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Uno sente il cuore si spezza

Pubblicato: 11 luglio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Uno sente il cuore si spezza

ma resta intero

la vita spina sangue a ruscello

a mare

vanno via luci di stelle

in noi rimane

gambe e braccia spezzate

per davvero

ma un cuore spezzato, quello,

l’ hai inventato.

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bella rumena, occhi polpettine, ciao Andrea

vedi l’intenso del tuo portarti avanti semiportante definitiva

furba

dove hai imparato a servire il Jack Daniels

forse il baretto di Tortona, o quello di Bratislava mentre batteva l’agone

e la miseria nera, nera la capra e nero il grasso

e le patate nere e nera la strada l’ingresso il porfido

la scommessa a vita

nera schwartz black noire negra negra negra

bella romena nera terra di freddo terra balena

un pacchetto di Marlboro avvelenate

e il tuo sorriso sopravvivente. Ciao

che non mi è più capitato di perdere

sciao bellamora, mi strucchi l’occhio destro

e tutto sembra convenga, bell’agra di te sembra

diventare nuova vita e potente doratura

dove tutto ha bruciato almeno ventidue volte

d’età balenga e mondo storpio, fratellarsi sulla

porta, o piccole cose con sete d’acqua agonizzante

sui lungomai e i marciapiedi degli assassini

improvvisamente puliti dal sangue, ciao Andrea

bellamore puttana di ritorno

a due soldi all’ora un fiato si mantiene a giorno

vacca lustrata vacca madre e il padre

il toro, la stalla un incubo diniego, io mai io mai io mah

mi serve il mondo, il mondo muore là. Facci due giri attorno

si ciao Andrea, occhio di luce, bevere la birra dell’amore

in quel vino scarico, quante grane

simili sono tornate dal bivacco, due costolette d’agnello

il burro manca il grasso il cane canta il gatto

l’abbiamo mangiato il gatto ma

tu sai cosa vuole dire avere fame di tutto

e che oggi ti spacco.

Le porga la chioma

Pubblicato: 24 aprile 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Un vento è un vento e un vento non

simula

a fianco lui che lui che non (lui)

nega, mille crini stillano, l’annega

questo povero simbolo.

Un vento,  lo dico io  perché l’oggetto mi pare vincolo e

l’oggetto  lega, combustibile colore d’indaco stupefatto e padrone

un vento porta il vento porta dove porta muore:

e mi ricorda le bambine che raccolgono, poi gli operai che le fottono, poi

le stradine che disperdondo, poi le assistenti sociali

e l’intera concezione del quadrato

fintanto rombo: non è chiaro dove possa arrivare il nostro concetto

della comprensione. Il mondo allato

e non si combina con un paio di loro, ma solo simpatizza.

Dai poemetti in riunione risillaba:

terrò a te , mostrina minima, te ne farò ghirlanda

e sarai l’imago storia tanta, una specie di incubo

disoccupante.

Ma un vento è un vento  e non la lascia schiaccia-

ta nell’onda rifulgente del fermo della diga: rompe il Vajont

aiuta il Piave ad assecondare l’urto forse

in qualche modo aggrava

ma non spacca secco un tonante un irreale

prova, mi penso, a fare i conti con la ghiaia e il secco e il monte

Toc, varda quel che l’è. Sconfinatamente e

sinceratamente disperso nel profluvio delle forze.

Allora un governo patacca, mangiare alla puttana quello che gli mostra

ma una bella puttana così! come si fa! a mangiarla

tutta!

Ha due braccine morbide, un viso bello un bordino

di miseria lungo le ali flosce, e labbra rosse d’incanto e due

larghi occhi neri, larghineri genuflessi ma intensi

come si fa, come si fa, splendore, farti fuori così, ti prego

lunghe campagne barocche

vicoli neri di cotto buongiorno

torri alte torri sghembe torri mare

stradicciole bianchette a muro a secco

chiese, aperte, chiese mattone, chiese marmo

incanto cipresso e ulivo incanto vigna

intere periferiche industriali nella cinta

Torino linea, Milano stella, Napoli cresta, Palermo spessa

e Bologna una ruota

rossa sportica violata sozza ma

innata, questa puttana bellissima

nel suo vento

e nella sua strada

e nella sua morbida

e nel suo dolore

dove l’hai poi incontrata se non la vedi, che nata malamore

ora la spezzi subito?

 

 

Elegia

Pubblicato: 19 aprile 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Potevano sembrare singhiozzi

invece eran solo latrati di cani

sappiamo: tu non piangi , tu non

piangi, hai dato il mondo agli altri,

non li chiami.

Fa l’ansia che sfigura

cosa cerchiamo mai, mai

 

attraversa verso dentro centro

il privilegio della spiegazione

 

attribuisce ai gendarmi le si

vede attribuire un fine fuori

 

si rimangia l’animabella e fa

scattare terminabili i clangori

 

quel centro l’ho cercato, dice

“ho voluto per me la conferma”

 

fa l’ansia che sfigura

cosa possiamo poi noi

 

provare essere cosmici

mormorarci i ritorni?

 

imparare a capitoli?

accelerare sopite assoluzioni ?

 

inventare mondi distorti che programmino quel centro dove vada

a farsi forza con pallidi cuor d’amore concentrati sugli argini

 

dell’isola morbida e dell’infinità desiderata infinitamente

cosparsa e di rose, sommata a quanto invece non sorprende?

 

rimangiarsi il pensiero

e quest’impotere

quest’ egro fiato velo

questo storto

non vede

e io

misuro

perversamente

tu che ti conduci

e non contieni niente

 

finisce col dire

tutto è giusto tutto

è sbagliato

 

ha paura che il sonno la rovesci

le restituisca altro, la punisca

 

che sulle scale la fermino le chiedano

se è proprio lei quella che

 

la voce al telefono le dica

qualunque cosa e che

 

un movimento brusco la scaraventi

nel mondo diseguale

 

dove nessuno ha mai spiegato niente

con una sola fame.



E’ l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

, aveva diciott’anni appena, era la mangiatrice di fuoco di un circo e bruciava

il mondo di dire che s’appartiene e ruota, e ruota.

La conobbi carina ed intricata nelle potenze esplose di una prima Guerra

e mi convinse del muovere mi decise gli abiti mi spezzò un’ala piccola

che riuscissi a spostarmi.

Nella sua madia monsonica appuntava i risultati obliqui

ma non l’ho mai trovata superba o dogmatica, s’intendeva di trilli

e parlava come parlano certe cornacchiette di spinella, come dire che

che un pelo squittire e un pelo farsi sottile perché il farsi potesse.

E davvero l’ho amata, Gremilde de’ Ginestre

(detta l’angiolina)

nelle sue riflessioni su Dio, e nel privarlo d’uomini come se s’impotesse

e nel suo scorrere logico tra la cosa e il palo, una bontà maestra, ella

appicca fuochi sui lungomari sanniti, si astrae ed adombra

passano gli Ari coi cavalli nuovi e lascia loro l’Indo

impara appena il sanscrito per entrare nell’Upanishad preferita

quella che dice: l’uovo di Brahma sul mare del diluvio a fare musica

per trentaseimila cicli per mille yuga per dodicimila anni ancora per

trecentosessanta altri anni di uomo, una bontà in rinascita

le piace dirsi e dirsi.

Purusa, ayakta, mahan atma, sattva, manas, oggetti dei sensi,

questa cosmogonia primaria la strugge e l’abbrama:

ha un intenso rapporto stabile con i fatti d’essere.

Ma è l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

e amava suo padre come un bimbo allora

e si ricordava di pregare l’immensità corona delle fate sparenti

mentre i tibetani provavano a ritornare a Lhasa pensava:

"io prigioniera perché fingermi libera? sono la schiava adatta rinascente

mi mostro e perdo niente nella mobilità oblunga

sono Druga che ammala, io prigionata vado lungo il filo

dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite

dell’ultima risacca dell’ultima gola dell’ultima amàca

e dell’ultimo ponte giunto per chissàddove sino a qui,

dove le orchestre sono fragili

dove il torrente è violento

e dove la cresta delle montagne grigie s’infila dvi-ja nelle nuvole"

Sita madre

Pubblicato: 5 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Sita madre,
tasi
che tutte le ossa scricchiolando parlano
sento le cento ossa sbattono sulle scale
i calcagni, i zenoci stanno scrocchiando
così tu arrivi zitta
sita madre,
tasi, tasi
spetarte (quel lento di te)
la to parte, il mondo vacuo a me, a me.
Sita.
Mi hanno rovesciata come un guanto
(i o speté dedrio le tende)
ma un ardore infallibile ha scostato immagini e mostresse.
Facendo si che poi tutto possibile, un vento interno, l’incantamento, il movimento
delle braccia, tese, le ale, le ale, muovesse me
ma attorno come se morisse ma svergolo e no che moro no che moro
ti tasi,
tazza di porcellana da non rompere in bilico sulle punte
toco de vero, e biceri flute sciampagne, bacane da i basini ai alpini
il tutto in un contesto rifinito e savuar fer.
Arrivo io scomposta e sanfasona spaco davanti alla paura
tutta la cristalleria davanti alla paura non mi ricordo
quale la paura e sa o spacà, mi, veramente?
 

Laghetti alpini ticinesi

Pubblicato: 25 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Efra Salei Cava e Lago

Alzasca Sascòla

Chiera Retico Mognola

Tomeo

Sfille Tremogio e Leit

Ritom Cadagno di Dentro Miniera

Isra Scuro Taneda

Tom

Antabia

Crosa

Orsino Orsirora Valletta

Scai Segna Campanitt

Barone e Porchieirsc Corno Gries

Morghirolo

Pero e Poma Ravina e Prato

Naret Val Sabbia Madone

Fornà

Cristallina

Coro Nero Robiei

Matörgn Bianco Zött

Cavagnöö

Sfundau

Cadàbi.

Ho visto tutte le albe

Pubblicato: 18 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Ho visto tutte le albe, tutte
.
ma una luce così sottile
.
non mi ha mai abitata
.
non mi ha mai, l’alba dico,
.
trasformata nel suo ventre bianco
.
e nel suo vento bianco risanata
.
con  rosso canto controlunare
.
l’alba non mi ha mai partorita, mai.
.
Quando raccoglie per tanti i suoi semi
.
e li diventa/pianta/potente.
.
Quando tutte quest’albe vedute
.
niente, ho tenuto un diario:
.
alle date seguivano i segni delle cose scure
.
e a loro l’incontro con l’altro lato
.
e mi sembrava diverso il chiaro.
.
Che mi era  possibile anche senza giorno
.
e desiderabile anche senza data
.
perché mai mi ha abitata l’alba
.
si  è  fatta un giro attorno
.
forse mi ha un poco
.
(solo per poco)
.
allattata.

Cos’è nascere a Stoccarda, primo a tre figli
dal capo della cancelleria
e da una Fromm.
Scuola latina.
 E agrimensura col colonnello dell’artiglieria.
Studia Omero e muore la madre
Sofocle e Socrate, a lui penserà il padre
romanzo ora in voga.
Parte Tubinga, anni diciotto
per studiarvi teologia, borsista allo Stift
(un protestare dopo Agostino), segue lezioni
di un Flatt metafisico ma
di uno Storr sul Dogma. Tutto troppo stretto
e fa casino, quindi prigione, a ventuno, un uomo.
A partire dal trimestre invernale
due poeti amici nella rivoluzione di Francia
con l’albero di libertà innalzato.
Incostante oratoria debole incerta
goffo pastore magister philosophiae.
Non ignarus nullam operam impedit
faccio il precettore a Berna
presso l’aristocratico e
leggo Kant dopo la Leben Jesu
faccio entrare dentro la semplice ragione.
Scrivo in positivo, ma sono solo e aspiro,
la nuova sistemazione me la dà il mio Holderlin.
Concilio.
Dissero: lamenta la crisi interna
della patria dal popolo, von Buergern, e fa
un programma di sistema, manifesto
dell’Idealismo tedesco del 96, e il ruffiano
tra Scardanelli e Diotima sposata Gontard.
Per ora muore il padre, una piccola eredità
un principio di economia politica.
Lo spirito del Cristianesimo ha il suo destino
in un frammento di sistema,
adesso è Jena:
roccaforte critica e mamma romantica,
veniva Novalis a trovarla, e Fichte e Shelling
e a Weimer
il consigliere segreto di corte Goethe.
Un libero docente, i suoi proventi magri.
Come il senso comune comprende
e la scienza il diritto naturale, farò
una costituzione di Germania in cui
si anticipa il crollo dell’impero.
Scrivo di fenomenologia perché non so parlare scioltamente.
 Prendo contatti con gli editori mentre H. si ammala e G. si interessa.
Mi innamoro dell’affittacamere e i francesi entrano a Jena.
Ho trentasette anni, mi escono un libro e un bambino.
E rompo con Shelling,
ora rettore
dell’Aegidiengymnasium
di Norimberga.
Curando l’autorevolezza esteriore
sposo Marie di ventidue
(due ne avrò e ne usciranno due)
roba di logica,
un professore.
Prendo le parti del sovrano e conosco i francesi.
Prussia mi fa filosofo di Stato.
A Berlino copro tutte le discipline, le dieci ore
settimanali poi pubblicate dai discepoli.
Sand ora uccide drammaturgo zarista
per la Burschenschaft, nascerà
Karlsbad coi suoi decreti
via libertà.
Tra il Congresso di Vienna
e la Rivoluzione di Luglio.
Abbiamo Schopenhauer a Berlino per soli due semestri
ed aderiamo ai principi della Restaurazione, mentre
Christiane si ammala.
Attacca aspramente la teologia del sentimento.
 Segue due volte il Barbiere.
 Il figlio cacciato che morirà di malaria a Giakarta.
Negli annali berlinesi per la critica scientifica
la Bhagavad-Gita.
Un colloquio dopo Parigi.
Verrà il mal di petto e
una ratione una, universali, infinita.
E il non-sapere, e il sapere assoluto, e il panteismo moderno:
celebrerà l’accordo tra legge dello Stato e libertà accademica di insegnamento
e apprendimento
e l’orrore delle rivoluzioni liberali di Francia e Belgio
(lui si attiene ai decreti)
(la Chiesa protestante)
(il letto).
All’ombra dell’idealrealismo,
scrivendo un saggio sul progetto inglese di riforma
elettorale,
si spegne in poche ore il 14 novembre,
di un’epidemia di colera, come risulta agli atti,
o di un disturbo gastrico,
come sostiene la moglie.
 

Quel film che l’angelo passa a trovarti in pasticceria,

ti chiede la mano,

la mano data all’angelo scivolerà sul ghiaccio fino

tanto che brucia

e quello dell’acqua fredda con gli altri attorno si

sfilaccia, immagina

il vento prende il segreto il vento muore mentre

 

quando catturano i cavalli urla al deserto di Fante

spossata a brillare

di luce equivoca di luce esplosa di poco importa qual

buio infuriare

e buio nell’appartamento dove ti scopasse un ragno

qualunque, senti

è solo cinema è solo cinema il muro che parla, gli altri

 

( io ti farei alzata molto spazio alle braccia

  dipendere umido tenero inadeguatezza

  un bosco di lumini che attraversi Lucia )

 

( io le rificco gli occhi le butto via il piattino

  ti porto a me allentata la sicura verde

  guardami! Vendimi il mattino. )

Una fila lunga di ragazzine rosse

Pubblicato: 28 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Sopra la tavola di legno vedi un vassoio di legno

sopra il vassoio, e attorno, candeline

sopra una candelina una testina di bimbo

sopra tutto chi ha rotto le porcellane

ancora più sopra gli alberi dei boschi abbattibili

io cerco l’inizio, poi mi provo ad avvolgere.

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Pure di vento loro scrutano come piangere

 alle 7, dopo il lavoro, a gruppi di quattro

danno cesti con verdi vari pure a chi non sorride

è questo aiuto e l’invito al vivere

spargere doni imprevisti sull’asfalto

e pure come puri cigni stagnano.

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Accovacciata acciambellata amigdala

all’ombra delle ragazze in fiore

dopo pranzo faccio cose come sempre

e non so sdrucire nei vari saliscendi

sembra sempre nuovo come di zecca

questo sapore d’olio filante

o questa sempregialla valle

o questo divano beige.

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Ci vedono stanchi modellare docce

lontano dalla sera e dal vento

siamo qui che impastiamo presepi

osservano e parlano senza ascoltare

lontani dalla sera e dal vento

afferrano a caso e dicono bene

non vedono niente e dicono merda

strana lingua quell’uncino al palato…

 

io, io tingo multicolori pesci

uccelli filiformi su diafane ali

e incido bastoncelli a ragazzetti scalzi

io accendo grossi boschi con stelline

e scavo fiumiciattoli, ingrasso stagni

dispongo pieghe sotto/sopra i bianchi

 

e loro incollano cartellini

spingono consonanti in adeguati spazi

parlano quella lingua disossata male

ma comprano. Tutto.

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Eppure diventi

colma (colmata?) di cose

che hai fatto ottimi incontri.

Vediti sbagliare sempre lo stesso gioco

(ti cadi addosso mentre sali).

Perché pensi di salire?

Perché continui a sbattere?

Eppure diventi

scocciante allegoria

mai divertita.

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Da domani le bambine porteranno su diversi mucchi di foglie accatastate un piccolo discorso-
Da due di questi umori mi preme sortire un impreciso illimitato tocco
perché è vero che sono piccole le labbra dell’amore
e le scorro incessantemente per trovarle più buone
ma solo da loro vedo fiorire bene il fiore.

 

 

 

 

a inseguirla, chiamandola

Pubblicato: 12 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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La mia cagna quando litigavamo

scappava lontano,

era lei a catturare la strada

e andava andare.

La mia cagna era mare.

Le spuntavano occhi lucenti

di energia ineffabile, a lei

che camminare sola pareva strano

perché per sempre era stata cagna d’amore.

 

Noi, noi, i cazzoni di sempre,

circonvoluti nel nostro dareavere passeggiare

e prima delle vigne, lungo il fossato

nel campo improvvisato dalla frenata fossile

noi gridavamo, ognuno in faccia all’altro

una pietra un motivo, la rivincita e il rancore

davanti alla cagna stordita facevamo gare

la nostra solitudine splendeva

lei piangeva, la nera

 

e nulla, non sentivamo nulla

al centro dell’odio profondissimo

scampagnare attraccati al prossimo levare

intorno, il paese delle stroppie assecondava

speciose zolle, l’ortica, la stradetta sghemba

del trattore, noi intensivi a dirla

tutta, quella leggenda di che duole

a me, a me, in te lacerata,

disarmonica.

 

La cagna allora, inaspettata

prendeva il sentiero più congruo, quello

strettino ma lungo laterale

e si fingeva offesa, certo lo era

lucida e scorrevole, in punta di zampa

le orecchie dritte come quando si alzava

e nessuno avrebbe potuto capovolgerla

la cagna, la mora, la schiava testarda

nella sua animalitudine sfrontata

la cagna ci costringeva

a inseguirla chiamandola.

Gran Porca

Pubblicato: 30 novembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Agli steli d’essere
sopravvive quest’ultimo
dannato primitivo, parla
della tua nona cena
e non si cura di ripetere
mille stesse parole, l’infinità
piena. Dimentica come
hanno percosso fissamente gli anni
l’abito d’Es e quando
si sono costruite le Città e
le Strade. Fa che l’inconsistenza
,falsa, dell’emisfero, civile,
diventi quel che c’è da dire cioè:
una catena rotta
il luogo pirotecnico degl’inganni,
Gran Porca,
l’abitudine illesa
la putrescente
l’orrore-l’orrore

dimentica come
sono potute diventare regioni
queste fracassate soste.

comincia inverno!

Pubblicato: 14 novembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Comincia l’inverno

ed ha un suo segreto suono:

lo fanno a pezzi le stabilizzate

dell’assestamento.

Comincia inverno, che volo!

Comincia sul quadrivio delle troie

e nell’incessante battito

del cuoio cuore.

Spodestato e di traverso

per quanto inverosimile ti sembri

comincia inverno!

nere nevi tendi

e diventa sepoltura.

 

(un nostro scontento qualunque

passa difilato, estende anima e doppia

sull’estate di buona speranza

vago il filamento ambrato

a due passi due dalla porta di stanza.

Non fa nomi precisi, solo sale

tra il qua e il là delle possibili

gaie et splendide coste,

è rumor di selvaggina

e si solenna)

 

Ma ci capita di venderti ancora come

inseguire frottole nei corridoi

come stare composti fra mille tuoni

come indovinare numeri e riprodurre

l’amagia che insegnavi, sei ancora lì che

ci convochi, tutti per te nelle sere di veglia

e addosso agli occhi in dormire.

Non ti interessa certo sentire solo i rintocchi morenti delle cinque.

 

Ma succede che, chessò, un librino

consoli a meraviglia il fatto imponderato

e diventi reale. Lo incastri nella visione

e ti dai due mani di colore previsto amaro.

Balli a tutto tondo, ed è una felicità

morbida e sontuosa e penitente e

, senti, uno sballo così non appariva

prima non c’era, non rimaneva intera.

Tutte le volte che chiamavo mi preparavi una risposta che cadeva.

 

Comincia l’inverno

e moriremo barboni alle città

vecchie stamberghe collassate

ardendo, ardendo.

Comincia l’inverno demonio

sulle strade basagliano uccellini sparenti

e mai altro gusto avrà

un loro comunque amore.

Accatastato e convesso

sui tagliati, sui loro lembi densi

esplodi inverno!

bricioline scintilla

nella cava urna fradicia.

 

 

Ma per prima offri la tua unghia al cielo

scadente principio e di bellezza gelo

offri il tuo fiato a quel che non vogliamo

sai che non siamo, che rompemmo il

rumore dei passi su viottoli fantasma

e che tutto diventò vicino quando screziato

cieco di lampadette alogene si fece meno.

Portaci dove una bambina riesce a stabilire cos’è caldo un tramonto.

 

Ma devi, suona strano?, devi!, incidere

sulla pena del vuoto un fiorellino, due foglie

e dare notizia del suo stelo fratto, scrivi

i nomi delle cose perdute,   dicci:

aspettiamo quasi giovani un ricordo che

congiunga qui con noi se si prepara il giorno

anche un giorno d’inverno, tipo verso le tre.

Vedi bene anche te che è continuo il morire se per sempre viviamo.