole vedermi sistemato con una – dico una – donna (smarcata questa), mia nonna che continua a chiamarmi Mauro (smarcata pure questa per dipartita della nonna), mio fratello sotto ipnosi da PlayStation, mio padre che ascolta musica mia e pare che funzioni, il mio gatto di nove chili ha nove code e sette vite in tutto fa venticinque (morto un gatto se ne fa un altro ma quello era un’altra cosa). Natale. Ma forse sarebbe meglio dire Pasqua. Tutti tristi, la quaresima, il digiuno, l’astinenza, il giudizio,  il peccato, il sale della terra, la luce del mondo, la crisi, Toronto.
Ti dico addio oppure ciao? La resurrezione. Dietro l’angolo è ancora vita e file e bestemmie e sirene di ambulanze, elicotteri sopra di noi, dietro di noi, ci hanno visto, presto, scappiamo!

“Chicco ha una cicatrice sulla faccia e sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo e sanno già sparare come due cowboy”. (Samuele Bersani)

In una chiesa dai vetri fumé, al riparo nella penombra del confessionale, a leggere il menu di un China Restaurant per decidere cosa mangiare stasera ma soprattutto con chi e perché. Mi assolvo perché il fatto non sussiste. E se è vero che in chiesa non si può fumare fatemi almeno la cortesia di spegnere l’incenso o almeno usate quello aromatizzato all’oppio, che ti addobbia certamente meno dell’omelia di un prete Portoricano.  E mi manca il mio mondo e mi manco io, da morire,  piccoli e insignificanti dettagli; che mi vedo seduto su una pila di Pagine Gialle, Pagine Utili e meno Utili, Pagine mai scritte (vedi alla voce pensieri) a guardare la mia luna a Vidalle e dalle e dalle basta cantare, basta, vi prego, spegnetemi o premete il tasto mute ma poi dovete anche legarmi e magari coprirmi il volto con una maschera tipo Hannibal.
Ma sarà inutile perchè i miei occhi vi seguiranno come una Web Cam  a invadere la vostra privacy.
Me ne starò lì, sull’allegro andante, a fare cucù dal bidè o dall’oblò della lavatrice. E quando, con mani consumate da anni di candeggina darete un taglio alla vostra ciambella costruita intorno a un black hole, io ci sarò.
Siete indecenti, aggiungerei patetiche, voi donne quando ve ne state in pattine di feltro a sbattere pappine e pensieri e mariti ma soprattutto amanti e non serve a nulla togliere la polvere con lo swiffer tanto quella ritorna.
Dunque vi boccio, ma non tutte, qualcuna la salvo e la rimando a Settembre; ma vi toccherà studiare, applicarvi e iniziate a dire addio alle vacanze, a secchielli e palette, ai frappè al cocco, alle canzoni dei Juke box ma soprattutto al vostro hobby preferito: il Birdwatching.
Ora, in segno di distensione, brindiamo.
A cavalcioni, sul tappo di un Mumm Cordon Rouge, busserò alla vostra porta.
Vi chiedo solo di aprirmi.
Questo vi chiedo.
Tutto il resto è noia.

“Puoi vestirti più che chic
 e rimbalzare come un clown
 ma il cuore è barbaro, barbaro, barbaro

 Ci va il tempo che ci va
 Sì tutto il tempo che ci va
 Non basta un attimo, attimo, attimo
 Ma anni, anni, anni” (Paolo Conte)

giadim

 

EPPURE LEI NON RIUSCIVA, NO, NON RIUSCIVA

Pubblicato: 26 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Quando era morta la madre- anche quella era stata una morte improvvisa- non aveva potuto dare libero sfogo al suo dolore, perchè c’era il padre, e lei non voleva che lui potesse rimanere contagiato dall’enormità di ciò che lei sentiva di provare, sarebbe stato un bene che lui non arrivasse nemmeno a percepire lontanamente ciò che lei aveva nel suo cuore, ne sarebbe stato terrorizzato come davanti a una visione inimmaginabile per la sua mente razionale, si sarebbe certo trasformato in pietra come perseo al vedere la sua faccia di medusa dalla chioma corvina che pareva fatta di serpentelli vivi, si sarebbe impietrito se solo, se solo avesse potuto guardarla per davvero, se solo l’avesse “vista”. (altro…)

DOPO LA MORTE

Pubblicato: 18 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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E quando ci fu un ultimo respiro- una cesura operata da un bisturi affilato al massimo- la figlia ebbe un tempo azzerato per poterle dare un saluto decente, urlò ma non quanto avrebbe voluto, la baciò sulle labbra che erano rimaste ferme in un sospiro di liberazione, e lei e suo fratello se la videro portare immediatamente via da alcune infermiere silenziose, non c’era tempo, non c’era tempo: (altro…)

Con tre dita puoi solo giocare a bowling

Pubblicato: 18 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Normale non lo sono stato mai. Questione di comportamenti e giudizi troppo spesso affrettati ma, come tutti, avevo due mani. Due bellissime mani, questo mi dicevano, poi le cose sono andate precipitando e ora ecco quello rimane della mia mano destra. Scusate se rido ma è che proprio non riesco a fare diversamente. Rido e sono anche felice. A modo mio lo sono.

Se ne sono andate una alla volta, come ospiti di una festa di compleanno.

Sto parlando delle mie dita. Ma non tutte. Me ne sono rimaste due. Mi bastano.

Il primo dito l’ho perso per un’improvvisa e irreversibile mancanza di fiducia nei confronti della vita. Ma sbagliavo, perché la vita è soltanto una torre saracena fatta di uomini impilati come bicchierini da caffè monouso, un gioco forse, ma faticosissimo perché vorrei vedere voi a tenere sulle spalle un impiegato in mocassini e 24 ore, intendo dire valigetta e giornale.

E un altro ancora che ti mette un piede sulla testa, lo stesso piede che un attimo primo ha ciaccato una cacca di pechinese a forma di Girella.

Avrei voluto spostarmi, giuro, ma era tutto così complicato e sono solo riuscito a gridare aiuto e a estrarre dalla tasca non certo un cutter, quello avrei voluto, ma il mio dito indice per puntarlo dritto verso quel groviglio umano, chiassoso e disordinato come sa essere soltanto un asilo nido.

Avrei voluto dire basta, e ancora basta, con le mani nei capelli ma le mie mani reggevano altre mani e altri occhi mi guardavano ed erano occhi di un feroce pitbull.

Perché la vita altro non è che un pitbull senza museruola e se tu provi a puntare un dito verso qualcuno non hai via di scampo, lo perdi il dito.

Ti viene tranciato senza che esca un solo rivolo di sangue.

Un po’ come recidere un gambo di sedano.

Da quel giorno imparai tante cose per esempio a non accusare più nessuno,  a dire sempre di sì e a sopportare con dignità le persone appollaiate come civette sulle mie spalle-comò.

Nascondevo la mia mano senza dito come a nascondere un passato che non si vuole ricordare. Ed ero geloso delle altre mie quattro dita. La sera, tornando a casa, me le guardavo e pensavo di essere in fondo un uomo fortunato.

Le curavo, mille attenzioni, persino le unghie tagliate con geometrica precisione.

Poi un giorno è arrivata lei. E’ entrata nella mia vita facendo due piani di scale a piedi perché l’ascensore era rotto. Questo l’avrà innervosita suppongo. Sapete quelle storie che nascono male e finiscono peggio? Il nostro fu un amore nervoso o meglio nodoso come un secolare albero d’ulivo.

Successe una sera, mentre facevamo petting tentando di sbrigare burocratiche faccende di sesso, la solita storia trita e ritrita dei preliminari, tutto secondo manuale.

Un po’ freddo a pensarci.

Lei rideva e piangeva, sbalzi d’umore o la cipolla di Tropea, non lo so, fatto sta che nel momento di sua massima eccitazione lei contrasse i muscoli delle labbra, piccole e grandi, e come una tronchese in dotazione ad un elettricista mi tranciò di netto il dito medio.

Immaginate me ora. Con una mano sanguinante e non certo per una rottura cruenta dell’imene ma per un dito volato via e tanta fu la rabbia e la disperazione che mi tuffai dentro di lei nella disperata ricerca di recuperare il maltolto.

Ma non ci fu nulla da fare e iniziai a piangere come un bambino al quale è caduto un gelato al pistacchio. Per la verità le chiesi spiegazioni di quel folle gesto e lei mi disse, tra il riso e il pianto:

“Troppo diversi io e te, eppure ti ho amato, in qualche modo ti ho amato, e non potevo lasciarti così per cui ho deciso che tu rimarrai per sempre dentro di me, devi essere contento di questo.”

“Contento un cazzo!! – le dissi –“

“Ringraziami, avrei potuto staccarti dell’altro.”

E così la donna-tronchese se ne andò, col mio dito tra le labbra.

Da allora vivo con tre sole dita.

Ma la mia vita è cambiata in meglio.

Ora sono un uomo realizzato e voglio spiegarvi il perché.

In un bar, dove la sera mi rifugiavo a fare gargarismi col Southern Comfort, un barista di 50 anni e di cinque figli mi disse che se lui avesse avuto tre sole dita non avrebbe fatto altro che giocare a Bowling. Per tutta la vita.

E così feci. Me ne andai in una sala da 16 piste, calzai delle scarpe comode e scelsi una palla fucsia. Ci misi mezz’ora ma alla fine la trovai. Le mie tre dita si incastrarono alla perfezione nei buchi che sembravano disegnati attorno alla mia mano. 

Un’improvvisa energia si sprigionò dalla palla e mi attraversò il corpo come un proiettile di Magnum 44 che è una pistola non un gelato come erroneamente si è portati a pensare.

Feci il primo tiro  senza neanche guardare verso i birilli e fu subito strike.

E poi un altro tiro, e un altro ancora, strike su strike, gli applausi della gente. Un fenomeno da baraccone.

Non ebbi praticamente più avversari, nessuno che riusciva a tenermi testa.

Tre dita avevo ma era uno spettacolo vedermi. La gente faceva la fila per assistere alle mie partite e io buttavo giù i birilli come a scacciare cattivi pensieri o mosche appiccicose.

Quando uscivo per tornare a casa portavo la palla con me e tutti a farmi i complimenti divisi equamente tra me e la palla.

Io ripetevo serio che in fondo la mia vita oggi  è una palla. E la gente annuiva. Ripeteva e si convinceva che la vita è davvero una palla.

Al ristorante me la coccolavo, sistemata sulla sedia accanto con tanto di tovagliolo, ed ero contento, capite? Anche quando i bambini mi chiedevano se potevano accarezzarla.

Quasi come se fosse un cane.

Dico i bambini ma anche gli adulti non resistevano nel toccarla. 

Ma io di questo ero un po’ geloso perché temevo che a furia di accarezzarla si potesse consumare.

E così fu. Un giorno un birillo rimase in piedi e io, senza scompormi, mi sfilai la palla dalle dita, mi tolsi le scarpe e prima di guadagnare l’uscita estrassi dalla borsa una mezzaluna di quelle che servono a preparare il battuto per il soffritto e con un colpo ben calibrato mi tranciai l’anulare per avere finalmente un motivo per non tornare più a giocare e per non cedere alla tentazione di infilarmi un anello dorato con sopra incisa una data.

Ora vivo con due sole dita, il pollice e il mignolo.

Ci vivo bene. Posso simulare un telefono e chi ha avuto la fortuna d’incontrarmi mi avrà di certo visto che ridevo mentre parlavo con i miei amici virtuali.

In questo modo posso dire quello che mi passa per la mente senza preoccuparmi di eventuali conseguenze.

Mi guardano e pensano che io sia pazzo a passare le mie giornate su questa panchina con le orecchie incollate al mio cordless artificiale fatto di pollice e mignolo e moncherini. E li sento anche quando mi passano accanto e mi dicono “Poveretto”.

Io rido e un po’ li capisco perché a differenza loro non mi arrivano bollette  stratosferiche, non compro schede prepagate, e soprattutto non ho l’esigenza di cambiare il mio apparecchio con cadenza quindicinale.

Ho smarrito anche il mio disdicevole egoismo perché se qualcuno mi chiedesse ora  di prestargli il telefono lo farei volentieri.

©

http://malaparata.splinder.com

 

 

 

 

                                                                                             

 

                                              

 

 

LO SGUARDO LATERALE

Pubblicato: 24 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Aveva un vestito rosso, un vestito di materiale leggero- no, non era elasticizzato, se lo fosse stato avrebbe aderito come fosse una seconda pelle alla conformazione del suo corpo, le si sarebbe appiccicato addosso come una muta impermealizzata , e forse ciò le avrebbe arrecato fastidio e lei si sarebbe dovuta continuamente fermare per scostarne i lembi dal corpo che era come bagnato e che produceva cariche elettrostatiche che attiravano e facevano sfrigolare la trama del tessuto ( e lei del resto era, e si sentiva, elettrica) e questo continuo fermarsi su una strada così particolare non sarebbe stata certo una cosa opportuna, e neppure consigliabile: il suo atteggiarsi, il suo fermarsi per riposizionare il tessuto, per allontanarlo dal corpo, avrebbero dato adito a ogni sorta di equivoci, sarebbe stato come un segnale su cui appostare un’attenzione già all’erta, su quella strada che funzionava da raccordo tra due paesi che sembravano e erano agli antipodi in un modo perfino fastidioso( visivamente stridenti come colori incompatibili),uno era affacciato su uno scorcio di lago brumoso contornato da orizzonti avvallati, l’altro era riducibile a un’unica strada a saliscendi senza particolari abbellimenti paesaggistici, le sbarre di ferro della linea ferroviaria a contrassegnarne l’entrata alla fine di un rettifilo immerso in campagne piatte e punteggiate da case ex-coloniche che si fronteggiavano ai bordi, strada che raccordava i due paesini e che immetteva poi su di una tangenziale trafficata allo spasimo, una strada di camionisti e di uomini alla ricerca.
Era davvero caldo anche se si era già agli inizi di settembre, e lei si sentiva sudata e un po’ ansante, e meno male che aveva avuto l’idea di indossare quel vestito leggero, quasi impalpabile, il suo vestito era di lycra, forse, o almeno lei presupponeva che lo fosse, di lycra, non se ne intendeva poi tanto lei, quell’abito (altro…)

Capolavoro

Pubblicato: 10 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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State leggendo un Capolavoro

…il Vostro!

 

L'unico scettico

Pubblicato: 3 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Nell’eterna lotta tra il bene e il male quest’ultimo, trovatosi in serie difficoltà, chiese in prestito al signore dei lamenti un pentimento tardivo.
Il pentimento tardivo fu lanciato nell’agone quasi come ultima spiaggia e non tardò a dare il suo contributo alla lotta.
"Chiediamo scusa per quello che abbiamo fatto ma le nostre intenzioni erano buone, ci siamo solo sbagliati"
Quasi tutti appaludirono quel pentimento, anche se tardivo, che da queste parti non si butta mai via nulla. Persino il sommo caporione applaudì ed invitò nel suo palazzo il caporione avversario.
L’unico che era rimasto scettico fu relegato in un cantuccio isolato ma la sua testolina continuava, inevitabilmente, ad elaborare un pensiero, un unico pensiero.
"Se le tue intenzioni erano buone ma hai fatto quel che hai fatto, cosa sarebbe successo se le tue intenzioni fossero state cattive?"
Elabora che ti elabora presto capì che quel tardivo pentimento altri non era che un ultimo disperato tentatativo di ribaltare una situazione che sembrava ormai aver preso una strada, per il male, molto perigliosa.
Costruire una città potrebbe essere la soluzione, costruire una città ed accogliervi tutti i viandanti di buona volontà.
Costruire una città priva di barriere, dove non ci sia nulla da prendere, nulla da saccheggiare, nulla da depredare.
Costruire una città vuota.
Fu così che quell’unico scettico prese un aratro, lo attaccò ad un bue e con esso tracciò un solco a forma di ellisse.
Seminò nel solco una siepe.
Ebbe cura di quella siepe finché non crebbe alta e rigoliosa.
Ed entrò nella città vuota.
Lui dentro.
Ed il resto fuori.

Insieme a lui tanta gente di  buona volontà.

Fino al giorno in cui non venne ucciso Abele e lo scettico capì che era ora di tornare a casa.
Incendiò la siepe e tutti uscirono fuori.



Fuori non vi trovò che deserto.

Scrivendo di te.

Pubblicato: 20 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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La penna è ancora lì, sullo scrittoio antico, quello in noce scuro che ho voluto comprare ad ogni costo, tra i fogli bianchi e quelle poche righe, quelle di cui ti parlo spesso al mio telefono e negli occhi,
quelli delle poesie.

Il cuore cade tra le dita
tra quegli spacchi sul costato
lascia strane ombre di memoria
è viola adesso il sangue
sulle mani

del tempo e dei suo amplessi ti ho parlato spesso sulla pelle, tra cicatrici ancora fresche da leccare e troppi lividi da nascondere sotto un trucco. Delle mie ossa e delle dita hai ogni anfratto da cullare e di quest’anima nascosta in otto righe hai ogni accento da cambiare o rivedere, perché lo sai, io non so scrivere poesia.
Canto solo,
troppo spesso sulla punta delle mani.
Dei mille occhi ancora accesi sulle spalle ho solo l’eco sai, di ogni genere di tono e delle labbra soltanto il niente a scivolarmi lungo il corpo, strane parole a dire di me e del mio mondo in poche righe lasciate scorrere sul foglio.

Strappa ancora l’ultimo giorno
sotto la pelle ed i suoi caldi unguenti
a trattenere odori per questo addio
lasciato solo, come un anello.

Ho letto spesso in quel mio specchio l’atto finale, il passo ultimo da fare e da seguire amore mio, il segno esatto aggrovigliato alle parole da lasciare scendere a firmare il mio profilo. Su quel ripiano ho nascosto cuori e infranto mondi mai abitati, fermato il giorno e violentato occhi diversi, giocato a dio e al suo contrario.
Sfilato dalla pelle ogni attimo vissuto o solo immaginato, cercando poi con calma e doviziosa attenzione ogni increspatura nei visi che avevo di fronte.
Ti ho segnato a fondo è vero, ma anche accarezzato con passione, scolpito nel più profondo del corpo il giusto spazio al tuo respiro, ma in fondo lo sai,
non so scrivere poesia.

Resta nel raggio ultimo di un giorno
il tuo sapore ad abbracciare le mie labbra
di mare antico, di nuova vita
di cicatrici ancora, incorniciate alla mia porta.

Mi chiedo adesso il perché di questa mia appesantita e breve lettera a te, a te che mi sei dentro e che quindi sai bene il mio pensiero, a te che condividi l’appartenenza del mio scrivere aria, questo mio continuare sempre a voler spiegare a fondo, ad occhi distratti e vuoti, ad occhi pieni solo di semplici parole immaginate o sentite scivolare da bocche diverse dalle loro il mio vedere, il mio essere come sono, il mio oltre.

È forse questo mio desiderio ora che mi porta a lasciare a te il mio scrittoio e la mia penna, i miei pochi fogli con le mie otto righe, le mie mani e il mio respiro, la mia pelle tesa e tutto quanto puoi di me trattenere a fondo, ai detrattori lascio solo il mio cappello, che possa sempre e di cuore, fare ombra al mondo che tra i loro occhi credono di avere, in ogni caso, sarà utile a scaldarne il vuoto.

Se si smette di dire una cosa

Pubblicato: 8 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Se si smette di dire una cosa dopo quanto questa cosa smette di essere vera?
Questa considerazione frullava da un po’ nella testa dell’imperatore dell’universo, da quando, per l’esattezza, aveva visto la ballerina di tango argentino nel bar più frequentato della città del sole. Una fugace apparizione che poi si era persa tra la folla. L’avrebbe rivista ancora? L’avrebbe sognata ancora? Avrebbe ancora una volta sentito quel lievito?
E’ ovvio che la malattia dell’imperatore dell’universo era la solitudine. Mai nessuno con cui condividere i lunghi viaggi, un milione di anni luce in completa solitudine sono una bella distanza e soprattutto un sacco di tempo in cui pensare, soffermarsi sul pensato, immaginare nuovi pensieri. Ogni tanto la fugace apparizione di qualche compagnia, ma mai nessuno della sua stessa razza. Per questo la ballerina di tango argentino aveva lasciato un segno dentro di lui e mai più nessuna stella sarebbe stata capace di stupirlo così tanto.
Com’è raro incontrare qualcuno come noi. Capita una, due, al massimo tre volte in una vita intera, figurarsi in un milione di anni luce di viaggio in solitudine quanto può essere determinante un incontro del genere.
Poi avvenne l’imprevisto, la puntura di un ragno, forse, la causa di tutto, l’imperatore si perse poco fuori Belteguese mentre cercava di raggiungere Altair, passando per Vega e superando in un sol balzo la Cintura di Orione e tre piramidi poste a caso sulla superficie di un pianeta morente.

"Scrivi poesie?" chiese Teresa.
"Si a volte lo faccio" rispose Arturo.
"Posso leggerne qualcuna?" chiese Teresa.
"Quanti ne ucciderai ancora?" chiese Arturo.
"Ancora uno, soltanto uno" gli sussurrò Teresa all’orecchio.

Gino e Gina dormivano soddisfatti.

L'uomo gonfiabile

Pubblicato: 11 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Io sono un uomo gonfiabile di buona fattura. Regalo pillole di vita, sprazzi di felicità, fantasie in aria compressa. Io sono morbido.
Basta che tu mi gonfi un po’ e ti regalo amore. Non creo problemi di alcun tipo. Quando non ti va più basta sollevare il tappo e lentamente mi affloscio.
Hai di nuovo bisogno di me? Ti attacchi al mio beccuccio e inizi a soffiarci dentro. Riprendo forma e colore lentamente. Sei tu a capire quando è il momento di smettere.
Non conosco la parola stanchezza, al chiuso o all’aperto per me fa lo stesso.
Non ho bisogno che mi fai da mangiare, non rovisto tra le tue cose, sto a mio agio anche nella cantina, a controllare i messaggi sul tuo telefonino non ci penso nemmeno. Gonfiato a dovere simulo un appendiabiti.
Non accuso dolore di alcun tipo. Puoi stare tranquillamente seduta su di me e riscaldarmi con il calore del corpo o passarmi cubetti di ghiaccio sui capezzoli.
Io rido sempre. Non conosco il pianto. Chi mi sceglie questo lo sa.
Sono nato nudo che avevo già 30 anni. Fisicamente sono un bel guardare. Possedermi significa avere degli oggettivi vantaggi. Non temo l’acqua, anzi, a due atmosfere sono meglio di un materassino. Con una pagaia posso arrivare lontano. Sono una perfetta macchina da sesso. Non conosco l’ansia da prestazione, ignoro il significato di eiaculazione precoce, la mia resistenza è illimitata. Se caricato a dovere posso secernere qualunque tipo di umore aromatizzato in base ai tuoi gusti. Non soffro d’insonnia, non mi giro continuamente nel letto ma soprattutto non scalcio mai. Vuoi rimanere abbracciata a me tutta la notte? L’importante è che spegni la sigaretta. Per il resto fai pure. Ti sembrerà quasi di possedere la lampada di Aladino. Ogni tuo desiderio è un ordine.
Io sono la release 3.0 dell’uomo gonfiabile arricchita di nuovi e funzionali optionals. Te ne dico due. Coprimembro in lana Merinos con tasche laterali contenenti Pasticche del Re Sole. Sacca centrale posta all’altezza dello sterno con kleenex estraibili all’essenza di sandalo idonei alla pulizia degli umori. I miei e i tuoi.
Ho l’alito profumato di serie e un kit, che puoi trovare nella confezione in basso a sinistra, per cambiare il mio look. Mi vuoi biondo mi faccio biondo, con i baffi ecco i baffi, il pizzetto pronto il pizzetto.
Adesso devo salutarti. Se ti sono piaciuto digita il tasto 1, se vuoi ulteriori informazioni digita il tasto 2 , se vuoi un bacio con la lingua digita 3, per parlare con un operatore digita 4, per chiedere perdono dei tuoi peccati digita 5, per chiamare un taxi digita 6, per un finanziamento a tasso agevolato digita 7, se devi dirmi qualcosa dimmelo ora e premi il tasto 8, se hai bisogno di uno psicologo o di un prete digita 9.
Tuo marito non ti soddisfa? Problemi d’identità? Cambiare per crescere è il tuo slogan? E’ arrivato l’uomo gonfiabile! Solo per oggi, in strepitosa offerta speciale.
 
giadim

Liriche del Mare

Pubblicato: 6 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

Liriche dal Mare

I – Abrham Coleridge

Suonò per noi la notte,
il suo ultimo canto,
funerea melodia
che ancor mi seduce.

Partii un giorno d’Ottobre
– il mare mi attendeva –
promettendole il ritorno.
Invano attese Celine.
Morì, la mia foto tra le mani.

Partii un giorno d’Ottobre.
Nessuno sapeva che non sarei
più tornato.

Era il vento tra i miei capelli.
Era vento del nord
– suonava come la mia Celine -.
Lei, Celine,
la sposa del vento.

Era il faro all’orizzonte
– nessuno ad attendermi -.
Caricai la vecchia revolver
– tre proiettili -.
S’udì uno sparo. S’udì del vento.
Musica.

Suonò per noi la notte,
il suo ultimo canto.
Sfumammo via, lontani,
rinascendo forse, altrove.

Pubblicato: 6 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dal diario perduto di Carolina D.

È come se tutto fosse sparito. Nulla è come prima, nemmeno l’odore di queste mura. Quando venivamo qui in vacanza e io ero bambina profumavano di chiuso, di paglia vecchia. Ora non sanno più di niente. Solo ricordi sbiaditi, stremati da un cuore che tenta di dimenticare; e poi polvere, calcinacci, graffi sulle assi di legno di questo pavimento che scricchiola ad ogni passo.

È il terzo giorno che passo qui. Questa sera ho trovato il coraggio di uscire e ripercorrere quel tratto di via Borgo San Lorenzo che per vent’anni è stato teatro estivo delle passeggiate notturne a fianco di mia madre. Ho sempre avuto paura. Fingevo di essere tranquilla; non volevo che lei intuisse il mio timore e le mie insicurezze, mi avrebbe di certo presa in giro. Avevo paura del buio. Provavo sconcerto davanti all’oscurità. I contorni sfumavano, le forme si dilatavano, la strada diventava prato e l’erba diveniva asfalto. Gli alberi erano grandi ombre danzanti. Al buio, nulla era fermo: era come se tutto si animasse e cominciasse ad essere vivo, un lieve tremore, un sottile vibrare che solleticava ogni forma, quasi un pulsare leggero. Il bosco che ci circondava m’inquietava ancora di più. In quei momenti sentivo di non potermi più fidare degli occhi: vedevo solo macchie scure. Riuscivo a intuire il volto di mia madre solo quando il puntino rosso della sigaretta arrivava alla sua bocca, indugiava alcuni istanti e poi tornava giù, lungo la coscia destra.

A passi brevi e rilassati, ci spingevamo oltre il tornante, dietro i pini che nascondono il caseggiato: volevamo che quel fastidioso lampione non ci desse noia. A quel punto alzavamo gli occhi al cielo, coricando dolcemente la nuca all’incrocio delle scapole. Il cielo sopra Rivai era meraviglioso: quando era sereno vedevi la Via Lattea squarciare l’oscurità e poi miriadi di stelle a pulsare nell’infinito. Davanti a quello spettacolo il respiro sussultava, era come se s’inceppasse per un secondo o forse due per poi sfociare in un sospiro di profonda ammirazione, di pace, di armonia. In quegli istanti potevi sentire il lago, giù, a valle, respirare profondo e rilassato. Quelli erano gli attimi in cui sentivo mia madre più vicina, forse perché mi raccontava delle notti d’estate quando era ragazzina, passate a camminare sulla stessa strada; a volte mi narrava di nonni, bisnonni, prozii e tanti altri che avevano abitato tra le mura di Ciaor. Erano quasi tutti morti, ormai, ma rivivevano in quelle notti, sotto le stelle, aspettando San Lorenzo e la sua pioggia di meteore.

Tornavamo indietro solo quando il dolore al collo si faceva insopportabile ed eravamo costrette a distogliere lo sguardo da quella immensa bellezza. Ad accompagnare la nostra discesa c’era lo scintillio dei lampioni, giù, a Rocca e, tra le dita di mia madre, l’ultima sigaretta della giornata. Una volta dentro casa, tutto tornava sicuro: il buio era stato chiuso fuori e il neon della cucina dava un sapore di concretezza al mobilio e al corpo di mia madre che non era più di nuvole, ma di carne.

Ho avuto paura anche questa sera; ne ho avuta molta di più perché ero sola, ma lo dovevo fare. Ancora una volta. Una sola. Ogni cosa è sfumata nel buio proprio come in quelle notti d’estate; nulla aveva più un confine definito, tutto sussultava nell’oscurità. Proprio come tanti anni fa, ma questa volta, al mio fianco avevo un grande vuoto. A fatica ho superato il tornante e ho guardato il cielo. La Via Lattea era ancora lassù. È stato come se mia madre fosse lì, con quelle stelle. È stato come se il loro pulsare fosse riuscito ad ingannare la morte per farmela sentire ancora una volta. Sì, l’ho sentita sulla pelle, come una carezza leggera; è stato come tornare nel suo grembo e la paura, d’un tratto, era svanita.

Io non so se la morte sia luce o buio, ma le stelle…quelle, per un attimo, hanno riportato qui mia madre.