Posts contrassegnato dai tag ‘narrativa’

Forse sto invecchiando

Pubblicato: 22 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, , , ,
Su Roma piovono chicchi di ghiaccio ma non sufficienti da farci un mojito. Sto invecchiando. Oggi pensavo al fatto che ho detto un no deciso a una cena di lavoro in un locale messicano dove oltre a mangiare fagioli, chili con carne e bere tequila a profusione, si balla anche sui tavoli e si può fare baldoria. Il tutto per la modica cifra di 48 euro. Non è per i soldi, è il ballare sui tavoli che mi ha bloccato. Ci sarei andato se solo avessi potuto mangiare e bere ma l’idea che possa materializzarsi all’improvviso una tipa perizomata (che resta comunque una bella idea se avulsa dal contesto) con un bottiglione di tequila che ti solleva dalla sedia e ti spinge in mezzo alla pista e poi altre mani ti afferrano e ti fanno salire sugli stessi tavoli dove hai appena finito di mangiare o nell’ipotesi peggiore con la roba che non hai ancora terminato e che altri calpestano allegramente e che tu comunque paghi, proprio non mi va giù.
Per tutti questi motivi non ci sono andato. Stamattina ho chiesto ai miei colleghi: vi siete divertiti? La risposta è stata un sì sincronizzato, tutti hanno alzato un attimo la testa dal PC come se alla tele all’improvviso passasse un’edizione straordinaria del telegiornale. Ma il loro annuire si vedeva lontano un miglio che era senza convinzione come di chi non vuole darti nessuna soddisfazione. Obbligatorio divertirsi insomma e non lasciare trasparire nulla.
E comunque sto invecchiando perchè delle risposte avute in fondo non me ne fregava nulla e mi è bastato così. E sto invecchiando anche perchè sabato ho comprato un televisore LCD 32 pollici di marca Daewoo, che fa anche le macchine e io una volta ne comprai una di queste macchine che andava tutto sommato bene così mi sono convinto che avendo avuto successo la macchina anche la tele doveva essere un buon prodotto.
E ora ho una tele, un paio di pantofole blu con la bandiera americana, della birra in frigo, un sacco di film da vedere e che non vedrò mai per il semplice fatto che si vive una volta sola e la vita non è un film.
Sto invecchiando perchè una tizia che abita sopra di me, secondo me depressissima, mi suona alla porta alle 9 e mezza di sera dicendomi che ieri sono entrati i ladri in casa sua e forse sono entrati dal mio terrazzino per poi arrampicarsi dalla grondaia stile Arsenio Lupin.
Peccato che io non ho né terrazzino e né grondaia ma ho fatto finta di nulla. Le ho subito detto che mi dispiaceva ma che se pure fosse non ho sentito alcun rumore, però non se ne andava, secondo me non si è convinta delle risposte che le ho dato ed è rimasta lì a sbirciare sulla porta né io volevo farla entrare perchè mi sembrava ancora più depressa del solito. Poi le ho chiesto cosa le avessero rubato e lei mi ha risposto tutto. Me lo ha detto come se i ladri le avessero portato via un Van Gogh e un Monet.
Aveva una faccia depressa, ma anche le mani e i piedi erano depressi. Insomma siamo rimasti come due ebeti che non sapevano che dirsi, nessuno straccio di soluzione, niente di niente. Le nostre vite asimmetriche inchiodate sul pianerottolo. Poi alla fine si è convinta e molto lentamente è andata via.
La mia prima reazione è stata quella di chiudere tutte le finestre, l’inferriata della cucina, il chiavistello della porta ma forse l’obiettivo era difendermi dalla tipa più che dai ladri.
Confesso che questa cosa mi ha messo un po’ di agitazione, ma solo un po’. Dopo è venuto un temporale fortissimo e ho pensato che i ladri col temporale non lavorano e i depressi escono sul balcone e stanno lì, sotto la pioggia, piangono, ma non se ne accorge nessuno.
Alla tele passano immagini nitide, cieli azzurri e campi di girasole, eppure fuori piove.
Cambio freneticamente canale fino a trovare un telefilm americano dove c’è la scena di una macchina che corre sotto la pioggia su una di quelle strade che portano verso l’infinito. Ora va meglio, piove dentro e fuori, smetto di agitarmi. Potrei anche addormentarmi volendo. L’ultimo pensiero è alla giornata di domani che immagino come sempre unica e irripetibile.

giadim

Annunci

Passa, a vederla

Pubblicato: 14 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:

 

Passa a vederla, facci un salto, mi disse il mio vecchio professore d’italiano, davanti al cimitero. Era bello stirato e improfumato  come al solito.

 

Io risi.

 

 Mi aveva spiegato tutto, dal progetto iniziale alla realizzazione.

Parlava della tomba di sua madre, un ex ginnasta del periodo fascista.

 Le aveva fatto fare da  maestri artigiani  una tomba semplice ma, devo riconoscere, decisamente molto raffinata nonostante lo stile ventennio, in ferro battuto, con quattro colonnine sugli angoli che sorreggevano una catenella su tutto il perimetro. Al centro avevano lasciato crescere una bella erbetta tenera tenera verde verde. Su uno dei lati corti, un mini monumento concettuale creato ex novo per l’occasione, secondo i crismi e le volontà dell’orfano. Nella foto, una giovane donna bionda, dal sorriso radioso, si esercitava agli anelli.

Mi sembravano un tradimento, tutte quelle foto sorridenti poste accanto a una data di morte e una croce.

Un tradimento da parte dei vivi.

 Io non vorrei ridere, sulla mia tomba.

Chissà se mentre, giovane e scoppiante di salute, le stavano facendo quello scatto, la madre del professore avrebbe immaginato che sarebbe stato quello del suo necrologio, quello che avrebbe suggellato definitivamente la sua esistenza.

 Su una tomba tra tante altre allineate fra i vialetti.

 Che sarebbe stato l’attimo in cui l’avrebbero imprigionata per sempre, in un mondo muto dove non avrebbe avuto facoltà di parola per ribattere e dire, sono venuta malissimo in questa foto, cavolo! Almeno, visto che è l’ultima, fatela scegliere a me!

 

         Qui in questa città la gente è avvilente,-  continuò lui – non c’hanno per niente fantasia, si vede in tutto, anche nelle tombe, tutte uguali, mai che uno c’abbia un attimo di estro, un momento d’ingegno…Basta girare per i cimiteri per vedere come sono creativi!-

 

 

Eh, non lo so professore, risposi, io credo che invece questa sia una città di artisti mancati…e comunque non mi sono mai dovuta occupare di allestire personalmente la tomba per qualcuno.

 Diciamo che, intanto, ho una certa remore anche nel semplice andarci a portare i fiori, alle tombe.

Troppo transito nell’etere. Mi sembra di essere un’agorafobica dentro a un gigante centro commerciale pieno di invisibili clienti irrequieti.

 

 

 

Specialmente nei cimiteri grandi, quelli delle città, quelli che la location del defunto te la trovano inserendo il nome al computer, con una griglia che sembra quella di battaglia navale, quelli che ti puoi perdere, che si prende l’ascensore per andare nei forni sottoterra, scendendo inoculati tra fra pareti foderate di feretri vestiti a festa con le mani giunte in petto.

 

Sono venuta a trovare mio padre.

Non ci vengo mai, io in questi posti, troppi spiriti mi danno alla testa…è la prima volta che passo da quando è morto…lui mi diceva sempre; <<Quando ‘un ci sarò più, gliel’andrai a portare un fiorellino al tu’ poro babbino?>>. Me lo diceva  apposta, perché io non lo accompagnavo mai al cimitero.

 

 

O meglio, a un certo punto, ho smesso.

Smisi quando mi resi conto della situazione.

Quando ero piccola lui e mio nonno organizzavano vere e proprie spedizioni muniti di glassex, stracci, spugne bifaccia, e fiori comprati all’ingrosso e in nero, senza ricevuta alcuna, direttamente a casa di un tizio che di lavoro vero stava in officina.

Per me era una festa e mi divertivo molto in queste uscite.

Nella mia famiglia sono patiti dei forni, tecnicamente detti loculi.

Mio padre se lo era già comprato prima di morire, accanto alla sorella. Lei già deceduta.

<<Perché da vivo lo paghi il doppio, che sarebbero ottomila euro però ti dura anche il doppio del tempo; novant’anni, e così un dò problemi a nessuno. E chi campa altri novant’anni?>>

 

Le onoranze funebri le abbiamo organizzate con una confraternita, che, tutto compreso, offre due messe in omaggio.  La medesima confraternita fornisce anche dei punti, esattamente come al supermercato, calcolati in base alle ore di volontariato svolte dai membri. Mio padre avrebbe potuto approfittarne. Al raggiungimento di tot ore, si ha, appunto, il loculo in omaggio.

E in un posto buono.

 Perchè, si sà, ci sono aree in cui il prezzo è decisamente inaccessibile, come quelle centrali, all’aperto, e ad altezza d’uomo, dove non serve prendere lo scaleo per mettere i fiori. Molti lo fanno, questo volontariato, perché ad oggi i campisanti pullulano, e i loculi hanno i prezzi alle stelle.

E’ interessante pensare di impegnare ore della propria vita per ottenere una tomba gratis. Lavorare in vita, per un corpo morto. Un corpo, che perderà il suo nome.

 

Comunque sia quando ero piccolina, ancora ignara della funzione del luogo e del business economico del trapasso,  a me ‘sti loculi, piacevano. Soprattutto mi piaceva il fatto di queste scale enormi con le ruote che ci si poteva salire e mi piaceva pulire, come le signore grandi, e andare a cambiare l’acqua. Anche i fiori, li sceglievo io,  lo facevo con serietà. E il babbo mi faceva anche spruzzare il glassex.

(c o n t i n u a .  .  .)

Carte da decifrare

Pubblicato: 7 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , , , ,
Il matto era lì. Con il suo mazzo di carte sventolate come ho visto fare una volta  a Tony Binarelli in uno spettacolo tristissimo di molti anni fa. Stavo in un cine teatro con i sedili in legno che cigolavano e il mago magheggiava e insieme a lui un’assistente scosciata, scocciata e anche un po’ cellulitica che rideva a comando come una scimmia. Mangiavo popcorn e mi pulivo le mani sul giaccone di un tizio che mi stava sulle palle ancora prima di entrare e che si era sistemato davanti a me nonostante un fottio di posti liberi. Lui da una parte, il suo loden di lana verde pettinata appoggiato sulla spalliera della sedia che quasi strusciava per terra e mi impediva i movimenti dall’altra. Due posti occupati, un solo biglietto. La cosa più giusta che potessi fare era usarlo come un kleenex. I Pop Corn ti lasciano le mani unte, lo sanno tutti, anche Tony Binarelli. Alla terza magia mi addormentai ma non fu colpa del prestigiatore. Ero io ad essere stanco, un mix tra sport, chilometri di curve e una spruzzata di wild love che detto così sembra un profumo ma volevo dire roba di sesso, all’ormone dei vent’anni non si comandava, non poteva farci nulla nemmeno Binarelli, Giucas Casella o l’inarrivabile Silvan dai capelli improbabili. Ieri mi sono fermato a osservare con attenzione il mago. Non è proprio un mago di quelli matricolati. Nessun cilindro con conigli nè donne segate in due e riattaccate con il Vinavil.  E’ un tizio che passa le sue giornate in un centro commerciale e ha sempre un mazzo di carte in mano che sventola felice, con una mano sola, con posa da vero artista dell’illusione. Ieri aveva anche un cappello da cowboy. Quasi stava bene, stavo quasi per dirglielo, solo che appena fai per guardarlo lui si gira dall’altra parte e inizia a parlare da solo, forse impreca, mi insulta, chi lo sa. Non si capisce quello che dice, è una lingua incomprensibile, sarei portato a dire esoterica, o forse più semplicemente  non vuole pubblico per i suoi spettacoli. Ha paura che la gente possa scoprire il trucco e non sapendo se lasciar perdere le sue magie o rinunciare al pubblico opta alla fine per la seconda soluzione. Ho fatto la spesa come le altre volte. Nel supermercato in giro come un segugio ad annusare le offerte speciali. 30 euro di niente. Costa la carne, lo leggevo sul giornale, aumenti del 400%. Figuriamoci il pesce penso ad alta voce. Una signora osservando un sacco di patate al selenio si rivolge stizzita verso un’altra donna, grassissima quest’ultima, che si muove pachidermica. Barrisce stizzita anche lei che è una vergogna, le patate non possono costare così tanto, ci deve essere un errore. Mi verrebbe da dire che la colpa è del selenio, se non ci fosse quest’aggiunta magari tornerebbero ad un prezzo decente. Poi mi sovviene uno slogan che recita "la patata tira" e se c’è domanda – realizzo – il prezzo sale.  Ho caldo e cerco refrigerio al banco dei surgelati. Va tutto bene mi dico, è solo un po’ di stanchezza accumulata. Guadagno l’uscita e il mago sventola fiero il suo mazzo di carte americane poi all’improvviso si toglie il cappello da cowboy, si affaccia alla balaustra e lo lancia come un frisbee giù di sotto dove i bambini mascherati si tirano coriandoli e stelle filanti. Gli Spiderman vincono sui Gormiti. Il cappello si posa lieve a terra come un disco volante ma i bambini di oggi sono più scaltri, non credono agli UFO e semplicemente ci passano sopra con la delicatezza di un caterpillar ostentando quella loro inconfondibile innocenza a termine. Ora non è più un cappello quello sul pavimento ma una pizza venuta anche male. Il mago si gode lo spettacolo dall’alto e desiste dall’idea di seguire il cappello. L’ultima cosa che gli vedo fare è apparecchiare le carte su una panchina. Gli passa accanto una fatina e con un colpo di bacchetta magica lo trasforma in un pappagallo. La gente gli passa accanto e gli chiede il nome. Ma lui fedele alla tradizione dei pappagalli televisivi non dice una parola. Quando tutti sono andati via restano a terra i cordiandoli, un jack di quadri e un 9 di fiori. Ma del pappagallo e del mago nessuna traccia.

giadim

http://malaparata.splinder.com

Lysergic Acid Diethylamide

Pubblicato: 5 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

Vieni. Prendimi la mano. Unisciti a noi. Scenderemo a piedi nudi. Fra i fiori di robinia che pure selvatici sono bellissimi, tanti e bianchi nei giorni di maggio. Sai, Jane, non li avevo mai visti, i fiori di robinia. Eppure esistevano, sono sempre esistiti. Intorno a me, per mille stagioni.

Abbiamo chitarre e margherite intrecciate per farne ghirlande. Ci sono la birra ed il vino, l’acqua di fonte non manca, sono anni che scorre pulita, e liscia le pietre. Nei boschi di Chambers.

Gireremo spinelli e rideremo di gusto. Hai una colt tatuata sul ventre, se cali il vestito la posso vedere. Mi piace la camicia coi fiori, che tolta la gonna se tu mi stai sopra svolazza alla brezza. Ci stanno aspettando. Ci sono anche Steve e la Mary con il mangiacassette, sono appena partiti; silenzio, li senti, questa musica è loro, lo sai che gli piacciono i Grateful Dead. Dammi la mano.

Scenderemo correndo, calcando la soffice erba, le dita allacciate, i lunghi capelli a seguirci nel vento. I laghi sorgivi riflettono pezzi di cielo tra rami infoltiti. L’aria è buona al tramonto sa di umida terra della sera che viene. Gli odori dei larici sono più densi.

Stanno aspettando. Aspettano tutti. Non avere paura. Ci stanno osservando come angeli buoni. Faremo dei fuochi al calar della notte, e potremo cantare e ballare ad oltranza, e fumare e dormire. Jane, mia bella, quale nome migliore. Hai gli occhi di mamma e la stessa bravura nel fare i biscotti. Le tue abili mani, pratiche in casa e nelle cose del sesso, nondimeno gentili, hanno nervi in rilievo a dipingerne il dorso.

Voglio che vieni. Sul tracciato del faggio, dell’albero grande, guadiamo i ruscelli e varchiamo il terreno di Martin Ronet. Ha lasciato la casa e gli attrezzi, anch’egli laggiù a guardare per aria avrà fatto volare il cappello. Lo sai che il sentiero è nascosto ed ombroso mentre curva a ponente, gonfio di foglie e di aroma di muschio. Chiudi gli occhi, respira, e gli orrori di My Lai diverranno lontani.

La radura compare improvvisa, una volta sbucati dal bosco, l’erba secca ha il colore del grano e il tepore del vento. È un segreto svelato, la piana, un dio antico al riparo di querce che allungano ombre fino a incrociarle. Nel suo grembo i misteri del mondo. L’hanno scelta per questo, ne sono sicuro.

Quanto sei bella. Sai di sole al tramonto e di nuvole bianche, di Bud, di Harley, di erba fumata al drive-in. Getta i sandali in aria, hai caviglie tornite. Si graffino i piedi, li curerò io, avvolgendoli in foglie di acero e baci.

Lo senti, il vociare degli altri: è tempo di andare. Unisciti a noi. Ciascuno farà come crede, solitario disteso sull’erba a fumare con brache rialzate, oppure congiunto in un atto d’amore, gonna rovescia e pendenti all’indietro; o in gruppo, armonica a bocca e balli sfrenati e canzoni. When my eyes were stabbed by the flash of a neon light split the night… and touched the sound of silence.

Se ne stanno lassù, appesi nel cielo da invisibili fili, immobili e zitti. Tutto è mutato, dove sono le cose di prima: governo, morale, istituzioni. Chi ci manda alla guerra s’è fatto piccino, c’è qualcuno più in alto. Venuto per noi.

Sorridi, mi piaci felice, mi piace osservarti danzare, ruotare la gonna, saltare, godere. Ho le tasche rigonfie di petali lilla da spargere a pioggia sopra il tuo capo. Sarai la più bella. Un fiore fra mille, ma quello centrale.

Sta giungendo l’estate, l’estate del mondo, vedremo colori frammenti di sogno. Hai la guancia rigata di rimmel. Ti devi fidare, fidare di me. Da brava, così, attenta al foulard, è caduto per terra. Vieni, corriamo.

 

Son belli i tuoi seni che ondeggiano sciolti. Piano, fa’ piano, abbassa la testa: qui i rami son bassi, non voglio che cadi. Sta’ dietro di me, che siamo arrivati. Il ruscello, le voci. Il passaggio è là sotto. Attendi un istante, ti voglio baciare. Hai lavato i capelli con shampoo alle rose.

Vinceremo la morte, con loro vicini non esiste vecchiaia. Sarai sempre bella, avrai senza fine il candore del giglio. Affacciati ora sul tempo infinito, su ciò che hai sperato. Attenta alle ortiche, e appena fuoriesci la china è scoscesa.

 

La radura è uno slargo di corpi nel verde, ritti o adagiati, multicolori; chi ride, chi gioca, siamo come bambini; chi ha fissato lo sguardo all’insù, sopraggiunto da poco e ancora stupito, nuovo all’amore venuto dal cosmo. 

Sono maestosi. Sembrano prossimi ma coprono miglia in altissime quote. La loro imponenza grigio-smeraldo incute timore. Hanno acceso le luci: miriadi di luci, in cerchio agli scafi. Sequenze infinite, finestre affilate di un verde mai visto, tenue ed alieno. Il sole si è infranto sulle loro corazze, e declina fra i rami lontani. Voglio ammirarli da sotto, studiarne il telaio, in rughe sottili crepacci vastissimi.

Ti ho conosciuta in un giorno di marzo, bevevi aranciata alla festa di Susan. Non eri felice. In un giorno di maggio ti dono l’immenso. Tu occhi nocciola, adesso rapiti, su un collo disteso. Dammi la mano, arriviamo alle ombre.

Sei caduta in ginocchio, le mani sul grembo coi palmi rivolti agli dei. Si è alzato del vento e solleva i tuoi orli e i capelli. Mandi aroma di buono, di zucchero a velo. Jane, mia cara, qui siamo distanti, sul letto del prato c’è una vista migliore.

Levati, andiamo.

 

1970. Wisconsin. Regione di Cukor. Hippie appartenenti alla comune dei Song-P, sostennero di essere entrati in contatto con esseri alieni. Molti di loro furono arrestati per spaccio di sostanze stupefacenti. Ma pervennero testimonianze analoghe anche da un gruppo di agricoltori del luogo. Nelle radure di Cukor, i giorni dopo l’accaduto, furono rinvenute bruciature circolari del diametro di un campo da baseball, e nei dintorni si verificarono inspiegabili morie di bestiame.
A tutt’oggi il mistero di Chambers rimane insoluto.

Vestiti.

Pubblicato: 8 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:

 

 

L’auto immobile arresa all’asfalto sembrava appena arrivata alla fine del suo viaggio ultimo, tra le labbra un’altra sigaretta a stringere a fondo quei pochi pensieri di fumo costretti ai polmoni sbracciati e stanchi.

Il braccio appoggiato sul finestrino già abbassato e i vetri inumiditi dalla sera, le labbra strette a farne coppia.

 

Fari.

Due occhi impressi nella mente ad incontrare ancora i suoi.

Due occhi impressi nella mente a dimostrare ancora i suoi.

[Si accende a volte il mondo intorno e con lui un corpo a ritrovare vita.]

“Mancavi.”

“Anche tu.”

 

Discorsi appesi al vuoto spinti a fondo in ogni piega vera o solo immaginata tale, le mani a cercare appigli per marchiare oltre la proprietà del corpo. Nessuna parola ad attraversarli, chiusi stretti tra i rumori avvolti,

in piedi ad osservarsi quasi a volersi contenere, uniti sempre allo sguardo esterno e vuoto, penetrati l’uno nell’altra.

“Vuoi andare?”

“No, parliamo.”

 

Le labbra a volte tracciano suoni e linee nell’aria con più velocità della mente, una verità non detta è di colpo una nuova ruga nella pelle a scavare, un’altra crepa a sferzare il bilico del passo.

Un libro mai letto diventa il fuoco di una sera che brucia immenso il tempo sulle dita, una pagina mai scritta l’obbiettivo da evitare e intanto, fuori, altre auto a passare incaute sui lori occhi.

Parole affannate ad inseguire movimenti scomposti, luci ancora più basse a sfiorare i loro profili.

 

L’uomo si volta, la guarda fermo, la osserva.

Immobile e forte. Nessun suono.

Un,

unico,

movimento,

ritmico,

le dita.

 

“Vado via.” Sembra dire.

Di colpo lei si alza sul sedile ormai troppo teso di quell’auto, le ginocchia ripiegate le braccia protese in avanti i polsi fermi in una gocciante danza spezzata.

“Resta, ti prego.”

Le labbra cantano le nenie di un cuore quando incredule si rendono conto del cammino appena trascinato, parole sbagliate a frustare pelle e anima, parole fragili per resistere all’urto della vita ferita.

L’auto si accende e il piede preme su quel pedale quasi a voler schiacciare il niente che d’improvviso è l’unica cosa presente negli occhi di lei, le curve veloci affondano oltre lo sterno il battito si confonde con il battistrada e l’asfalto sempre più bagnato e viscido, gli occhi appannati sfondati oltre il vetro.

 

La donna continua nella sua lenta danza di parole e polsi spezzati, la testa in un movimento ritmico e veloce a spostare capelli solo immaginati in un tempo bambino senza verità da camuffare, un lampione troppo vecchio è il suo sguardo che si scioglie  in un’incrinatura che con lentezza trova posto lungo il viso,

le guance,

il collo,

i polsi.

[Spezzati.]

 

“Parlami ti prego, parlami.”

 

Riposa adesso l’auto, tra gli odori acri di una campagna stagnante e poche luci fredde ad allungare le ombre, è il tempo del dolore e della voglia a centellinare gli attimi ora.

Le spalle sul muro gli occhi dentro più a fondo le mani sul seno a stringere a forza le gambe tese a ritmare la voce roca dell’uomo.

 

“Non spogliarti.”

 

La bocca sfiancata il ventre piegato la voglia di vita a scivolare tra le gambe della donna, ed occhi piagati a supplicare il piacere.

 

“Toccami.”

“No.”

 

La forza appagante in quel dolore violento è il gioco di un male lasciato sfinire, è il prezzo donato alla vita decisa.

Voluta.

 

Adesso immobile l’uomo la osserva, le gira intorno piano, carnivoro a pretendere il suo pasto. A volte la vita regala ad una preda, il suo cacciatore.

 

Gli occhi della donna al limite del corpo dell’uomo, quasi a disegnarne il profilo, accesi nella volontà di scalfirne il senso, nella sfida di capirne il fine, l’eccitazione mista alla paura, la voglia legata stretta alla volontà del rifiuto.

 

“Non spogliarti. Non farlo.”

 

Non china lo sguardo lei, continua nel suo penetrare l’anima,

vuole vedere,

vuole sapere cosa può fare lui, fin dove vuole o può arrivare.

Leggere le dita a sciogliere gli ultimi impedimenti che la vestono ancora, fiera dritta con lo sguardo fisso, nuda sulla strada e immobile, in piedi.

È il tempo che il dolore della carne passi oltre, nei microscopici anfratti del pensiero, in quel bilico precario tra il desiderio e la bestia, il dolore trova il suo spazio per oltrepassare la carne e riappacificarsi con l’anima.

 

Ora china.

 

Una smorfia violenta sul viso di lui.

Sudore a contenerli.

Acido il tocco di una pelle adesso.

Tesi,

in ogni loro movimento, è a terra lei, bambola di pezza o bambina ingenua che ha chiesto quello che non sapeva di potere avere, fermo lui a sovrastarne la mente più che il corpo.

 

“Vestiti! Vestiti!” Le grida, è chiara la voce contornata dagli occhi appena umidi della donna.

 

A volte il tempo dilata gli attimi e comprime i sogni, racchiude in fragili bolle le vite arrampicate l’una all’altra, a volte sfregia con il suo scavare lasciando segni.

 

Di rado, imprime un tatuaggio a ricordare, e non è mai, una nuova cicatrice.

Le femmine normali

Pubblicato: 10 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , , ,
Giorni da montare e smontare. E fare pacchi. Che a fare pacchi ci vuole un certo criterio, un po’ come quando devi fare la trolley che hai un tuo personalissimo schema mentale da seguire salvo poi scoprire che il beauty case resta fuori. La cosa ti mette tristezza perché non sei una donna, non hai assorbenti con o senza le ali e nemmeno quelli interni che restano un mistero subito risolto dalla donna di turno che ti dice “non è proprio la stessa cosa” e tu annuisci ma si vede un miglio che non sei convinto. I Rumeni sanno come spiegarsi, a fatica ma ci riescono, questione di lingua diceva un mio amico che aveva una donna senza peli sulla lingua e se proprio c’erano non erano certamente i suoi. E’ un mondo difficile, tutti ne siamo consapevoli, tranne Rubik, quello del cubo, o l’inventore del Sudoku, per loro è normale che tutto sia “easy”; meno per l’umanità che si frigge il cervello sotto l’ombrellone nel mese di agosto in spiagge che sono più affollate di un condominio di Portici (NA). Mi piace soffrire, mi verrebbe quasi da dire godo ma mi astengo perché non ho ancora finito di scrivere il pezzo e non vorrei essere tacciato di eiaculazione creativa precoce, voglio dire che non è normale che tu rimani ad Agosto a Roma senza nemmeno un edicolante con il quale fare due chiacchiere e gli operai che ti stanno facendo casa sono in vacanza in Romania. Sarà l’effetto della globalizzazione ma la prospettiva del mondo capovolto è molto più reale dei tanti reality di cui ci nutriremo nel prossimo autunno. Isole di famosi sconosciuti e altri demoni in 16:9. E’ tornato ieri il capo degli operai, ha messo su qualcosa come cinque chili, gli dico “la birra”, lui mi risponde “un battesimo”, “Cazzo” – penso – “io il 30 ho un matrimonio nel profondo Sud”. Mi vede e mi fa segno di dare un’occhiata alla cucina che quelli di IKEA mi hanno montato il 14 agosto, giuro, non sto scherzando. Mi guarda e mi dice in slang rumeno-romano “Non hai notato nulla ahò?” “No – gli faccio – poi il 14 agosto non ero nemmeno molto lucido. “Si sono dimenticati di lasciare lo spazio per la presa del forno a microonde”. Maledico la Svezia, la Romania e visto che ci sono anche il Principato di Monaco perché se fossi stato residente lì di sicuro non avrei preso una cucina IKEA. “Ci penso io – mi fa – ora faccio un buco così” e mi fa un segno inconfondibile a mimare il diametro di questo buco. “Sulla cucina appena montata – gli faccio – “. Lui mi fa capire che non c’è altra soluzione o meglio potrei rinunciare al microonde che per lui è una cosa inutile ma di fronte al mio rifiuto desiste e mi dice che ha bisogno di una presa supplementare. “Un maschio e una femmina, la femmina normale mi raccomando”. Dice proprio così e allora non resta che fargli notare una cosa che non solo per me ma per tutto l’universo maschile è assodata e cioè che le femmine normali non esistono. Lo sento ridere in Rumeno mentre io bestemmio in Romano perché odio andare dal ferramenta e scoprirmi ignorante e goffo, non riesco mai spiegarmi e quelli della ferramenta mi guardano come per dire “che razza di deficiente ci doveva capitare”. A parole, gesti, suoni gutturali mi faccio in qualche modo capire e mi viene rifilata una presa che assomiglia a tutte le altre prese. La cassiera, una 50enne truccata pesante, notando la mia perplessità prende la presa la stacca e poi la riattacca mimando una specie d’amplesso elettrico e sottolineando, qualora ce ne fosse bisogno, che uno è il maschio e l’altro è la femmina. “Ora ho finalmente capito!” – le faccio – suscitando in lei un’evidente soddisfazione da maestrina che spiega l’educazione sessuale a una classe di undicenni. Tornando a casa mi fermo a comprare due birre da tre quarti. Le metto nello stesso sacchetto di nylon dove ho stipato le prese. Nelle orecchie musica elettronica Giapponese, l’unica che riesce a resettarmi il cervello per mezz’ora o poco più.

 

giadim

Io sono Luisella

Pubblicato: 11 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

Lo psichiatra mi ha consigliato di mettere per iscritto la terribile esperienza che negli ultimi mesi ha sconvolto la mia vita, e quella della mia famiglia. Dice che scrivere è salutare, aiuta a liberarsi dei propri demoni; non che la cosa mi convinca granché, e per la verità ho trovato uno strumento maggiormente efficace nell’allontanare le presenze nere. Quando si è disperati si ricorre a qualsiasi tentativo per approdare a un po’ di pace: c’è chi si perde nella magia, affidandosi a cartomanti senza scrupoli; chi parte per un lungo viaggio, ma si annega in qualche fiume in culo al mondo (perché i fantasmi t’inseguono, ovunque tu vada); o ancora chi, come me, è più fortunato e scopre per grazia una corona composta di grani uno in fila all’altro, che pare abbia effetti davvero buoni. Anche adesso, durante la stesura del mio manoscritto, il Santo Rosario è vicino a me, sullo scrittoio; lo recito almeno una volta il giorno, e come ho già detto sembra funzionare. Tuttavia non disprezzo l’apporto terapeutico; come si suol dire: proviamo anche questa. Dunque eccomi qui, carta e penna…

Da dove cominciare? Non saprei, magari presentandomi.

Il mio nome è Ido Sansonetti; sono sposato da undici anni e ho due figli. Abito a Torino, ho quarantadue anni, occhiali spessi e un brutto neo sulla guancia che i medici mi sconsigliano di rimuovere; davvero non sono una gran bellezza d’uomo. Prima degli inquietanti fatti che sto per esporre, conducevo l’ordinaria vita di un informatore di articoli farmaceutici.

Una sera dello scorso settembre, circa due ore dopo aver messo a nanna moglie e bambini, qualcosa intervenne a scombinare i normali avvenimenti delle mie giornate. Fu un bisogno segreto, forse sepolto da tempo, che d’improvviso mi spinse a sovvertire le mie abitudini. Ricordo che ero in cucina, e stavo bevendo un bicchiere d’acqua; di lì a poco mi sarei coricato di fianco al corpo tiepido e rassicurante di Giovanna, mia moglie. Ma non andò così. Posai il bicchiere e mi recai nello studio, e stetti in silenzio ad ascoltare l’impulso interiore che m’invitava ad aprire una falla nello scafo della mia esistenza. Per diversi minuti, in piedi, osservai affascinato l’idea di gettare un granello di sabbia nel lubrificato ingranaggio dei miei giorni sempre uguali. E lo feci.

Agii d’istinto: chiusa la porta, mi sedetti alla scrivania e accesi il computer. Al diavolo le mie usuali, perbeniste otto ore di sonno; avrei trascorso mezz’ora di sano relax navigando in rete, felice di galleggiare come un astronauta nell’etere virtuale d’universi sconosciuti.

Soltanto un granello di sabbia.

Oggi internet è piuttosto in voga, e pochi sono coloro, specie fra i giovani, che ne ignorano utilizzo e terminologia; ciononostante il weblog rappresenta una risorsa ancora in parte sconosciuta.

Comunemente denominato blog, esso è un sito personale dove scrivere senza alcuna costrizione ciò che si vuole, come sul tradizionale diario cartaceo; solo che è pubblico, come un giornale o una rivista. È semplice da creare e da gestire, non richiede particolari conoscenze informatiche ed è gratuito; pertanto i singoli hanno la possibilità di entrare in un mondo digitale, fitto di collegamenti ad altri siti, dove stabilire corrispondenze con chiunque in qualunque parte del globo. Vi si può trovare la casalinga che commenta la propria vita quotidiana, il giornalista di professione che racconta in presa diretta le sue esperienze da un paese in guerra, il collezionista di schede telefoniche, il pedofilo in cerca di guai con la giustizia… Fu per l’appunto attraverso questo mezzo che conobbi Luisella.

La veste grafica del suo blog era piuttosto essenziale: lettere rosse su sfondo nero, il che creava un ambiente cupo e fastidioso per la vista. L’unica immagine era inserita nell’angolo in alto a destra: un primo piano in bianco e nero della protagonista del film Opera, di Dario Argento; legata a un palo, Cristina Marsillach ha la bocca scocciata con nastro adesivo e una fila d’aghi sadicamente posti sotto gli occhi, dunque costretti a restare sbarrati, pena la trafittura delle palpebre.

Rabbrividii. La mia attenzione si spostò in un primo momento alla presentazione del sito, in calce alla fotografia…

 

Diario online di una diciassettenne lesbica.

 

…e quindi al suo contenuto (l’ultimo post era datato il giorno precedente. Ne riporto un frammento).

 

Questa notte non riesco a prendere sonno. Diamine. Il mio giovane corpo reclama qualcosa di poco affine al comportamento di una brava ragazza. Sapete, non so bene se nascano nella testa o nella pancia, certi pensieri. Sporchi, lerci. Vengono a trovarmi quando mi accingo a prendere sonno e non mi danno tregua; anzi, mi sfiniscono, perciò sono costretta ad alzarmi, e a concedere soddisfazione alle mie voglie. Non esiste, infatti, nulla capace di strapparmi agli uncini dei miei desideri finora inconfessati. M’invadono col loro alito nel contempo fetido e irresistibile. Ho provato a lottare contro di essi, diverse volte, ma ne sono uscita sconfitta. Salgono attraverso le interiora, passando per lo stomaco, e irrigidiscono i capezzoli dei miei piccoli seni; un alone d’insana seduzione mi circonda la testa, entra nel cervello, striscia sotto pelle.

Allora giro per casa mezza nuda, con addosso solo l’intimo per la notte, come una disperata in cerca di carne con cui sfamare un leone ruggente in cantina. Apro ogni cassetto della cucina e della camera, e infine trovo l’oggetto adatto per questa notte, per questo desiderio…

 

Non voglio trascrivere il brano per intero. Questo, come altri dello stesso genere, è osceno. Ne ho assaggiato la malsana densità tempo addietro; mi basta e avanza.

Spostai il cursore verso il basso e proseguii a leggere le sconcezze di colei che, per sua stessa ammissione, era poco più di una bambina. I post si succedevano in ordine cronologico, dal più recente al più vecchio. Aveva iniziato a scrivere circa due settimane prima, e gli aggiornamenti erano piuttosto frequenti. La pagina possedeva dei link elencati lungo una colonna laterale, i quali rimandavano a siti pornografici di tipo sadomasochista e ad altri blog erotici in parte spinti.

Naufragato nella nuova terra dei diari cibernetici, mi sentii come Alice nel paese delle meraviglie. Percorrendo le ramificazioni dei collegamenti web, scoprii molteplici modi di vedere e vivere il sesso; m’imbattei negli appunti piccanti di questo o quell’individuo, e mi eccitava pensare che dietro ai nickname (soprannome usato in internet per proteggere la propria identità) si celassero perfino candide professoresse o direttrici d’azienda tutte d’un pezzo. Mi divertirono, ad esempio, le rivelazioni di una quarantenne d’Aosta, fidata testimone di una vita fedele nei corsi prematrimoniali, che descriveva, con dovizia di particolari e all’insaputa dei conoscenti, i propri stravaganti adulteri. È incredibile, pensai, ciò che ciascuno si porta in grembo senza che gli altri ne siano a conoscenza. Ero in un territorio comune dove il privato diventa pubblico – anche nei suoi aspetti più sordidi – esaltato nell’essere l’insospettabile guardone di turno.

La mezz’ora che avevo prestabilito si prolungò in tre ore abbondanti di esplorazione; infine ritornai al punto di partenza, cioè alle sconvolgenti rivelazioni dell’inquieta Luisella, e decisi che queste erano in assoluto le più seducenti e magnetiche di tutto il materiale sul genere visionato: una minorenne dalle tette piccole e il viso struccato – alla maniera della figlia acqua e sapone del tuo vicino, che la mattina ti passa accanto col sacchetto del pane sottobraccio – omosessuale e depravata. Un autentico sballo.

Spensi il pc, andai in bagno e mi masturbai. Poi sudato salii al piano superiore e m’infilai a letto, facendo piano per non svegliare mia moglie. Erano le due e venti del mattino. Avevo gettato nell’ingranaggio più di un granello di sabbia.

 

L’indomani considerai l’episodio della notte passata come una puerile distrazione cui non dare eccessiva importanza. È normale, pensai, intanto che accompagnavo a piedi uno dei miei figli alla scuola materna, che il persistere di uno stile di vita sempre uguale generi, alla fine, manifestazioni di questo tipo. Suvvia, perché colpevolizzarsi per una cosa da nulla; ero un marito fedele, e un padre abbastanza presente. Mai avevo commesso azioni per le quali precipitarmi in ginocchio davanti a un confessionale; non era certo una sbirciatina attraverso l’altrui buco della serratura che avrebbe minato la mia autostima.

Giunti che fummo al massiccio cancello del vecchio asilo, una fanciulla sorridente ci venne incontro. “Buongiorno signor Sansonetti! Ciao piccola birba!” Diede un affettuoso pizzicotto alla guancia dell’ometto che tenevo per mano.

Lo invitai a essere cortese: “Su, Emanuele, non saluti Eleonora?”

“Papà, mi scappa la cacca!” fece lui senza degnarla di uno sguardo.

“Ho capito. Allora ti lascio in sua compagnia, così ti porta subito in bagno, va bene?” Ammiccai alla maestra, che mi rivolse uno sguardo d’intesa. I due si voltarono e s’incamminarono lungo il vialetto di porfido; lei lo guidava per lo zainetto a tracolla. Aveva lisci capelli castani tagliati poco sopra le spalle, e un viso ovale, bello. Era molto giovane, intorno ai vent’anni o anche meno. Si girò un’ultima volta, forse avendo visto che mi ero soffermato; mi salutò ancora, con un cenno delle dita.

Per un istante mi sembrò di riconoscere nei tratti del suo corpo, piacevole e fresco, la bambina cattiva di nome Luisella.

Per il resto della giornata non ebbi modo d’abbandonarmi a fantasie bizzarre e adolescenziali, giacché vagai tra un ambulatorio e l’altro della provincia; e durante il break di mezzogiorno fui assorbito dai problemi di un collega chiacchierone dalle sopracciglia esageratamente pelose. Quindi venne sera, e con essa il quotidiano rituale del dopo-lavoro: prelevare Emanuele, che nel frattempo aveva collezionato una bella dose di ruzzoloni e pianti nelle stanze dell’istituto, e passare con lui al supermercato per comperare latte e birra; dopo di che casa dolce casa, un aiuto a Giò nelle faccende domestiche (d’altra parte lavora pure lei nove ore il giorno); controllare i compiti del figlio maggiore Ivan, e finalmente sul divano a leggere un libro o un giornale. Mi coricai stanco alle ventitre, dopo aver sonnecchiato a lungo dinanzi al televisore con la testa reclinata sulla spalla di mia moglie.

Ma due ore più tardi ero di fronte allo schermo ultrapiatto del cervello elettronico, connesso a internet. Aveva pubblicato ancora.

 

Considerata la mia giovane età, credo che l’aver avuto fino a oggi quattro rapporti sessuali possa ritenersi un primato. Aggiungo che l’essere lesbica non aiuta nelle relazioni amorose…

Il Mixing Hall è un locale per gay; là ieri sera ho trascorso la serata e ho conosciuto Viola. Ci siamo piaciute subito. Lei ha stupendi occhi castani, come i capelli che le scendono lisci fino al culetto da favola. Abbiamo tirato mattina ballando e fumando, e baciandoci quando esauste ci sedevamo sui divanetti blu. Alla fine l’ho invitata ad accompagnarmi a casa (vivo da sola); le mie intenzioni le sono state subito chiare, e lei ha accettato…

Legata a quel modo, ho assistito passiva agli strani giochetti con cui ha solleticato il mio corpo e le mie fantasie. Viola mi vuole iniziare all’estasi del piacere malato…

Poi è toccato a me sottoporla a dolci tormenti d’ogni genere: impazzisco per il suo tenero ventre circondato da un filo d’adipe, così ho attaccato a punzecchiarlo con uno spesso ago da cucito…

Ho goduto più volte e intensamente; talmente tanto che, sfinita, mi sono abbandonata al sonno e alle sue braccia…

 

Come poteva esistere una tale degenerazione in un corpicino di diciassette anni? Notai che lo stile di scrittura di Luisella era inverosimile per un’adolescente; fatto sta che mi faceva impazzire. Porca. Stupida bambina porca.

Lessi l’intero suo diario, dalle parti più vecchie: il soggetto non era continuamente scandaloso, ma alternava ai passaggi più caldi confessioni inerenti alla propria vita in generale. Ebbi modo di sapere che Luisella è una diciassettenne che ha precocemente lasciato genitori, casa e studi. Con mamma e papà non è mai andata d’accordo e con i libri non ha particolare dimestichezza; così ha scelto l’indipendenza a ogni costo, ritagliandosi uno spazio in uno degli affollatissimi palazzi della periferia di Milano. Il bilocale dove vive in affitto non è dei migliori, ma non manca delle cose essenziali, e poi non dista molto dal negozio di calzature dove lavora come commessa; inoltre è pulito, perché a lei piace tenerlo in ordine.

A quanto dice, la ragazza è carina, molto…

Alle quattro, con gli occhi stralunati e un bagno di sudore sul petto, chiusi a chiave la porta del bagno, mi tolsi i pantaloni e mi toccai, seduto con la schiena contro il muro.

Giovanna non si accorse di niente. Sprofondai in un sonno triste e senza sogni.

 

Le due settimane seguenti m’imposi un rigido autocontrollo, e ce la feci a rigare diritto. In più di un’occasione rischiai di cedere alla tentazione, specialmente quando ero insonne o la mia carica sessuale si faceva sotto; ma strinsi i denti, proseguendo a testa bassa come un cavallo coi paraocchi. Scoprii che mi era di giovamento fare l’amore con mia moglie più di frequente; in questo modo era difficile esporre il fianco ai dardi appuntiti del nemico. Giò mi chiese se avessi assunto dosi massicce di testosterone; non riusciva a spiegarsi la mia improvvisa impennata di desiderio (negli ultimi tempi la frequenza dei nostri rapporti sessuali non era stata certo da guinness dei primati).

Un fine settimana si distinse per serenità e piacevolezza: trascorremmo la domenica al mare, nella Liguria tanto amata da Giovanna (lei è nativa di Imperia). Giocammo tutto il pomeriggio sulla spiaggia, con il mite sole di ottobre a colorarci la faccia di tonalità arancione. Emanuele e Ivan ridevano di gusto, lanciando la palla e rincorrendosi come matti. Più tardi, mollati i pargoli a mia cognata, Giò e io facemmo l’amore in una pensione a due stelle, sopra un letto cigolante e non proprio pulito. Ultimamente mia moglie è un po’ ingrassata sui fianchi, ma rimane la più bella trentacinquenne della terra; le voglio un bene dell’anima.

Il lunedì tornò tutto come sempre: stessa noiosa routine, stessi orari da rispettare. Di nuovo davanti a decine di scrivanie, e ad altrettanti medici dalla faccia rotonda e consenziente, che consideravano con occhi di pesce sciroppi e confezioni di pastiglie. Un’altra volta i bambini da portare, e da riprendere.

Poi, la notte che seguì a una giornata storta e pesante – fra l’altro avevo litigato con Giò per questioni concernenti i miei genitori, e lei era andata a dormire nella stanza per gli ospiti – feci un sogno conturbante: Eleonora, la giovane maestra d’asilo che ogni mattina sopraggiungeva a salutarmi con indosso magliette sempre più aderenti, sedeva sopra un water dei bagni scolastici; si stimolava un capezzolo con due dita e mi guardava con occhi maliziosi. C’era qualcosa di tremendo nel suo sguardo.

Mi risvegliai nell’oscurità della camera muta, spaventato e ansimante. L’orologio analogico lampeggiava le tre. Dentro di me scricchiolò qualcosa, e la mia continenza crollò di colpo, come una torre che si schianta dalle fondamenta: infilai la vestaglia e mi chiusi nello studio, che era intriso dell’odore pungente dei fiori secchi. L’assenza di rumore mi permetteva di udire lo strano canto degli uccelli notturni nascosti fra gli alberi attorno alla casa.

Nel corso dell’ultimo periodo la birichina aveva scritto parecchio, quasi tutti i giorni.

 

Mi piace masturbarmi. È un vizio che pratico da quando ho provato i primi appetiti sessuali, e che conservo e assecondo ricorrendovi ogni qual volta la mia pancia pare voglia esplodere sotto i colpi feroci della fame sessuale. Di solito lo faccio adagiata sul letto, di fronte alla tv, dato che mi eccito alla vista dei seni nudi che riempiono i palinsesti – con mio gradimento – a qualsiasi ora della giornata…

Ho conosciuto un’altra ragazza, in un locale gay di Milano. Serena è dotata di un corpo mozzafiato; al suo confronto io appaio come un’acciuga.

L’ho ospitata a casa mia, per due giorni. L’altra notte abbiamo fatto pazzie. Lei ama procurarsi il piacere con gli oggetti in lattice. Uno di questi arnesi m’incuriosiva molto, e ho voluto che lo adoperasse su di me…

A volte mi chiedo fino a quali estremi io possa spingere la mia dissolutezza. Voglio permettermi tutto, sperimentare ogni perversione, diventare la regina dell’immoralità…

 

È possibile conoscere la personalità di un blogger, oltre che leggendone le parole pubblicate, esaminando i suoi link. Attraverso i siti web che più spesso frequenta, e che per questo include nella sezione apposita, rivela i propri gusti e propensioni. Nel caso di Luisella la maggioranza di essi era costituita da pagine indecenti, spesso di genere sadomaso e fetish. Uno di questi, con tutta probabilità illegale, mostrava fotografie di donne umiliate e seviziate. Evidentemente, mi dissi, nella testa della ragazzina ci sono cose che non funzionano a dovere. Una parte oscura nascosta chissà dove nel suo profondo, stride con la sua freschezza, allo stesso modo di un pezzo di ferro sulla lavagna di una classe di studenti modello.

Eppure ne ero sedotto, e ciò mi spaventava. Perché mai una viziosa minorenne avrebbe dovuto esercitare su di me una tale attrattiva? Avevo voglia d’entrare in contatto con lei, d’incontrarla; volevo vedere le sue fattezze, assurdo. Dannazione, avrebbe potuto essere mia figlia! Non mi ero mai considerato un maniaco, ma alla luce del mio attuale comportamento cominciai a dubitarne. Ido Sansonetti, tranquillo marito e padre di famiglia, onesto lavoratore, corrotto a tempo perso…

Avevo bisogno di alcune gocce di tranquillante. Spensi, mi allontanai dal locale e armeggiai a lungo nella dispensa della cucina, nella febbrile ricerca del flacone di Xanax. Toccai male una cosa, e mille barattoli di piselli e di tonno caddero per terra facendo un fracasso infernale.

Rimasi immobile, perplesso, non so per quanto tempo.

“Non riesci a prendere sonno?”

Mi voltai di scatto: Giovanna era appoggiata allo stipite della porta, le braccia conserte, e mi stava guardando con occhi dolci e comprensivi.

Tentai di giustificarmi: “No… è che la litigata mi ha scosso un po’, tutto qui. Non ci voleva.”

“Vieni qua.” Allargò le braccia.

Ci abbracciammo; io la baciai sulla tempia.

Senza che lei se n’accorgesse, col viso premuto sul suo collo profumato, piansi alcune lacrime di sconforto.

 

Divenne una fissazione, una schiavitù dalla quale mi era impossibile liberarmi. Come in un rito, attendevo che la mia compagna s’addormentasse nel pigiama a salopette, con la testa sulle mie gambe e il vociare del televisore in sottofondo; a questo punto la dondolavo, come si fa con i bimbi, e le sussurravo all’orecchio che bisognava andare a letto. Ci trasferivamo in camera e l’aiutavo a infilarsi sotto le coperte; lei bofonchiava qualche parola senza senso, io la rassicuravo come meglio potevo, poi mi recavo in bagno, fingendo di dover orinare. Ma invece di tornare da lei e farle compagnia leggendo qualche pagina del tascabile che avevo in sospeso, scendevo le scale in punta di piedi e mi sistemavo nello stanzino, dove quel dannato schermo a cristalli liquidi pareva m’aspettasse ghignante. Accendevo il sistema, attuavo la connessione a internet, e voilà, ecco la piattaforma che m’intrometteva nel mondo dei sogni sporchi.

E immancabile all’appuntamento trovavo la mia Lolita personale.

Non capitò quasi mai che Luisella saltasse la propria confessione quotidiana; magari solo poche righe, ma ogni notte offriva un pezzetto di se stessa all’universo guardone. Era come assistere a uno spogliarello: ogni esibizione un indumento in meno, per la gioia di chi bramasse conoscere le parti più intime della bella giovinetta.

Oggi mi viene quasi da ridere – se non fosse che c’è ben poco di cui ridere – al pensiero che durante quella eclissi della mia ragione non sospettai nemmeno per un secondo che Luisella potesse essere una maschera dietro cui celarsi.

Concludevo le nottate più o meno allo stesso modo: ricoperto di un velo lucido di sudore, ansimante, seduto sul bordo della vasca o sul bidet, con la testa fra le mani, dopo aver raggiunto l’orgasmo, da solo. Le quattro, le cinque, addirittura le sei del mattino; ogni volta più malinconico, ogni volta più spossato.

La mia professione ne risentì: mi svegliavo già fiacco, con le borse sotto gli occhi. Compiere le azioni giornaliere stava diventando una cosa insostenibile; mi trascinavo, arrancavo da un ambulatorio all’altro come se avessi una pietra al collo. Un pomeriggio mi sentii mancare sotto gli occhi confusi di un medico, una biondina con tatuaggio sul collo, la quale in poco tempo mi fece rinvenire, nel trambusto dei curiosi che erano intervenuti in gruppo. Mi consigliò un periodo di riposo; la pressione sanguigna era nella norma, disse, ma malori del genere possono essere provocati anche da forti stress emotivi.

A casa ero scontroso, costantemente sul piede di guerra. Bastava un niente e si litigava. Giovanna aveva incrementato le ore straordinarie di lavoro – non avrebbe voluto, ma il suo capo era un vero despota – la sera rientrava tardi, e in più c’era Ivan che non andava bene a scuola. Insomma, un vero casino; e io, in quelle condizioni, ero un problema aggiunto.

La situazione si complicò ulteriormente a partire da un brutto scherzo che mi giocò, guarda caso, mio figlio Emanuele. L’ingenuità disarmante dei suoi quattro anni mi fece uno sgambetto veramente inaspettato, e ciò fu la goccia che fece traboccare il vaso. Stavamo cenando tutti assieme, attorno al tavolo circolare riempito di portate e stoviglie e pezzi di pane. Io inforcai l’ultimo boccone di arrosto emergente dal sugo; l’appetito non mi mancava.

“Mamma, lo sai che papà quando mi porta a scuola parla con la Eleonora?” Lo disse cercandomi con gli occhi, al modo di chi ne va fiero. Un sorrisino da birba gli animava la bocca sporca di cibo.

Giovanna e io ci guardammo, entrambi colti alla sprovvista. Nei suoi occhi lessi un’esagerata dose di sospettosità. Tentai di stemperare l’atmosfera: “Eh sì, proprio una bella bambolina, quella. Se avessi avuto vent’anni di meno…” Finsi una sghignazzata.

“La Eleonora dice che gli sei simpatico, papi.” Il diavoletto aveva preso quota; ora nessuno l’avrebbe fermato.

“Hei, pulisciti la bocca! Non vedi che sei tutto unto?” Gli porsi un tovagliolo, schiarendomi la voce; lui lo afferrò e vi soffiò il naso. Ivan, terminato che ebbe d’ingozzarsi con mollica e piselli, aggravò la circostanza indirizzandomi un’irritante sfottò.

“Ragazzi, adesso finitela! Sono stanco e non mi va di scherzare. Quindi mangiate e state zitti!” Spostai la bottiglia dell’acqua e la riposi poco distante con un colpo sul tavolo, per dare enfasi al mio sfogo.

Ancora oggi credo che a far innervosire Giovanna non furono tanto le sciocchezze – che tali erano solo in parte – sciorinate con naturalezza dai miei amati figli, quanto l’inequivocabile messaggio che le arrivò dal probabile rossore che vide accendersi sulla mia faccia. Sì, la maestra di nostro figlio, con le sue t-shirt attillate, m’intriga di brutto.

Sono un timido. E arrossisco quando sono in imbarazzo. E se sono in imbarazzo è perché c’è sotto qualcosa. Beccato.

“Come si dice, i piccoli sono la bocca della verità!” Giovanna sospirò e si mise a raccogliere gli avanzi di cibo in un unico piatto, il suo. 

Mollai le posate con atteggiamento deluso. “Cosa vorresti dire?”

Lei s’allontanò per dirigersi verso il lavandino, l’espressione seria.

Io alzai la voce, rimanendo seduto: “Da quando è vietato essere stanchi?” Diedi una manata al contenitore dell’olio, che si rovesciò sulla tovaglia con un rumore sordo. Emanuele scoppiò in pianto, col moccio sotto il naso; Ivan abbassò gli occhi intimorito.

“Nessuno vieta niente, Ido!” urlò mia moglie. “Saresti meno nervoso se la notte tu dormissi, invece di chattare con le tue amichette segrete! Cosa credi, che non me ne sia accorta? Anch’io mi sveglio per svuotare la vescica, ogni tanto!” Lanciò il panno umido sul ripiano del mobile; mi stava fissando con aria di sfida, una mano sul fianco.

Io mi bloccai, al pari di un corpo caldo che si congela all’istante. Dunque lo sapeva, mi aveva colto con le mani nel sacco. Stavo attraversando un periodo di parziale offuscamento della ragione, non facevo caso a certe accortezze: quando l’impulso morboso veniva ad accendere la miccia nella mia testa, le facoltà razionali bruciavano con l’avanzare del fuoco emotivo. Chissà quante volte lei s’era svegliata tardi nel buio, e aveva proteso una mano all’altra metà del letto, trovandola vuota. Aveva trascorso giorni e giorni nella taciturna consapevolezza d’una mia misteriosa insonnia.

Cercai di mantenere un contegno. “Sei la solita maliziosa. È meglio che me ne vada, sennò divento cattivo e finisco per dire cose spiacevoli.” Presi per un braccio Ivan e insieme ci avviammo in soggiorno.

“Vengo anch’io!” fece l’altro, lanciandosi dalla sedia e sgambettando in preda agli ultimi sussulti del pianto.

Udii frantumarsi un bicchiere alle mie spalle; per orgoglio non mi voltai.

“Sei uno schifoso bugiardo!” gridò. “Vai pure a scrivere messaggi d’amore alle troiette in erba, bastardo impotente!”

“Papà, cosa vuol dire impoente?” chiese Emanuele. Io non risposi, né a lui né all’altra; indossai invece il giaccone verde e uscii in giardino.

Il clima era mite, nonostante fosse fine ottobre. Feci due passi nell’ombra della sera, fra gli aceri e le azalee. Potevo sentire il gorgogliare del ruscello che discendeva dal colle a monte della casa. Mi stesi sul dondolo cigolante e mezzo arrugginito, sfilai il pacchetto di sigarette da una tasca interna (haimè avevo ripreso a fumare, e molto) e cercai un po’ di sollievo nel tabacco, aspirando lunghe boccate.

Non sono un traditore; mi si può accusare di tutto ma non di essere un infedele. Durante il fidanzamento ho sgarrato in due occasioni, ma con la fede nuziale al dito basta, vita morigerata, condotta seria e ammirevole. Lo ammetto: sono spesso vittima di pensieri impuri; ma, cavolo, chi è senza peccato scagli la prima pietra! Nessuno rimane indifferente al cospetto del culo tornito di Giuliana, moglie del benzinaio, o di fronte al profondo ombelico della figlia diciottenne dell’avvocato Alfieri; a eccezione di un santo, forse, o di un gay. E io, spiacente, non sono né un santo né un gay.

Trascorsi mezz’ora a osservare il cielo stellato, lo stesso sotto cui mia moglie e io c’eravamo accarezzati e baciati chissà quante volte, nelle umide estati del tempo che fu. Allora l’altalena era nuova, e oscillava senza stridere.

I contrasti con Giovanna continuarono. La sera lei si trasferiva in cucina, improvvisando un sofà con la sedia a dondolo imbottita di cuscini, e là si assopiva guardando la tele. Era persuasa che io me la facessi con la maestra d’asilo, seppure il suo convincimento fosse al limite del ridicolo: figuriamoci se una teenager abbigliata Onyx o Diesel e con il cerchietto rosa in testa avrebbe fatto coppia con un panciuto rappresentante di mezz’età, giacca e cravatta, miope e per nulla fascinoso. A lui la cosa non sarebbe di certo dispiaciuta ma, si sa, i punti di vista sono diversi.

C’è da dire che io non mi adoperavo affatto per dissuadere Giò dalle sue assurde certezze. Noncurante della mia nevrosi, perseveravo nel seguire passo passo le avventure erotiche della diabolica ammaliatrice delle ore scure, divorandone il diario come un forsennato. Naturalmente mia moglie riteneva che in quei momenti io stessi chattando con Eleonora dagli occhi castani.

Il counter di Luisella, intanto, valutava un numero sempre maggiore di utenti che si soffermavano nel suo sito, e lei ricambiava il favore fornendo a tutti nuovi spunti per atti di onanismo da vivere nella più deprimente solitudine. Ci raccontò, oltre al resto, che aveva incontrato serie difficoltà con Celestina, la zia che da piccola l’aveva amata più degli stessi genitori. Questa era contraria alla sua scelta di sradicarsi dalla famiglia in così tenera età, per seguire una strada talmente sconveniente (la nipote l’aveva informata della propria intenzione d’intraprendere la carriera di pornoattrice). L’anziana la bombardava di telefonate con cui, fra mille singhiozzi, la implorava di tornare da mamma e papà, e di fare la brava ragazza, per amore suo, se ancora le voleva un minimo di bene. Ma Lù aveva scelto, e la determinazione che la contraddistingueva era capace di tagli affettivi davvero impietosi.

 

Desidero essere libera. Libera davvero, come una farfalla in volo in un mondo privo di confini. Eppure in molti mi ostacolano, vogliono impedirmi di andare dove dico io.

Zia Celestina ha telefonato ancora; la poveretta non si rassegna alla mia vita disordinata, licenziosa. Mi fa pena quando piange, e tuttavia so che non devo prestare ascolto né a lei né ad alcuno, nemmeno agli scrupoli della mia coscienza; non riuscirei altrimenti ad abbattere tutti i tabù che l’educazione insita in me vorrebbe farmi rispettare, col senso di colpa.

Strisciare nel fango, nella melma del vizio e del piacere senza limiti; ecco il mio fine, per il quale sono disposta a spogliarmi di ogni buona reputazione, che mi hanno cucito addosso negli anni della mia infanzia, là dove ero soggetta alle stupide regole della società in cui vivo…

Devo un ringraziamento a tutti voi, miei amati schiavetti, che venite in branco a cibarvi delle mie immondizie. Vi ringrazio per gli incoraggiamenti che mi lasciate affinché io persista testardamente sulla strada della libidine e della sfrontatezza…

 

Clic su spegni computer. Lo schermo che si anneriva, i mormorii elettronici dell’hardware che precedono lo spegnimento. Poi la totale assenza di rumori, salvo il ticchettio dell’orologio a muro.

Io sulla seggiola, per l’ennesima volta sconvolto, sudato; il buio oltre il vetro era prossimo all’alba.

Quando fui in bagno, guardai la mia immagine riflessa nello specchio, e  vidi un uomo malconcio, in disordine e con gli occhi lucidi, da malato; due grumi biancastri di saliva erano depositati ai lati delle labbra rovinate da increspature. Aprii la bocca e allungai la lingua: era ricoperta di una patina giallastra. Un uomo nella fase terminale di una malattia incurabile, ecco a chi somigliavo. Mi lavai la faccia, con acqua fredda; mi stirai stendendo le braccia in avanti e rovesciandole, indi rimasi in piedi, fermo, a maledire col pensiero il mio ventre rilasciato e gonfio. Alla fine, di colpo, mi calai le braghe e feci ciò che dovevo fare, fantasticando di violentare baby Luisella lì, sul lavabo,  lei riversa a pancia in su e io fra le sue cosce, che spingevo in avanti, pesante e schifoso.

 

Passarono altri giorni, settimane, mesi, ma in sostanza non cambiò nulla: il lavoro era la solita snervante routine, Giovanna persisteva risoluta nel suo atteggiamento irritante e io mi rinchiudevo sempre più nelle mie illusioni malate. La crisi coniugale ricadde sui figli con tristi conseguenze: un velo straziante di rassegnata afflizione si depose sul faccino un tempo vispo e felice di Emanuele, che nell’andare all’asilo mi teneva per mano taciturno e col visino abbassato. Ivan all’opposto si trasformò in un esagitato sbruffone di sette anni che camuffava con atti aggressivi un’insicurezza crescente; arrivò a pestare un compagno rompendogli il naso, e il danno ci costò un’ingente somma di denaro, oltre a costernazione e abbattimento.

Il freddo venne a spogliare gli alberi, e la neve a cadere lenta sui tetti. La luce del sole si fece più breve.

Vivemmo le festività natalizie in un clima penoso di finta allegria. Mia moglie aveva a disposizione pochissimi giorni di ferie, così non potemmo neppure organizzare un viaggio che forse ci avrebbe aiutato a ripristinare un poco di armonia. Perciò la mattina di Natale eravamo a casa, Giò e io seduti in soggiorno, a sorridere ai piccoli che si protendevano verso i pacchi luccicanti sotto l’albero addobbato. Io non le stavo sfiorando le dita come avrei fatto in passato, cingendole il collo con l’altro braccio, ma tenevo i palmi delle mani adagiati sulle ginocchia allineate. Lei faceva lo stesso. Ogni tanto uno sguardo ci sfuggiva e ci ritrovavamo occhi negli occhi, per una frazione di secondo; poi ciascuno tornava a se stesso e alla propria ragione, o follia. Anche i nostri piccoli, sebbene in maniera inconscia, esprimevano disagio, sofferenza; le loro labbra tentavano di ridere, ma avevano una piega di malinconia che mi schiacciava il cuore. In fondo ero consapevole d’essere l’unico responsabile, mia moglie c’entrava ben poco; le sue reazioni erano sì detestabili, ma dettate dall’incomprensione e dal timore di perdermi. Dopotutto io le dovevo delle spiegazioni: ciò che facevo la notte davanti al computer, e soprattutto con chi lo facevo; eccome se erano cose che la riguardavano. Perché il mio silenzio? Perché non le davo una semplice giustificazione? La mia reticenza rendeva ogni cosa più difficile.

E l’anno nuovo sopraggiunse, carico d’auguri, brindisi e false promesse.

 

Eleonora volò via come una foglia di primavera strappata, e sospinta in alto dal vento. Lo fece in punta di piedi, come a volere che nessuno se n’accorgesse. Lo fece nella stagione dell’agrifoglio e dei merli neri che beccano fra il ghiaccio.

“Leucemia fulminante…” c’informò con gli occhi rossi di pianto la suora direttrice della scuola materna, un’anziana gobba e malferma, che il mattino del rientro dopo le vacanze ci aveva anticipato nell’androne, circondata da un gruppetto di maestre affrante. Era presente altra gente, troppa per un contesto normale. Regnava una quiete apparente, e una donna dalla folta chioma stava sussurrando frasi spezzate; due lacrime le scorrevano lungo le gote. Altri, che tenevano in braccio i propri pargoli, scuotevano la testa in segno d’incredulità. Volti sgomenti, guance sbiancate.

“Se non fossimo sostenuti dalla fede, cadremmo nella disperazione più buia.” Le mani avvizzite stringevano le mie, con una forza sorprendente. “Certe cose sembrano non avere senso. È il mistero del dolore, signor Ido.” Si piegò in avanti, quasi volesse inchinarsi, forse per nascondere la commozione.

Investito da un’ondata di trepidazione che mi tolse il fiato, addossai Emanuele alle mie gambe, e le chiesi: “Com’è potuto accadere? Solo venti giorni fa era qui, viva e in salute; almeno così pareva.”

Suor Severina non riuscì a trattenere i singhiozzi; cominciò ad agitarsi tutta, muovendo alcuni passi corti e incerti. “Si è sentita male a casa di un’amica, l’hanno portata d’urgenza al pronto soccorso. Poi il ricovero, le analisi, e nel giro di pochi giorni…”

Fu avvicinata da un uomo di mezz’età, grosso e calvo, che le suggerì di riposare, onde evitare un malore. Lei accolse la proposta, allora ambedue si avviarono verso una stanza più interna. Non mi salutò neppure.

Emanuele e io restammo lì, in mezzo a coloro che si erano soffermati a discutere su quanto fosse assurda la vita.

“Papà, dov’è la Eleonora?” mi domandò serio. Desiderava incontrarla; le aveva promesso un regalo, testimonianza che non si era scordato di lei durante le feste: una rosa predisegnata che aveva colorato coi pastelli. Aveva nascosto il foglio nello zaino, per tirarlo fuori a sorpresa e deporglielo nelle mani. Lei lo avrebbe ringraziato e gli avrebbe appioppato un bacio, com’era solita fare, sollevandolo per le ascelle.

Io non seppi cosa rispondergli.

 

Eleonora era morta. I suoi capelli non avrebbero più ondeggiato alla frizzante brezza della gioventù, i suoi occhi sarebbero rimasti chiusi per sempre. Vedere la sua bianca pelle colorarsi al tenue sole di maggio, d’ora in poi sarebbe stato impossibile. Una giovane fiamma di vita ridente, ecco cos’era stata; spenta con violenza da un bruto. Davvero esiste un senso per tutte le cose, per ogni avvenimento? In quale posto lontano si nasconde Dio?

Stavo tremando, e non di freddo, mentre viaggiavo a bordo dell’auto, privo di gioia e di meta. Guidavo attraverso la grande città, l’ora del risveglio del mondo, quando il cielo si fa chiaro; sebbene l’aria fosse invernale e il tempo della fioritura lontano, sembrava esserci abbastanza luce affinché la morte non t’inquinasse il cuore. Invece…

Decisi quasi subito di rinunciare alla quotidiana dose di camici bianchi; non ce l’avrei fatta a sedere sopra gli sgangherati sgabelli di formica nei disadorni locali di periferia. Per oggi nessun lettino o vetrina di farmaci, mi dissi. Fermai la monovolume in uno dei rari spazi liberi ai lati della strada e fumai tre sigarette una in fila all’altra. Dopo riaccesi il motore e presi la via per casa. Un giorno di ferie avrebbe attenuato la brutta realtà che mi vorticava attorno.

Pure mia moglie era a casa, in malattia; febbre alta da una settimana, ora stava riprendendosi. Aperta la porta d’ingresso la sentii rumoreggiare di sopra, in corrispondenza del corridoio o del tinello. Salii le scale illuminato dal chiarore mattutino, filtrato dall’ampia finestra di vetro opaco.

“Giovanna?” La chiamai sperando di non spaventarla: il piano superiore era ben isolato, probabilmente non mi aveva udito entrare; infatti non rispose. Nonostante fossimo in disaccordo, i recenti momenti di riposo avevano giovato al nostro rapporto e alcune tensioni si erano sciolte.

“Giò, ci sei?” Niente.

Sfilai i guanti, l’impermeabile, e tolsi il cappello che appesi all’angolo del corrimano. La cercai in tutte le stanze. Aveva dimenticato di serrare il rubinetto del piccolo bagno per gli ospiti, da cui sgorgava un rivolo d’acqua; lo richiusi. Ciò era strano, non era solita usufruire di quel posto. Inoltre, due ante dell’armadio in camera erano spalancate. Pronunciai il suo nome altre volte, sempre più forte, ma replicò unicamente l’abbaiare di un cane, da fuori. Provai ancora a cercare, dappertutto, perfino al piano di sotto e in garage, ma nulla. Eppure avevo colto un battere di passi, non mi ero sbagliato. Stentavo a credere che stesse nascondendosi per tendermi un’imboscata, visto l’attuale stato della nostra relazione.

Alla fine, Giovanna apparve sulla soglia. Esitò un attimo, meravigliata della mia presenza, poi mi salutò: “Ciao, come mai qui? Non sei al lavoro…” Gettò il paltò sul divano, male, ed esso scivolò sul tappeto giallo.

“Da dove arrivi?” domandai con un tono di leggero rimprovero. “I malati devono stare al chiuso, specie d’inverno.” In effetti, non aveva una bella cera, era pallida come un cencio.

Fece spallucce in segno d’indifferenza. “Sto meglio, non preoccuparti, ho la pelle dura. Sono andata in paese a comperare due cose.” Si recò in cucina, scalza.

Io la seguii. “Giò, ho bisogno di parlare, con qualcuno che sia in grado di capirmi, di consolarmi.” Avevo l’aria di un cane bastonato.

Lei si irrigidì, senza voltarsi. Mi parve di riconoscere uno sbuffo sarcastico. “Ido, tu vuoi parlare?” Girò su se stessa, un sorriso amaro le tirava la faccia. “Lo sai che sono mesi che io voglio parlare?” Lo disse socchiudendo gli occhi, risentita. “E adesso te ne esci che mi vuoi parlare? Cos’è, ti fa male un dente, o la pancia? Ci sono i medici per questo. Se invece sono affari di cuore, allora rivolgiti alla tua maestrina dalla penna rossa.” Appoggiò il sacchetto della spesa sul tavolo; ne fuoriuscì una scatola di carne che cadde rotolando per terra.

Provai una forte attrazione affettiva per il suo corpo alto, energico, che l’aveva portata avanti, nonostante le mie mancanze, malgrado me. L’abbracciai da dietro, stringendola al mio petto, afferrandole i polsi perché non si divincolasse. Contrariamente alla mie previsioni non oppose resistenza, rimase docile nella mia presa, passiva.

“Ho bisogno d’aiuto, Giò. Ho bisogno di te. Ti giuro, non ti ho mai tradita, mai. Davvero.” Stavo piangendo. “Nemmeno con Eleonora.” Feci una pausa; lei non si mosse, né parlò. “Eleonora è morta, capisci? La scorsa settimana, quella bambina è morta.” Soffocai i gemiti immergendo la bocca nei suoi morbidi capelli neri. “Aiutami, ti supplico, devo dirti una cosa…”

 

Sono pronta per un gesto fino a oggi mai compiuto, per una violazione sessuale che davvero sconvolga il mio corpo, la mia vita. Voglio provare il gusto impuro del massimo peccato, buttarmi via, darmi in pasto alle belve della sensualità. Che esse mi leghino, facciano di me scempio, costringendomi a tutto, senza remore…

Mi torturino pure, se ciò è necessario per farmi toccare il godimento intero; sporchino la mia giovane età, che voglio sacrificare alle delizie della lussuria brutale…

 

Lessi per l’ultima volta il weblog di Luisella, a tratti. Le frasi più recenti erano quasi senza senso, disgiunte dalle altre, e indicavano irrequietezza; erano schegge di una mente sofferente, malata. L’espressione terrorizzata della Marsillach – non per caso somigliante a Eleonora – cogli occhi sanguinanti e la bocca soffocata dal nastro, finalmente sarebbe scomparsa, avrebbe trovato la pace nel buco nero dell’elettronica dove muoiono i file cancellati.

Mossi le dita sulla tastiera, il picchiettio che producevano era l’unico rumore nel locale. Operai con abilità all’interno del pannello di controllo del sito; non c’era molto da fare: un clic qui, un altro là… Apparve la finestra di conferma eliminazione. Vuoi davvero eliminare il tuo blog? chiedeva. L’intero contenuto sarà rimosso. Procedere?

Sì. E lo feci con forza, un colpo secco con l’indice sul tasto sinistro del mouse. Era come una cerimonia, stavo svolgendo un sacrificio.

Il diario di Luisella cessò di esistere.

Fu sostituito da uno sfondo azzurrino con la scritta Procedura completata con successo. Contemplai quest’ultima a lungo; poi mi addossai allo schienale della poltrona e sospirai, senza staccare gli occhi dal monitor.

Una volta per tutte spensi il computer, consapevole che non l’avrei più rivisto né adoperato per un bel pezzo. Staccai addirittura la spina dalla presa di corrente. L’indomani Giovanna mi avrebbe aiutato a riporre torretta e schermo in uno scatolone che avremmo sigillato con cura, destinazione soffitta.

Le sue mani si posero sulle mie spalle. Gliene presi una e la strinsi, rovesciando il viso all’indietro, in modo che mi potesse baciare. Giò si chinò, essendo in piedi dietro di me, e mi offrì il tepore delle labbra.

Oltre la finestra c’era il tramonto, e l’alba dentro il mio animo. La sera saremmo andati a letto di nuovo insieme.

 

Se non fosse stato per l’amorevole insistenza di mia moglie, certamente non mi sarei sottoposto a psicoterapia. Un mio tratto caratteristico è l’orgoglio, perciò cerco sempre di cavarmela da solo nelle svariate circostanze della vita; ma ho acconsentito a sedere nell’austero studio di uno psichiatra se non altro per esaudire Giovanna.

Lo strizzacervelli cui mi sono affidato è un coetaneo dalla fronte alta e i lunghi baffi grigi. Ha la fastidiosa particolarità di parlare sottovoce, anche quando non è il caso, e veste sempre in modo formale, giacca e cravatta, tipo impiegato. Porta un orologio da un milione di dollari di cui evidentemente va fiero, visto che lo tiene sul polsino.

Dall’inizio della terapia sono trascorsi cinque mesi; a tutt’oggi lo incontro regolarmente ogni giovedì sera. È cordiale e, quando non sono io a confidarmi, mi parla di cose spesso interessanti. Pare che il mio caso lo coinvolga parecchio, ma nutro il sospetto che a interessarlo siano in primo luogo i miei soldi.

In ogni modo, durante questo tempo si è prodigato nell’illustrarmi diversi concetti, e nel rendermi presente ciò che già, almeno a grandi linee, avevo compreso da solo. Luisella nasce da una frattura in seno alla mia psiche, da una volontà sepolta e anomala. È stato con enorme difficoltà e dolore che ho preso coscienza d’essere un uomo solo apparentemente sano, ma che da qualche parte nel suo profondo cova i desideri di una ragazzina lesbica e depravata.

Nello studio al piano di sotto – il mio ritaglio di spazio dove sono solito rifugiarmi quando ho bisogno di svago – Luisella trovò un luogo virtuale dove costruire il proprio mondo esaltato e perverso; un mondo quasi possibile, in cui dare voce a se stessa. Non è escluso che lo sdoppiamento di personalità sia avvenuto in momenti diversi nel corso delle giornate lavorative, essendo io un libero professionista e pertanto non vincolato da orari o luoghi definiti; e nessuno può accorgersi di una mia occasionale presenza in casa, dato che moglie e figli generalmente sono impegnati fuori.

Di una cosa sono certo: i profondi moti emozionali suscitano i grandi cambiamenti, le evoluzioni più importanti; e la scomparsa di Eleonora, delle cui fattezze il mio alter ego si servì per darsi forma e una parvenza di concretezza, sopraggiunse in un contesto della mia vita emotiva già critico; essa fu l’elemento che minò il mio precario equilibrio interiore, causando un subbuglio capace di strappare la maschera al personaggio di Luisella. È terribile affermarlo, ma la morte della ragazza fu per me decisiva, positiva. Morendo, la povera Eleonora svelò a me stesso la diabolica fanciulla delle ore scure.

 

Ed eccomi giunto alle ultime righe di questa lunga confessione.

La primavera è arrivata a scongelare il duro terreno dei mesi più ostili, e a punteggiare i rami delle piante con batuffoli bianchi, per cedere infine il passo a una giovane estate focosa e spogliata, che mi permette, quando ne ho voglia, di aprire la finestra dello stanzino e di appoggiare i gomiti sul davanzale. Di qui si può vedere il dondolo, una macchia bianca in mezzo all’erba cresciuta, oscillare senza più cigolii alla calda brezza stagionale. Una goccia di olio nel punto giusto è capace di fare miracoli.

Le ore del primo pomeriggio illuminano l’ambiente in modo indiretto, diffondendo una luce tenue. Sul ripiano della scrivania una foto incorniciata ritrae mia moglie con i bambini, in occasione del recente compleanno di Ivan: essi fanno le boccacce, in parte nascosti da una bella torta di crema. La cornice è stata volutamente piazzata sull’opaco segno circolare impresso dal monitor che, tutt’ora ben impachettato in soffitta, lascia un vuoto difficile da rimpiangere. Vicino, la mia mano si sta muovendo con tratti rapidi e discontinui su un foglio bianco a righe. L’altra stringe un Rosario, dai grani verdi, di plastica. 

Sullo sgabello di fianco a me è aperto un libro dalla copertina violacea, intitolato I fenomeni del paranormale, al capitolo sei. Ho cominciato a leggerlo da alcune settimane, è interessante: presenta il mondo del paranormale e riferisce della dilatazione di orizzonti e di coscienza che i fenomeni psichici possono offrire; mi sono persuaso che l’animo umano nasconda un potenziale inesplorato.

Sono solo. Il resto della famiglia si è trasferito da mia cognata, in Liguria. Ho suggerito a Giovanna di utilizzare alcuni giorni di ferie per distendersi e rimediare allo stress accumulato nei mesi passati. Ha portato con sé i bambini, perché entrambi hanno da poco terminato la stagione scolastica.

I passi hanno ripreso il loro andirivieni al piano superiore. Non appartengono alla mia compagna, ora ne sono certo, e nemmeno ai miei figli. Come ho detto, la casa è vuota; almeno dovrebbe.

Essi sono veloci, ravvicinati. Chi sta armeggiando lassù possiede curiosità e indiscrezione in abbondanza: muove cose, sposta oggetti. Ha una predilezione per i rubinetti, li lascia sempre aperti, e si diverte a disordinare i locali. Una sera, rientrato a casa mezzo sbronzo da una bevuta con gli amici, ho trovato il letto disfatto, come se qualcuno lo avesse adoperato. Porte e finestre erano spalancate.

Le preghiere hanno allontanato l’oscura presenza. Non sconfitta, questo no, ma almeno allontanata. Ora Luisella se ne sta a una certa distanza, evita di entrare nei luoghi dove mi trovo io. Non credo voglia farmi del male, è come se volesse provocarmi, ecco. Quasi mi ci sto abituando.

Ne ho udito la voce, l’altra sera. Peccato sia avvenuto al buio, un inconveniente tecnico aveva tolto la luce. Ero a letto, faticavo a prendere sonno; una cantilena puerile si è levata da dietro la porta socchiusa e mi ha schernito. Ho distinto chiaramente il grattare di dita sottili sul legno. Vuole mettermi paura, si capisce. Non si rassegna ad abbandonarmi, a liberare la mia mente.

Confido nello strumento di cui Dio mi ha fornito. So per certo che recitarlo con perseveranza sconfiggerà il lato oscuro che vorrebbe impossessarsi dell’intero mio essere. È necessaria la pazienza, e la confidenza.

Ho finito. Domani porterò alcuni di questi fogli spiegazzati all’uomo con l’orologio da un milione di dollari; anche se dubito che presti fede alle cose che ho scritto, circa gli strani avvenimenti che sono accaduti – e che tuttora accadono – qui, nel domicilio dei signori Sansonetti.

(Da Nostra Valentina dei sotterranei e altri racconti, di Raffaele Dori, ed. Lampi di stampa)

Sono tornato da te

Pubblicato: 19 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:,

Era da tempo che sognavo di farlo.

Caricare in macchina una valigia di sogni e vestiti, e partire alla volta di un luogo lontano, dove poter respirare l’aria fresca e pulita di un giorno feriale, ed essere distante anni luce dalle brutte attrezzature di uno stabilimento fumoso e deprimente.

Lo feci la seconda mattina seguente il mio licenziamento.

Dire ‘fanculo al mio titolare era stata una soddisfazione impagabile. Vedere la sua faccia mentre gli comunicavo le mie dimissioni il massimo della vita. Aveva preso a rosicchiarsi le unghie, non sapendo da che parte posare lo sguardo; poi se n’era andato, senza replicare, come se una secchiata d’acqua gli fosse stata calata sulla testa, lasciandomi solo e beato nello spogliatoio, di fronte al mio armadietto, che avrei aperto un’ultima volta per raccogliere i miei abiti e staccare una foto di Pamela Anderson incollata sul fondo.

Quattro anni. Per quattro lunghissimi anni, all’interno di mura screpolate e imbrattate, avevo tollerato i malumori e i capricci del mio direttore d’azienda. Non era stato facile sopportare le sue stizze quotidiane condite con l’onicofagia da cui è affetto. Non è cosa da poco, dopo una faticosa giornata trascorsa a esaminare chilometri di tessuto, accogliere supinamente le assurde pretese di un grosso bambino stupido.

I miei colleghi non avrebbero avuto il coraggio, o la possibilità, di abbandonare un’attività lavorativa sicura. Avevano cercato di dissuadermi da ciò che ritenevano una scelta per nulla saggia; mi avevano supplicato di non commettere spropositi, di cercare prima un altro posto di lavoro. I loro occhi grandi erano colmi di stupore e preoccupazione.

Certo, la mia scelta non era stata riflettuta, soppesata; so solo che mi aveva levato un peso dal cuore e mi aveva riempito l’animo di speranza.

Con il piccolo zaino a tracolla che aveva contenuto gli scatolami di cibo per le pause pranzo, mi ero avviato verso l’ampio cancello principale, che era divenuto troppo simile a quello di un carcere. Lo avevo oltrepassato. All’estremità del parcheggio la scarsa vegetazione non era ancora rinverdita, essendo il mese di marzo; tuttavia mai mi era parsa così bella e significativa.

La sera, sul divano in soggiorno, avevo mangiato cheesburger con patatine fritte, e tirato notte fonda davanti al televisore.

Chiusi il bagagliaio con un colpo secco, mi sfilai di dosso il giaccone che finì sul sedile posteriore, e m’inserii nell’abitacolo. Avevo già controllato ogni cosa: motore, olio dei freni, pressione delle gomme. Un odore di detergente – il pomeriggio passato avevo lavato la vettura – salì al mio naso, insieme al profumo artificiale dell’arbre magique.

Accesi il motore, feci retromarcia – le ruote strusciarono a contatto con la ghiaia – e girai il volante tutto a destra. Quindi, in prima, varcai l’ingresso e m’immisi nel movimento cittadino.

 

Quando il traffico è scarso e il tempo soleggiato, viaggiare in autostrada mi piace. La carreggiata larga, diritta, che pare non finire mai, ai cui lati le pianure verdi si estendono fino all’orizzonte, mi dà la sensazione di essere lanciato verso spazi aperti, lidi magnifici. E mi ricorda momenti di vita gradevoli, che riassaporo volentieri ogni volta che si ripresentano alla memoria: i viaggi al mare con la mia famiglia; io bambino che indico a mio padre cavalli o pecore al di là del finestrino; lecca lecca scartati durante il tragitto e le mani affilate di mia madre le quali mi passano tovaglioli multicolori di carta; intorno a noi, nell’aria calda che entra dai cristalli abbassati, il profumo intenso dell’erba tagliata, buonissimo. Soprattutto, anni dopo, le gite assieme a Lauretta; il suo viso sorridente, che si avvicina mentre guido, per posarmi un bacio sulla guancia. Nostalgia, mista a rimpianto, e a un sentimento di premura, che quel giorno mi spinse ad accelerare.

Solo qualche camion isolato infastidiva la mia corsa. Perlopiù si trattava di piccoli autocarri malandati e autocisterne lente, che occupavano la corsia di destra, destinati a trasportare le loro forniture chissà dove; per sorpassarli, era sufficiente un’andatura limitata, e centrale alla strada. Non sono uno che corre, mi tengo attorno ai centoventi l’ora.

Avevo azionato l’autoradio: una canzone di Elisa. La sua voce splendida, squillante come il sole estivo, si diffuse fuori e dentro di me, cornice di ciò che stavo vedendo e sentendo.

Tell me about the place you’re from / Tell me about the things you’ve done / Tell me what you really need / Tell me what just makes you bleed...”

Era incredibile, mi sentivo un uccello scappato dalla gabbia, che si lascia andare alle dolci correnti di un vento tanto sospirato; e così facendo vola in alto, leggero e felice, privo di tempi e di spazi. A quell’ora avrei dovuto trovarmi al lavoro, probabilmente con in mano uno straccio puzzolente: il capo della ditta è fissato con la pulizia, fa compiere ai propri dipendenti delle cose assurde, ad esempio nettare tavoli e superfici che la sera sono di nuovo ricoperti da due centimetri di polvere. Dal mio pugno chiuso attorno al cambio, il dito medio si separò per un attimo dagli altri. Lo fece lentamente, con classe.

Il termometro indicava diciotto gradi, una temperatura decisamente superiore alla media stagionale. Portai la leva del riscaldamento sullo zero e sbottonai il colletto della camicia.

A una certa distanza un gruppo di villette recintate da siepi rossastre si spostava in direzione opposta alla mia; un comignolo fumigante dava per certa la presenza di persone all’interno delle abitazioni. Oltre, l’inverno nomade aveva tolto il suo lenzuolo ghiacciato dai terreni verde marcio, consentendo la rinascita della vegetazione, ora scaldata da un sole più vicino e presente. Un uomo con un cane al guinzaglio passeggiava anonimo sul viale sterrato parallelo all’autostrada.

Viaggiai per un’altra ora, gustando l’armonia interiore avente origine dallo spettacolo naturale che mi circondava. Non era necessario che mi distraessi per consultare le indicazioni stradali, conoscevo quel percorso alla perfezione, mille volte avevo attraversato quei posti; avrei potuto guidare bendato e raggiungere ugualmente la meta.

Imbucai una breve galleria; accesi i fari – avevo scordato di farlo alla partenza – e quando sbucai dall’altra parte mi spostai sulla corsia di destra, rallentai e imboccai la stretta deviazione che porta a un’area di servizio.

Il ristoro è una compatta costruzione che da un basamento laterale si estende fino a scavalcare l’autostrada, a mo’ di ponte. Prelevai due biglietti da cinquanta allo sportello Bancomat che sta al suo ingresso, mi diressi in bagno per fare pipì, e infine mi accomodai a un tavolo con un piccolo vassoio: cappuccino fumante con brioche. A casa non avevo fatto colazione, perché volevo consumarla lì, in ricordo dei vecchi tempi.

Lauretta apparve alla mia mente, vicina a me, seduta di fronte; bella d’una bellezza semplice, buona ed essenziale come il pane appena sfornato. Rideva e mi copriva una mano con la sua, minuta, da bambina. Con l’altra sorseggiava il caffè, e da sopra la tazza mi amava con occhi azzurri di cielo. Era un frammento di passato, una scheggia solitaria dagli strati della memoria.

Lauretta. Piccola ragazza dai pensieri puliti. Giovane fiore che non avevo saputo cogliere. Dov’eri adesso? Dove ti avevano condotta i tuoi passi incerti, bisognosi di una guida, per le vie del mondo? Quali altre dita stavano ora sfiorando i tuoi biondi capelli, che d’estate si dipingevano dei colori del tramonto? Oppure eri sola, giglio bianco in un cespuglio di rovi?

La visuale attraverso la vetrata sporca alla mia sinistra non mi offriva un granché: un distributore di benzina, alcune vetture parcheggiate.

Finii di mangiare, mi alzai e scesi di sotto. Acquistai un orsacchiotto di peluche grande quanto un pallone. Aveva la pancia rosa e le orecchie che premute emettevano una specie di verso d’animale; era carino, ispirava tenerezza. Comperare qualcosa che a lei sarebbe piaciuto, ogni tanto lo facevo. A casa, la mia stanza da letto era uguale a quella di un’adolescente, ricolma com’era di pupazzi di stoffa e oggetti a forma di cuore. Li prendevo per Lauretta; per colei che una volta avrebbe esultato nel vederli spuntare dai miei pacchi regalo. Ciascuno di essi rappresentava per me un pezzettino di lei, un malinconico surrogato della sua presenza.

 

Dopo un breve rifornimento di benzina, ripresi velocità. Avevo percorso circa duecento chilometri, altrettanti mi separavano dalla cittadina sul mare.

Pensai a Giacomo, fino tre giorni addietro mio collega di lavoro. Fra di noi si è instaurata una particolare sintonia; è l’unico capace di scusare la mia insofferenza a quell’ambiente lavorativo. A mezzogiorno mangiavamo insieme – faceva il mio stesso turno – così avevamo occasione di parlare e di conoscerci meglio. Giacomo è un tipo tarchiato, con la barba incolta e i capelli unti che si appiccicano alle tempie, e ha il disegno di una donna nuda appesa a un gancio tatuato dietro il collo; ma nonostante l’aspetto da scaricatore di porto, è dotato di una sensibilità davvero unica. Me lo immaginai intento a sollevare pezze e a sigillare scatole con nastro adesivo largo, urlando frasi frammiste al rumore alla parte opposta del magazzino. Non potei trattenere un moto di soddisfazione nel raffigurarmi i restanti ex colleghi, specie coloro che mi disprezzano, ingialliti dalla luce malata delle lampade al neon, chini sulle loro mediocri attività da sopravviventi.

Beffardo? Non lo so. Soltanto credo che ciascuno abbia il proprio posto su questa terra, o almeno così dovrebbe essere. Se hai fra le mani un paio di arance, queste le poggerai nella fruttiera; allo stesso modo un tocco di legno è destinato alla legnaia, o al fuoco di un camino. Una giacca di pelle non la inserisci nel frigorifero; un pappagallo non lo metti dentro il water e poi abbassi la tavoletta. Ogni cosa al suo posto, insomma. Le mie emozioni sarebbero marcite, dentro quel fabbricato scuro e malsano.

La mia auto continuò a passare attraverso pianure, colline appena accennate, fiumi; e ogni tanto accanto a centri urbani più o meno grandi. In prossimità di questi ultimi, a volte scorgevo in lontananza alcune ciminiere che liberavano fumo denso e nero.

Altri cinquanta chilometri e tornai a fermarmi. Erano le undici passate, le mie gambe reclamavano due passi.

L’Autogrill era meno accogliente del precedente: una lunga stanza con bancone piena di bevande, dolciumi, riviste. In fondo, un settore abbastanza fornito di cd e videocassette. Nella seconda fila a partire dall’alto, il nuovo album di Elisa. Lo raccolsi, e pagai alla cassa. Fuori inforcai gli occhiali da sole, e rimontai in macchina. Tolta la protezione di plastica, spinsi il disco nella relativa fessura; sul display, intanto che facevo manovra, apparvero delle sigle accompagnate da numeri. Poi, mentre mi accingevo a reimmettermi nel flusso stradale, un eccellente pezzo rock scoppiò nel veicolo, cantato da una voce formidabile.

We’ll walk all the way down this road / We’ll hold each other’s hand / We’ll watch all the colors and their fades…”

Abbassai di poco il vetro del finestrino e buttai fuori uno scontrino appallottolato; questo rimbalzò sulla fiancata e sparì. Sono solito gettare esclusivamente materiale piccolo e biodegradabile, in ogni caso Lauretta non avrebbe condiviso; mi avrebbe assestato una leggera sberla sulla nuca, dandomi affettuosamente dello stupido. In certi aspetti, è più irremovibile di una poliziotta.

Introdussi una mano nella confezione di caramelle al miele che stava sul sedile al mio fianco, e ne portai una alla bocca.

Mezz’ora dopo la carreggiata si strinse a imbuto in due corsie. I pochi veicoli in circolazione diminuirono ulteriormente, lasciandomi solo a sfrecciare sul nastro asfaltato che visto dall’alto appare come una striscia nera in mezzo alla quiete dei campi. Lì il cielo sovrasta pianure senza fine, sulle quali le coltivazioni si alternano a lunghe file di pioppi. Rustiche case isolate sono sparse qua e là, come sassolini versati alla rinfusa da un sacchetto gigante.

Un’altra volta mi sovvenne Lauretta: in un pomeriggio d’estate di cinque anni prima, si era presentata sulla porta del monolocale in affitto che avevo scelto nei pressi della casa dove lei viveva con la famiglia. Era a cavalcioni di una bicicletta nuova, un modello femminile con largo manubrio e cestello sulla ruota anteriore, che eccedeva le sue misure; pareva una bambina ostinata a montare la motocicletta del padre. Mi aveva sorriso e chiesto se l’acquisto mi piacesse. Le avevo risposto di sì, ed eravamo partiti per un lungo giro attorno alla laguna; lei sulla sua bici, io sulla mia, arrugginita e scricchiolante. Avevamo pedalato senza fretta, fiancheggiandoci, lungo corsi d’acqua gorgoglianti e su stradine sterrate bianchissime. Alla fine, c’eravamo stesi sopra un prato retrostante una casa deserta. C’era un pozzo in disuso, a pochi passi da noi, e si udivano delle anatre starnazzare in lontananza. Io le avevo tirato su la gonna a fiorellini – il sole splendeva sulle nostre facce, rosse dalle risate – e avevamo fatto l’amore, privi di un briciolo di ragione e prudenza; trasportati dalla passione, alla maniera dei pesci, poco distanti, che assecondavano la corrente.

Era stata la nostra seconda volta, e i suoi denti lattiginosi mi erano parsi bellissimi.

Lauretta aveva compiuto diciotto anni il giorno prima.

Io ne avevo ventitré.

Per fortuna – in tal caso si dice così? – non sopraggiunsero figli.

 

Non è corretto definirlo un ponte, anche se tutti lo chiamano in questo modo. È piuttosto un tratto di terra sporgente che collega la terraferma con l’isola. Quanto sarà lungo? Circa due chilometri, se non erro. Non l’ho mai calcolato con precisione, perché nei suoi pressi è l’estetica del luogo a prendere il sopravvento su qualsiasi ragionamento.

La lingua asfaltata, unica cosa nera in quel bagno d’azzurro, taglia lo stretto in due parti, traversando un paesaggio naturale incantevole; e finisce per lambire la costa dell’isola, dolcemente, prima di addentrarsi in centro paese, e circondare il piccolo porto, rifugio dell’attività marittima. Come l’interno coscia femminile, il quale conduce alle delizie del segreto che ogni donna conserva per il proprio amante.

Avevo lasciato l’autostrada da venti minuti. Adesso viaggiavo lento, trenta o quaranta l’ora, incurante dei clacson che muggivano dietro. Alcune vetture, accelerando rabbiosamente, mi sorpassavano. D’altronde ero ammaliato da ciò che i miei occhi stavano ammirando: gli specchi d’acqua lagunari erano disseminati di barene e tapi, e i gabbiani, nel volare da un palo all’altro, si riflettevano sulla superficie appena increspata dal soffio leggero del vento. Dal verde di un’isoletta alla mia sinistra spuntava bianco un campanile. In fondo, non molto distanti, le sagome delle prime case.

Erano passati tre anni dall’ultima volta in cui avevo posato lo sguardo su tanto splendore. Tre anni in cui avevo cercato di cancellare dalla mia vita colei che più di ogni altra ragazza avevo amato, e che uno stupido scherzo del destino, aggravato dalla mia frivolezza, aveva fatto sì che io perdessi.

 

Trovai alloggio in un albergo tre stelle che dà sul porticciolo. Da fuori l’hotel appare come una costruzione sobria, le pareti sono colorate di giallo. All’interno, nulla di speciale: una camera piuttosto piccola ma funzionale con televisore vecchio modello, e una toilette senza finestra. E niente frigobar. Il poco che c’era, dovetti ammetterlo, era ben pulito.

Sistemai la valigia semivuota in un angolo per terra. Apertala, tolsi i pochi indumenti che avrei usato nei giorni a venire, e li ripiegai, deponendone alcuni nella cassettiera, altri nell’armadio marrone. Poi ordinai la toeletta sulla mensola sopra il lavandino del bagno.

Le tende filtravano la luce del primo pomeriggio, creando un’atmosfera confusa; sembrava già estate inoltrata. Quella sensazione mi portò per un attimo nel limbo dove i tempi e i volti si sovrappongono, e ogni brano di vita vissuta si mischia agli altri, in un disaccordo di forme e colori, in cui tutto è presente ma anche distante. Sfilai le scarpe e mi stesi sul letto, intenzionato a rimanerci per poco; giusto un minuto, per riordinare le cose dentro di me, per riflettere. Invece mi addormentai, cullato dal vociare di qualcuno giù in strada.

 

Mi risvegliai con l’impressione che fosse già sera. Diedi un’occhiata all’orologio, che avevo appoggiato sul comodino: no, era trascorso solo un quarto d’ora. Mi sistemai, sciacquandomi la faccia e pettinandomi. Qualche colpo di mano sui calzoni mi diede l’illusione di averli stirati. Infine, afferrato il mazzo di chiavi numero quattordici, uscii dalla camera, chiusi la porta a due mandate e scesi da basso.

Dovevo pur mangiare un boccone. Entrai in un fast food nelle immediate vicinanze. Il locale era tappezzato di illustrazioni luminescenti relative alle pietanze offerte, e saturo di un intenso odore di fritto. Chiesi un trancio di pizza e una coca cola; poi scambiai due parole con il proprietario, un individuo dal ventre prominente coperto da un grembiule sporco di sugo. Mi riferì che le previsioni del tempo erano state ottimistiche anche per il prossimo fine settimana. Pagai, lo salutai e m’incamminai lungo il viale pedonale.

Com’è caratteristico di quasi tutti i luoghi di villeggiatura, che d’estate pullulano di gente chiassosa mentre d’inverno si svuotano facendo posto a un malinconico silenzio, solo alcune figure si aggiravano per il paese, simili a spettri vaganti colti di sorpresa: un anziano con bastone e cappello, una coppia di signori a braccetto, una suora. Davanti ai banchi dei pochi bar rimasti aperti stavano gruppetti di uomini che reggevano un bicchiere di vino e discutevano in dialetto; dall’esterno, le loro risate vigorose si udivano attutite.

Le serrande abbassate dei negozi, le cui vetrine con la bella stagione fanno sfoggio di vestiti costosi, vasetti di crema abbronzante, collane e bracciali e lucide conchiglie, sostavano ai lati delle vie, palpebre chiuse di una cittadina dormiente. Mi sovvennero le fragranze delle serate marittime: i profumi delle donne ben vestite a passeggio, il buon odore della pomata sulla pelle dei bambini, l’aroma dei frullati e dei dolci a ogni angolo di strada.

Ricordai Lauretta, che mi teneva per mano, i suoi capelli chiari appena lavati, il suo naso un poco all’insù. Era deliziosa quando mi strattonava, desiderando questa o quella leccornia. Insieme scherzavamo, allora. Io le cingevo i fianchi e la sollevavo, e giravo su me stesso; lei urlava di gioia e le ciocche bionde le cadevano sul viso. Rideva, di gusto, e avremmo dovuto fermare il tempo, il suo avanzare inesorabile. Fermare noi stessi. Come si fa con gli appunti messi sotto un posacenere.

A parte noi, lì non era cambiato nulla, o quasi. Il centro storico aveva conservato immutato il proprio fascino. Le suggestive calli si aggrovigliavano ancora nel medesimo labirinto di antiche case, le cui porte e finestre ristrette pareva fossero state costruite in un remoto passato popolato da fiabesche creature nane. Pittoreschi balconcini sporgevano a un filo dalla mia testa, e gatti panciuti e sospettosi si sottraevano al mio passare. 

Mi resi conto che nel mio cuore, all’euforia per una libertà ritrovata, si era gradualmente sostituita una nostalgia oppressiva. L’abbandono ai ricordi e, nel mio caso, il conseguente rimpianto del passato hanno il potere di gettarmi nello sconforto. Inspirai a pieni polmoni l’aria mite della precoce primavera. Con la mia fuga non premeditata avevo percorso quattrocento chilometri, disponendo del lusso dei volatili, quello cioè, qualora l’avessi desiderato, di cambiare traiettoria. Tuttavia un vago impulso, quasi ancestrale, mi aveva diretto fin lì.

Senza accorgermene, immerso nei miei pensieri, mi ritrovai a salire i pochi gradini che portano al terrapieno. Mani in tasca, avevo rivisitato ogni singolo cantuccio celato fra i viottoli, alla riscoperta del puzzo di pesce che si effonde dalle aperture rasenti terra, dei giochi di luce sui muri informi, della parlata locale conservata dalle donne forti di quella terra.

Mia madre, emigrata, è una di loro. Lauretta lo è, anche se abitualmente non parla il dialetto.

La distesa marina è un incanto che, in quanto tale, mai abitua e mai stanca, e che cattura lo sguardo con il suo eterno potere di seduzione. Immensa invenzione, il mare. Liquido amniotico del mondo, dove addolcire le proprie pene; altresì luogo di buie profondità popolate da forme di vita inquietanti, come le minuscole specie oceaniche cieche che ingrandite svelano una forma impressionante, un orribile teschio di denti aguzzi e uncinati.

Il mare, acqua salata che disinfetta le ferite; presenza che risana l’anima esasperata. Adesso ne vedevo le onde, che si frangevano sugli scogli producendo il famigliare sciabordio. Un vento fresco, non più frenato dall’argine, mi scarmigliava i capelli e s’infilava sotto la giacca, sollevandone i bordi.

Avevo tolto le scarpe e le calze, e mi ero incamminato sul bagnasciuga. La sabbia fine s’insinuava fra le dita dei piedi, la brezza salmastra saliva per le narici. Un cagnolino nero comparve dal retro di una cabina e mi tagliò la strada, scodinzolando di corsa verso il padrone, un ragazzo smilzo coi pantaloni arrotolati sulle caviglie, che spargeva attorno a sé briciole di pane destinate ai gabbiani. Gli uccelli si erano radunati in gruppo e, a debita distanza, attendevano che il giovane s’allontanasse, zampettando in circolo e lasciando sull’arenile le loro impronte sottili.

Fra gli ombrelloni chiusi e avvolti in plastiche blu, gli abitacoli dello stabilimento balneare stavano serrati e muti, stranamente svuotati delle colorite figure estive. Tutto era desolatamente pacifico.

Vidi che all’estremità della spiaggia, dove il faro s’innalza dalla lunga fila di faraglioni, un’allegra comitiva di signori si era sistemata per una merenda al sacco. Mi fermai – volevo stare da solo – e sedetti, incurante di sporcare i jeans, con le gambe incrociate, a fissare l’orizzonte. La bianca schiuma del mare increspato richiamava le pennellate dei pittori sulle tavole esposte nella città vecchia.

Quando il prolungamento di un’onda più audace toccò le dita dei piedi, ebbi la pelle d’oca; l’acqua era fredda, ovvio, in quel fine marzo ingannevole.

Lauretta.

Lauretta era un’adorabile selvaggia. Mi parve di vederla, in una delle sue scorribande puerili: a testa in giù a fendere le onde, le braccia allungate e congiunte, il pallido corpo sinuoso che a tratti emergeva in superficie; e io a rincorrerla, a gridare che mi aspettasse.

Nelle giornate bruciate dal sole d’agosto giocavamo in acqua sollevando schizzi argentati e spingendoci a vicenda, per finire dopo un’ora esausti sulla riva, abbracciati e felici. E com’era dolce pensare alla sera, a ciò che avremmo mangiato dopo esserci recati al minimarket per rifornirci di acqua e frutta fresca. Conducevamo una vita da giovani sposi; dormivamo assieme, unendo per terra due vecchi materassi, sull’ampia terrazza, sotto il cielo stellato. Quando lei si assopiva con la testa sulla mia spalla e i capelli sciolti a raggiera sul cuscino, allora le posavo un bacio sulla fronte e la facevo voltare. La sua pelle emanava un buon odore di crema idratante. 

In seguito, la malattia. Il successivo trasferimento all’estero, necessario, improrogabile. La mia ottusità di ragazzo viziato e impaziente. Sopraggiunsero a sciupare il nostro angolo di paradiso. E Lauretta scomparve dalla mia vita, come un aquilone che sfugge di mano per un colpo di vento e sciocca distrazione.

Una pallina rossa cadde a pochi metri da me, fissandosi nella sabbia con un leggero tonfo. Un bambino arrivò a raccoglierla, sorretto da gambe piccine e incerte; avrà avuto tre anni. Quando si protese, il cappellino blu gli cadde dalla testa. Dietro di lui, un corpo si stagliò contro il sole. Mi schermai gli occhi sollevando una mano, e distinsi una diritta sagoma femminile, che con le braccia conserte stava rivolgendo al piccolo spicce raccomandazioni. Non li avevo notati, nei paraggi; si erano avvicinati con fare silenzioso. Per educazione sorrisi alla silhouette, la quale non ero sicuro stesse facendo altrettanto: la luce contro mi ostacolava nello specificarne i lineamenti. Una massa di capelli lisci e chiari scendeva ai lati del viso, quest’ultimo un ovale ombroso fra me e il sole.

Il bambino si diresse fra le gambe di lei; aveva recuperato la palla e se l’era subito cacciata in bocca, sporcandosi la lingua di sabbia. Adesso stava emettendo vocalizzi in una lingua tutta sua. La donna lo accolse e lo prese fra le braccia.

Non se ne andò. Rimase lì, in parte girata verso il mare, a scrollare il pargolo con delicati saltelli. Ancora non ne scorgevo il viso, ma ero riuscito a intravederne le fattezze: era molto giovane, indossava un vestito lungo con una cintura attorno alla vita. Ai piedi portava un paio di sandali infradito.

“Non sei cambiato per nulla, sai?”

A dispetto del suo sguardo volto all’orizzonte, mi aveva parlato.

Il confine fra cielo e mare andava colorandosi di un giallo zafferano. Si udì il vociare della combriccola di cinquantenni in fondo; stavano scherzando fra di loro.

“Come scusi?” D’istinto riportai la mano aperta sopra la fronte.

“Vesti allo stesso modo. E poi il tuo modo di guardare, di comportarti…” Continuavo a non vedere bene, ma percepivo che stava sorridendo.

“Non saprei… Io la conosco?” Mi rizzai in piedi, scotendo la sabbia dai calzoni. Avrei voluto avvicinarla.

“Gli occhiali da sole, quelli a forma allungata, da rocker… Non li metti più?” Pausa. “Mi facevi ridere un mondo, con quegli affari addosso.”

Avanzai di due passi. Il bimbo aveva attaccato a lamentarsi e a contorcersi. Un sapore di sale mi salì alla bocca; il cuore si agitò nel petto. Lei si abbassò per rimettere il fagotto a terra; ed ecco che finalmente potei vederle il viso, per un momento, fintanto che non si risollevò.

I gabbiani volarono alti. La brezza diventò più ardita sui nostri volti. Sui nostri capelli. Fra i suoi, capelli.

Un silenzio carico di significati venne a sostituire lo scarno dialogo. Assenza di rumori. Non pace, semplicemente assenza di rumori. Addirittura i signori avevano smesso di spettegolare. Il bambino stava scavando una buca.

Lo feci: un altro passo, deciso, e fui da lei. Le catturai un braccio, la voltai.

Era seria, ora. Gli occhi azzurri avevano un piglio come di intimazione mista a dolcezza. Il mento sollevato, in atteggiamento dignitoso, uguale a quello di un patriota pronto a subire una fucilazione.

Pure lei non era cambiata molto. Gli stessi occhi larghi e belli, il medesimo nasino alla francese. La esaminai dal basso verso l’alto; era un po’ più in carne di allora, forse.

“Laura…”

Il suo nome rimase sospeso nell’aria per un tempo interminabile, bolla di sapone nel vuoto. Emozioni contrastanti mi strinsero lo stomaco; i miei occhi si velarono di qualcosa troppo simile alle lacrime, che trattenni a fatica.

E lei: “Come stai?”

Giuro che lo chiese con un’amorevolezza che stupì entrambi; indietreggiò di un poco, quasi esitante.

“Io… Insomma, abbastanza bene. Attualmente non ho un lavoro, ma ci sono guai peggiori.” Cercai di ridere, ma mi uscì una specie di verso. Avevo infilato le mani in tasca, e mi stavo stringendo nelle spalle. Pensai che era assurdo sentirmi in imbarazzo alla presenza di colei che tempo addietro mi aveva spalmato il corpo di burro, per poi baciarlo in ogni dove. Quella notte ci eravamo ubriacati in birreria, e i suoi seni, nel chiarore lunare che entrava dalla finestra, erano due meraviglie.

“Come mai da queste parti? Buono, Luca!” Luca aveva ripreso a dimenarsi fra le sue ginocchia, e si lagnava tirandole la veste.

“Mi sono permesso due giorni di evasione. Sentivo il bisogno di svagarmi, di distrarmi dalla consueta vita. Ma tu, piuttosto, come stai?” Provai l’impulso di gettarle le braccia al collo.

Dio, quanto era bella. Sì, bella. Non avrei saputo qualificarla altrimenti. Bello è un aggettivo completo, il più idoneo a descrivere con semplicità ed efficacia le grazie di una creatura.

“Sto meglio. I medici dicono che sono fuori pericolo; il male non si ripresenterà più.”

“Sono felice per te. È una buona notizia.”

“Già.” Distolse gli occhi dai miei. “L’importante è la salute, no?” Frase di circostanza.

Indicai il piccolo con un cenno della testa. “E che mi dici di lui?” Domanda infelice, precipitosa.

“Luca? Devo pur guadagnarmi da vivere anch’io. Faccio la baby sitter, fra un esame universitario e l’altro.” Poi le venne da ridere. “Cosa hai creduto, che fosse mio?” Tornò a guardarmi.

“Be’, no. Piuttosto… nostro.” Ridemmo insieme, in tono sommesso.

Eravamo rimasti soli, sulla riva; la compagnia chiassosa si era sciolta, ciascuno aveva fatto ritorno a casa. Non c’era anima viva, in giro, a parte noi tre. Il vento non aveva smesso di disordinarci capelli e vestiti. Luca, accovacciato, stava studiando una conchiglia che aveva attirato la sua attenzione, e contorceva le labbra umide di saliva, in un’espressione buffa.

“Che caso, esserci rincontrati qui, in spiaggia, in questa stagione.” Lei non mi assecondò, e cambiò discorso: “Vuoi fare due passi? Devo riaccompagnare a casa la peste.” E senza attendere alcuna conferma prese in braccio il bambino, e si avviò. Io le andai dietro. “Certo, volentieri.”

Il campanile della basilica svettava oltre la diga, dalla parte più interna del paese. L’aria pulita permetteva di riconoscere l’ora segnata dal grande orologio. Poco lontano, un argano stava facendo manovra, spostandosi lento. Era un giorno feriale, gli operai lavoravano. Mi vidi ricurvo sopra una striscia di lino a riscontrarne eventuali difettosità. Sospirai.

Lauretta incedeva elegante. Aveva levato i sandali e li sorreggeva con due dita; i piedi nudi erano ritmicamente coperti dallo strascico delle onde sulla battigia.

“In realtà, non si è trattato di un caso.”

“Cosa? Non ti seguo.”

“Non ci siamo incontrati per caso; ti ho visto dal ballatoio. Hai guardato in su, ma mi sono ritratta.”

Nel mio percorso per la città, non avevo certo scordato il vivace edificio dalle cui aperture mille volte lei si era affacciata, preparata per le uscite serali, magnifica come un’aurora primaverile. Avevo gettato un’occhiata al terrazzo cinto da vasi ancora spogli; una sorta di pudore mi aveva mosso ad andarmene in fretta.

Proseguì: “Così, dovendo badare a Luca e vista la bella giornata, sono venuta da queste parti. Conosco le tue preferenze.” Soffiò per mandare via una ciocca dal viso, e io fui invaso da un afflusso di calore: desideravo toccarla, che fosse tutta mia.

“Lauretta, sei troppo gentile con me. Non lo merito, io non ho fatto lo stesso. Perché mi hai cercato?” Mi bloccai. Anche lei lo fece. Luca si era addormentato sul suo collo.

“Per me sei stato molto importante. Ti ho voluto bene, molto. E poi anche tu mi hai cercata; sennò perché saresti venuto fin qui?” La sua voce aveva un che di melodico, dolce e fine come le note di un violino. Ne ravvisavo le abbondanti vocali aperte, tipiche della parlata del nord est.

“Lascia che ti porti i sandali.” Allungai un braccio, ma lei li nascose dietro la schiena. “Grazie, ma non faccio fatica.” Riprese a muoversi.

Io no. Attesi, mentre s’allontanava. Ammirai le sue forme tornite, le anche predisposte a ospitare nuova vita. La capigliatura le arrivava fino ai glutei. Alzai la voce, affinché mi udisse: “Mi sono pentito del male che ti ho fatto. Non ti ho mai dimenticata, Lauretta!” Fissai il suo corpo diventare via via più piccolo. Un piccione si librò nell’aria, saettando.

Qualcosa di troppo simile alle lacrime tornò a offuscarmi la vista. Questa volta non mi riuscì di frenarlo.

Lauretta lasciò cadere i sandali, quindi vi introdusse i piedi, uno dopo l’altro.

E prima di risalire il terrapieno, si voltò per aspettarmi.

(Da "Nostra Valentina dei sotterranei e altri racconti, di Raffaele Dori, ed. Lampi di stampa)

Vivere Forte

Pubblicato: 19 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, , , , , ,

 

…l’amore è un gesto pazzo come rompere

una noce con il mento sopra il cuore.

                                  (Pasquale Panella)

 

Io vado (convenzionalmente) a incominciare.

 

Mi piacerebbe che tu convenissi su quanta bellezza c’è negli sguardi infiniti che bruciano il mare e quanto stupore in quei gesti bambini che sanno di te.

Io osservo (al meriggio)  la luce del mondo e lo faccio di taglio.

Che la vita, se ti arriva in faccia diretta, ti fa più male di cento cazzotti.

Allora di colpo succede che la diagonale perfetta del mio essere ombra mi rende più uomo che s’incanta a guardare incantato le tracce di te.

Mi dici parole che suonano buffe, mi dici le stesse parole pesanti di neve di quando non c’ero eppure ero lì.

Nascosto tra le pieghe di un cuore ferito dal bisogno di te.

Va da sé che cammini leggera, era ora, lungo strade bagnate dai troppi perché.

 

(Primo Post-it) “Troppi passaggi poetici potrebbero appesantire il testo rendendolo oltremodo lirico e magari ridondante. Alla lettura potrebbe risultare un tantino barocco, greve, capisci? Magari demodé. Mi sembra difficile credere che la scrittura oggi vada in questa direzione. Lo trovo eccessivamente sbilanciato nonostante le immagini che trasmetti siano efficaci e rendono bene il concetto. Davvero sicuro che non esiste un altro modo per scriverlo?”

 

“Vivere forte, morire un po’ vivendo

È quello che mi hai chiesto

Ridendo e poi piangendo…”

(Avion Travel feat. Elisa)

 

Ti osservo dubbioso e mi sembra che voli, a guardarti è davvero così, mentre io mi sento gallina che muove le ali e non riesce a staccarsi da terra.

Che la terra ha un profumo di mandorle amare o di pioggia che impasta la vita e la rende compatta.

Quanta incertezza in quel darsi da fare, in quel gesto argentino di chi svirgola i piedi.

Questo fare l’amore, questo amplesso pensato che forse è poetare ma è più facile andare che dirsi qualcosa.

Ci pensi? Andare a capo e mai più tornare, come dire il necessario ma senza l’ignobile virgolettato e senza quel gesto di mani all’altezza del capo con due dita per due a mimare grammatica.

Siamo uomini di parola e ci si può scegliere, tra tanti, con un semplice <I want you> e poi una spericolata discesa in parapendio, sfinirsi nell’accoppiamento e scoprirsi appiccicosi, solo per poter dire da lassù, a chi  di sotto di paura vive, stiamo venendo, please.

 

(Secondo Post-it) “Diciamo che il brano ha preso questo andamento ritmico, una sorta di cadenza che l’enfasi poetica trasmette meglio della prosa. Sulla musicalità devo riconoscerti da sempre un certo intuito. Questa parte la preferisco alla seconda. Ci sono delle trovate stilistiche davvero felici.

Io limerei qualcosina, però non ti dico cosa, ci puoi arrivare da solo”.

 

 

Sulla pelle roba appiccicosa, vale a dire un collante biologico, uniti si vince. 

 

La parola è sottile, la parola è un crine, un pelo, un filo da sutura riassorbibile, una fibra ottica, anzi un fascio intero.

Il segreto per il successo? Scrivere con inchiostro simpatico e correggere con il Silkepil.

Ora fai la graziosa e ti tocchi. Cosa te lo dico io: i capelli.

Ci sono, non serve nasconderli in uno di quei berretti con la retina, ma sono bianchissimi, elegantemente avvolti come una pashmina a doppio nodo sul collo che leccarti, di grazia, vorrei.

Il problema è la liquirizia, irrisolvibile! Si vede lontano un miglio che questa mia è una linguanegra quindi tira tu le conclusioni; considerato che  non ci arrivi faccio da me, se permetti mi presento: mi chiamo g. e vengo da lontano, in poche parole sono straniero, e per dimostrarlo tiro fuori la lingua e ti dico “thirty-three”.

Ti piace guardarmi dentro, lo so. Consideri le tonsille la parte più seducente di me. Ma ho dovuto lottare, non sai quanto, contro un sistema che vedeva le tonsille come il fumo negli occhi. Sterili gelosie, bavose invidie. Ti dico solo che per mantenerle intatte  ho dovuto nascondermi nelle pagine del romanzo che non ho mai scritto, rimanere con la bocca chiusa per anni.

Solo scrivere e scrivere e scrivere di me.

Così siamo di colpo invecchiati, tu ed io, noi e loro, una specie di tamponamento a catena, un colpo di frusta, e quindi il collare ortopedico.

Con tanto di   accompagnamento e l’assegnino.

 

(Terzo Post-it) “Ti scrolli la poesia di dosso (finalmente!) e lasci andare la penna a briglie sciolte, senza contenere la scrittura dentro schemi stereotipati. Non mi vengono paragoni però ti assicuro che stilisticamente è una scrittura ad effetto soprattutto se sulle parole ti fermi un attimo, le lasci sedimentare.

Un po’ come fanno i cercatori d’oro. E guarda che paragonare i lettori a cercatori d’oro è un complimento!”

 

Immagina un finale di una sola parola che tutto racchiude.

 

Malamore?

Benissimo!

Allora ti suggerisco di portare il molosso che è in me a Todi, magari mi lasci lì così da diventare per la cittadinanza tutta  il molosso di Todi, e se spavento i bambini finiscimi una volta per tutte con delle polpettine avvelenate.

Infine, come si conviene alle grandi tragedie,  vederti disperata come una tizia che ha perso la vista per caso o per casa, fai te.

Il rimorso che ti attanaglia, andare a tentoni, vagare, rivalutare la mosca cieca e quell’insulsa innocenza a termine dei bambini.

Così ansimando, materializzi su me la scritta “judgement” che ti divora, e me con te,  e trovare con le mani e gli occhi chiusi  una sedia a memoria scoprendo che tutto  sta dove deve stare.

E quando riappari nel mondo dei pochi le cose che hai visto non sono le cose ma umanissimi amori di fiato sui vetri.

Magari lo scrivi un ti amo a vapore, lo scrivi e lui piange che il motore lo asciuga.

E sono le mani, assassine, sono le mani il vero problema che quando le stacchi ti sembra che sempre ti manchi qualcosa.

Per esempio un dolore, un fascio di nervi spezzati, la bulimia del perdersi.

Quanto rumore in questa città, non trovi? Tanto rumore da poterlo smontare, così ci sfiniamo in questa assurda danza ché tutto il riposare mal si addice a chi d’incerto vivere si nutre.

L’amore è un gesto pazzo me lo scrivi.

Io prendo nota, ti guardo e mi rapisci.

E disimparo a credere alle favole.

 

(Quarto Post-it) “Aprire un racconto è cosa diversa dal chiuderlo. Qui è sulla parola fine che vorrei farti riflettere. Come si chiude questo racconto? Certo c’è la parola “disimparare” che suggerisce una soluzione. Ma non è l’unica possibile. E poi il punto è: cosa c’è dopo? Questo il lettore deve sforzarsi di chiedere ai propri occhi. E’ come seguire la scia di un deodorante per ambienti che tu spruzzi in giro, almeno a me hai dato questa sensazione. Poi sul significato di malamore potremmo discutere fino a domani ma so già che non cambierai di una virgola la tua opinione. E comunque qui ti è venuto un rigurgito di poesia. Sarà grave?”

 

“…e poi, di che parliamo?”

 

giadim

 

 

Caramelle sul cuscino

Pubblicato: 19 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , , , ,

 

Getto un’occhiata, sbadigliando, alle centinaia di annunci che tappezzano antichi muri in pietra sotto i portici della Dotta.

La maggioranza cerca una stanza possibilmente in zona centrale, vicino all’Università, altri semplicemente una stanza, altri ancora cercano e basta. Cosa non si sa. Mi rendo conto di essere fortunato a soggiornare occasionalmente in pulite stanze d’albergo senza dovermi preoccupare di rifare il letto o di sistemare gli asciugamani come si conviene.

Mi vedo riflesso nella vetrina di una boulangèrie sempre io, viaggiatore in cerca di me stesso, cellulare scarico, spiccioli di tempo in tasca e scarpe comode per camminare non certamente correre perché è da tempo che non ho più fretta.

Come un automa mi riempio le tasche di fustellati con sopra impressi numeri di cellulare di gente che cerca, offre, propone, essendo perfettamente consapevole di correre un rischio.

Ma lei è intelligente. Anche se dovesse trovarmi tutti questi numeri addosso non farebbe scenate, non è nel suo stile. Tutt’al più silenzi e il respiro affannoso, sempre il suo, che si trasforma in condensa sui bordi del bicchiere mentre sorseggia il suo vino preferito che le colora le guance morbide.

Questa città violentata dal profumo di soffritto e carne trita, di poche macchine e piccole strade, di persone semplicemente diverse affittuari di sogni in technicolor, di cani senza padroni.

Ho scattato nella memoria qualcosa come 120 pose  a immortalare angoli naif e cassonetti differenziati e milestones  e ancora distributori automatici di profilattici che non danno resto e farmacie di turno.

Di fronte a me un pub moooooolto frequentato, un altro 10 metri più in là, desolatamente vuoto. Il trend, capite? Questione di moda. Non c’è raziocinio, è puro istinto. La gente. Questione di capelli a volte.

Cerco un motivo per festeggiare o più semplicemente un luogo.

Un Purea Party. Puoi entrare e mangiare purè fino a schiattare.

E’ proprio quello che ci vuole per me fiaccato da un fastidiosissimo ascesso che mi disegna una noce incastonata nella mascella destra molto poco bohemienne.

Il problema è che non riesco a masticare per cui il purè è l’unica soluzione possibile per placare la mia fame e poi non dimentichiamo l’effetto anestetico del passato di patate (io patatai, tu patatasti….).

C’è uno scontro in atto nella mia cavità orale, cruento, senza al momento né vincitori né vinti.

Lo scambio salivare, il do ut des di amore liquido, ancora non ho ben capito se la causa è il cunnilingus o il mai sopito vizio di mettere in bocca i tappetti delle penne. Non so, non saprei. Loro,  batteri come punkabbestia, si danno battaglia arroccati sulla radice del dente del giudizio che confina con un istmo di gengiva arrossata dalla vergogna.

Eppure mi sento ancora piacente e ne approfitto, quindi, per entrare trafelato in una elegante e, ovviamente, profumata profumeria per inebriarmi di aromatiche essenze spruzzate senza lesinare dai tester in esposizione.

Una bella figliola, che non avrebbe sfigurato al concorso di Miss Italia dei Valori, mi viene incontro con un “posso aiutarla?”. Le dico allargando le braccia in segno di resa, “what can i say to you?” Mi scambia per uno straniero e mi sorride voltandosi con discrezione.

 

Sento di poter dare una definizione al concetto di amore.

 

L’amore è il suono sordo di un contrabbasso che senti nello stomaco.

L’amore, così come il mondo,  non è arancione.

Il mondo è grigio, il mondo è blu, Cuccuruccuccù Paloma.

L’amore è un gesto pazzo come rompere una noce col mento sopra il cuore.

So benissimo caro Pasquale Panella che l’hai scritta tu questa cosa.

L’amore è una budella gentile.

Aldo Busi, da quando partecipi al programma della De Filippi mi stai sul cazzo e non rispondermi che ti piacerebbe.

L’amore assomiglia al gezz.

L’amore è stiamo trasferendo la sua chiamata alla segreteria telefonica.

 

Bologna, libri e persone. Sughi e piadine. Vino, pochissime le birre.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Destra.

 

La birra.

Il tramezzino.

L’IPOD.

Le profumerie Limoni dentro la Standa o dentro OVIESSE.

La Sacher.

Le poesie, tutte, pure quelle di Ungaretti.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Sinistra.

 

Il vino.

La piadina.

Il Videoregistratore.

Feltrinelli ma solo se avete la tessera fedeltà.

Il Panforte Sapori che è sempre lo stesso che gira nei pacchi di Natale.

I racconti, soprattutto  quelli dove non si capisce un cazzo di niente.

 

Il mio albergo sa un po’ di fighetto ma non vale assolutamente le quattro stelle che sbandiera.

 

Cose che mettono tristezza negli alberghi.

 

I divani nella hall.

La cuffia per la doccia.

Il Muesli a colazione.

La cassaforte vuota in camera, piena fa un altro effetto.

Gli elenchi telefonici di tutte le città d’Italia.

I portachiavi in plastica col numero della stanza scritto a matita.

 

Cose fiche che troviamo negli alberghi.

 

Le pantofole monouso.

I docciashampoo non in bustina.

Il Nuovo Testamento nel comodino.

L’Acqua Brillante nel frigobar.

La sveglia che ti arriva dal telefono.

Le caramelle sul cuscino.

 

Ritornare dopo un po’ in camera a recuperare i bagagli per poi andare definitivamente via a bordo di un taxi proletario, una Punto bianca,  e trovare, con grande sorpresa, due caramelle menta e lampone sul cuscino. Succede infine che ti riconcili con il mondo.

Perché il mondo è fatto di piccole cose, tenere attenzioni che si sposano con grandi speranze accanto a Kleenex bagnati di lacrime di gioia.

Tutto è stupore – vivaddio – ed è chiaro che smettiamo di essere noi stessi nel momento in cui non ci meravigliamo più di niente.

Qui la gente ride, avrà i suoi buoni motivi, e siccome ridere è contagioso rido anch’io.

Ma forse è soltanto perché sto tornando a casa.


giadim