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raccontarsi

Pubblicato: 22 ottobre 2011 da The Cats Will Know in scrivere
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raccontarsi di un viaggio, dalla pianta del piede
alla ciocca bruna                 attorciagliata sui seni
perdonarsi lo sguardo, sciolto,
come mascara dopo la pioggia

ci guardiamo lentamente, nella corporatura
del pensiero esiliato, sul fondo del mare che

[dispera]

e scomparire, nella pelle incerta                   per chiedere
alla bocca questo inverno che mi devi.

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8 marzo o del ventre infertile

Pubblicato: 10 marzo 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Legarono le corde vocali fuori dal giardino dove elencava le campanelle – belle –
il badante pensò di farla internare la prima volta che la Suicida non volle stenografare.
Crisi uterina. Pianse per l’utero sua madre.

Uccise la bambina per esubero di popolazione

/il re sarebbe morto senza un erede, la colpevole ghigliottinata per ventre infertile
– scuoiato crudo infertile – /.

Bambine care lo spazio è bianco per il vostro nome
fra un "o" e l’altra Sylvia si uccide
urgeva l’intermittenza nei suoi occhi

di farsi gridare

/Eppure non mancava la compiacenza che si offre a un animale/.

Domestica è elencare le campanelle – belle – signore per questo un filo di voce lascia bisbigliare
nella latitudine concessa del cortile resto incinta di parole.
Scoppiavo senza partorire, quel giorno l’ostretico pensava al ciliegio da potare
diranno che muore per l’innamorato incollato a cuore
dirò "per essere sono dovuta crepare".

INIZIO e INIZIO

Pubblicato: 10 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Ripetuto

 in singhiozzo

di arido paesaggio, rosso nel colore

fu rapido tramonto

capitolato in fretta prima di una notte tropicale

che mostrò un dito alzato a unire una crepa munta

poi

  buio

rotto nel silenzio da un generatore

 e da un canto stridulo e acido

  [lontananza e mare unito al sogno

di un’infanzia non trascorsa]

 

  scrisse con il gesto del pensiero

 

 tre

 

 

abra ka dabra

 

mostrò ostensorio  privo di reliquie

asserite in  impervio passaggio

                         coagulo  richiesto in un giorno di mezza festa

solido

si spartirono i numeri come vesti

prima di  ricavarne auspici

 

 

 

.

8 giugno 1934

Pubblicato: 23 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il tempo ha posto le sue parentesi
chiudendo l’incavo della memoria.
e ha fatto assopire il dolore.
Ora sento il ricordo alitarmi accanto
brezza di vento,
fiato di strada.
Talvolta pettino ancora le mie radici
facendole sanguinare.
Cerco tracce
del mio essere figlia,
cerco scene di vita in cui ritrovarti.
Ti sento cantare.
Ti vedo indossare un vestito marrone
e scruto le rughe che hanno dipinto il tuo volto.
Strade su cui la vita ha camminato.
Percorsi di dolore piovuti dal destino.
Ed è la tua voce che ondeggia distante,
 in quello spazio ipnagogico
partorito dalla mente.
In qul luogo dove confluiscono
memoria, realtà e sogno,
lì dove le tue lacrime azzurre
mi tingono ancora gli occhi.
 ***
MArgot2007
 

Al molo ventitrè

Pubblicato: 16 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il passato è passato, lo dice la parola stessa, passato, andato, finito, seppellito  eppure eccolo lì fare capolino tra una stradina e l’altra, mentre camminiamo andando al mare o ritorniamo a casa senza guardarci mai indietro, accelerando il più possibile per lasciarci alle spalle gioie, dolori, ferite chiuse che ancora provano a sanguinare. Dove ho lasciato quella catena aperta? Dove l’ho chiusa a doppia mandata? Ogni volta che tornavo dov’ero nato ripetevo gli stessi gesti in una sorta di montagna da scalare ed ogni volta, imperscrutabilmente, trovavo un appiglio nuovo, e ogni volta sentivo che l’onda di ritorno era quella che non ti permetteva di partire veramente.
Il passato è una semplice eco.
Il passato è l’illusione di ridipingere una parete con un altro colore quando invece avrebbe bisogno di essere eliminata per permetterci di guardare oltre. Già oltre al muro di impressioni che ci sono state lasciate da quell’onda, quell’unica onda che non si è mai sognata di ripetersi.

Gioco con un unico ricordo.
Inutile e impreziosito da troppi silenzi.
Ostacolato dal troppo essersi perso.
Vitale per quello che parrebbe oltrepassarlo.
Assente ed sostanzialmente ingrigito dal troppo averlo coccolato.
Non serve a nulla.
Non è funzionale a nulla.
Allora finiamola li.
Se mi cercherai mi troverai che sto sorseggiando alle porte dello scacco matto.
Se mi troverai mi coltiverai come un fiore in una serra per poi vendermi al primo venuto.
Al molo ventitrè ci sono due navi, una è partita e non tornerà mai più, l’altra è rimasta e non partirà mai più.
Al molo ventitrè c’è un cappello che segna l’ora giusta due volte al giorno e l’ora sbagliata quando meno te lo aspetti e un coniglio al centro della strada.

Sono il risultato di una combinazione di suoni.
Osterie che si sono chiuse pur restando aperte.
Navi che vanno e vengono insultandosi tra di loro.
Improvvise folate di vento che alzano gonne
Anestetizzando il desiderio di sopravvivere alla notte.
Se ti ricordi di spegnere la luce prima di uscire non avrai la sorpresa di trovarmi ad aspettarti con le fotografie di quello che saremmo potuti essere.
Se avrai l’accortezza di riempire d’aria i tuoi polmoni prima di gettarti nella corsa più lunga che c’è vedrai le stelle scendere in picchiata verso di te.
In partenza dal molo ventitrè ci sono parecchie caramelle da scartare, una per ogni volta che hai detto ho pensato alle tue mani, una per ogni segreto, una per ogni attenzione.
Al molo ventitrè il cappellaio matto ha deciso di cambiare il suo cappello ed è salito sulla scala salutando gli astanti.

Deforme alla corte dei conti

Pubblicato: 7 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T’incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato
 
L’esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l’inesistenza
 
Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato
 
Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.  
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze
 
È una bocca distratta
Quella che raduna
L’impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l’incostanza
 
Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture,
 Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d’esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato   
Fermo immagine
 
All’interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare
 
La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti
 

Superstite superstiziosa

Pubblicato: 9 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dopo la  felicità del viaggio di nozze, una settimana nella cocente campagna di Mazzarino, Reana entrò nella casa coniugale  portata in dote dal marito fedifrago per  vocazione. Casa che tra l’altro vantava :  un sollecito di sfratto ogni anno, la completa assenza di intonaco sui muri e ragni, lucertole, file di formiche rosse che entravano dai vetri rotti delle finestre del pianterreno.
Le macchie di una solitudine ignorata iniziarono a imperlare i suoi giorni di neosposa diciottenne e già gravida.

Rimase incinta la prima notte di nozze, quando con non troppa delicatezza il marito le fece capire esattamente cosa voleva da lei ogni giorno, e ciò non era l’amore dal profumo di fiori lilla o azzurri di cui la madre le aveva parlato.
 Suo marito aveva ventuno anni, baffi neri da conquistatore moro, lei si sentiva una spagna di sapori, umori, sogni e di occhiaie scure, perenni che ogni giorno si estendevano nascondendo le efelidi sulle guance.
La prima figlia nacque il 9 Maggio del 1978, mentre l’Italia sconvolta guardava nel
bagagliaio di una  renault rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma e mentre un uomo coraggioso veniva fatto esplodere nella poco lontana sicilia.
Lei , Reana, completamente lacerata e ricucita, piangeva per lo strazio del parto e malediva la florida neonata che si era portata via la bellezza e l’integrità del suo corpo giovane.
Ebbe tre aborti nei due anni successivi. Poi un’altra femmina, nessun lavoro, nessuna felicità che non fosse indossare i suoi vecchi vestiti di ragazza e piroettare rimirandosi nello specchio a parete della camera da letto, mentre, nella cucina sempre più sporca, le sue figlie giocavano con forbici e coltelli.


Le sue figlie crebbero mentre la sua solitudine partorì il mostro di una torbida turba psichica, accecante di fantasia e misticismo.
Rubò seimila lire, nel silenzio di un’altra notte di usurpazione carnale, dal portafoglio del marito, addormentato e gonfio di vizi e bestemmie.
Comprò un mazzo di arcani maggiori e cominciò a crearsi stati di auto-suggestione in cui parlava con spiriti buoni, angeli e demoni. Allenò la sua faccia a cambiare espressioni, la sua voce a farsi cupa, bambina, graffiante, stridente, lieve come un vento di paradiso.
Le sue figlie avevano voti pessimi a scuola e lei, ogni giorno, le faceva sedere una alla volta al tavolo traballante della loro mensa , di fronte un piatto pieno di acqua con un crocifisso sul fondo che  riceveva gocce di olio e preghiere scaccia malocchio.
Le sue figlie adolescenti iniziarono a chiederle di uscire, vedere amici, ma lei, persuasa della grande impresa a cui era chiamata, fece in modo che essi si ritrovassero a casa sua, dandogli un tetto, un parcheggio per i motorini truccati, una figura adulta a cui  chiedere,domandare, farsi consolare.
E palesò la sua schizofrenia, figlia di una solitudine angosciosa e affamata. Fu creduta, come non credere ad un adulto se non si sa niente della vita. Le rimasero intorno per anni. Poi lo sfratto si fece concreto e confinò la famiglia in un appartamento di tre stanze non lontano da una stazione ferroviaria dismessa, e la abbandonarono tutti alle sue carte, al suo smembrare cuscini alla ricerca di piume o oggetti maledetti. Perfino le sue figlie se ne andarono via, lontane da lei.
Poi un giorno arrivò una lettera dal Mali, dove suo marito andava spesso per lavoro, indirizzata al consorte. Dentro una foto di una donna di colore con due figlioletti mulatti. Sul dietro della foto una scritta “Ciao Papà”.
E si risvegliò. La realtà le arrivò in faccia come un tornado su una fattoria. Rovesciò tutto e lei non rovesciò neanche una lacrima.
Mentre la gazania nella polvere del giardino apriva i suoi fiori al sole di un altro maggio, Reana, unica superstite del suoi io, si avviò verso la stazione pensando che dei riti voodoo non sapeva proprio niente.