Posts contrassegnato dai tag ‘necroloquio’

Approdata or ora alla consapevolezza di una totale o quasi certa impossibilità di risarcire lacune d’intenti concretizzati in modo da ottemperare ai miei voleri più nobilitanti. Ove è terra truculenta delle ossa impudiche anteposte nella teca di vossìa.
Parrocchiale et insensato. Incensato. Inventato, come temo il sostantivo.
E Celestino, con questo non voglio affatto la bambagia del giustificarmi…cioè…voglio dire…giacché ne troverei cospirazione, no? ed il sistema imposto dall’interdizione che fomenta estradizioni da compagini e da politiche impossibili. L’effetto di sistema in un congegno di dizione, coi manifesti rossi e il marxismo compassato o il già più tanto vagheggiato gran filosofo: il gran nietzsche,(e la ci che sia una ci e la ci non sia una ch).

Urgono coetanei: Urgono!

Mah, ma mi domando e dico: e se tua madre ti spiattella la sua cena (amen) come il corpo di Gesù transustanziale e non ti piace?

E poi mi chiedo: e se davvero davvero mi ritrovassi di pareti un cerchio netto di spionaggi potenziati contro il fumo che ti incredula i polmoni?
Oh Crist’ iddio, la santità che preme sui tasselli dei mosaici e verticali griglie bizantine dei giudizi appesi.

Ammessa..?


 

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Scappo

Pubblicato: 9 giugno 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Ogni tanto la gravità cede e qualcuno cade giù dalla Terra

Questo il Pellegrino lo sa, perciò ha le Scarpe benedette,

Le benedice nelle pozzanghere che sono testimonianze

scomode che a volte anche Dio piange. Le benedice con

bava di lumaca che le illumina nella notte buia, le benedice

con l’amore per la strada che lo porta lontano dal posto fisso

potenziale rischio che la gravità ceda.

bella rumena, occhi polpettine, ciao Andrea

vedi l’intenso del tuo portarti avanti semiportante definitiva

furba

dove hai imparato a servire il Jack Daniels

forse il baretto di Tortona, o quello di Bratislava mentre batteva l’agone

e la miseria nera, nera la capra e nero il grasso

e le patate nere e nera la strada l’ingresso il porfido

la scommessa a vita

nera schwartz black noire negra negra negra

bella romena nera terra di freddo terra balena

un pacchetto di Marlboro avvelenate

e il tuo sorriso sopravvivente. Ciao

che non mi è più capitato di perdere

sciao bellamora, mi strucchi l’occhio destro

e tutto sembra convenga, bell’agra di te sembra

diventare nuova vita e potente doratura

dove tutto ha bruciato almeno ventidue volte

d’età balenga e mondo storpio, fratellarsi sulla

porta, o piccole cose con sete d’acqua agonizzante

sui lungomai e i marciapiedi degli assassini

improvvisamente puliti dal sangue, ciao Andrea

bellamore puttana di ritorno

a due soldi all’ora un fiato si mantiene a giorno

vacca lustrata vacca madre e il padre

il toro, la stalla un incubo diniego, io mai io mai io mah

mi serve il mondo, il mondo muore là. Facci due giri attorno

si ciao Andrea, occhio di luce, bevere la birra dell’amore

in quel vino scarico, quante grane

simili sono tornate dal bivacco, due costolette d’agnello

il burro manca il grasso il cane canta il gatto

l’abbiamo mangiato il gatto ma

tu sai cosa vuole dire avere fame di tutto

e che oggi ti spacco.

un osso nello stomaco

Pubblicato: 10 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,
Penzoli dalla brace di un passo, dal calore infilato in un saluto a doppie mani nella carne,

solo per dissentire sul pallore dei batteri. Una notte ti avevo vista scremata su uno spicchio

di luna, dove scorreva la filigrana di un bacio che, grigiastra si porgeva nella guancia senza

lasciare buche d’ombra. Una vestale dalle mille bocche schizzate su un vassoio di carta, per

disintegrare l’odore  di morte che, ti arricchiva intorno – nuda nelle vertebre, come fili di

ferro ritorti sulle staccionate. Slava, con un sorriso di poche lettere, e le schegge dei denti a

servire l’aria distesa sugli zigomi. Mai ti ho vista perdere il pollice lungo le incontinenze

delle lucciole, né ti vedrò poggiare il mento sul granito di una coscia. Eri il perno sullo

stridere di una porta, la risacca di una voce quando il vento deraglia nella stanza, perso,

con l’orologio sbottonato sulle fluorescenze dei suoi rimandi primaverili . A volte l’asfalto

lasciava le mie scorie mentre i piedi tagliavano palmi di cocci appena sbocciati. Eppure

nella tua pancia bigotta mormoravano acque e umidi stracci da vestire. Il medico ti disse

che, le bolle avevano abbastanza zucchero per annegare ma le tue ciglia gitane

s’allungavano sugli anni come fossero rami da cui non poter scendere. Tuona il seno,

macabro impasto, vibra plastico urtando la loggia – accetta lacrime il bosco, l’ombrello

rovesciato nelle ossa per il calcare di un secondo. Così ferma, ti pettini col rastrello ogni

mattina – i nodi dei capelli non sono croci montate in aria per spaccare sentenze.