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Sovrapposizioni

Pubblicato: 31 gennaio 2013 da llmezzanottell in scrivere
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Dentro le sovrapposizioni sceniche
il pungente odore del freddo
che se fosse solo un equivoco
non inonderebbe gli occhi di barbarie
e sensi trascritti dalle bibbie delle amenità.
Tutto è come una volta,
di notte al tuo fianco
ci guardiamo senza volerlo,
amore chiamiamo
la fatale confusione dei profeti,
l’azzanno di buia trasparenza
al compassionevole sonno di Antartide,
i suoi quarantuno milioni di segrete
e i baci di stelle ruminate,
quel solo scavo critico
in cui nascondere
tutto il loro fangoso esuberante candore
tutti i sigilli di epica resistenza alla morte.

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Nessun Fiore

Pubblicato: 19 dicembre 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Timbro esistenziale : sprofondare in trame lercie del profondo. Prodigio razionale : il tempo è anonimo e ha funzione di eterno crepuscolo. Apparizione di luce: ogni sensibilità violata riduce la mente ad una cava scura di parole. Mistificazione demoniaca :lo spazio è una stella sfatta che imbarca solo morte e disintegrazione. Nel nome del padre, del figlio, dello spirito santo, amen. Interpunzioni cadaveriche volano tra le voci che s’odono intersecandosi tra muscoli malati senza timore. Padre nostro che sei nei cieli, liberaci dal male, amen.  Nell’alto dei cieli si dovrebbe parlare degli strapiombi delle pianure , le muffe dell’acqua sporca che nutre il fiore, del nettare del cancro che scorre nei giorni di nessuno, le cipree clandestine di terra che costruiscono la casa con i frammenti d’ossa d’uomo. Ad occhi chiusi siamo chi è caduto, nel letto e nella mente dell’angelo, nel suo giardino disfatto, nella stessa radura frantumata che accolse il Cristo. Ave Maria piena di grazia il signore è con te, amen. Con te nell’urlo celestino tra le tue mani , mentre piange l’odore delle cose nel guasto d’augurio  della scissione sacrilega dal tepore amoroso del corpo del figlio.Posta al capo la corona velenosa di rose , camminare è eterno giorno del giudizio, frenesia che vaga come spirito di fumo, artificio sacro che ti infilza il petto .Sussurrano: nessun fiore. Liberi intingiamo i piedi nel fango di nubi per poi sorridere a nessun fiore. Mai colmabile il barlume di un cielo poetico, la verità di un attimo, il punto epocale del tutto, con nessun fiore. Madonna immaccolata, santa del martirio, Amore, Cristo guardaci. Maria Misericordia, Padre dei Gigli, Angelo azzurro luminoso, guardaci. Signora bianca dell’ascensione, Santa Maddalena l’appesa, S. Giovanni della torre, guardaci. In troppo poco spazio giace la disperazione e il riflesso, il rito del futuro , la vendemmia di ogni caso, la squartata concezione del divino, la stimmata imprevedibile della colpa e del destino.  L’assoluto è dolente come è ogni rivelazione , l’esito intriso di discordia, nessun fiore. La pace sfuma in colori infelici ,ogni chiarità  è sconsacrata, la nettezza in ombra, nessun fiore. Una luna d’inferno arriva ogni giorno a benedire la prima lacrima rossa e l’astensione della fioritura . Troppo tardi per chiedere pietà ?

Medium senza capelli

Pubblicato: 18 novembre 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Le parole non si sono mosse.
Sì che adesso
qualsiasi scandito vigore
ha la faccia del nulla.

Corpo, Spirito:
rimescolo da raccapriccio,
abbagli di carta in disfunzione,
sogni terminali tra misura e distanza
di cosmi impronunciati,
eresie senza rango.

Queste ascendenze del pensare
hanno lo sguardo morto,
e tu sei in loro.
Nel disordine
nel reato
nella distruzione.

Piccolo animale con espressione

Pubblicato: 9 agosto 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Dategli un grido per l’insensatezza di una simile deriva nel senso fragile della grandezza, il grido in cui s’accendono i suoi occhi carbone. Rimirate il volto alla trasformazione, la dimensione doppia della lingua che accarezza e seduce,  che si rivolta accesa in un manicomio di lune e stelle e bacia crudeli supplizi . Egli è un sole che riscalda la sua stessa morte camminando senza rotta , la sorpresa carnale di una margherita nel canto di un romanzo perduto, il congedo dell’amore dall’ultima lacrima. E allora dategli un grido, un grido simile al fuoco , selvatica colomba bruna che non ha paura di morire, significato e senso di quell’ erratico e splendente cielo che lo affoga. Nell’oscurità chiusa in atti di malevolenza , una musica puntuta uccide farfalle in volo,  oro contro terra spinge la linea di fuga al lago di una serpe inafferrabile che sibila tra le ninfee. Immobile ed implacabile osserva il cristo azzurro.

– Ispirato al libro ” La ragazza dai capelli strani ” – di D. Foster Wallace

Panorama Antico

Pubblicato: 24 luglio 2012 da llmezzanottell in scrittura
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A porta chiusa
il tetto è solo calpestio per merli
pelle come un muro
e gli occhi archi a sfarsi.
E’ il volto
una finestra aperta
su piovose latitudini,
un consumarsi
in panorama antico
di una casa che piange
e dentro cui insperata soffia
la carnosa vita della cenere.

Vividness

Pubblicato: 16 luglio 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Intercetta lo slancio affettivo
e il senso fragile della grandezza,
l’idioma di una sutura
tra pensiero ed espressione,
grandangolo di ossessione
tepore spiovente desideroso
amore.
Fuori dai corpi è l’elegia
che colora ogni ascesa
e rende noi
piccoli quarzi nel sole
parafrasi salvifiche
piccoli orrori che si tingono d’azzurro
sorretti da dolce sopportazione.
Nome nel nome
per un pò,
almeno per un pò,
quando il senso coagula
e in gabbia si infila anche dio.

così esattamente stanca
con i piedi spezzati dal vento
in un trovarsi che
spiega alle radici ogni nuvola
e non resta altro
che lo spruzzo del mare
ad intonacare di sale
anche l’addio più leggero

Gauss Loving

Pubblicato: 30 giugno 2012 da llmezzanottell in Uncategorized
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” Mi persuado sempre di più che la necessità della nostra geometria non possa essere dimostrata, non, per lo meno, dall’intelletto umano o per l’intelletto umano, Può darsi che in una diversa vita noi si giunga, sulla natura dello spazio, ad idee diverse, le quali ci sono per ora inattingibili. Ma fino ad allora è necessario porre la geometria non accanto all’aritmetica, la quale è puramente a priori, ma all’incirca sullo stesso piano della meccanica.  ”  28 aprile 1817  lettera di  C.F. Gauss a Olbers

Lunedì asmatico,
un moto d’angelo si consegna in un lampo
nella sua immersione naturale
al punto infinitesimo ——
grumo rabbioso
girino di luce
pulce di uranio
approssimazione oleosa ——
e pulsa già in quel t1
la reazione in atto dal t0 ——
l’amore è un cesto di coltelli
una stamberga illuminata a neon
conca di flessuose righe ombre
dalla grazia ineffabile
che rifrangono un paradiso corrotto
dalla sua curva più rianimante

il  cerchio osculatore.

Violet Fizz Mezcal

Pubblicato: 3 giugno 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Un altro sorso indovinato
una mammola nel bicchiere
il verme e il suo sudario liquido
a dire della gola
puttanella o vergine
all’occasione.
Io, lei
aguzzine dell’ultima luce del verme
annunciata riconciliazione verso il buio
nel gesto sacrale e sacrilego
di un brindisi d’augurio
nell’ ingoiare morti ed ombre.

Botanic drama

Pubblicato: 18 maggio 2012 da llmezzanottell in scrittura
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Lava incandescente d’estro babelico, leggerezza di passaggi, capelli che crescono come parole, nel loro essere piante selvatiche dalle foglie taglienti. Rischiosa è la salvezza, la pace di memoria, il prologo perfetto, perchè  godere è incontrare lo sconosciuto che ti trapassa  e poi darsi solo a quella luce viva nel finale

finalmente

respirando.

Opalina

Pubblicato: 7 maggio 2012 da llmezzanottell in scrivere
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La parola che dubita,
nel momento in cui transita
nel tono opalino dell’attesa,
trasmuta a corrompere ogni segno
malamente o banalmente
in caduta.
E’ quella furia sensibile della notte
che s’allunga pensante nei suoi capogiri ciechi
ad essere distesa scurissima di labbra,
che frugando tra silenzi e mani calde
invoca il discrimine di tutte le negazioni
conficcate nel cielo

Verde era il colore

Pubblicato: 14 aprile 2012 da llmezzanottell in scrittura a punta
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In riflesso sul mio autore,
le frasi a volte
restano rotte nella fuga
invisa alla tana.
Ma l’idea è una montagna
di carne euclidea,
bulbo di luna
circoscritto ad un fiore,
un serpente arrotolato
in una nuova parola rimestata
tra tempi di muta e veleno inesploso.
Verde era il colore.

City

Pubblicato: 6 marzo 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Certi giorni hanno una bocca scontrosa
e il basso ventre della città
è amaro e piatto
come certi orgasmi recitati,
come un dopoguerra sfinito
che attende le campane
per svegliare sonnambuli e vampiri.
Ma tu mi piaci così,
mi piaci triste,
con la luce che scalda rami e ratti
nell’eterno autunno
del tuo spazio monumentale.

Intemperie

Pubblicato: 21 febbraio 2012 da llmezzanottell in scrivere
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Una glissade di petali
posatasi in un morso di brina
si accantuccia sull’orecchio
come una nuvola smaniosa.

Conosco questo tempo dilatato di farfalle,
la potenza orgiastica dei pianeti
contro un mondo sulle punte,
quando la notte si attorciglia tra i capelli
ed il diluvio si preannuncia
in giravolte di comete.

E’ come un delirio d’atomi
quest’intemperie di sconcerto,
il fermo e il capogiro
della lacrima acre
dentro le ossa del sole,

il boato viola della voce.

Mala Rara

Pubblicato: 11 febbraio 2012 da llmezzanottell in scrivere
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«Vivo per la maggior parte dietro il mio occhio sinistro. E’ l’ occhio che vede il peggio e per questa ragione è sensibile alla sostanza delle cose, al mondo fantasma, al mondo della morte» J. Eyre

«Gli occhi distesi su tutto l’orizzonte
dove si coagulava la sua novella fantastica
d’odore agreste e dolcezza eufonica.
La cerimonia visionaria del senso
modesto sussidio per i poeti nati  già morti.
Pretenziose sublimazioni
Viste come malattie veneree per un senso non condiviso. »  Celan  _________________________________________________

Tutto si spezza sempre all’inizio. Vita e morte sono elementi primari di uno stesso seme che si scindono al tempo del germoglio per poi continuare a vivere in unità distinte e simbiotiche. Niente a questo mondo resta unito. Niente e nessuno è uno. L’uno è il due.

Non avevo scelto di vivere, così come non avevo scelto di morire. Non avevo scelto di essere una, non avevo scelto di essere l’altra. Non avevo scelto il mio nome, e nemmeno mia sorella. Due acini di uva identici vengono chiamati indistintamente acini , eppure alla nascita io portavo il nome di Lara, mentre mia sorella si chiamava Mara.

Vivo grazie ad una parte della sua testa.  Lei è morta per quella parte in meno.
Con due teste creo i miei dipinti e le mie sculture. In quelli vivo e in quelli muoio.

Sono seduta ad un tavolo oblungo insieme ad otto unità parlanti. Il cristallo dei bicchieri emette uno scintillio diamantino luminoso che si mischia a quello argenteo delle posate. Il riflesso punta ai miei occhi. E’ un fascio di micro-farfalle metalliche dal corpo puntiforme che in quel riflesso nascono e muoiono nel momento in cui colpiscono.

A tavola si parla della luna. Uno dice piattamente che quando è piena è bellissima, un altro dice che solo gli innamorati meriterebbero di parlarne. Un altro dice che sarebbe bello mettersi ad ululare a tavola tutti insieme al posto di suonare il campanellino per chiamare la servitù. E intanto, si sganasciano dalle risate, mentre l’aria sembra riempirsi di barriti grottescamente preistorici.

C’è una donna mastodontica dai capelli color barbabietola con due seni talmente grandi che non riesce a stare dritta.  Così seduta ha l’aspetto di un budino trapezoidale informe su cui è infilato a mò di pennacchio il suo collo tozzo  e quel crine crespo rosso violaceo. La donna ride spalancando la sua bocca oblunga più che può,  quasi orgogliosa di mostrare la sua lingua ruvida all’uomo che le siede accanto. Quell’uomo ride anche lui, spallandosi all’indietro con una volgarità naturale. Fissa il seno ondeggiante della donna e si mette a ridere ancora più forte. Sembra che, come lei voglia mostrargli la lingua, lui voglia mostrale lo sconquasso che la sua faccia assume ridendo.  Un ammasso di rughe così profonde da fare invidia al più longevo dei tirannosauri.

Ai miei occhi sono fantocci mostruosi, frutto di qualche esperimento di biomedica perversa. Io resto in silenzio, rifiutandomi di osservare le altre unità al mio tavolo e lancio anch’io uno sguardo a quella luna.  Mi appare come un grosso coniglio bianco raggomitolato appeso ad un gancio nel cielo. Il  suo doppio l’ho visto saltellare in gabbia poco fa, ingegnarsi inquieto per cercare di salire lassù per dare un bacio a suo fratello morto.

Appare dalla porta laterale una decima unità. Versa a tutti nel bicchiere del vino bianco ghiacciato. A me basta toccarne il suo cristallo freddo , che un’onda di gelo mi sale su per il collo e si dirama tramite la mia testa lungo ogni capello. Divento all’improvviso una medusa gelatinosa appena tirata fuori da un frigo, pronta a sciogliermi malamente al calore della prima pietanza calda che mi sarà servita.

Tutto si trasforma repentinamente. Tutto è caldo-freddo, vivente-morente.

Ora i fantocci mostruosi a tavola, sono tutti intenti a chiedermi il significato di quella mia scultura a forma di donna fatta con arance congelate ed esposta per giorni in una teca refrigerata con termometro a vista. Uno tra i fantocci,  dal crine bianco-giallastro con due canini d’oro, comincia a muovere la sua bocca molle e mi dice che quando aveva provato ad alzare la temperatura della teca , la donna fatta d’arancia sembrava sanguinasse.

Il vivo e il morto in fondo si differenziano solo per una diversa temperatura corporea.

La decima unità rientra da una porta laterale della sala da pranzo. Porge a tutti, servendosi di una strana tenaglia, un panino ovale. Ha l’aspetto di uno scarabeo albino a cui hanno mozzato le zampe e le ali. Mi viene voglia di accarezzarlo. Mi rimanda al contatto con la terra, le zolle umide, ai fiori cresciuti e agli insetti svolazzanti sopra il letto di mia sorella.

Entra una undicesima unità e porta in mano un grande vassoio quadrato su cui giace un pollo dalla corona apache di verdure colorate. Riesco a vederlo di sbieco. Un attimo dopo ancora il riflesso del cristallo sotto la luce mi acceca. Le piccole farfalle metalliche salgono di colpo a me per poi cadere morte sulla tavola come coriandoli inermi.

Appena riesco ad aprire gli occhi, il vassoio quadrato giace sul carrello al lato sinistro della tavola e da quella tundra di erbetta vedo spuntare una chiocciola di cuoio dal cui interno spunta il viso di un feto che spalanca di colpo gli occhi cisposi. L’undicesima unità si mette ad affettare il feto-chiocciola e comincia a servirlo.

Intanto a tavola si ingozzano e ridono, altri si slinguano, altri si toccano mentre fumano. Le farfalle metalliche svolazzano a sciami  raso tavola su quel che rimane  dei resti degli scarabei bianchi divorati nel mentre.  Il coniglio appeso in cielo sta piangendo. Suo fratello in gabbia sta diventando pazzo. Penso al sangue che verrà versato subito dopo, al momento del dessert.

Qualcuno mi chiede la data della mia prossima mostra. La mostra che proprio in quella cena , ho già quasi interamente scritto.