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Pubblicato: 3 luglio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica della luce ( verde crisicolla )

 

ti ho sempre immaginato cieco,

filtrare i principi di indeterminazione

e soppesare consonanti come fratture di giada

su uno spazio fintantoché bianco

 

non è la donna che ti spinge la lingua a segnare i vetri

delle chiese di cromo

per sapere dei giorni, e dei momenti in cui.

cosa pensavi, o avresti potuto fare,

satana sotto la pioggia

con i denti e gli occhi bianchi

a riporre gli aghi nei portaaghi bagnati

 

non era la donna che ti incalzava

perifericamente sensuale,

moderatamente, per forza di cose, perfetta

nel suo sapere anni ottanta,

o forse sessanta,

genuinamente ieri, in definitiva

 

se la ripensi ad occhi chiusi,

non è lei con il lobo destro coperto dalla cornetta,

e una piega indefinita del ginocchio

un po’ madre segregata

nel tempio verde crisicolla, verdicare

e ammantarsi d’amore, perché no, per chi la guarda

incastonare

 

ti ho sempre immaginato azzurro,

forse per sineddoche,

a sognare donne posidonia

e mai quelle troppo vecchie per vedersi ad occhio nudo

fra le cose ancora imberbi

 

e il vetro delle vetrate verdi,

a riflettersi le bocche semichiuse

d’uva, brune, a volte rosse

e la pelle trasparente delle mani

a rispondere il giorno in cui,

cosa pensavi, o cosa avresti potuto fare,

in sequenza sulle prigioni viola,

ci sono anni e verde, da aspettare

 

CB ( Nablu )

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Pubblicato: 29 marzo 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica della luce ( viola polvere )


le forme per poter spiegare sono forse quattro

e si annidano come l’odore della ruggine fra l’edera

 

passa qualche ruota, un bouquet di fazzoletti bianchi

l’umore stantio di un albero di spugna stride e arranca l’ombra

 

sotto l’aria e il colore viola della polvere appena nata covano gli angoli

e i lati che provano a chiudersi perimetri,

ad amarsi area e centro ,

intersezioni primarie, e primitive tassonomie del gesto

 

*

 

c’è da chiedersi quando vedi se guardi

la molla semicircolare dell’occludersi da dentro

come cerchio concentrico bianco angusto, rotolare

in bilico fra due sensi

 

e aspettarti sui tre lati di nebbia quasi viola

per porgerti la chiave con le mani e i capelli di catrame

ponderare,

e infine staccarsi come pensiero cifrato dalle linee tratteggiate

che si incrociano a restare

 

i triangoli sono per natura gialli

e a volte non si riescono a incastrare nello spazio del reale

induriscono i tempi e i modi

ma sanno recitare poesie, e forse anche vivere

 

tutte le isole sono gialle,

e triangolari

 

la loro terra, per pestarla tutta, si deve pestare due volte,

e poi cancellare

 

e quando i contorni si confondono con l’aria scura e densa di parole,

come cantilene di teoremi dolci,

subiscono metamorfosi metafisiche e si ordinano,

immortalano in polaroid dorate

e prendono il volo con un lato

e un laccio,

in più

a ricordare le eliche di carta

e le diagonali che ridono, e si piegano

 

quando giù è tutto fermo

e sopra sembra già un lago viola

 

la polvere bagna i sassi quando sogni

e la luce ti riempie gli occhi troppo chiari per poter parlare

sorridi muto sopra i quadrati bianchi che hanno più di quarant’anni

e l’odore viola della polvere

quando il sole lascia che la guardi ballare sopra i fili tratteggiati del tuo capire

 

CB ( Nablu )

Pubblicato: 17 febbraio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica della luce ( azzurro alemagna )

 

la donna con le mani vuote, quasi a coppa verso l’aria,

si preme il tempo fra le cosce e indugia sulle pieghe delle strade

forse per cercare gli occhi sugli strappi del cotone e delle sere rosse

sui divani ad aspettare

 

si asciuga le tempie, e i metri asfaltati, le favole di figlie,

principesse avviluppate fra gli sguardi biondi,

con le dita flebili, i sorrisi di padri pagliacci,

un po’ adulti, un po’ maschere di stracci e mani

d’alemagna sui divani ad aspettare

quasi timidi, con i vetri sugli occhi

e una virgola azzurra sulla guancia

 

per dissimulare questa luce di pioggia che avanza sulla pelle,

e bagna le carte, i capoversi segnati

e rappresi nel torpore, i giochi

rotondi per cercare di volare, portare il giorno

in una tasca di parole nuove

e silenzi al miele

 

e poi la donna si ferma, e ferma le sue mani vuote, e asciutte,

e senza guardare vede lo sguardo di gocce,

senza aspettare affonda le righe bianche sul catrame,

e senza sognare, allaccia lacci già nuovi a principesse rifugiate

sotto cappucci azzurri tempestati di pioggia

 

*

 

e come fra le foglie nei mattini nitidi,

vederti avanzare lungo linee di sole

geometriche e distorte,

sorridere,

sospeso e invisibile,

quasi silenzioso,

padre sorpreso a raccontare

storie di pagliacci e maschere con il viso di pioggia

a principesse sui divani rossi, ad aspettare

 

 

CB ( Nablu )

Pubblicato: 24 gennaio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica dei cieli sopra gli angoli su sfondo azzurro

 

frugarsi, e spogli puntellare i gesti

giusto fra le spine, le righe semicurve

di matite dolci sulla lingua

come prolegomeni

di stagioni figurate sulle pagine patinate

di forme rosse, e verdi,

e saturarsi

di frasi da ascoltare piano per sentirsi forti,

forse sordi ai rumori incolti

delle arterie invertebrate

di sangue e asfalto

per poi riposarsi, fra gli sguardi

di muri umidi sugli spigoli di attese,

carte bianche e ombre in ombra a ritagliare

centimetri di tempi e incontri

 

*

 

che di lettere e preghiere sui cartoncini

e i fazzoletti nelle tasche interne

ricalchi il segno, diligente sulle dita incerte

a grafie strette, e oblique

quasi capovolte

e senza aspettare i responsi,

o i cenni

o i fili rossi fra i cancelli a salutarci

quasi piccoli, quasi inermi

leggi, a memoria,

ed esci spudorato dai bordi immaginati,

per poi rispondere, senza parlare

con la smorfia di inchiostro sulle labbra

 

*

 

e restringersi i contorni sotto nuvole scozzesi,

riallacciare le trame delle mani, e i riti

sugli angoli a disegnare

triangoli di carta e d’aria

sotto piogge fisiologiche

e ritrovarsi ad ascoltare le nostre reazioni

ribelli, e premurose

alle geometrie delle gocce


 

CB ( Nablu )

Pubblicato: 27 novembre 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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estetica dei corpi, e la neve

 

seguirti l’indice sulle diciture che si leggono appena,

e risognarti a toccare inverni verdi di foglie a zigomo,

imparare tutte le parole che iniziano per a,

come l’antracite che scivola dalla nebbia,

le carrozzerie, e le lingue d’asfalto che si assomigliano sui ponti

 

e cercarti a guardare i particolari sugli specchi,

gli occhi ruvidi di nevi imminenti

assomigliarti con i cerchi

e scoprirti già altrove

con il corpo proteso al disgelo,

e il dorso a forma di sole

 

e guardarti, a cercare il generale,

le spalle a sostenere passati bianchi e farinosi

e risognarmi a toccare aghi azzurri,

imparare tutte le parole che finiscono per a

Pubblicato: 24 luglio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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estetica dei principi di spiegazioni allotrope

 

primo principio

 

in cinque passi via dell’orna è morta

ed è sempre un po’ inverno sul suo corpo tondo

che la gente si parla dai divani

con le persiane chiuse per non bisticciarsi il viso

 

le prostitute atee si giocano una porta che forse non si apre

e ridono, dietro i vetri, di lune trasparenti

che imbucano soprusi di amori in ogni casa

 

 

secondo principio

 

ti sognavo sui tetti, suonare comignoli

come flauti sgranati

mi sorridevi con le dita

per non impegnare i verbi, e le conseguenze dei tempi

 

ti addormentavi quando mi svegliavo

e ti vedevo arrivare in bianco e nero

e sporco di fuliggine

 

 

terzo principio

 

gli angeli di carta appesi ai palazzi

si curano le piaghe e bagnano le ali

per non sentire l’attrito del proprio impulso a cadere

sui giardini e piangere come mimi in calzamaglia bianca

e non pregare

 

sognano di violentare il cielo e partorire pioggia

da amanti confiscate alla nebbia

di albe salate dentro angoli passati

 

 

quarto principio

 

ti vedevo parlare sui tetti dei palazzi irrigiditi dal vento

la tua figura di carta mimava le mie notti

costruite da assemblati di luce naturale

fissavi il giardino, e non avevi ali per sorridermi

sotto, la strada si piegava in una curva, come corpo di donna

quando bussa alla porta

 

e non suonavi i comignoli,

ma allargavi le braccia,

e mi facevi entrare

CB ( Nablu )

Pubblicato: 18 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica delle attese in digitale

 

prima attesa. all’alba

 le città sono granchi prolifici

che lavano i sogni dentro corsi d’acqua sterile

sono trasparenti

quando l’alba si lascia scivolare sulla rétina dei vetri

e si scioglie sulla lingua a rughe di latte macchiato di pioggia

se la luce, invasa da climax ascendente, potesse pigmentarti lo sguardo

sarebbe nuvola in potenza

polsino divorziato da bottoni di perla

occhiello di vocali allungate

non ci sono mai angoli d’ombra quando l’alba si fa morire d’infarto arancione

non ci sono più angoli bianchi,

o di silenzi,

o di bestemmie, quasi ninne-nanne,

quasi dolci, a riposare i giorni

non si levano muri d’erba a nascondere il tuo morbo,

quello di chi ruota sull’asse di universi paralleli

a muovere il resto dell’obiettivo sempre un po’ più tardi

 

seconda attesa. al mezzo

 certe vie si conoscono soltanto per la dicitura sugli autobus

nascono su topografie estetiche, dove la linea è il numero civico

le siepi cancellano gli orti,

gli ombrelli accerchiano il cielo sui rettangoli

discreti di proprietà private, o supermercati che profumano di pesca, e cipria rosé

chi ne esce ha il rossetto sempre troppo acceso

o le mani in equilibrio sulla sera

o sul tuo mondo di passaggio

tu le guardi passare e non ti fermi

chi ne esce, ha sempre fretta sulle borse e non ti vede,

gonne ancora strette alle ginocchia

voci attese al sole

vorresti dire loro che a maggio si dovrebbe vivere appesi ad un filo

cancellare i passi con parole primordiali,

di quelle che non hanno suoni, solo gesti

di quelle a picco sull’asfalto

mentre ogni forma è annientata dalla luce

 

terza attesa. al tramonto

 l’ubriaco sullo sfondo viola sceglie le linee grigie dell’uomo politico

per raggiungere le sue cattedrali

racconta sempre di aver perso il portafogli un giorno mentre stava al porto

a pescare salmoni

lo dice guardando verso est, verso il mare, verso il baracchino di pesce fritto

che chiude a sera per imbiondire l’aria

ti ho aspettato insieme all’ubriaco sullo sfondo viola

per chiedermi perdono

per vederti inclinato a oriente a bestemmiare col sorriso un altro dio

senza escogitare impressioni in limine

percorsi alternativi

certe vie hanno un nome solo sulla dicitura degli autobus

e al tramonto le illusioni imbruniscono,

si innaffiano di mani di vetro,

annullate da una nuova pioggia, intermittente,

che separa i nostri gesti, sullo sfondo viola

 
CB ( Nablu )

 

estetica delle 5 piogge ( II )

( o dei paradossi di ritorno a stagioni mezze )

 

prima pioggia

 

non ti chiederei di pregare all’ora

quando le bambole che mi stringono il loro peso sui fianchi

sanguinano di respinte concise,

rapide sulle guance, bianche, e sugli occhi,

coi ricci che guardano e ridono, morendo altrove

il mio è il sangue, sulle mani, delle ferite a righe che simpatizzano alla pioggia

righe di polvere o dipendenze filtrate dai venti,

dalle prigioni di stagioni mezze

 

seconda pioggia

 

le chiese d’alluminio mi rubano gli ori,

i sogni cerebrali di ragioni claustrali

non si spogliano le ragazze sulle vie dei faggi,

si scoprono appena le dita, o i lobi per sentire i segreti

mi ridono le tempie, ma la matrice ematica del sorriso non si leva dalle pieghe dei palmi

non ti chiedo di pregare all’ora, vorrei solo discolparti dalle colpe più bambine,

immergerti nell’acqua paradossale della pioggia per ritrovarti pulito,

senza armi nella testa

 

terza pioggia

 

i film che inventano spari al centoquindicesimo minuto

facendo andare in frantumi gli specchi, la notte, e la porta chiusa

della stanza dove dormi senza occhi, la notte,

mi entrano come figli, negli scorci del corpo

e piangono, vittime del tempo,

di queste piogge che si alternano fra lo schermo e fuori,

come amanti rimestate all’ultima delle cene

ancora non ti chiederei di pregare all’ora,

ma di seguirti gli squarci sulla pelle,

geometrici e profumati d’arte

 

quarta pioggia

 

non ti pagherei, adesso, per quei giorni astratti,

le gite dentro i quadri seccate in acquerelli

ti girerei di spalle, per spalmarti

sugli incroci delle vene l’omicidio artefatto, di chi ancora non ho visto,

e proteggo in vetri affumicati

anche se morisse lentamente, il sangue sarebbe ancora il mio

non pregare all’ora, le processioni semi-nude arrossiscono i faggi

e i primi fiori piantati dallo stato, rubati da monadi distratte

 

quinta pioggia

 

ricostruirti il contorno, e lo sfondo,

e i vestiti, o le date appese ai muri come crocifissi suadenti,

non basterebbe a ridarti il sorriso invadente, a risaperti senza velo sugli occhi

la pioggia scende uguale, colonna sonora di documentari di serie b,

e ci bagna anche, come se i cervelli, i nostri, o gli onirismi,

marciassero ancora alla pari

gli alberi ci eleggono martiri di satire ancora a venire

siamo ancora aggrappati, grucce alle nuvole,

ma non ti chiederò di pregare all’ora,

avrò solo le mani guarite, quando ti vedrò passare sulla via dei faggi,

sotto la pioggia

 

CB ( Nablu )

Pubblicato: 27 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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estetica dei lungargini
( o dei giochi di vetro, quando tra le mani riflettono i palmi, e un angolo di equinozio )

 
lungargine z

le rose di cemento aspirano ad annusarsi corallo
quando i primi germi biologici si stemperano sulle forme geometriche
di cerebralità distratte

gli assiomi volubili delle dinamicità contorte
si incontrano fra le ragnatele di sole

e ci sono deltaplani d’aria
che a gomito ci inchiodano lo sguardo
con le rette ad elica che convergono
in un punto verbale fisiologico

scriverne è come sfigurare grossi serpenti
e aggraziarli in punta di dita
quasi fossero giochi di vetro
quando tra le mani riflettono i palmi
e un angolo di equinozio

 
lungargine r

ho visto gente nera sbilanciarsi su cortili a strapiombo
e primule bianche, d’inverno, annaffiarsi di cadaveri a grappolo

perché quando piove si dimenticano le direzioni,
le strade si accartocciano sui campi

l’autostop è semiotica d’intenti,
si inciampa fra le tue costruzioni coriacee

e ai bordi due cavalli, una scala
e due gendarmi, mi chiedevano se potessi fermarmi,
se evitassi di sognare bambole distorte,
se potessi fermarti

 
lungargine sp

che le sere siano storie sintomatiche dei sogni
lo dicevi inginocchiato al confine
quando tu, nessuno sentiva il peso delle consuetudini premurose
da agganciare al cartellino del giorno

era un uomo azzurro, quello che mi ha fermato sulla via
e fra le mani portava una donna gialla e un cappello senza tesa

e non era squarcio di tempo
violino di voglia
squartare di sogno

era foschia di ombre
colori di cose significanti e significati
fra i cancelli di fiori sfumati
e giardini di pezza

non parlarono l’uomo e la donna,
spugne di tinta sul foglio
i tuoi occhi emaciati, di vetro
fra le righe ti riflettono a me
in un angolo di equinozio

 
CB ( Nablu )

Pubblicato: 27 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, ,

estetica delle menzogne in quattro riflessi di cielo

 

primo riflesso ( dei sintagmi amorali )

 

il cielo d’inverno intinge i volti nel bianco,
sposta i cappelli metallo che in diagonale lo sfiorano
ho tracciato una curva fisiognomica sul tuo profilo incerto,
con l’indice e il pollice di mani che mi guardano
è risultato un rapporto sfigurato di occhi che aspettano
aureo nei tempi, sfumato nei modi
parole mnemoniche giocano a dama sui ponti, si amano all’ombra degli scorci,
si finiscono sull’acqua
c’è una maschera di panno che galleggia e guarda, a ciglia socchiuse, il tuo sguardo

 

secondo riflesso ( dei sintagmi distopici )

 

ho aspettato sotto piogge di carta trasparente
i ritagli dei giorni sui gio
rnali della sera
ho incontrato gambe incrinate, pensieri antropomorfi,
abitudini disusate, e disunite
le menzogne governano coi guanti di gomma,
occhiali scuri a cancellare le impronte delle pupille sui muri
ti ho guardato scendere le scale, strangolato dalle ombre della porta accanto

 

terzo riflesso ( dei sintagmi utopici )

 

i rami piangono le foglie quando l’aria le prende
e la forza disperde sui fianchi il rumore subconscio dell’incoscienza
ho contato le macchie a forma di lago fra un braccio e le braccia
degli alberi storti
hai spighe sulle cosce, nuvole sul viso stanco, dolore alle dita,
due picche in sordina
ho sperato per un attimo che fossi muto, per immolarti ad una foto senza vocali,
né ricordi a venire

 

quarto riflesso ( dei sintagmi immorali )

 

fa male il respiro fra i denti quando il fumo condensa i verbi
e li rende sconci sui piazzali illuminati di povero nei quartieri discosti
e abusati di giorno
le intermittenze mi pagano da bere, un biglietto in prima fila,
le epilessie dell’alternanza della luce che si immerge nell’ombra
gli assassini delle verità disinibite si acquattano fra le dispense,
estorcono sorrisi, pugnalano i silenzi
poi dileguano i percorsi, si fanno gialli sui neri palazzi,
e si coniugano con la nuova parola che preme

 
CB ( Nablu )

Pubblicato: 19 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

a ritrarsi, sul ponte

 

gli uomini che aspettano hanno sempre le gambe socchiuse

e i gomiti appoggiati su nuove frontiere

cappelli a tesa larga, per proteggersi il passato,

o forse la fiducia in quello che ne resta

nei sagrati delle caffetterie dismesse

i fianchi lucidi su cui posavano gli stessi respiri

si piegano in anse dissolte,

abnormi evoluzioni di piramidi domestiche

che sia la violenza dei silenzi, o le pareti inquadrate nella polvere rimasta

gli uomini che aspettano non credono agli autobus barrati

o nell’utopia dei bis, si guardano le scarpe

per scoprire nuovi tradimenti

non camminano sui fili, non baciano gli specchi

aspettano il tempo di emozionarsi davanti a discariche ancora abbozzate

per poi ritrarsi, dal ponte, e aspettare il prossimo giro di tram

CB ( Nablu )

Pubblicato: 19 novembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

andate, ritorni

anatomia di viaggi statici

 

a volte succede di sera che i parapioggia a stento sorridano, o si bacino, poi

piano sopra pensieri nudi e tossine verbali

partire, o fingere di attardarsi sotto la pioggia con le mani nelle tasche

è visione bifronte della stessa necessità pagana:

non credere alle parole che riescono facilmente a sfuggire dai desideri scaduti

per poi sciogliersi nei sogni diluiti dall’impossibilità di andare, o di restare

il movimento verticale delle precipitazioni opzionali,

è inversamente proporzionale alla tua capacità di esserci, o essere insieme alle cose

che pesti sotto i piedi mentre ti sposti dal centro geometrico, o dalla morte naturale della visibiltà

negartelo, sarebbe come tagliarti gli occhi, variabile ammutolita dall’inusualità dell’evento

vorrei vederti vedere, analfabeta dei gesti, senza parapioggia e mani per parlare,

partire

 

***

 

per poi tornare, magari quando non ha smesso ancora di piovere

e leggere appena prima di volare è già sintomo di essere, ed esserci in mezzo,

senza aver bisogno di girare su se stessi per non percepire il peso

della propria insistenza alle ore

guardarsi alle mani come consuetudine prettamente umana, tic giornaliero

di un saluto quotidiano con un cenno letterario sottobraccio

vorrei saperti sapere, aspettare immobile senza percepire l’attesa

guardare tornarti,

e tornare

CB ( Nablu )

Pubblicato: 25 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

dieci piccole prove di addio nel pomeriggio

 

1. i sogni a luce crespa, nei pomeriggi sospesi tra il rosso e il solstizio,
sono donne vestite di scuro con le calze corte e un paio di figli per mano
e singhiozzano, un po’ madri, sul punto di fuga fra un’auto blindata
e il ciglio di case fumé
mi chiedevo se si potesse parlare ad un’ombra, quando si avvicina senza mani,
e ti tocca appena il braccio, lasciando quell’odore stantio di passato sulla pelle

 

2. i sogni, si diceva, così maledettamente crepuscolari, di giorno,
quando la luce lucida fa digrignare i denti, e sul selciato si sbiancano i resti
dei lampadari nelle chiese, chiuse, o cancellate di getto
a volte, le donne, quelle con le calze troppo corte, non guardano
la scia che lasciano quando dormono, e le lacrime delle ombre che mi sfiorano il braccio,
senza capire, o che io capisca

 

3. che da capire, in questo quarto di tempo stanco, non c’è niente
si sfibra, come qualsiasi giornata di morte sulle tempie
si perde in tinta, e in forma, e in senso
se ti parlo faccio finta di non sentirmi e non sentire il rumore della lingua sui denti
se piove non piove perché tu rimanga, ma per cancellarti il resto, e il dentro

 

4. il fuori è diverso. potrebbe concentrarsi nell’ultima inquadratura tagliata
o nei titoli di coda, quando scorrono senza musica, rancorosi e freddi
nel tardo pomeriggio di cappotti e cappelli a tesa larga
perché piove, piove sempre se di addio o di freddo si tratta
e le poltroncine, che sembrano sempre comode con gli occhi
risaltano vuote di maschere che si accertano nel centro di non essere già morte
se mi sei ombra, forse ti ho pestato, e non mi sono accorta

 

5. potrebbe anche nascondersi nell’ultima riga bagnata d’inverno
fra le luci finte delle stazioni che lasciano sempre un po’ di fumo in bocca
camminare alla pari senza trucco di passi e allacciare il respiro alla voce
che invita ad andare
dove non c’è spazio per i punti, o le mani scaldate, o lo sgarbo
del non ci sono, e non ci sarò almeno in questo secolo. di pioggia

 

6. o ancora in quella donna che ha la voce sempre staccata dal corpo
triste lungo i cavi. la trovo sempre muta, accovacciata fra le parentesi
per non prendere l’ombrello
allacciarsi le scarpe sulla linea di mezzeria, per scomparire agli estremi
e giocare di luce riflessa. ti devo vedere, ho le prove nel pomeriggio
poi sparisco. o sparisci. forse spariamo. è lo stesso

 

7. simulare è gioco cromatico d’ingegno. si sfuma poi nel dissimulare l’incapacità di farlo
che io ami la pioggia, o i pomeriggi, o l’inverno, è dato abbastanza ininfluente per la certezza
della tua esistenza
non c’è luce abbastanza forte perché tu muoia, o pianga
è il liquido tumefatto che riempie le strade e ci fa ridere perché ci tiene a galla
ancora senza bisogno di parole, o dettami, o prigioni

 

8. esistono diverse forme di prigioni nei sogni al pomeriggio
possono essere i rumori delle frenate attraverso gli scorci, i ritardi
nei tempi, nei modi, o nelle risposte
oppure quelle lunghe passeggiate all’inferno, attese epifaniche di nuove teorie comportamentali
e complementari
viaggiare, o stare fermi quando non si ha appetito di sveglia, o di vestiti, o di innamoramenti
spavaldi alle cose, al dire, al fare.
alla luce, anche. quando dà schiaffi alle dita
o li lega e non dice il perché

 

9. in ogni caso, sono piccole prove di addio, entro questi slanci pindarici
nei riguardi della tua ombra sempre troppo piccola perché ti possa calzare
appunti macabri, nel pomeriggio, che si svincolano a sera
quando nel buio torni piano a vivere

 

10. senza viso, sopra le strade bianche mi chiedevo se avessero qualche colpa,
se potessero ancora dire qualcosa, sulle strisce di mezzeria dove spariscono le cose
ti ho visto passarci sopra, da dietro, come sogno regresso, epifora che sniffa il tuo pensiero
ho le prove nel pomeriggio. poi sparisco. o sparisci. forse spariamo. è lo stesso

 

 CB ( Nablu )

Pubblicato: 5 ottobre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

facciamo che tu eri il principe, e io la principessa

 

                                                                             Ad A. e V.

 

perché, in fondo, le vetrine delle lavanderie sono ancora viola,

gli sguardi, sciolti nel vapore, si affacciano sempre nudi e

le strade, poi, già ubriache di mosto, mi dicevo

ho scarpe ancora senza lacci, e lucide sulle punte, mi saltano di valzer

le fiammiferaie stanche, che piccole non sono, mi appiccano

un incendio proprio sotto il naso. Così, pensavo,

e mi dicevi che le principesse hanno sempre occhi azzurri,

anni forse brevi alle spalle e se ne stanno, lì,

dietro le vetrine ad aspettare, figlia che ti cerca padre,

ho pensato. Facciamo che tu eri il principe, e io la principessa

sulle strade, fra le locandine ancora sudate d’agosto e

i bicchieri di latte finto sulle scale

e facciamo che non sarai mai re, che non ti si addice

sui jeans e la camicia che ti preme i polsi verso sera. Di punta,

i miei passi sui marciapiedi incerti, non ci saranno regine

che ti scoprono vecchio, o bello, o oggetto

mi riderai piccola, padre che ti cerca figlia,

con le mani sui vetri, at-tese, tinte di viola

 

CB ( Nablu )

Pubblicato: 15 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:,

a perderci i pensieri negli angoli di vento

lettera

 

primo pensiero in stiacciato

 

da leggere e riporre come lettera pensata

sussurrata all’ombra franca delle pattumiere, d’estate

il profumo è ingorgo di lemmi, scrivere è come sgozzare la mano

dovresti leggerla come lettera parlata,

di quelle smussate ai bordi, con due macchie di moka al posto dell’incipit

che di sera i numeri spaiati dei tram ti portano altrove

dovresti riporla con le dita riunite, in una tasca che non abbia conosciuto ancora il gioco dei verbi

e mi dovresti saper rispondere a gesti quasi ovali,

fra gli angoli che di sera vomitano rilievi stiacciati di sacre famiglie

le madri e i figli ritratti nell’oro

e i padri nel fondo

 

 

secondo pensiero in bassorilievo

 

mi addormenteresti alla seconda riga

con un’iniezione di cellulosa infantile,

di quelle che ti dormono bambini nudi con i sandali ai piedi

e piangono, perché nessuno ha ancora insegnato loro a ridere?

mi dormiresti un giorno intero sotto un ponte che non abbia fonemi a reggerlo

né etimologie incerte?

mi citeresti anche, infine, nei tuoi discorsi assenti, di occhi che ti girano attorno

senza fermare la mano?

mi dormiresti un giorno sui bassorilievi che l’aria di ieri ha lasciato

secchi sopra l’indice indolenzito?

 

 

terzo pensiero in altorilievo

 

ti rientra ed esce in sincope

dattilico senza scarpe sopra strade inutili di foglie azzurre

e madonne stanche sotto spirito di marmo, il tempo

non mi regge le risposte alle tue domande,

il tempo, ti ho scritto perché potessi avere carta da parati a nasconderti le tempie

dalla luce della pioggia quando taglia l’aria

in altorilievo

ti ho scritto perché potessi avere di che asciugarti, la sera, le spalle

ma non so risponderti

 

 

quarto pensiero a tuttotondo     

 

i giardini, al secolo prigioni di metatesi informi,

di chiasmi che si azzoppano fra i fiori distorti, si baciano scontrosi fra le curve sensuali

dei pensieri a tuttotondo

ho sognato tante luci e tram di ruote gialle e nessuna lasciava il segno sui sentieri a freccia spuria

potresti anche non firmarti, filmarti mentre scendi da un numero altro,

e non chiudi il cancello

alle spalle, da pensare come agonia del vento che si mangia le unghie

fra le fessure dei tuoi pensieri contratti

domani, mi arriverai, senza francobollo

 

 CB ( Nablu )