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Sfiorandomi morte senza rogo

Pubblicato: 17 ottobre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Prendimi impulso rapace e gelo sfinito

Prima che l’inverno trascriva inanimato

Freddando l’inventiva dei fuggiaschi

 

Spezzami pietra scalfita al non ritorno

D’umana riserva grondante

Ai cieli infermi condannata

 

Trovami assente e stonata se voce rinnego

E capo assenziente

Variandomi gesto nel sonno.

E fuoco radice matura in fusione

Sfiorandomi morte senza rogo

 

 

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Fango sul nitore

Pubblicato: 11 ottobre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Fango sul nitore

In questo tempo di voci smosse in coro.

Melma di latrine seviziate con più lingue

Dove infrangerci idealisti è un vizio folle.

Dove l’anima castrata segue al passo le prigioni

E racconta senza il minimo ascoltare l’imperato.

Volti in fila tumefatti si respirano infiniti al fiele amaro

Disgregandosi al giudizio della bibbia

Dove l’uomo è di Dio la sete vasta

 

Fango e poi rifiuti fra i sensori della sera

Incrostati insani all’osso

Senza vie da gocciolare

Con l’orgoglio che sgomenta

Quando muto s’inasprisce

Demordendo la sembianza

 

Dove siamo, noi di Dio la pecora malata.

La ferita sul costato imputridita

Mai ritratta.

Mille fauci e nessuna assoluzione

Che riposi a medicare.

Rovi e muffe dove il passo è una vittoria

Dove l’umile nel gregge è la sconfitta

E ai dadi umani affida l’anima oscurata

 

Via dal coro le voci che hanno speso

Via dal grembo dei veleni e via dai cieli

Ché di poco rallegrano l’azzurro

Ritirandosi pazienza.

Rari nastri fra i capelli con le mani dedicate

Fiocchi astratti senza posa:

L’innocenza nell’archivio al comodato

 

Ognuno a dirsi il manto, l’altezza confermata,

Le gole in espansione ristrette in torto al vero,

La pioggia inaridita in peso ai colli,

È il vento compresso in irruzione

Con le mani strette in tasca, mendicanti

 

la porpora frenata sotto il letto

Dell’affetto primitivo è la mancanza

 

 

 

So di mio Padre, Me

Pubblicato: 1 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
Tag:, ,
Dov’è la verità che accade al verbo
Sfamante come un grano di rubino
Affidato al palmo rarità
Incredulo e vibrante.

In ogni sguardo macella lo stupore
Fin dove il desiderio muore

***
So di mio padre l’ira sterminata
Quando all’eco la ferita rimbombava
E ogni fiore si faceva fieno
Con la terra ringraziata fra le mani.

La verità del bulbo ancora da interrare
È lo sconcerto;
L’instabile visione coltivata
Premessa sterile illusione
Disseccata al vanto

*
So di mio padre la verità del perso.
L’ostacolo molesto che l’ha formato ossuto
Finito alle mie braccia;
E un grappolo di piaghe sentite all’osservare
Sperate al solo tocco — trasmissione.

La verità dei venti è la pianura prosciugata
L’inflessione muta che s’intrattiene al gambo
Sfiorandolo rappreso e stinto alle frontiere
Del rogo stagionale – languore nel rovescio –
Livellato garza in guarigione

*
So di mio padre la verità dei calli accumulati;
La rissa appresa per odiarlo imbestialito
E l’acino di vite
Promesso da scordare
Ogni mattino rammentato al vischio.

La verità della fede è un soldo risparmiato;
Dozzine di cimeli orlati a piombo freddo –
Sparito al primo bacio.
E un muro demolito al miracolo
Sostegno ingrato di perdono

*
So di mio padre la verità dell’occhio zuppo
Tradito e remissivo fra i semi della sposa
E l’ugola voluta canto
Servita a tarda sera timbro da violare.

La verità del seno è un cuore da strappare;
Miriadi di soldati benedetti al fronte
E il labbro generato temuto da svezzare
innanzi al tempo

*
So di mio padre la schiena curva;
La forza magra e la tempra rivelata
Sellandosi fidato la coscienza
Perché al vero – nel confronto –
La delusione è il misero svelato.

La verità del buio è l’incoscienza;
L’ombra da sfidare singola battaglia
Patendosi la camminata scura
Vestita di lacrime cacciate
A meta derubata

*
So di mio padre la patria sospirata;
Il sughero intagliato lama
Al verbo ricevuto oltraggio
E vallate d’antiche convinzioni
Timbrate nel pensiero
Voci corali radunate.

Il vero della folla è la mandria rintanata;
La verga impietosita
All’angolo di spalle
E un volo di serpi a testa mozza
Stecchite fra le gambe in fredda soggezione

*
La verità del tempo è l’impazienza;
La svelta conclusione degli esordi
Sconfitti nel ritorno intento morto
All’entusiasmo rievocato nel rimpianto.

So di mio padre l’attesa sepolta
La conclusione avara fra le dita
Nel termine che cessa inizio
Al miglio raggiunto da azzerare

*
La verità del credo è Dio alle porte;
L’onestà del polso propagato lancia
Ai topi da stanare
Sognandoli assetati all’invasione.

So di mio padre la resa dei conti;
La vena rigonfia dell’ultimo respiro
Stendendosi ramo di fusto lontano
Piovendo deserti ai bacini

*
La verità della vita è l’impronta che calca;
L’uguale somigliato
Appreso scudo e tarda comprensione.
L’odore delle siepi assaporate al passo
Limiti irrisori nell’utile avvenuto
Storia al giorno da affidare.

So di mio padre la tomba ignorata;
Il volto immobile e preciso
A maggio fissa devozione
Come la selce dissolta
Che avverto centrata
Ai rovi bisbigliati graffio in altra successione

Frazione scomposta

Pubblicato: 17 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ingenua Alice
Frazione algebrica scomposta
Con i colmi da spurgare terra rasa.
Trova riconoscenza un attimo
Che infine pungano i parassiti in fila
Con la lingua immersa
Al quinto vizio capitale martoriato
 
Alice di sagoma e sventura
Ruzzola sciagura ai predatori
Parvenza ossigenata d’affanno incoronato bisca demenziale
 
In vece s’inducono
– Stai certa –
La favola dei funghi rosa
Mangiabili scarlatti e inclini per scarsa fioritura
Al giorno dei concimi rastrellati
 
Nel pianto invernale s’apprendono l’isola perdente
Ai rubinetti vinti – riunendosi la sete
E tutto il resto è niente
Un marmo da intagliare
Membra d’indennità
 
Basta con i cordogli
Con le carte da svoltare ai finti Re –
Regine in primis.
La tavola assolata ti fa piaga e cenere
Ed è croce questo nervo scavalcato;
Le braccia centrati sui gomiti
Niente da offrire né da afferrare
Contandoti i confini delle dune da scavare.
 
 L’unanime sapore corregga l’esperienza
 Arata dal capezzolo
 Creando l’espressione medievale
Tenera ai padri
 

Psicosi Multipla Bilaterale

Pubblicato: 14 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, , ,
 
Prego signora, cominci pure. Non sia così nervosa. Lei in questo momento è al sicuro.
Si metta comoda sul lettino. Niente è senza rimedio.
La finestra dello studio medico è schiusa. Nell’aria odore di muffa vecchia.
L’agitazione della signora sgombra la stanza d’ossigeno, accumulando sudore.
Le folte sopraciglia del medico – in contrasto con la sua calvizie – risaltano il suo viso.
L’atteggiamento quieto fa sì che la signora si stenda.
-Cercherò di farmi capire dottore.
Ho bisogno di lei. Il mio non è un caso complicato. Basterà un poco di attenzione.
 
-Sono qui per lei signora. Le mie cure la aiuteranno.
 
-Bene. Cercherò di sintetizzare il più possibile. La mia vita è cominciata quando sono rimasta orfana. Non lo dico con cattiveria, anzi, le dirò dottore, quando morì mio padre, cominciai a soffrire d’insonnia. La notte per me era una montagna invalicabile.
Dottore sta ascoltando?
 
(nessuna risposta)
 
-Dottore sta ascoltando?
 
(sbadiglio)
 
-Signora, stia tranquilla. Si rilassi.
 
– Bene.
Dicevo, quando mio padre morì, cominciai a soffrire di un’insonnia costante. La notte girovagavo per la casa lavandomi le mani in continuazione. Forse, questo per lei sarà banale, ma, vede dottore, sono arrivata al punto di fasciarmi le mani: tenendole sempre in ammollo le nocche erano quasi ulcerate. Le mie mani hanno visto mille dermatologi. Le gambe di mattino erano due palloncini: frutto delle vene varicose. Dieci mesi interi disastrati per una semplice insonnia.
A volte – guardandomi allo specchio – creavo vortici di luce con mie pupille nere incavate.
Il mio riposo sregolato è stato padre di molte disgrazie.
 
(Le parole scorrono come un fiume travolgente)
 
Certe volte avevo delle inclinazioni anomale: suicide per intenderci. Fortunatamente sono riuscita a tornare in me. Non è stato molto facile, certo, ma posso dire di avere una tempra di ferro per esserne uscita quasi illesa.
 
-Bene signora. Vada pure avanti.
 
-Sì dottore.
Dopo quel periodo, la mia vita ha trovato finalmente la felicità. Ho ricominciato a dormire.
Il mattino, ora, quando apro le finestre, sento gli uccelli cantare, sembra… non rida dottore…
sembra cantino per me. Sulle mie spalle le farfalle perdono polverina magica.
Tutti mi vogliono bene. Sistemo la casa con calma. Vado al mercato. Insomma, conduco una vita normalissima. Non mi guardi così! Sembra strano, ma ora, in tutta franchezza, posso dire di conoscere la felicità.
 
-Bene. Vada pure avanti signora.
 
-Sì dottore. Forse lei penserà che io sia pazza… non la biasimo.
Ammetto che non è normale sentire felicità in un semplice cinguettio.
Un minimo di diffidenza non mi offende. Forse, in passato sono stata labile, ma so riconoscere i disagi, ora. Mi creda dottore. Sono una donna felice a tutti gli effetti. Ho persino un marito ora.
Dopo una vita di solitudine merito anch’io un po’ di felicità. Lui si chiama Osvaldo.
Ogni domenica mi porta al mare. Si cura di me come una bambina.
Certe notti mi gira intorno e non capisco il perché. A volte ho la sensazione di avere un ladro in casa. Voglio svelarle un segreto; mi raccomando però, non lo dica a nessuno.
Mi vergognerei da morire.
 
-Dica pure signora.
 
-Da bambina, mio padre sporcava sempre le mie mani. Lo aiutavo in casa. Dopo la morte di mia madre, ero io la donna di casa. Per tanti anni ho pensato d’essere solo un fazzoletto.
Una bambina cattiva da punire. Non sempre ero efficiente. Come ci si può sbagliare a volte a giudicare le persone. Ho sempre pensato che mio padre sporcasse le mie mani per punirmi.
Ora, finalmente sono riuscita a capire. Mio padre non sporcava le mie mani per punirmi.
Ora lo so. Sapeva che avrei passato un periodo infelice dopo la sua morte,
sapeva quale sarebbe stata la mia medicina per la sua perdita.
In cuor suo, sapeva che lavarmi le mani avrebbe aiutato la mia fragilità; è per questo che sporcava sempre le mie mani. Ricordo le paure quando si calava le braghe: stupidamente ero ignara del suo dono. Lavare le mani ripetutamente per mesi è stata una cura miracolosa.
A volte non siamo consapevoli di avere intorno delle persone buone.
Questo mi rattrista.
 
(il ciglio del medico trema)
 
-Vada… avanti signora.
 
-Ho persino una figlia bellissima, ora. Ho tutto quello che non ho mai avuto:
una famiglia.
Vede. Sono qui per un motivo preciso dottore.
Mia figlia.
Lei vive queste cure come una punizione.
Mio marito ha cominciato con lei la cura miracolosa e lei pensa sia una cosa brutta!
Ma si rende conto? Le abbiamo sempre dato tutto, privandoci persino dell’aria.
Io, ho cercato di farle capire che è una cura, ma lei non ascolta niente. Si chiude in se stessa come un riccio. Mio marito lo fa per il suo bene. Per amore.
Naturalmente non sa che sono al corrente di tutto. Sarebbe umiliante per lui, come per mio padre.
La cosa che mi lascia perplessa è un’altra: le nostre somiglianze non concordano fra loro;
mia figlia soffre d’insonnia già da un anno, e grazie a Dio io e mio marito siamo ancora vivi.
Ho la sensazione di navigare al buio a volte. Questo enigma logora i nostri asciugamani,
eppure le mani di mia figlia non sono mai pulite. La cura con lei non basta.
Non capisco il perché.
Pensa che sia grave dottore?
Dottore? Perché mi guarda così?
Dottore?
Devo preoccuparmi?
Ha già avuto casi analoghi?
Dottore…
 
Le gambe verso casa trasportano macigni spigolosi.
Calendari spenti svegliano occhi ciechi.
Il cinguettio degli uccelli perdendosi lungo la strada svanisce in follia.
Farfalle posano polvere magica dentro i suoi occhi bagnati di pianto vecchio.
Spalle corazzate dal tempo si curvano in pensieri.
L’infanzia lontana lentamente mette a nudo una crescita mai sbocciata.
La cura è andata via, con le farfalle, in sella alle ali della realtà.
 
/ 2003

Fuori Alice – Prima persuasione all’ombra

Pubblicato: 9 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Alice – sentiero propagato vista disillusa…

L’inversione pazienta nella stanza ombrata;

È l’ora delle trame da sfilare.

Le posate dimesse, ammansite

Reduci da compostezze prigioni

Soccorrono l’altare beffato per smontarlo sacrificio.

Esponile il decorso del volere ricreduto

Del dolore congedato

Privandoti di lodi esaminanti

Fino a divulgarti polline proficuo

 

 

Spogliati del miele e sboccia ira.

Rabbia conciliante

Ferendo ogni rimedio svolto dis-sapore.

Sminuzza ora – delirando in assolo

Tutta questa zelante evidenza che corona pareri

Privandoti in meno

Della croce stabilita cecità

Perché il chiodo da cavare

Plasmi fonda e incensurata compassione;

Memoria in differita che sappia risvegliare

L’apparire inservibile nozione

 

 

La fuliggine è invasiva dentro i tralci dei viticci

Come una querela dentro

– Rigettala se ancora sai inasprire –

La disgregazione in replica per goderti le strette

Senza estraniarti lo spessore

Che ti vide tronco di potatura volontaria.

Fermenta l’accordo

D’adorarti capiente.

Disponi la visione degli acini dispersi

Consigliandoti mezze mele da confronto

– combaciate –

Per la consistenza d’esisterti in fusione

 Bocche d’origine – pagate – fauci di pietà

 

 

Il gorgo dei difetti

Con l’assillo in disguido punitivo

Sarà l’eccelso condiviso tra la folla

Da sfrattare;

E poi l’autunno:

Corposa penitenza equilibrata- s’abbandoni;

Ché ha zanne vegetali

– Nel conteggiarti ottuso –

Le foglie dentro gli occhi

Oscillanti al varco

D’altre pieghe disertrici da svezzare

– Insegnagli a gloriare franamenti –

 

 

Il corpo è la quintessenza dell’occhio

– Risentito –

Una banale ubbidienza rinviata.

L’ultima comprensione

Dei Sospiri diluviati

Oltre le coscienze inviolate;

Un guanto celebrato tatto di premura

Quando il sole mostra in ripugnanza

Tre coccole stravolte derisione

 

 

Alice a diradarsi biasimava le finestre

Sprangate dei viandanti.

Il niente da lanciare sotto, e il vuoto sopra intimidito.

Il superfluo da curare e vigilare arteria circoncisa.

Le macchie d’inchiostro colate senza nulla da ridire

In precisione.

 Gli odori immotivati.

Le taniche impassibili a riempirsi.

E lo sfondo di una cella in supplica

Ferma ai palchi da fuggire

Metamorfosi ausiliare

 

 

Alice, pioggia ignara primordiale

Rifrazione apatica agli sfasci necessari

Astieniti al digiuno tiranno

E rastrella quella mano tesa

Fuga tarda

prima che l’assenza sgorghi madre.

Oltre le nubi, la folla arretrerà

Vanificando ogni sembianza

E gli orologi scandiranno ai graffi

L’ora del sangue rincasato

Bandendo la stagione dei fuochi

 

– Ogni legno a cremare

Pianga al ventre intiepidito –

 

 

 

 

Valuterà l’inverno nel guardarsi immobile al tuo tocco

Vincolandosi la cenere in regresso

E tu,

Stata nel vento cenere esistente

Non rivelerai la crudeltà delle veci in soggezione

 

 

L’ombra della stanza saprà d’appartenerti

A perderti

Prima che la porta ti pianga alle spalle

 

 [pasto di legno]

 

La carestia inversa del dolore

Pubblicato: 5 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ho steso settembre di schiena
Sfoltendomi le veci
Con le foglie da sbranare raccordo
Intorpidite ai parchi.
E l’ho sentito botola in premessa
Spina sentenziante in attesa d’infiltrarsi
Fretta magra.
Frastuono inadeguato,
Meschino agli inoltri impazienti
D’ascolti sfibrati che al sole s’indorano il bene
 
Settembre è di poche parole capaci.
Di gesti slacciati, conclusi,
Intromessi, garbati varco immiserito;
Acerbo alle nebbie da osare
Non ride, non fiata né spranga
Ché i volti s’impiccano prima
Gioiosi ai legnami affidati.
E scorge ogni favola morta – brindando,
Ogni meta interrata – pigiando,
Spannandosi appena nel vuoto
L’opzione dei venti a stoccare
 
Frustra così settembre
Con l’astio fra i rami pentiti
Che a stento frazionano sale e nevischi;
Come se l’istante
L’avesse mai badato infedeltà
O ira di nodi mozzati
Amati affabilmente segatura.
E un po’ spadroneggia settembre
Piantando bimbi in fila e seminari
Prodigi ai rientri
Quando l’ostia si rincresce di digiuni
 
Patto sgorghi, se ancora spero
La pioggia risonante e il mare nero;
Di quale scherno il foglio bianco
M’incatena, ora a settembre
Smarrendosi ridotta inondazione
Prigione scialacquata.
Con quale assedio
Dimorerà l’ombrata che mi farà giustizia
Vestendomi croce d’interstizio
 
Giuro lo sfascio da assemblare
Fondendomi ai fiori
E la dedizione al grano amato
Entro ogni intento svanito
Intuito a riaversi.
Giuro l’inchiostro sangue fra le vene
Come scopo a riverire
L’indice di Dio
 

Trasfigurazioni

Pubblicato: 1 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Abbiamo perso la fossa del rientro
E siamo ancora qua
Insolubili
Adiacenti in questa nebbia vaga di parole
Varchiamo in esclusione il corpo estraneo
Rinvenuto uno
 
Il passo disagevole al congedo
Dissuaderà la porta, credi,
Quando la strada opaca perlustrerà l’usura
Ammutolita d’impronte sedentarie
E il calco uguale sorgerà scissione
 
 
A stento, l’ossessione salirà
E arginerà lo stampo
Scelto norma con l’accuratezza
Da impagliare
Al primo franamento
 
Pose di curve allineate
Compiaciute, definite, misurate,
Tratteranno l’uguaglianza degli esempi
E l’occhio a motivarsi la palpebra incapace
Tratterrà il giudizio cieco
Patendo l’allergia dell’incostanza
 
Ricordo dieci dita strette
Due figure uguali
E imprigionata una
Senza tono di pronuncia
Né pareri.  
Il labbro ossuto – diseredante –
Ai ruoli
Mordeva nel parlarmi
La salvezza sperperata
 

Neve a Settembre ( aborto)

Pubblicato: 28 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Neve a settembre
Sotto il sole infilzato che raggela.
Piegata su un utero negato
Nel rimando accucciato del distacco
Una donna sazia pianto
E di zanna s’ingrazia le rughe.
*

Neve a settembre,
Inerte intorno al ventre
Come terra arresa al contadino
Fra giri d’orologi senza tocchi
Un passo scorre senza impronta.
*
Neve a settembre
Al rovescio d’ogni trapianto
Con spicchi flessi
In letto al secchio
Come limo ignorato
Una chiazza battezza colpe al fato.
*

Neve a settembre
Libando con coppe
Colme a latte rancido
Una maschera scarta carni
Scolando polpe offese
Al taglio obliquo
Della clemenza china.
*


La mensa allestita dalla morte
Adagia la tovaglia sull’altare
Il vino e il pane, in comunione
Ne innaffiano l’accordo
Sforbiciando a vuoto
Incenso al dilaniato
*

Penzoloni l’attesa
Penzoloni le gambe
Penzoloni un destino.
Fra gambe spalancate in rammendo
A stringere preghiere senza croci
Una donna, s’ammonisce cammino.
*

Un grido all’alba
Spegne un cero estinto
E di notte
Ne nasce istante al timbro
*
L’obolo del tolto è già passato
Sprofondando questue in limbi fitti.
E garze in scambio ad organze
S’adempiono scrittura
Che d’altri
Mai n’eleveranno uguali.
*


Neve a settembre
Fra cambi di sfondi accidentali
In Gelo al solco rifiutato
La morte s’ingrazia morte
Tritando figli, a farne guscio al cielo.
E salamandre a rosicchiare intorno al collo
Ad ogni lunazione sghemba
Reggeranno sedie all’impiccato
Oscillandone cavicchi
Al sia così
Che poi sarà
In culto a bocci potati
Senza sfoltirne strazio.
*
/2003
 

Alice, Vento taciuto

Pubblicato: 24 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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La pesantezza della pioggia come una sentenza – sul corpo – assiste l’esilio delle panchine lungo il molo. L’eco d’imbarcazioni distanti filtra la presenza di altri mondi, di altri denti da usurare, di altre carni da assentare.
La costola adibita a trascinarla scandisce la vernice dei pali scrostando l’odore del sangue affievolito. Una sorta di conta regolata, disposta a cronometrare questa lenta inversione del corpo. La voce è una domanda spezzata. Un sibilo incompleto che genera ossessioni, progressi di rovine in estensione, trazioni temporali. Il rimmel, scolato fra le labbra, screma l’impronta dei tacchi, spargendosi promessa senza causa.
Il crollo degli abbracci è un arto smesso.
Un ramo proclamato.
Caparbia, la sete tralascia l’ultimo miraggio smantellato con l’estro della ripugnanza autoritaria.
L’assetto al non ritorno è cominciato.   
Troppe luci scavalcano la frana delle stelle.
Troppi volti in serie, condivisi all’istinto delle sfide.  
L’instabile complicità che ingoia paragoni – strutturando mete irraggiungibili – è bocca di metropoli.
 
***
 
 
[ Alice, vento taciuto – filo trasparente a rammendarti ]
 
 
*
 
Marionetta breve – orma senza incanto
Dedita ai gradini del dissesto
La livida carenza sull’asfalto
Ha nominato il pane svelto ingoio
Sperandosi la facile espulsione
*
 
Del corpo hai scordato l’ubbidienza.
Le mani chiuse a virgola
Stagnanti
Senza pietà nei punti da associare
Testo estremo in scucitura
Coinciso spilla balia
*
 
Ad amarti fossa comune
Ogni respiro consolato
Fiaterebbe la gratitudine dell’afa alleggerita
Oltre il vivaio primaverile in vigilanza
Sospeso germoglio
 
– Pensante –
*
 
Ti è madre l’idea dei fiori 
Per concimare il crepuscolo che frughi.
Le corolle suggellate in sosta al sole
Con la sera tarda da patire a goccia sul cuscino
Ambizioso d’affondare
*
 
Astieniti – replicherebbe il vento.
Non sporgerti oltre l’uscio che t’azzera.
Trattieniti da aromi avvelenanti
Che inzeppano soltanto forme in successione
Con impegni da badare
*
 
C’è l’indulgenza del mare per sorreggerti;
La marea che t’accolse disperdente
Quando l’orbita del collo
Divulgò d’esserti d’impiccio
Con la risonanza d’altri mari da salare
*
 
Arrestati – ripeterebbe ancora;
Ché l’ultima ora solidale è un cerchio in malcontento
Senza numeri aggiuntivi da sommare.
Astieniti,
E ancora intingiti al declino senza stiramenti
Senza ciotole né maschere giocose da fasciare.
Solo qualche unguento – da associare tempo ai fiori:
Equa carità di scavi in muta differenza
*
 
E tu …
Dove vigilerai le lacrime per lusingarci ciechi.
Con quale cruccio caccerai
La festa conclusa senza candeline da spirare
*
 
E noi …
Saremo dosi di stupore da aggregare
Senza peso alcuno
Che prema a farti cuore
*
 
Di loro …
Si seppelliranno le veci – svestendoli ai ribrezzi;
La mano tratta sopra gli occhi assorti
Ghiaia in benedizione
*
 
Il tempo è una candela
– In fondo – razionato.
Un termine ancora da spirare.
Una colata unanime d’orrori e giudizi
Capaci, si dice,
A rinsavire
 
 

 
 
[ il pasto di legno ]
 

Nozioni

Pubblicato: 18 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:
Scarcera le mani pronta angoscia
Dimesse, predilette grinza
Dove la nebbia
Timone inascoltato
Spiega la costanza
 
Le dita:
Devote all’ingordigia dei silenzi
Con l’indice sospeso nel condono
A pezzi, incerte,
Rimpatriale segnando tolleranza
 
Cimentati al tormento
Sfrondando di sollievi
L’ideazione;
La semina dei rovi
accolga pelle liscia in rappresaglia
            
 
Rimedia la pazienza
Nell’apice di mete sorvolate, scadute,
Versando gioia persa
Riverbero nei ponti
Che Franano orazioni
 
Onora gli artigli cantori di pietà.
Il pane bestemmiato –
Spezzato in torto al vino
Fondendoti ogni abbaglio fotogramma
Scorrevole coscienza
 
Ascoltati parere condannato
Fissando l’occidente
Tenebra bendata;
Missione dissanguante
Senza resistenze
Né polsi da ignorare
 
Saprai d’ogni cadenza
Sanandola sembianza.
Di questo verbo chino inalberato
Fermo stante.
Dell’angolo rotondo deformante
Eletto a conficcare
Spine crudelmente intenerite
 
Vedrai che l’offertorio
Non grava solo a Dio
E degna divora, deviante la parola –
 
Di questo in ogni chiodo
sevizia giunga croce la domanda
Ogni secchezza timbrica intonata 
A pormi fertile variante
In discordanza
*
 
con devozione a San Giovanni della croce

Tabernacoli infranti eucaristia

Pubblicato: 10 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:
 
 
 
Il grano amplia le pareti ovunque incalza.
Striscia d’istinto intorno alle movenze
E prega le pietanze in delega
Per darsi recepite incolume ai canini
                                           
Siamo la gravità dei tabernacoli infranti eucaristia.
Misere fedi che orientano l’incanto
In un proscenio di petali arrendevoli a cadere
Se l’indice additato conta zero.
La folla sposta gli occhi a intermittenza
Concedendo gloria al senso
Dell’onnipotenza disseccata
 
Denigratori a perderci in rivalsa
 
[ Di tutte le patrie galere
L’intestino conserva il potere.
L’unica voce zittita
Che riesca a farsi il segno della croce col ritorno al petto
All’impulso del rigetto ]
 
Spoglio è lo sguardo che combina il confronto
Condannando l’ossessione con l’unica paternità spartita
In un proliferare individuale
Che regge ogni carcassa celebre scadenza
 
Dopo si rinasce in paternale
 
Coltiviamo il peso dell’ipocondria
Come un’esenzione a trovarci;
Se fosse pensabile l’olimpo
Discenderemo a valle per scalarlo
Ringhiandoci il passo al progredire
Senza porci in compassione la domanda
Che debellarci uguali è tema da primati
 
Fossimo tralci,
Mistura di vernaccia imputridita,
L’attenuante sobria ci farebbe poco doc.  
Sepolcri senza oli da fiutare
Con la resurrezione improbabile del cuore pentito
Consenziente alla cecità dell’amore beltà.
 
 Forse siamo virgole, tranelli nel palpare,
O punti, Capillari chiusi come vene
Che esimono il dovere della conduzione.
O forse inoltri,
Cestini da riempire con la morale sperperata fra le stelle
Quando a maggio cadono
Scheggiando l’impossibile dei magi illusi Re
 
Di Elise in astringenza è colmo il mondo;
Così, com’è ricolmo a oltranza di vite rifiutate ai troppi denti
Scordati sospensioni nei rifiuti delle sfingi. 
Se avessimo pareri,
Sporgenze da associare meno omologate,
Meno sali tiranni da addossare invasori
La leggerezza del mare diverrebbe unanime
Senza l’intolleranza alle maree
 
 
 
 
 ([pasto li legno])

Il retro dell’inferno

Pubblicato: 5 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il retro dell’inferno è un pasto in privazione,
l’esiliata bruciatura che aspetta all’osso
il minimo baccano;
la flebile grandezza di un lento abbrustolirsi tetto
decadente dosso, isterico alle calci.
 
Così,
come la brace si diffonde e tace,
ogni portata è senno,
ogni mancanza bene;
ogni valenza male.
Troppe genti da invischiare fra gli assensi,
in fondo ai fuochi dei muscoli predetti sfilza ai denti;
rovina tormentata opposizione.
 
In fondo,
 di noi non conosciamo troppo,
il mare immenso se c’è stato,
la lenta sfioritura senza petali riflessi,
Se il palmo delle mani dice,
l’osserviamo e a poco ricorriamo;
e in tutto questo abbellimento
nasce quel peccato tanto contrastato
che è gola disonore.
 
Ansioso è ceppo il corpo,
legno affusolato d’ignobili digiuni    
da ritrovarsi in ogni stanza uguale l’affabile misura
con giusta opposizione.
 
E alice osserva, esamina,
analizzando quasi a rincuorarsi l’ignobile abbondanza
E poi s’inarca per farsi compassione
al mondo che l’assorbe
murando l’imperfetto.
 
Alice,
gridalo che sei un lampo,
il bagliore buio degli inverni che sorseggi solo tu
ostinatamente,
con la bocca grande rivoltante
che succhia e aspira poca comprensione,
viltà da livellare dente fucilato quando ti eclissi ai suoni
misero silenzio,
piantagione inaridita,
nausea agli avvoltoi
 
 
 
 
 
24 giugno 2007
 (pasto di legno)
 

La sintesi spiccia – ausiliare del legno

Pubblicato: 2 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Che aprendo lievitava pane
Indietreggiando grassa l’avvenuta
 
Le gote di una suora laica isterilite
Pronte ad assaltarsi il velo cavo
Riverso alle preghiere
Gonfiavano all’esordio noi primizia
 
Miglia di bambini in fila
Tenuti canottiere larghe
Costanti al colore aggregazione.
 
 – Era l’arrivo –
 
Le sedie addolorate mosse ai banchi
Sentivano l’odore dei conati
Reggendosi l’inutile ai domani
 
Poche premure
Due mani alle portate
Versavano gli avanzi interi intatti
Saziandosi al pensiero digiunante
 
L’ortica, sul banco sbocciava mesto ingoio
Cercandosi alle rose la promessa
Del duello
 Ingigantendo fetta al sangue
L’apprensione
 
 
**
**
La gola era il difetto del momento.
La pozza incognita seccante
Che avrebbe mosso il resto
Da affondare
 Goccia in profusione
 
Santuario: l’imperlata fronte –
Delegò riva il palmo innamorato
Mentre di pioggia s’invaghiva
Precedendo l’avversa siccità
 
Un canto
Di notte evaporava, stringente,
Sfinendosi nemica l’impazienza
Quando la sveglia risuonava
L’inerme adunata degli odori
**
**
L’unguento per l’umore
Era l’imbroglio
Del sale anticipato mestolo deviante.
A cosa mai valeva salarsi l’impressione.
A ruota,
domenica la consolante c’era
E poi l’aurora:
Serie di mani alzate senza colpa
Gridavano al Signore
 
 *
Da dietro lo sguardo valutava
La sola che ad essermi sorella
S’odiava a vive voce la brodaglia
Spartendone a corona
Molli pezzi
Svelta a ricompensare
 
E tutto intorno s’accudiva in un bicchiere
Il mare desolato da assetare
 
a Maddy  
 
 

Stupore sgretolato

Pubblicato: 28 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Un vuoto di parole
E quel che è stato muore.
 
L’ultima alternanza dei disguidi
Mentre sfollo l’inginocchiatoio delle serpi
Ai prossimi predoni accumulati
Gloriandomi bugiarda a questua smessa
 
L’esile cellula dei rinsavimenti
Credo
O forse l’estrazione arata
Di un dente inesistente
Giustiziato verbo fra gole di perdono
 
Insiemi transitori e labbra omologate
 Quando il vento derideva a riversare
Scenari di preghiera.
Rilanci di partite perse e vinte
Concesse, credenze speculate
 
Un battito pedante ancora
Repellente e moribondo:
L’eco inaridito del dimesso livore
Per omaggiarti stupore sgretolato
Fuga celestiale agli epitaffi
 
 
26 aprile 2007