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Terra #2

Pubblicato: 6 febbraio 2012 da morfea in Uncategorized
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credo nei boschi e nel fruscio divino
che s’arrampica e morde labbra,
frutto che sciogliendosi lungo i bordi-
ossida

credo nelle difficili coordinate dell’io
sfinendo lingue che scorrono
colmando spazi di braccia in ammanco

[ricordami ogni linea,
il respiro spinto nel cuore
che stranisce le zolle
quando le unghie grattano
pianti e parole]

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Terra #1

Pubblicato: 3 febbraio 2012 da morfea in Uncategorized
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hanno strani dondolii questi giorni
acciacchi di terra, sulle lunghe gambe nere
quando gli occhi alluvionati si disperano

[le dita e quelle sottili forme
d’amore cronico
che tutt’intorno frena
miagolìo tiepido questo tuo
darmi torto]

Souvenir

Pubblicato: 13 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ha caviglie tatuate dagli eventi
di percorsi arlecchini, tra spaghetti d’etere
e drammi del nonsenso a lecito fine
Se non riesce a dormire, non è perché
sia angosciata dai debiti contratti
dalla rovinosa passione per i cavalli

– sa vincere le cause con il solo uso della parola –

A volte, per la gioia
dà anche dei banchetti durante i quali
comincia a recitare poesie
sull’apoteosi dei cannibali all’arancia
e dei falli a dondolo nel parco giochi

– un dio volante mosso da carrucole burattinaie
distribuisce ai testimoni un souvenir col suo nome –

E’ l’ora in cui s’alzano i calici
all’insuccesso del bene
di orgiasti suicidi
con maschere da capri
chieste in prestito al demonio

Stati di alterazione

Pubblicato: 17 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Incombono sollecitazioni neuronali.
Trasmettono energie indissolubili e
deleterie.
Si scatenano masse e fluidi
di varia natura.
Esseri multiformi si materializzano
sotto la cute.
Infiammazioni e cancrene sviluppano
ematomi sulla superficie del corpo.
Martiri di una trasformazione che non
trova fine.
Espansioni dannose di malattie atte
alla decimazione umana.
Il punto di non-ritorno è giunto al capolinea
della vita terrestre.
Nascenti forme di vita aliene alterano il fragile
equilibrio umano.
Annientamento e deformazione.
Nessuna alternativa

La Blatta

Pubblicato: 2 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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"Passo ore davanti al pc perché il mio mestiere è fingere di lavorare. Non so esattamente perché mi abbiano assunto e non sono sicura che in azienda esista qualcuno che ne abbia un’idea, seppur vaga.  Quello che so è come fare per non avere problemi. Sto seduta più che posso, sorrido a chi mi saluta e dissimulo le frequenti pause sigaretta o caffè grazie al semplicissimo e celeberrimo trucco del foglio in mano: se tieni in mano un foglio, possibilmente non bianco, ma va benissimo anche una cover di fax, puoi essere sorpresa a chiacchierare con chiunque, in qualsiasi corridoio, in qualsiasi settore della società e nessuno (ma davvero, nessuno!) potrà mai dirti niente, perché così facendo insinui nell’altrui coscienza il ragionevole dubbio", racconto del mio lavoro a mio padre, così, senza pause (ribadendo il concetto tre volte fino a che non lo vedo assentire, vizio genetico che non sono ancora riuscita a sradicarmi), un venerdì pomeriggio mentre il sole che si infila tra le persiane ci illumina le mani appoggiate sul tavolo, in cucina.
Lui ride e scuote la testa incredulo. Io ovviamente sto esagerando: la tattica del foglio non la uso quasi mai, perché la trovo ridicola ma quando la vedo applicata dagli altri devo dire di riconoscerla una tattica efficace.
"Ma come è possibile?". Mi chiede.
"Eh, non lo so", dico, ma ricordandomi che lui non sa niente di niente del mio mondo lavorativo, senza paura di essere smentita, butto lì un: "Vedi, la causa sta nella struttura a livelli: dal vertice non si arriva a scorgere l’attività dei servi della gleba." E con le dita faccio perversamente il gesto di virgolettare “servi della gleba”, che so lo farà intimamente innervosire perché infastidisce anche me vederlo fare.
"Le figure intermedie", proseguo, "hanno come unico scopo quello di poter far figurare sul proprio curriculum che gestiscono il numero più alto possibile di risorse umane (sì, sì, usano queste parole e non se ne vergognano neanche… io sono una risorsa.. umana! Ci sono i cespiti e ci sono le risorse). Quindi: più risorse umane = più prestigio. Tendono così a riempire gli uffici di gente che poi si ritrova per la maggior parte del tempo a non aver altro da fare che sfruttare l’Adsl aziendale".
"L’Addiesse….?", mi chiede mia madre sorridendo, ma già l’ha intuito che si tratta di Internet, questo sconosciuto. Senza aspettare risposta ci mette davanti il caffè e mi chiede se li voglio, i biscotti.
Naturalmente non li rifiuto. Questo venerdì sono i biscotti allo zenzero quelli che vendono all’Ikea e io li adoro.
Si siede e la guardo: è appena tornata dal parrucchiere ed è truccata. La trovo bella e glielo dico. Ha gli occhi verdissimi e mi sembra tranquilla. Lei, come da copione, si schermisce. "Sono ingrassata", dice e guarda di lato. Con la mano sinistra si scosta i capelli biondi (tinti) dalla fronte.
Mi chiedo cosa provino loro, che si sono schiantati di fatica anni e anni, ad ascoltare una che racconta divertita di percepire uno stipendio senza dover fare un vero lavoro. Forse tirano mentalmente un respiro di sollievo nell’apprendere che alla loro figlia non è capitata in sorte la loro stessa sventura o forse trabocca loro la bile, al pensiero che c’è gente che ha la vita così facile.
Io spero che loro ne siano contenti anche perché è proprio per questo che vado a trovarli il venerdì pomeriggio: per far loro vedere che tutto fila liscio, che sto bene, che sono felice.
Credo che se la bevano, anche perché studio accuratamente il mio look quando esco la mattina, se è giorno di ‘visite’. Non vorrei mai che mia madre mi trovasse sciupata o imbruttita. Si angustierebbe per giorni scovando segni di infelicità dietro a un trucco un po’ sfatto o ad un vestito un po’ scolorito.
Quel giorno io sono appositamente uno splendore: ho un vestito rosso che dissimula le magagne, tacchi alti e colorito abbronzato. I capelli mi sbarluccicano per via del nuovo balsamo alla seta. Sono perfetta e devo ammettere che mi madre ha in qualche modo ragione. L’umore influenza l’aspetto così come l’aspetto influenza l’umore. Quasi quasi mi sento davvero felice.
Spronata da mio padre, finisco finalmente di bere il mio caffè che ormai è diventato freddo a furia di girarlo (nessuno sa spiegarsi come mai io abbia la necessità di girarlo così a lungo prima di berlo) e mentre appoggio la tazzina sul piattino, suonano alla porta.
Mia madre si alza ad aprire e dice: "Sarà lo zio a quest’ora", fa ruotare la serratura e apre con un gesto veloce, sicura di trovarlo lì fuori. Strano però che non abbia suonato prima il citofono.
E infatti non è lui. Fuori dalla porta non c’è nessuno.
Mia madre si sporge un po’ per assicurarsi che non ci sia davvero personne sul pianerottolo. Dal punto in cui sono la osservo. Mio padre dà le spalle al salotto, io invece, dal tavolo a penisola, posso vedere tutto il soggiorno e la porta d’ingresso. L’appartamento dei miei è carino, ma non è molto grande.
Lei richiude la porta e torna verso di noi: "Uno scherzo", dice. Sorride ma è un po’ perplessa. Mentre sta per sedersi, di nuovo, suonano alla porta.
Il suono è prolungato. Troppo prolungato. E’ quasi allarmante.
Mio padre si alza nervoso, va lui ad aprire, con la voglia già di litigare con un vicino o con lo sconosciuto che si diverte con così poco. Quando tocca la maniglia il campanello sta ancora suonando. Nemmeno uno spiraglio tra lo stipite e la porta e il trillo cessa. Papà spalanca di scatto ma, sembra incredibile non c’è nessuno. Esce, guarda ovunque, si affaccia dal ballatoio per vedere se qualcuno, pur senza far rumore, stia scendendo le scale, ma non c’è traccia di anima viva. Non c’è una nicchia dove nascondersi: se qualcuno ha davvero suonato si è volatilizzato nel nulla.
L’unica spiegazione possibile è un cortocircuito. Mia madre dice che è il caso di chiamare un elettricista, mio padre le risponde andando a prendere la cassetta degli attrezzi. Se è un filo a fare contatto, può pensarci lui. Sale in mansarda e lo sentiamo rovistare dappertutto. Mia madre alza gli occhi al cielo e attacca con la sua tiritera sul disordine che alberga in quella casa. Io rimango seduta e appoggio il gomito sul tavolo e mi tengo la fronte con la mano in attesa che mio padre pronunci le sue battute imprecando che in quella casa non si trova mai niente e che mia madre gli nasconde le cose con la scusa di riordinare.
Ma ecco che è un trillo a salvarmi, a salvarci, dalle nostre miserie quotidiane. E’ un trillo breve, quasi allegro, vivace. Nuovamente è mia madre che va ad aprire sicurissima, questa volta, che sia mio zio.
No. Non è lui.
E’…è… una person…una cosa…nera. E gigante. Gigante e nera. Io … non ho idea di cosa sia…ha una corazza lucida e scurissima. Le braccia, le gambe…sembrano, sono …zampe.. sei zampe!. Enormi. Nere e coriacee.
Vedo mia madre indietreggiare lentamente, di un passo, gli occhi e la bocca spalancati.
Le urlo:"Chiudi!" mentre mi avvicino ma lei è come paralizzata; la vedo indebolirsi, non reagire. Sembrano chilometri i passi che mi separano da lei.
Grido: :"Papàaaa!" e lui si lancia giù, dalle scale di legno, spaventato dall’acuto che emetto. Scende giusto in tempo per vedere sua moglie trafitta dalla zampa superiore sinistra di quella…cosa… all’altezza dello stomaco. E’ orribile. Sentiamo il rumore che quell’artiglio acuminato fa, trapassandole il corpo. E’ il rumore di qualcosa che sguscia, di qualcosa di viscido che si spappola e sgocciola. E’ l’orrore. La cosa alza la zampa e mia madre si alza con lei. Guardiamo mia madre, la mia mamma, girarsi verso di noi. Sgrana gli occhi e piega la testa a sinistra. Sembra chiederci scusa. Un rivolo di sangue le esce dall’angolo della bocca e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi. Riesce solo a ruotare il polso destro ed alza debolmente un dito, come ad indicarci, o come a tentare di mantenere un contatto con noi, che stiamo lì impalati e impotenti a guardarla e a sentirla rantolare. Mio padre dice piano :"Anna", ed è la cosa più triste che io abbia mai sentito. Non so se piangere od urlare ma quando la bestia l’avvicina a sé e, con la bocca di cui prima non sospettavo l’esistenza, le strappa una spalla, mi decido per la seconda opzione. Cado in ginocchio e urlo, urlo tutto il mio orrore. Non credevo di avere una voce così potente. Al mio grido si unisce quello grave di mio padre. Il suo è un urlo privo di rabbia, perché lui è già oltre. Il suo è un ululato di sorda disperazione. Mi chiedo se sia possibile che sopravviva senza di lei e mi chiedo come posso tiraci fuori da questo guaio e come potrà mai sopravvivere mia madre con lo stomaco perforato e un braccio, quel braccio che ci aveva indicato, in meno. Ci si aggrappa a qualsiasi speranza pur di non dover affrontare tutto in una volta il dolore. Nemmeno quando inizio a distinguere il rumore della carne di mia madre masticata e ridotta in poltiglia da quelle fauci nere e schifose, riesco a capacitarmi che la sto perdendo.
Mio padre smette di urlare ed afferra una sedia e con quella inizia a sferrare colpi fortissimi all’animale alla porta.  La sedia era di ottima qualità, stile Luigi Filippo, in accordo con il resto dell’arredamento, eppure si rompe: ad ogni colpo salta via un pezzo, un frammento, una gamba. La corazza del mostro è più dura dell’acciaio. La bestia non sembra minimamente infastidita dall’assalto quando inizia a masticare la gola e poi la faccia di quel corpo senza vita che era stato di mia madre.
Non c’è più posto per l’illusione, per lo scarto che la speranza mette fra ciò che sembra e ciò che potrebbe essere. Mia madre è morta, divorata da una bestia nera e orripilante che non sono in grado di definire. Qualcosa di terrificante di cui nessuno di noi aveva mai nemmeno osato immaginarne l’esistenza.
Mia madre è morta.
Morta.
Ed io ero lì a guardare mentre succedeva e non ho fatto niente, niente. Sono stata lì ad ascoltare, in ginocchio, il rumore della sua pelle lacerata dalle mandibole di questo scarafaggio abominevole..
Guardo mio padre avvicinarsi alla bestia e lo vedo allungare entrambe le mani cercando di strappare quel che rimane di sua moglie dalla bocca di quel coso che ancora la sta consumando come un pasto. Come un pasto.
Un gesto istintivo, folle, ormai inutile ma che mi ricorda quello di Jacky Kennedy che d’impulso cerca di raccogliere materia cerebrale di John dalla carrozzeria dell’auto in corsa. E’ l’istinto di chi ama a livello delle cellule, non solo l’intero ma il particolare. Mi rapisce questo gesto e rimango a contemplarlo per una frazione di secondo. Poi, con lancinante angoscia, ritorno in me e mi accorgo del pericolo.
Com’era prevedibile il mostro, ora, attacca mio padre. Io davvero non ho più occhi per vedere (e, infatti, li chiudo), ma non ho nemmeno modo di proteggere me stessa dal sentire il suono secco che fanno in contemporanea le ulne, quando si spezzano.
Il dolore deve essere atroce. Dalla trachea di mio padre fuoriesce un mugghio allucinato che la viscida blatta soffoca con un risucchio nel momento in cui gli ingoia la testa, il cervello, i pensieri.
Io tremo, prego, impreco e spero che tutto finisca presto, che quell’abnorme scarabeo faccia in fretta ad inghiottire tutto il corpo di mio padre, senza scartare nemmeno una frattaglia, che deglutisca tutto, anche le scarpe perché non voglio, ti prego, non voglio veder resti quando aprirò gli occhi, mi avvicinerò alla fiera e le offrirò la mia testa.
Non mi sfiora assolutamente il pensiero di nascondermi, difendermi o scappare.
Io voglio morire. Non voglio esistere nemmeno un secondo di più, dopo che tutto questo è accaduto, dopo che l’Assurdità ha suonato alla mia porta.
Andrò in contro a questa bestia perché tutto collassi, perché sia lei stessa a liberarmi dal male che mi ha fatto.
Smetto di singhiozzare e mi metto in ascolto. C’è silenzio ora. Forse tutto è finito.
Apro gli occhi:
"Che ci fai lì, in ginocchio?"
Sulla porta non c’è più la blatta: c’è mia sorella che mi guarda e ride. Ha indossato il mio vestito rosso. Le sta davvero bene sembra fatto su misura per lei. Sembra un vestito anni settanta ed invece l’ho comprato settimana scorsa in Corso Buenos Aires. Fa un passo e dice: "Cos’è ‘sto schifo?". Si toglie la scarpa tacco sette e si ispeziona la suola. Con un’espressione semidisgustata e semidivertita saltella su un piede cercando di non perdere l’equilibrio e dice di aver calpesto un insetto.
Più la guardo più mi convinco che non sia mia sorella, anche se le assomiglia moltissimo. Mi accorgo che anche le scarpe che indossa sono le mie, sono quelle che ho comprato in saldo l’anno scorso. Sono quelle nere con la fibbia. Sono quelle che ho indossato stamattina. Come il vestito.
Quella lì che ride e saltella sono io.
Non appena me ne rendo conto mi alzo e furente e dico: "Dove sei stata?!?".
Finalmente lei si accorge che sono sconvolta, getta le scarpe in un angolo e mi abbraccia. I suoi braccialetti tintinnano e se li toglie. Si leva anche il vestito e lo fa cadere a terra.
Inizia, lentamente, a divorarmi dalla testa.

Assorta la corda vira
Dalle pagine sciolte storto l’angolo
Delicato il sentimento cade
Fra le righe si sciupa
Non morde
 
Gioca
 
Destra la mano piega
Il tuo sussurro s’alza
 
Piange
 
Dedico il mio disappunto
Al cielo che m’inganna
 
Stride
 
L’ombra del distacco
Ancora corrode la luce
Nel tremare fermo del giorno
Vado a piedi nel mio giardino
 
E guardo il tuo
Che appassisce non solo
Le rose non hanno profumo
Se il fiato si spacca al richiamo
Dell’unico suono che conosco
 
Grido
 
Ancora ti prego
Non smettere d’esser per me
Fuoco
 
Ti prego alzati
Dalla sedia e vieni
Me incontro come l’acqua al mare
Dormi che l’attimo ancora richiamo
Scioglie il senso
di noi nel mondo
per ciò che vale
 
Sempre stenditi e coprimi
La volontà non cede
se il sogno s’imbriglia
Ti lascio cadere
per prenderti al volo
in questa vita
 
S’inzuppa al seno
Un lieve succhio
Di latte
Per te all’origine
Ero io
A coltivare le zolle
Affamate e scure
 
Afferrami stretto
Non lasciarmi cadere
Che la semina presto
finirà
 
Senza germoglio mi lasci
Inutile preda di un corvo.

"Piccola troia" servito in flute di bava e diniego
per le pennellate sghembe di fondotinta e
il tanfo di Jack Daniel’s fra le cosce –
Sgranando pixel alla fluoxetina ed estratti di noce moscata
– mentre scrivevi gli Harmony della copula –
avresti mai pensato alle dita goffe
dell’avventore grasso del primo banco
a modellare koala e cigni in origami
per la mensola gentile delle favole senza incipit e
ad affiggere poesia in forma di post-it
sui tuoi fogli smaltati di nero e croci rovesciate?
Sulla pelle del Liceo scrostata d’intonaco
incisi fra il turpiloquio dei muri ancora si scorgono
i bordi di un cuore asimmetrico e l’afasia intinta nel viola
                                                                                   "P.P. ama Courtney"

3tre

Pubblicato: 12 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mi pagano una volta al mese
fanno suonare il mio barattolo
di ferro e colla appiccicosa

Ci posano quattro monete :
una per ogni settimana
stantia o vivace
di limbo o di passi nell’erba fredda:
a  inseguire farfalle o a scappare da cani

Settimane di gru apparecchiate su vuoti:
aria che prova a riempirsi
creare nuovi canali
sempre più alti per il vento:
il vento che sale e che scende dagli angoli vivi
delle case perbene con vie private
o delle fattorie ormai scoperchiate

Non so come camminare:
americane indisciplinate alla ricerca del tepore
di un pene da sognare nei loro cottage in riva al lago
quando ricorderanno il pelo fulvo l’occhio azzurro il dente marcio
la fiacca nei muscoli il mattino dopo, la pioggia

Un dito tagliato da carta  grana grossa:
non so come camminare corro per mantenere l’equilibrio
se mi fermo:
una gru in uno stagno 
inzacchero

Un lampione al centro della piazza
e le piazze sono circondate di luce
niente più anfratto paura intimità sotterfugio tradimento promessa
come alle diciannove e dieci dell’inverno di  un’altra me dodicenne

Muoiono i prati affacciati su palazzi rossi e gialli
a fianco:
palazzi blu
verdi
e a morire     
coperte
le ex case bianche di via della pace mondiale:
grigie commercializzate nerastre imprenditoriali
con pensiline che nascondono uffici  e panni ad asciugare
al vento che scende sugli spigoli vivi dei ponti nuovi dell’autostrada
sui recinti dipinti stinti con vetro o filo spinato
dita tagliate da una lattina d’alluminio

Lui sorride anche al telefono
Lui si addormenta di un buon sonno
Lui riposa accanto a me
Lui si fida di me

Non è una colpa se sputo sui manifesti:
affitasi cartelloni pubblicitari agenzia di milano
i milanesi ci san fare
ennesima faccia che si propone sindaco in un comune del napoletano
a nascerci  napoletani

Gli  ippocastani ancora sono secchi
pendono castagne spinose sulle strisce blu dei parcheggi
monete che mi hanno dato che mai riavrò

Piovono soldi sul mondo
sembrano pallottole
pallottole di piombo
Piovono irritazioni preghiere intolleranza perdoni
Tirate su i bandoni
Piovono soldi sul mondo
stampelle per farci camminare

Nel ventre la madre porta il suo feto.

Sifilide,il pesce rosso, è morto già da un mese.

 

 

 

 

 

Premonizioni

Pubblicato: 12 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Sbalzo di riscatto
non concilia l’aria
e il tappeto rosso
steso ad oriente
verso il no
ai sogni scapestrati.
Questa notte
voglio sia diversa
pasto augurale
di soffioni e libellule
a diluire spuma di reminiscenze
capriccio di un qualche diavolo vagabondo.
Cocci della mente al cianuro
i rem imbarazzati ,
ed esofago ribelle
a crema di fosforo di dicerie popolari ,
sempre imperanti all’orizzonte
come qualsivoglia fiamma dolosa
di una premonizione
che senza scampo
inevitabilmente s’avvera

racconto visionario di una bambina

Pubblicato: 7 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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stai affianco al muro papà, nella calce che ho di te

con il cappello biforcuto sulla testa e l’anello

di siepi sulle caviglie. Avevo pochi anni quando

vangarono il tuo corpo, eri un miscuglio d’ossa –

non sapevo quale fosse la tua serietà, se la radice

di ogni vena scorresse nelle mie piccolezze

come un tronco vuoto che disperde sulla corteccia

millimetri di pelle accorpata nella sua stoffa.

Io ti vedo buffo e piatto, ombra di una foto ritagliata

dove lividi lilium hanno divorato il mio ossigeno –

non potrò addensare il mascara sulle ciglia, né rivedere

la bambina sciolta alle sillabe di un addio.

Ti lascerò un po’ di lacca tra le dita così potrai toccare

le mie punte fisse, come l’intonaco che ti veste attorno

Lunedi' qualunque

Pubblicato: 30 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Lunedi’ di nuvola
aspetto che il bucato s’asciughi
sulla loggia d’occhi
di comignoli disorientati .

I vestitini da nulla
sullo stendino traballante
a sbirciare oltre l’ombra del muro
come stelle filanti
sotto il riso asmatico vento.

Giorni abbreviati
come un unico giorno
scaldato dal braciere di note
e da incriptati sbavaggi del passo

stenografie di amplessi
di forme friabili

grumo rabbioso
di girini di luce
con ciglia di liquirizia
che ci rovesciavamo al tatto vive negli occhi

Oggi il vento e’ ciarliero
ed i vestiti
si scrucciano rapidi e ribelli al sibilo

canto del selciato che chiama .

Attendo seduta sul gradino
orlo di occhio che tace
mentre il sangue preme pavido sulle ossa
affilando moti d’angelo e
gli atterraggi a regola
verso scrigni di tenebra.

quando tornasti il sentiero di cera
si scioglieva sotto ogni tuo passo

un innesto di encefalo fallito
camici bianchi piangenti a cerchio sul mio viso

nel giorno da ancella il vischio schiamazzò
la rondine conficcò il becco nell’ occhio di un cieco
la solitudine si fece vicina come un’ombra
sorella della paura la scintilla fra le tue mani di feltro e il mio crine di zebra

Il miracolo dell’abbandono colmò
il cassonetto del mio
cuore monkiano

Rimasi grondante euforia
appesa a un traliccio di vizio

Sei.per.cento

Pubblicato: 17 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Ho limato le unghie in fine poltiglia
sognandoti la california penisola
al mio povero vestito di mussola bianca
appeso al cappello spagnolo di tuo padre.
 

Ed ora a battere le mascelle
guardandomi le gambe nere di cipria
coprente le vari(e)cose
evidenti all’incirca una minigonna
ondeggiante ai miei fianchi di madre.
 
Ah, quei gesti dritti allo scopo, quel recedere
balbettando a improvvisi banchi di nebbia
 
Chissà se lucrandoti un quarto di mente
entrerò dentro di te in sei.per.cento d’amore.
 
La mia parola è un battere di cuore sul paiolo,
melodia da far ballare gli orsi a sradicare le zolle
mentre vorrei intenerire le Stelle.