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Poco prima (ma quanto prima?) Giovanni Aicardi si trovava sdraiato sul suo letto in predo a un fastidioso dormiveglia.
Ma adesso dov’era, Diosanto? Era immerso in un buio molto fitto,, ma non era la sua camera, diamine, non si trovava nemmeno tra le coperte.
Giaceva malamente a  terra, per metà su un pavimento duro, per metà sopra una sorta di soffice tappeto lanuginoso.
Aicardi venne scosso da una specie di emozione che somigliava alquanto alla paura, si mise a sedere, non si sa come rendendosi conto di essere all’interno di una stanza di grandezza media.
Dalle forature simmetriche e parallele delle tapparelle proveniva una certa luminosità che, però, tendeva a dissolversi pressochè subito, rischiarando molto debolmente il luogo in cui Aicardi stava trovandosi. Aicardi alzò in piedi, cominciò a tastare i muri, percepì i rilievi della tappezzeria, trovò l’interruttore. Lo accese più e più volte ma tutto continuò a rimanere ostinatamente immerso in una penombra molto cupa. Andò verso le tapparelle – dai cui buchi comunque qualcosa di luminoso entrava, i fari delle macchine, si sentiva – ogni tanto – il rumore di una vettura che correva sulla strada sottostante.
Iniziò a toccare in giro per la stanza. Già aveva percepito l’odore di quei mobili e, in effetti, AVEVA COMPRESO immediatamente, ma si era detto che poteva solo essere suggestione. Invece ora toccò i pomelli, il vetro con dietro le tazze e soprammobili, vide delinearsi il divano dalla superficie rugosa e grumosa nella penombra.
Il divano letto dalla superficie rugosa e grumosa che tante volte gli avevano trasformato in letto, dopo il film comico in prima serata alla TV.
L’espressione di Giovanni si fece stupita e tremante, con la bocca aperta involontariamente. Iniziava ad avvertire delle leggere pulsazioni di paura in gola e una stretta di angoscia alla pancia.
L’interruttore proseguiva nel non accendere nessuna luce, nonostante le sue ripetute, ostinate, cliccate.
Si lanciò verso la corda piatta del rolladen delle tapparelle, sperando di poterle alzare per fare entrare – magari – più luce, ma le maledette tapparelle erano come incastrate, bloccate, assolutamente inamovibili. In un guizzo di rabbia, disperazione e paura, tentò malamente – dopo aver aperto la porta finestra – a provare con una spallata, poi un’altra, poi un’altra ancora, e poi ancora un’altra,, ma tutto ciò che riuscì a rimediare fu un inutile dolore al braccio e alla schiena. Le tapparelle parevano fatte di un’assurda materia indistruttibile. Non riusciva a spiegarsi in nessun modo questo (come, d’altronde, tutto il resto della situazione).
Dietro la porta – che ora si vedeva nella semioscurità – il buio totale e solido del corridoio (quel corridoio…) e delle altre stanze dell’appartamento, che sembravano molto, molto distanti, anche se erano solamente dietro al muro di quella in cui Aicardi stava.
Il lampadario con quella forma a campana cupoloide rovesciata. Arancione, si ricordava. La fioca e falsa luminosità, maligna, definiva i contorni del lampadario in una maniera disgustosamente reale. E poi, girò lo sguardo intorno a lui: l’armadietto, il portabottiglie a scorrimento sopra il tappeto lanuginoso (verde pino, ricordava), il piccolo televisore  che  faceva come una macchia rettangoloide coprendo una porzione davanti ai buchi lievemente luminosi della tapparella e delle tende dietro. Vedeva anche il riflesso dell’antenna di metallo perfettamente rotonda, che serviva – spostandola con la mano – a regolare bene i programmi, che sennò sarebbero stati nevischiati dai corpuscoli della disintonizzazione.
Giovanni Aicardi era angosciato da un rivoltante presentimento (ma da tempo, in realtà, CERTEZZA) che si rifiutava di accettare con il passare dei minuti.
I minuti.
L’orologio.
Si ricordò, improvvisamente, di avere un orologio al polso. Purtroppo non quelli al quarzo che si illuminano di fosforescenze numeriche.
Avvicinò quanto più possibile gli occhi al cerchio rotondo delle ore, si sforzò di leggere le lancette, senza quasi nessun tipo di vera luce lì dentro quella diabolica stanza dentro cui chissà chi ce l’aveva riportato, dopo anni e anni, senza che se ne fosse reso minimamente conto.
In effetti, leggendo l’ora, avrebbe almeno tenuto alla larga quel senso di atemporalità che lo stava divorando.
Ma niente da fare, le lancette non si vedevano affatto, pur con tutta la buona volontà.
Guardò l’alto rettangolo della porta, con la base minore dell’altezza, e la ribollente paura gli fece apparire la base ancora più piccola e stretta di come, probabilmente, in realtà fosse.
Dietro l’alto rettangolo, illuminato molto malamente soltanto dai microfori delle tapparelle, c’era la malefica densità totale del buio dentro cui – lo sapeva benissimo – erano immersi l’ingresso, il corridoio, e le altre stanze dell’appartamento.
Stremato dall’inquietudine, Giovanni Aicardi, si sdraiò sul divano dalla superficie grumosa e rugosa. Passò pochissimo tempo che la sua mano toccò involontariamente qualcosa tra i cuscini.
Un accendino di plastica Bic.
Rigirandoselo tra le mani – nonostante l’esclusivo uso del senso del tatto vista la bugiarda luminosità dei microforelli coi suoni delle rarissime auto dietro – colse il fatto che il modello di quell’accendino Bic era ormai fuori produzione da un pezzo. Da un bel pezzo.
Questo suffragava in modo angoscioso tutta l’esperienza oscuramente allucinante che Aicardi stava vivendo da non si sa bene quanto tempo.
Fece fatica ad accendere l’accendino Bic (il suo pollice, quasi, fu consumato dalla rotellina dentellata che produceva soltanto brutte scintille senza vita) ma alla fine, non si sa come, ci riuscì e, con la fiammella, vide che il piccolo quadrante dell’orologio al quarzo che aveva al posto faceva.
Faceva.
Le tre e ventisette.
Non ci voleva, Dio Santo, non ci voleva.
Il mattino, quindi, era ancora maledettamente lontano, una buona parte della notte doveva ancora trascorrere prima di poter vedere in qualche modo le rassicurante luce che sorgeva da dietro i fori paralleli e orizzontali delle tapparelle (oscurati dall’ ombra del televisore davanti e da certe piante nei vasi ai lati della porta finestra, gravata dalle tende ondulate), e che avrebbe meravigliosamente illuminato ciò che adesso era solo greve penombra misteriosa.
Solo le tre e ventotto.
Non ci voleva, maledizione.
La fiammella dell’accendino gli fece accorgere della presenza di un portariviste, a fianco del divano, con dentro della roba cartacea.
Santo Cielo! Anche solo mantenendo la penombra le aveva ben riconosciute quelle riviste, quei rotocalchi, quei settimanali…
Era tutta roba di cui, a volte, sorprendeva delle persone più grandi di lui, quand’era piccolo, che ne parlavano di sfuggita. Aveva anche letto diversi articoli molto recenti – non sapeva più esattamente dove, forse in rete, forse in biblioteca, magari in un programma notturno alla televisione – i quali parlavano di quei maligni settimanali (ormai scomparsi col sopraggiungere di altre ere) che precedevano l’avvento dei Personal Computer.
La mente di Giovanni Aicardi, a quella rivelazione inaspettata, si schiantò come un capodoglio ferito su una spiaggia dimenticata di un isolotto vulcanico appena sorto dalle profondità abissali dell’oceano.
E continuavano a essere solo le tre e trentaquattro!
Si ricordava che, nella stanza quella in fondo sulla destra, che si apriva dal corridoio, giaceva – se non l’avevano spostato dopo il trasloco – un leone dalla criniera gialla di peluche sopra l’alto armadio a tre ante della fine degli anni sessanta.
Quel leone, oltre a essere uno dei premi – forse il principale – de Il Rischiatutto condotto da Mike Bongiorno secoli prima – faceva anche parte (come geroglifico in rilievo) di una certa stele in basalto nero di una civiltà precolombiana sconosciuta – di molto antecedente gli Aztechi – di cui ne avevano parlato di recente anche in un programma sui misteri alla televisione.
E si ricordava improvvisamente che quel maledetto leone dalla criniera gialla aveva un singolare potere: 
gli OCCHI
i quali, l’aveva appurato da bambino, potevano illuminarsi improvvisamente in modo pauroso mostrando una pupilla piccolissima, come il buio alla fine di un lungo tunnel molto illuminato –  e questo cavolo di leone era ancora là (se non l’avevano spostato dopo il trasloco, anni e anni fa), lassù sopra il mobile polveroso, assieme a cianfrusaglie, giocattoli come i lego, le scatole de Il pranzo è servito e una bambola senza occhi.
Quand’era piccolo, Aicardi non poteva sospettare la faccenda del geroglifico precolombiano antecedente al Popol Vuh (la storia di quel geroglifico l’avrebbe conosciuta solo parecchio tempo dopo), era solo stupito e spaventato dagli occhi del "leone di Rischiatutto" che si illuminavano di una luce bianca e intensa quando meno se l’aspettava.
Allora cercava disperatamente di nascondere il leone il più lontano possibile dal luogo in cui dormiva la notte.
Una volta, l’aveva anche portato da una zia che viveva a Sori, ma poi – non si sa come – se l’era ritrovato di nuovo in casa per Natale. Peraltro, era anche una cosa, risalente alla più oscura infanzia, di cui non si era più ricordato negli anni successivi, soprattutto quando si stava avvicinando sempre di più alla preadolescenza.
Il ricordo era riemerso, come fosse un frutto di mare paleozoico, con le valve che si aprono e si chiudono ritmicamente,  dai più neri, lavici fondali del suo inconscio infantile.
Improvvisamente, mentre Aicardi era immerso in questi pensieri, il bordo della porta si ritagliò di una luce intensissima che aveva annullato del tutto l’oscurità dietro.
Giovanni Aicardi si bloccò, come se una mano invisibile stringesse la sua gola, era immobilizzato, anche se l’avesse voluto non avrebbe potuto muoversi, fare un passo, emettere una sillaba atona.
La luce era così diabolicamente intensa che, anche soltanto provenendo dai bordi della porta, illuminava a giorno ogni elemento della stanza.
Il divano grumoso e rugoso giallo, il portabottiglie dall’apertura scorrevole in mezzo alla stanza, l’altro armadio con le ante, i pomelli, le tazze, i piattini e i soprammobili dietro ai vetri, la televisioncina con l’antenna rotonda, le tende, le tapparelle, le piante affusolate emergenti dai vasi, il tappeto peloso e lanuginoso verde pino, il portariviste colmo di arcaicità tipografiche, persino i quadretti, diabolicamente naif, appesi ai muri, illuminati nei più infimi particolari.
Aicardi sapeva anche che tutta l’oscurità dietro la porta adesso era dissolta, ma non dalla luminosità solare e tranquillizzante del giorno, bensì da una brutta luce gessosa e infinita dell’altro mondo.
Questo era davvero troppo.
Se si trattava di un incubo, Aicardi bramava il risveglio come l’acqua un uomo disidratato perso da anni in mezzo ai più lugubri e misteriosi deserti dell’Asia centrale.
Ma il risveglio non venne.

 

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Sogni sottili come carta si sono inseguiti

Volteggiando tutta notte

Atmosfere svagate

E piccoli drammi familiari

Proiettati con tremolanti immagini

In bianco e nero

Su un telo di mussolina

 

Al risveglio attraverso le gelosie

Si vede un chiarore liquido e lattiginoso

Giallo come la candeggina

Seguito da un blando tentativo

Di resistere alla forza di gravità

Finito nel nulla

Il tempo che scivola indisturbato

 

Un’ombra nuda sul muro

Movimenti ripetuti ostinatamente

E il sangue caldo e vischioso

Che scorre al ritmo di parole non udibili

Se si chiudono di nuovo gli occhi

Rimane un sottile strato

Fatto di ceralacca e caolino

Biondo cenere

Pubblicato: 11 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Tua moglie si rinchiude nella stanza di fianco

Nuda e con il filo del Tampax che le penzola tra le gambe

La guardi trascinarsi dietro le sue imprecazioni

Il sottile collo bianco deformato dall’ira

Mentre una musica per aeroporti in sottofondo

Cerca di attutire l’impatto delle parole

E il rumore del traffico ronzante come uno sciame d’api

Per un momento appari riflesso nel vetro

Due buchi neri al posto degli occhi

Apri la porta e la raggiungi

Tanfo di brutti ricordi e sangue marcio

I pensieri che si accavallano in maniera disordinata

Il tuo braccio destro descrive un ampio movimento circolare

Prima di colpirla violentemente sulla parete occipitale

L’effetto immediato è quello di metterla a tacere

Svenuta per terra con le gambe spalancate in maniera oscena

Ti viene voglia di spingere dentro con forza quel Tampax

Fino a farle soffocare la vagina

Ti inginocchi per guardarla bene da vicino

Intorno alla bocca rossa la pelle è scavata

Da piccole rughe di espressione

I capelli biondo cenere arruffati

Coprono la fronte spaziosa

Vai in bagno e prendi il rasoio

Prima di immergerti riempi la vasca con acqua calda

Le ultime parole le scrivi su un foglio di carta bagnata

racconto visionario di una bambina

Pubblicato: 7 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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stai affianco al muro papà, nella calce che ho di te

con il cappello biforcuto sulla testa e l’anello

di siepi sulle caviglie. Avevo pochi anni quando

vangarono il tuo corpo, eri un miscuglio d’ossa –

non sapevo quale fosse la tua serietà, se la radice

di ogni vena scorresse nelle mie piccolezze

come un tronco vuoto che disperde sulla corteccia

millimetri di pelle accorpata nella sua stoffa.

Io ti vedo buffo e piatto, ombra di una foto ritagliata

dove lividi lilium hanno divorato il mio ossigeno –

non potrò addensare il mascara sulle ciglia, né rivedere

la bambina sciolta alle sillabe di un addio.

Ti lascerò un po’ di lacca tra le dita così potrai toccare

le mie punte fisse, come l’intonaco che ti veste attorno

Giulio Andreotti

Pubblicato: 1 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Giulio Andreotti: se non per quella frase, l’ultima rimostrazione che anche l’uomo può morire.

il poeta di Kobal

Pubblicato: 29 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Una volta in una mezzanotte sciatta, mentre con la mano destra grattavo uno spicchio di mento, quasi morendo, con la testa china sentii un leggero picchiettio alla finestra, come un fetta di pane con sopra marmellata, mossi lentamente il sangue per divenire più denso di quello che ero e mi affacciai dalla vetrata. Gli alberi con le foglie sembravano spegnere le stelle, come grossi orologi dritti coprivano il tempo e solo il fantasma di ciò che proiettavano sembrava vivo. Febbrilmente volteggiavano i rami sulle spire del vento e mai arrivava il mattino a quietare la mia stravaganza nel vedere storte penombre animarsi. La gola scendeva sul fruscio purpureo della notte, mi riempiva di vocali stonate che rinvenivano nell’alzarsi della luna, sempre più alta, con un giallo paonazzo incredulo di se stesso. Nell’ansimare di ogni vena, vi era tenebra e nulla più, non una lucciola riempiva di scorte il freddo che dirompeva. Scrutando in quella profonda caverna, fatta di umide scolature, rimasi a lungo fermo, udendo sogni che nessun morto raccolse nella sua pacatezza. La mia malata fantasia sorrise, accompagnandomi sul tappeto, sulle rive di un mare che non aveva maree per riemergere – tutto si corrompeva dentro, le ali di un uccello granelli di una stoffa addormentata nel suo grembo, niente poteva ricomporre il senso, d’altronde l’aria già sabotava il polmone e il suo respiro. Le matite erano lame che attorcigliavano i tendini sulle ossa, come delle piccole amache tirate da un palo all’altro, ed io ero il peso sospeso nella gravità del loro regime. Miriadi di versi annegavano nelle mutande, coriandoli di un carnevale cominciato senza le sue maschere – appollaiato sul busto, cominciai a percuotere le costole sulle ginocchia, il pulsare della notte mi parve profumato, come il fiore che passeggiava con morbidi passi sulla mia schiena abbozzata. Dal foglio accartocciato nella mano sanguinante uscii Kobal, principe dell’arte, demone di un inferno pieno di seni da leccare, con un mantello dal colore bruno tese un’ombra che prendesse il mio posto. Non si alzò più da lì quella chiazza nera, né vidi mai più la mia intera figura – non c’era più niente su cui pregare, solo una finestra con delle gocce di sonno appese nelle intercapedini.

Delle tre sentenze

Pubblicato: 25 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Taluno guarda l’alto- egregio signore, che le sia benvoluto tutto il mio futuro- e che mi possa di conforto, almeno questo o quell’oggi. Ma non di zucchero si fa la cartapesta- e il contrasto digrignare intriste ogni tavola.

 

Non disperanza, matrono altare dei sette sigilli – ho trovato il mio- che era sol ciò che mi mancava.

 

Davvero forse prima non cercavi niente? Lo capirai solo quando avrai trovato qualcosa.

super8

Pubblicato: 15 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Gli occhi rossi per il sonno

Ho guidato tutta notte sotto una luna cattiva

Canzoni gospel e talk show radiofonici a farmi compagnia

Seguo le orme di passi sconosciuti sino al bar della stazione di servizio

E una volta dentro

Accarezzo l’idea di saltare la fila mettendomi a sparare

A bruciapelo

Giro un super8 nella mia testa

E vedo tutta la scena fotogramma per fotogramma

Quasi che fosse un film americano

La cameriera mi sorride

Il bianco perla dei suoi denti finti

Mal si combina con la divisa da lavoro

Non abbiamo nemmeno più il coraggio di dirci queste piccole verità

Butto giù il caffè

Acqua calda polvere e terra di piantagione mi si mischiano in bocca

Poi con voce ciancicante

Dico qualcosa sulla prossima volta che capito da queste parti

Esco

Un sole giallo piscio mi guarda da un cielo di marmo

Difficile dire se la libertà abbia delle regole

E quale sia il prezzo da pagare

Di altre Euridice

Pubblicato: 19 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Di altre Euridice

Vibrano lievi le tristi corde
al suono dei vostri adii,
e noi con loro
tra le ombre ci confondiamo.

«Non torneremo più».

Dissolto è nell’Ade
il vostro canto d’amor(t)e.
        Abbiamo ancora tutta
l’e-ter-ni-tà
per rimanere infelici.


Lettera al passato

Pubblicato: 12 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Caro passato,

 

mi dispiace per ciò che è successo. Lo sai come sono fatto. Ho sempre cercato di coltivare la nostra amicizia, come quella volta che andammo assieme a Canne. Fu una bella gita, ma capitò di guardare assieme all’alto, e veder cose diverse. E già decisi in fu che non avrei mai più alzato sguardo, in onore tuo, per non sentirti solo. E oltre le mattine grigie maculavo l’oltranza dei miei sentimenti, cercando di non renderti sincero a tua volta. Ma tutto questo non è bastato- quando ti trovarono addormentato là sulla panchina, vestito di giornali e ricordi, mezzo morto. Anche là fui il primo ad occuparmi di te. Ma la tua triste storia non mi è mai importata- e vedevo noi lassù in cielo, un giorno abbracciati senza morale nè più compromessi. Non fu possibile- già che tu non volli mai avvicinarti a me, che ti amavo- neppure sfiorare quel dito, che ti indicava dal basso, e l’immensa stima che provavo; nonostante i miei peccati, che pensai avrò redento- una volta innamorato, e salvato. Fui fedele confidente e oltre industrioso collega, e ti aiutavo nella vita e nel lavoro come un fratello- come se non avessi alcuno di cui occuparmi d’altro. Ma tutto questo a te non importava, non eri interessato e non facevi che rimproveri- a quel che avrei potuto meglio. Provavo intuizioni e idee strane, che magari non conseguivano gli effetti sperati, ma ci tentavano- e ci tentavo. E appena si facevan racconti, divennero già pronti di esser strappati- e gettati nel focolare del tuo animo che tutto fagocita e digerisce, senza rispetto nè lamentela. Non sei colpevole di esser te stesso- e neppure di esser me. Ma io ti odio, dal più profondo del mio cuore- per quanto tu sia stato importante per la mia vita. Non ti ringrazio, perchè il tuo aiuto non fu mai sostegno o determinazione, mentre astio e sconforto. Ti ho sempre odiato in fondo, perchè tutto in te era perfetto, mentre io dovevo sempre sforzarmi perchè solo mi ci fosse un sorriso. Non è giusto, io penso ora, che ti sia comportato così- perchè avresti potuto aver pietà, o un minimo di comprensione, perchè sono smarrito e debole al tuo annoso- e così vasto confronto. E invece di osservare od abbracciare dal tuo alto mi divorasti dal mio basso, inghiottendo nell’abisso anche tutto ciò che pensavo avrebbe vissuto oltre di me. E mi lasciasti qui, solo, nel tuo stomaco, a lottare degli acidi e senza prospettiva alcuna- di una vita nutrita di pasti già digeriti e morta in solitudine. Ho trovato questo piccolo frammento di poter scrivere della mia e della tua vita, e ne sono fiero, che se una parola viene detta qualcuno dovrà pur sentirla. Guardo sempre i riflessi del tuo stomaco, cui rivedo i miei, cui riconosco la mia stessa natura, più grande, più malvagia, e infine più forte- e così come natura anche la mia origine. La vita qua non è poi tanto male, ho delle certe comodità e posso urlare quanto voglio, cosa che nel mondo non è così comune. Non fa mai freddo nè caldo, e non devo vergognarmi di coprire le mie nudità, perchè solo tu potresti vederle, cui sono familiari e quasi abituali. Ho anche diversi passatempi, mi faccio un giro nello stomaco, e talvolta incontro cibi ancora vivi che mi parlano di come morire mangiati non sia poi tanto male, perchè infine un cibo è fatto per esser mangiato. Così sto quasi quasi sentendomi un cibo, accettando l’idea di morire qua al calduccio nel tuo stomaco- sento poco a poco sciogliersi la mia mano, quasi a lasciarne l’orma sul tuo intestino- già forse si scioglie veramente. Sto morendo mangiato da te, che ho sempre amato- sto morendo digerito da te, che ho sempre odiato. La lezione di una vita che nessuno ascolterà, e di un futuro che poteva essere e non è stato. Com’è triste morire da uomini.

InVentario

Pubblicato: 7 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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E poi  ci accorgeremo di quanto stiamo conservando fra le viscere e la pancia,
di quanto ci hanno segnato certi cibi avariati per incuria nella conservazione
che per quanto efficace e abbondante in certi frangenti
risulta alquanto noiosa da praticare alla maggioranza delle nostre produzioni
come
virgole, cuscini, paure, infruttuosi eventi, cavoletti a cena e cipolla bruciacchiata
vergogna
si tratta degli stessi elenchi presenti in qualche frigorifero sopravvissuto
alle ristrutturazioni
si tratta di qualche effetto personale lasciato sulle panchine della stazione
verde come rabbia o disattenzione
in effetti un libro può anche servire per coprirsi
oppure per dichiarare guerra
all’amore.

Untitled o "L'insostenibile sospensione dell'essere"

Pubblicato: 5 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Untitled o "L’insostenibile sospensione dell’essere"

Ottobre,
nell’aria si riescono a sentire i sospiri delle foglie che danzano nel vento. Ognuna di esse danza lentamente il suo ultimo valzer prima di posarsi sulla terra, accanto ai piedi di qualcuno, straniero della sua solitudine.
– E’ sulla terra che devi posarti, se vuoi sentirne l’odore – disse Julian seguendo con lo sguardo il movimento di una foglia interrompersi accanto i suoi piedi. Sospirò Julian, e il suo sospiro sembrò fermarsi nello stesso punto in cui quella foglia si era posata.
E’ verso il cielo che gli occhi riflettono il loro colore, perché nell’aria aspirano a ri-trovare un frammento di grazia, perduta. Ma, tutto torna alla terra. La gravità agisce su ogni movimento umano. Julian sentiva la gravità vincere su ogni suo movimento. Non era nell’anima, che sentiva un’eco del suo essere, ma nella gravità, il continuo tornare, alla terra che sospende ogni agire. So-spen-sio-ne. In quell’impossibile perdurare dell’istante in cui ogni oggetto è sospeso prima di ri-tornare alla terra, Julian vi vedeva racchiusa tutta la tristezza possibile per l’uomo. Né cielo, né terra. Negazione di ogni suo domani. Ma è ancora in quella sospensione che scorgeva l’unica possibilità di ri-tornare all’origine, in quell’istante che non appartiene a nessuno, ferita dell’eterno divenire. Né spazio, né tempo.
– E’ la salvezza in quell’istante…tutto il resto, è tempo che scorre – .

Consegna al buio

Pubblicato: 1 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Correva a perdifiato su per quella collina irta di tronchi spezzati e di fiori dai gambi spinosi. Un incubo o un sogno? Domande senza risposte come sempre.
Pensava e sognava sempre quando guidava e che altro avrebbe potuto fare se non che pensare e guidare e sognare per ore intere con il culo arrosto sotto il sole della città degli angeli, Los Angeles.
Quello era il suo mestiere, quella era la sua attività principale.
Soldi a palate? Non tantissimi, ma si poteva permettere una Bentley e una Mercedes, quest’ultima a noleggio per dieci settimane. Una casetta ad Hill Springs e la seconda casa…un ripostiglio ad essere interamente sinceri…a Daytona Beach. In questa ci portava le ragazze e si divertiva con loro con musica hard-rock e punk-rock per tutta la notte. I vicini avevano tentato un assalto all’abitazione per far cessare il baccano infernale. Nessun esito positivo. Jassy li respinse a bottigliate di birra (semivuote).
Quattrocento chilometri al giorno su e giù per le freeways tra consegne e ritiri poi la pace della sera e la quiete dopo la tempesta. Ma quella maledetta sera non arrivava mai.
Il bollettino di carico:

         consegna urgente per Graywille Tower ore 8.00 p.m. –

 Agghiacciante quel posto ma una birra Bud mescolata a peyote messicano avrebbe fatto si che Graywille Tower diventasse una reggia abitata da fate e da angeli. Jassy ne beveva a litri e nessuno sbirro della Patrol poteva fermarlo ne arrestarlo. Godeva di immunità alcol-dipendendistiche: non si tratteneva davanti a nessuno. Il tempo era oro in bocca.
Giardini decadenti, consunti e demodè. Pochi alberi da frutto, qualche fico e qualche pero e l’incolto orto era adibito a campo santo. Strane sensazioni affiorarono al ragazzo. Voglia di scavare sotto quelle tombe e scoprire quello che vi era sepolto. Buio e atmosfera gotica avvolgevano quel posto.

         Area sottoposta a vigilanza animale. Tutti gli estranei sono pregati di bussare alla porta e attendere l’arrivo dell’incaricato. In culo ai porci sbirri. Attenti all’uccello –

 Il cartello era scritto con un carattere antico, sicuramente dell’ultimo secolo. C’era del fegato, ammise Jassy tra sé e sé, del grosso fegato a scrivere queste cose. Ma più di quel tanto non andò oltre al commento, si riteneva troppo giusto e troppo onesto per non dare del porco ad uno sbirro. Per gli animali…bè lui teneva due pitbull e un labrador liberi di scorazzare per il cortile di casa sua e tra le vie della città. E per quanto riguardava l’uccello…Jassy abbassò lo sguardo ma non avvertì nessun segnale di pericolo.
Pacco scaricato. Notevoli dimensioni. Pesantissimo e ben imballato. Non si conosceva mai il contenuto di quei pacchi e i fattorini erano tenuti al silenzio se fossero venuti a conoscenza di ciò che trasportavano. La ditta non rispondeva di quello che poteva accadere se qualche dipendente voleva avventurarsi nell’aprire uno di quei fagotti.
Qualcosa dentro si animava.
Sudato e sporco che al confronto la fogna di Los Angeles era un salone di bellezza, Jassy bussò alla porta come convenuto e attese quel cazzo di incaricato.
Una capanna in fondo all’ingresso fatta di paglia e di terriccio. Ricordava la forma di un nido di passeri o di qualche uccellaccio strano. Non era possibile che la birra e stavolta senza peyote, stesse agendo sui circuiti neuronali principali cosi in fretta…quella era una capanna vera e propria.
Un battito di ali, velocissimo e affannoso accompagnato da un grido sospeso tra la gioia e il dolore. Il tutto accadeva dentro a quel tugurio.
Se questa Graywille Tower era la casa dei misteri allora Jassy era proprio nei guai seri. Pochi minuti dopo.

         Questo cazzo di orologio non funziona. Dovrò cambiarlo con un Rolex d’oro –

 L’attesa era febbricitante il sudore colava ovunque, addirittura sotto la pianta dei piedi avvolti dai calzini di cotone bianco (prima era bianco). Ancora quel rumore d’uccello.
Troppo curioso, davvero troppo curioso e Jassy si incamminò lasciando il pacco incustodito davanti alla porta d’ingresso della casa. Una dimora di fine ottocento ma senza finestre e senza balconi. Dipinta di nero e di bianco. Un’antenna parabolica pendeva dal tetto. Si staccò e cadde a pochi centimetri da Jassy.
Era tempo di finire la consegna e scappare a casa. Un altro istante ancora e ci avrebbe lasciato l’anima in questa dannata Graywille Tower.
Davanti alla porta della capanna a forma di nido. Un estremo bisogno di urinare e di defecare tanto da far scoppiare gli organi interni.
Il rumore era assordante, fastidioso.. Un’ascia, o presunta tale, comunque un arnese da lavoro ben affilato si piantò tra lo stipite della porta e il lato destro della bella faccia di Jassy.
Implosione interna. Tutto fuori. Il suo corpo lo aveva avvertito che al minimo segnale di pericolo avrebbe rilasciato ogni cosa.
Scattò girando la testa e non vide nessuno. Compì un giro di trecentosessantagradi attorno a sé portandosi al centro del cortile ma quel regno di…morte taceva.
Colori, luci e suoni attutiti e il pacco era ancora dove lo aveva lasciato. Al suo interno un gemito, poi una vampata di calore illuminò la facciata della casa e dal fardello spuntò fuori un enorme uccello a forma di aquila. La testa era di una donna bellissima e triste. Guardò Jessy con soddisfazione e lo ringraziò abbassando la testa e agitando un’ala dell’apertura di circa tre metri.
Spiccò il volo dentro sopra al nido-capanna. Jassy intanto raccolse quell’arnese conficcato nella porta e lo scaraventò con tutta la sua forza contro quell’essere.
Solo un pianto lontano proveniente dall’ex orto.
Jassy era già a bordo del suo furgone color giallo e verde. Ogni istinto primordiale di scavare nell’orto gli passò in un baleno, gli Iron Maiden con Fear of the dark nel suo lettore tennero lui compagnia fino all’arrivo a casa.
I vicini di casa avevano gente a cena, si poteva notare per il gran trambusto che c’era nel loro cortile…un’orgia o qualcosa di simile. Un barbecue notturno come ipotesi non era azzardata ma al buio non tutte le cose possono sembrare immobili e silenziose.
Dal frigorifero una bottiglia di Bud l’attendeva. La tracannò.

– Il buio non fa poi cosi paura…il buio è la paura! –

Speciazione allopatrica di un dubbio

Pubblicato: 22 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Sentirsi un poco soli, circondati da una folle: e di tutto ciò che, umilmente, si provava a costruire- malgrado una piccolezza- malgrado ogni uscita. Prender così sempre un diverso, di ogni serata; e attimo che si attingua dentro i territori del sedimentato, senza possibilità di uscita- nè crudele, nè buona. Privo di fantasia: e così si decostruisce il raccordo di una strada, che presto crollerà- al primo sentore di un dubbio. Forse perchè infatti, non si è mai guardato avanti, e si rimane protetti in quello che si crede un grosso muro quadrato; finchè non si sente freddo, finchè non entra la pioggia, finchè il re- non si scoprirà nudo.

 

 

Così non è nemmeno la parola autentico a costituire una nuova prospettiva: e un solito fioretto gli si impone ogni natale, come se dipendesse- da festoni e lunghe nevicate. Ma non è il tempo quello del morale; e neppure un’abitudine oppure un’idea: soltanto una chiara intenzione di andare da qualche parte- e almeno la forza di digerirsi.

 

 

Chè un dopo sia compreso oppure solo di un sogno, non importa mai: e alla direzione si aggiunge anche la giustificazione. Del resto, si cerca sempre di condividere ciò che si ha di più caro- fino a scoprire che proprio perchè tale, riventi anche il più costoso. Di quei debiti da estinzione ascondente: e senza un delirio, non sia nulla.

 

 

Dare infine i propri meriti, e perchè no, i propri peccati ad un ente, che possa davvero accoglierli come si deve: e grida il tombarolo felice di tutti questi morti. Ma non la ricerca di una soluzione e neppure una soluzione in sè, che sciolga tutto quanto di più felice- e tutto quanto di più vano.

 

 

Senza neppure pensarsi affezionati ad un singolare aspetto della propria vita, comunque ed amore, si tira avanti a volte dubitando quando chiesto di un perchè. Dimenticando, ancora più spesso, di variarlo ormai sotto quella terra. Ma provare magari a riguardare con gli occhi di sempre quello che una volta si è potuto, questo è sì difficile o triste, perchè ricorda qualcosa che non è proprio mai successo; senza speranza così ci si sposta nei tanti d’altronde, e si vede davvero vuoto, davvero un vuoto, perchè è presto a svanire la mattina il fuoco fatuo.

 

 

Non mi permetto neppure di sintagmatizzare un nervo gordiano della vita del significato, attentando ormali di un impaccio rideciso e sfinito: sarebbe alfine troppo umano per essere non dico vero, ma almeno simpatrico.

 

 

Commuovo dopo un poco che fermo e ascolto, di quello stesso respiro che da sempre fendo vonduto: giacchè alla fine non era nulla di cui pensare, non era neppure un pensare; e chè se non un piccolo momento nel tempo, ma un giovane brivido dello spirito- prima dell’espirazione.

 

 

Così si muove la felicità: e ciò di cui mi cerco trovo altrove, per poi pensare dentro quando alla fine non vi è più. Non c’e rima senza parola; come, non una parola senza te.

di venti

Pubblicato: 17 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il ricordo di una carezza, al sottofondo di un phon: questo della mia famiglia, e diretto al fondo- e una mattina uggiosa. Un futuro vada sacrificato, almeno poter dire, chè sia stato qualcosa di importante. Andare a capo, anche dopo un punto, cosa vuoi che sia? Ascoso di una vita, e di quel mistero; nota lenta ed acre – di venti anni.