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#1

Pubblicato: 22 febbraio 2013 da morfea in Uncategorized
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c’è sole ed è tanto – in alto
come un lampione o alberi
senza voglia di spine – in spinta
dal basso dipendo dai numeri
conto sulle dita

come una piccola fata turchina
disimpegno calcare coccolandomi
i pollici in bocca

rammendo le mani legate
stipulo oltraggi come passi di corvi
smanio pesantemente il mio corpo
mi palpo lasciando saliva sui bordi

sono un veleno intarsiato nel rumore
pieno delle maree

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Il decimo anno lo scrissi in una pagina che si avvolse come nebbia su certe caviglie slanciate che la lingua riportava in un ricordo soffiato nelle direttive di uno schianto, l’affanno, lo sapeva bene non serviva a rimediare al dolore di una punta arrotondata, come la penna che masticava da giorni, un vizio come quello di rosicchiarsi il mignolo destro e il dondolare la voce in un rigurgito di neve.

Tagliente come si rimpiangeva, fuori c’era un sole d’agosto e non la neve che ogni anno al 4 gennaio – una certa ricorrenza paurosa ed infantile, come se il cielo sapesse che quel giorno tutto il mondo aveva un ricordo da seppellire, per attenderlo poi, alla fine del verso, come quando si scioglieva la neve in un sorriso smacchiato con il solvente che il dolore non trasmette.

Nella penombra vide le luci, sorrise e si sussurrò che da dietro quelle finestre aveva così tanto da raccontare che l’intruso era la luce, le voci e l’amore, che smise di penetrarla in questo decimo anno che tatuava sui muri in losanghe colorate, non c’era altro in quella stanza: un materasso, le lenzuola nere e viola che tanto amava, un tavolino trovato dal rigattiere dietro l’angolo con sedia annessa e un porta abiti, come quello dei negozi che un tempo frequentava, dove teneva un cappotto rosso liso un po’ sporco e due abiti uno dei quali chiuso nel cellophane.

I muri erano così sottili che ad ogni nuova linea che dipingeva, passaggio fra l’oggi e il domani, aveva timore e tremore di bucare la parete e apparire con un solo occhio nella casa dei miei vicini virginali e stanchi, che non hanno voce o parole nemmeno da sussurrarsi la notte, ma hanno due bimbe gemelle, che passeggiano avanti e indietro mano nella mano nei corridoi stantii di questo palazzone scatola come quello delle sardine.

Mi ritrovo a disturbare un destino, lo faccio spesso quando cigolano le sedie di quelli che mi abitano sopra, due anziani filiformi dalle gambe lunghe come pertiche e occhi chiari come il mare che ricordo ancora a bagnarmi le vesti, mi fanno sorridere perché a volte si abbassano sui cocci di pane e biscotti che rallegrano i davanzali delle loro immense finestre e piangono contro i becchi dei piccioni e le gocce così grandi scendono attraverso le strettoie che vedo accanto alla mia finestra, piove in camera, è acqua salata pura, di dolore e bellezza.

Lo sguardo resta lo stesso, Lilliumina, contiene una selva di rami e mutevoli orizzonti squamati appena dai bordi d’acqua appiccicati sulle braccia, un vento circolare l’accarezza come una coccola continua e nelle stanchezze mutevoli piange sputi nel ricordarsi delle sue braccia e di quella lingua che parlava dei chiarori e delle belle colline, mentre la penetrava come il becco o la punta di un’ape, l’ape che si smiela e radente inveisce contro il sangue d’aggredire.

C’è una qualche forma di calore in questa stanza, e non sta nelle sfilacciate tende appese con una cordina alle finestre, che sono due, una da sul cortile stretto del palazzone, 25 appartamenti per un cubo di erba sfatta, sfranta e secca, quello da cui sento le lacrime dei miei vicini di sopra colare dai pertugi di cemento, l’altra finestra, quella per cui sono qui, da sul mare – lui così bello e ringhioso, lui che mi bagna l’anima di sale e bellezza.

Stropicciò gli occhi e poi la bocca, togliendosi il rossetto rosso e spinse i fogli verso la fine della scrivania, li vide arretrare e fare le orecchie come per non cadere, quella paura che paralizza nonostante la voglia di decidere una chiusura un remo da spezzare e scegliere il naufragio, il decimo anno non sarà così facile da digerire, Lilliumina, ha troppi ricordi acidi a corrodere lo stomaco con quella bella lentezza inaudita che è la lama quando lede un pezzo di carne o che strepita come l’olio caldo quando una scottatura riempie di bolle anche la voce.

Ricordava le scelte, la solitudine di una brocca d’acqua, la fiammella sporca del cucinino che mangiava aria e la spintonava giù dalle forchette impilate sui muri luridi, questo rincorrersi di cose che non hanno una voce, se non l’ennesima e singolare solitudine appiattita nella riga di un tappeto o dell’intero inferno che conservava nei cassetti dentro l’anima.
Ti ricorderò che io non porto nulla fra le mani, nei resti di uno schema dove la mia povertà persiste anche nell’inchiostro che si trascina dal dorso spento al mio grembo morente e mi ritrovo a scovare epitelio nelle voragini, era la mia cantilena nelle tue orecchie ad ogni ora che la notte chiudeva dentro bocche di petali viola.

Restano le superfici, quei morsi ben allungati nella paura che la notte porta come un cucciolo appeso alle labbra slabbrate di una rapsodia che ancora adesso riconosco, ho perduto il tocco, le dita che mi son sempre state amiche sono dei rapaci artigli che nascondo sotto guanti di un dollaro e 50, la mia povertà è la conseguenza della metamorfosi.

C’è una certa pace la notte, tutto il silenzio che voglio, un palazzo in piena si svuota quando le tenebre arrivano a toccare i denti, velocemente a mangiare, ascoltare i telegiornali a mescolare la minestra per il bambino che frigna e poi, l’oscurità selvaggia lasciata fuori a digrignare dalle tapparelle sbeccate, che incubo vedersi apparire le sagome dei demoni dalle finestre che io non chiudo ma apro come ad invitarli dentro, fin dentro la pancia, queste gambe aperte che lascio incivilmente come un banchetto di un matrimonio andato a male.

Questa nobiltà d’animo che possedevo era così sottocutanea che credevo di morire soffocata durante un sorriso, durante un abbraccio stretto o un bacio accennato alla guancia, io non ne potevo più di tutto questo amore salvifico, l’aggrapparsi perentorio di ogni nascituro all’universo delle cose buone da dire e fare, marchiandosi ogni giorno le vittorie, un pacchetto tutto compreso da accodare ad una provvigione una tantum.

Le mie mani sono scomparse, il demonio del mio respiro che non si nasconde riemerge la notte e mi violenta, ha imparato a rimanere sempre di più, mi osserva smaniare, accelerare il respiro, vomitare nei contorni di un materasso lercio e gode, eiacula le sue stramaledette voci, mi ha fatto sua schiava e gli artigli sono il prezzo, assieme alla fuga, al rifugio per non essere più reperibile al mondo che mi amava.

Ero un’amantide celeste, una madreperla di donna, il mio sorriso elargiva oro come Re Mida quando toccava insaziabile ogni cosa e quando fui fulminata dai venti, nella ricerca infinita di questa assurda bellezza che mi hai regalato quella notte di croce rovesciata e altari neri, io chi sono ora? Quali sono i particolari che mi ricorderanno, le mani epilettiche erano un fondale di spietatezza giornaliera.

Ed il mio fuggire in fondo resta, come un alito sulle piantane dei fiori, nella preghiera circolare, fra le dita di piedi nudi, nelle tonache rosse con quelle spietate lame disegnate sul cuore, scoprirmi eretica nella mia stessa gravità, nel mio stesso squamarmi mi sfugge nel nesso – senso, portarmi lontano dai becchi e dai denti in una pace che ho perso, nel decimo anno della mia maledizione.

ad Anna

Pubblicato: 6 dicembre 2012 da morfea in Uncategorized
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tu, ultimo e primo, tu, nostro.

Anna Achmatova

bestiola armata d’amaro, crudele
nello spiccare voli contro chiavistelli di ruggine
prolissa, nel vetro ringhiare morsi
scolorire dinastico fattispecie
occhi adorati, mi sanguinano di riflesso
la lordura s’attesta ai lati
e la finestra ansima
ogni tanto il momento del tacere
avverto il calore di ogni mattina
che sbuca forte come uragano dalle parole
la veste gira ossessioni in random
una certa tristezza spiuma ossa

ophelia

Pubblicato: 9 novembre 2012 da morfea in Uncategorized
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Ofelia è stanca dell’infamia delle acque
lunaris nel verde torbido e nei viola di certi iris
in un Getsemani che trascina come graffio
cornioli dallo sguardo che oltrepassa solchi
e precipita una certa carne, che spinge il muso
quando scorre acqua sulle fenditure morbide
predilige le forme nere d’ossessione
lo dice al fondo che smania nelle rane
fra le larve sparse sottofoglia
con le mani accarezza la punta degli aghi
che le attraversano il cuore
e intanto lo sguardo galleggia
fra l’oscuro che s’arrampica alle immagini
e lo sbiadire delle vesti

GiocandoMi

Pubblicato: 14 agosto 2012 da morfea in Uncategorized
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fuochi o fuochi
perenni forconi
attesi dalle fiere
all’angolo – giro
di un fustigarsi le corde
v o c a l i
per non essere altro
che il fumo di un passaggio
lento che si fa nullo all’ostia
e resta il rimirarsi
ad uno specchio tondo
sbeccato dai fusi
che il punteruolo
ricama di bocca in bocca
rianimato stemperando
colori fasulli
fatti e fratti
frattaglie e scempiaggini
e il ballo canzonato
che scivola alle vesti
nudo nei nodi
che lascio nel ghigno
che scrolla di gola in gola
la voce dipinta
si maschera di maschere
e piange versando versi
nella nullità che appartiene
una congrega d’alberi secchi
che si fanno belli nel balletto
dei rami che nascondono merda
dipinta per humus di voci

Voglio uccidermi, sfuggire alle mie responsabilità, strisciare di nuovo nell’utero.

-Sylvia Plath-

nervosa di giorni salati e di una casa spaccata
raccolgo l’odore pettinandomi una povertà
che mi percorre il corpo come una fame
in questo male che occulta la parola
con una paura che non mi parla
faccio d’erba le unghie
e il mare ha nel sale il fuoco – che scrosta
l’impiccagione degli errori

e si fanno bestie questi pezzi di muro
che senza colore tolgono la mia infanzia dai bulbi
e le mani hanno un fondale di meduse
che in lamento schiumano piscio
in un eclissi di formiche e nuvole

così restano

Pubblicato: 19 luglio 2012 da morfea in Uncategorized
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così restano involucri
una possessione d’aria che non sa di nulla
questo cielo così aperto
s’inabissa nella volontà dei segreti
un passo di cose nella memoria
nella polvere d’ossa che si scioglie
con i capelli
e ripetere le pietre che cadono
come torsoli di mele sfatte
un marcio che cammina di maschere bianche
e primogeniti dalla bocca disperata

così esattamente stanca
con i piedi spezzati dal vento
in un trovarsi che
spiega alle radici ogni nuvola
e non resta altro
che lo spruzzo del mare
ad intonacare di sale
anche l’addio più leggero

ancoraggio

Pubblicato: 25 giugno 2012 da morfea in Uncategorized
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raccogliere e riordinare le cose per natura e dolore, la tranquillità di un sonno senza paura mentre il lembo di un sottile sorriso scaturisce la calma e le mani forti a sollevare e distendere chiarezza, sprigionare la limpidezza dell’acqua e ammalarsi di bellezza riconquistata con un morso di pane o con le rughe di un viso che crede, anche sporco di lacrime e terra, fatti come preghiera e lega forte il cuore con ancoraggi estremi, dove la terra è una calma che si appoggia al sole di una speranza

Muovimi nel beccare irrequieto
delle formiche-
fra croste e cime spiovute dai tonfi
nei torsoli dalla bocca
per non ferirmi di semi
nella notte che cade.

Si fa tempesta fra le gambe
lungo questa certa sfrontatezza
che preme come una parola sulla lingua
-ti sleghi imperfetta
dalla parola
che sconfina.

Sospendo il cielo in un pozzo
e ti basto nella terra
fra le unghie – nere
quando un sorriso sbava
-nel lato di sogno – che taci.

Aria respirata appena
d’ansimo scalzo
un passo in tre sassi di carta
che il grigio pendulo
dei tuoi nodi
[sfila come didascalia sulla schiena]

***

Pubblicato: 28 maggio 2012 da morfea in Uncategorized
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la memoria rintraccia una scelta, come quando
ci si abbraccia nella gratuitità di un ricordo
congiunzione che raccoglie un filo dopo l’altro
fino a sapersi come una bocca che mastica forme

**

Pubblicato: 18 maggio 2012 da morfea in Uncategorized
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il nome si trascina e si perde negli interstizi,
fra una mattonella e l’altra

diseguale, sconcio
come una spallina giù e la carne esposta rosa

 

ed è nel tacere che gratto con il labbro il tuo sapore,

una succursale di dolore che mi segue curva dopo curva a capo chino, nell’amore di sale

che torna a possedermi dagli occhi

neo_nati

Pubblicato: 8 maggio 2012 da morfea in Uncategorized
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ti lascio appeso in questo impeto che la notte dimentica
un passare di mano in mano sul labbro morbido dei ricordi
l’avvallamento di due silenzi – percepire il pericolo dell’immobilità,
che burroughs ti spingeva in gola con due dita di miele
e l’amore impellente di certe stanze vuote
riscopro che sei
gesto ed  io parola
che la mia pelle ha denti ben in mostra
in un drappeggio di rovi, che a_salire
mietono vittime vaginali e di neonati contro_versi

Rinnovata

Pubblicato: 23 aprile 2012 da morfea in Uncategorized
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stare con i denti in un sorriso
raffinati i gigli radunano le dita
in ricciolute onde
della notte in parte disegnare
chiome libere – luccicanti d’orgoglio

un ricordo che scuote la pace dei venti
sommessa                  in questo nuovo cincischiare
fra le ciocche e il capo sdrucciolo
vezzo di distanze curiose
stabilite              in questa conca di mano

abbracciami il cuore da tutti gli angoli
nella povera alba
– che non percorre null’altro che un prato
alzando respiri dai polsini
in un urlo / nettamente steso

temo questo nuovo quarto di luna / appeso
la curiosa natura della carne – che spinge
da un lato all’altro – questa provocazione
che mi fa tutta in_tesa
e rinnovata

lenta l’agonia dell’acqua
si fa fitta fra mani e rami secchi
in un silenzio che risuona
e riannoda un salmodiare
al suo inginocchiarsi
dentro il sonno e la forma delle parole
a darmi una brace nel camminarti
come passi lenti d’insetti
la bocca ora ha fiori e tanti singhiozzi
che diventano segni sulla stoffa lisa dalla pioggia
mentre resto sfuggendoti alle cose