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Forse sto invecchiando

Pubblicato: 22 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Su Roma piovono chicchi di ghiaccio ma non sufficienti da farci un mojito. Sto invecchiando. Oggi pensavo al fatto che ho detto un no deciso a una cena di lavoro in un locale messicano dove oltre a mangiare fagioli, chili con carne e bere tequila a profusione, si balla anche sui tavoli e si può fare baldoria. Il tutto per la modica cifra di 48 euro. Non è per i soldi, è il ballare sui tavoli che mi ha bloccato. Ci sarei andato se solo avessi potuto mangiare e bere ma l’idea che possa materializzarsi all’improvviso una tipa perizomata (che resta comunque una bella idea se avulsa dal contesto) con un bottiglione di tequila che ti solleva dalla sedia e ti spinge in mezzo alla pista e poi altre mani ti afferrano e ti fanno salire sugli stessi tavoli dove hai appena finito di mangiare o nell’ipotesi peggiore con la roba che non hai ancora terminato e che altri calpestano allegramente e che tu comunque paghi, proprio non mi va giù.
Per tutti questi motivi non ci sono andato. Stamattina ho chiesto ai miei colleghi: vi siete divertiti? La risposta è stata un sì sincronizzato, tutti hanno alzato un attimo la testa dal PC come se alla tele all’improvviso passasse un’edizione straordinaria del telegiornale. Ma il loro annuire si vedeva lontano un miglio che era senza convinzione come di chi non vuole darti nessuna soddisfazione. Obbligatorio divertirsi insomma e non lasciare trasparire nulla.
E comunque sto invecchiando perchè delle risposte avute in fondo non me ne fregava nulla e mi è bastato così. E sto invecchiando anche perchè sabato ho comprato un televisore LCD 32 pollici di marca Daewoo, che fa anche le macchine e io una volta ne comprai una di queste macchine che andava tutto sommato bene così mi sono convinto che avendo avuto successo la macchina anche la tele doveva essere un buon prodotto.
E ora ho una tele, un paio di pantofole blu con la bandiera americana, della birra in frigo, un sacco di film da vedere e che non vedrò mai per il semplice fatto che si vive una volta sola e la vita non è un film.
Sto invecchiando perchè una tizia che abita sopra di me, secondo me depressissima, mi suona alla porta alle 9 e mezza di sera dicendomi che ieri sono entrati i ladri in casa sua e forse sono entrati dal mio terrazzino per poi arrampicarsi dalla grondaia stile Arsenio Lupin.
Peccato che io non ho né terrazzino e né grondaia ma ho fatto finta di nulla. Le ho subito detto che mi dispiaceva ma che se pure fosse non ho sentito alcun rumore, però non se ne andava, secondo me non si è convinta delle risposte che le ho dato ed è rimasta lì a sbirciare sulla porta né io volevo farla entrare perchè mi sembrava ancora più depressa del solito. Poi le ho chiesto cosa le avessero rubato e lei mi ha risposto tutto. Me lo ha detto come se i ladri le avessero portato via un Van Gogh e un Monet.
Aveva una faccia depressa, ma anche le mani e i piedi erano depressi. Insomma siamo rimasti come due ebeti che non sapevano che dirsi, nessuno straccio di soluzione, niente di niente. Le nostre vite asimmetriche inchiodate sul pianerottolo. Poi alla fine si è convinta e molto lentamente è andata via.
La mia prima reazione è stata quella di chiudere tutte le finestre, l’inferriata della cucina, il chiavistello della porta ma forse l’obiettivo era difendermi dalla tipa più che dai ladri.
Confesso che questa cosa mi ha messo un po’ di agitazione, ma solo un po’. Dopo è venuto un temporale fortissimo e ho pensato che i ladri col temporale non lavorano e i depressi escono sul balcone e stanno lì, sotto la pioggia, piangono, ma non se ne accorge nessuno.
Alla tele passano immagini nitide, cieli azzurri e campi di girasole, eppure fuori piove.
Cambio freneticamente canale fino a trovare un telefilm americano dove c’è la scena di una macchina che corre sotto la pioggia su una di quelle strade che portano verso l’infinito. Ora va meglio, piove dentro e fuori, smetto di agitarmi. Potrei anche addormentarmi volendo. L’ultimo pensiero è alla giornata di domani che immagino come sempre unica e irripetibile.

giadim

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Io basta cantare (questione irrisolta di anni che passano)

Pubblicato: 1 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Sul marciapiede, in equilibrio precario, avvolto da una nuvola greve di monossido di carbonio di un vecchio Lupetto targato VT, qualcosa che assomiglia ad un camion che ha trasportato sempre e soltanto pietre.
Lo capisci dai bozzi, dalla vernice scrostata da cui si affaccia un baffetto très chic di ruggine antica.
Non ho mai avuto un paio di bretelle, perché ho sempre mangiato poco, e qualche volta non ho mangiato affatto checché se ne dica,  e neanche mi sono mai vestito. Coprirsi. Come se servisse a qualcosa. Magari a capire che fuori siamo diversi, ma dentro, tra le pieghe di pelle e anima e ossa, c’è solo un facsimile di vita andata. Dove non si sa.
Ma andare, pur sempre andare, senza voltarsi indietro, senza mai riflettere o aprire un ombrello che non serve a nulla aprire un ombrello se poi ti piove dentro. In un angolo di route, alternando rutt a strofe rap, tra la luce giallognola di uno scottish pub, a vomitare due pinte di Harp, insalata esotica e pioggia e silenzi e me. Pezzi di me là, sul marciapiede, tra la merda di cani borghesi e cicche di Marlboro Lights tutte uguali a disegnare fiori finti o a ricamarmi l’anima. I’m a soul man.
Che l’anima è leggera e non la senti e non se ne sta lì, come dicono tutti, ai bordi del letto prima, durante e dopo che hai scopato. Magari dopo, forse dopo, ma è solo aprendo il frigorifero che lo capisci. Il vuoto, il vuoto puzza. Pizza? No, verdure andate a male, ma pur sempre andate, e 6 CD, un fresco sentire, a flirtare con un Bon Rollè Aia e Mezze Penne alla Puttanesca, in un menage a trois scandaloso e irriverente che si consuma tra le pareti scrostate della mia dimora, ma soprattutto nel mio frigo rimediato a un’asta fallimentare come la mia vita.
Ecco, la mia vita, che non puoi neanche girarci un film o scrivere un libro, che non gliene fotte niente a nessuno. Culi e tette e numeri incasellati a ricordarmi che oggi è il mio compleanno e ieri era diverso, la stessa immagine trita e ritrita per un mese intero che non devi neanche stare lì a sforzarti più di tanto perché, come un girotondo, Febbraio è breve, tutto è breve.
E finisce che strappo la pagina e con movimento sincrono la sollevo leggera nell’aere e appena sta per cadere colpisco di pieno collo piede, indirizzandola verso un sette immaginario dove un portiere, un qualunque portiere, non potrebbe mai arrivare. Il primo Marzo è un culo armonioso in Layout di lettura.
Per 31 giorni sarà così e non sarà perché ti amo. In mezzo la primavera e Praga, ma non la primavera di Praga.
La storia non siamo noi, no! Noi siamo le parole delle canzoni disposte disordinatamente e randomizzate  a formare mastodontici Crucipuzzle da fare con certosina pazienza in uno stadio di calcio una domenica che il campionato è fermo. Ora che il mio cuore batte. O meglio sarebbe dire nervosamente si dibatte nel suo contenitore monouso  che io, incurante e sprezzante del pericolo, porto a spasso senza guinzaglio e senza falsi giri di parole, solo uno scandinavo “fai tu”. Libertà, autonomia, autodeterminazione.
Lui invece 40 e 1 anni a seguirmi docile. Mi giro, mi piego, mi sdraio, sbadiglio e se ne sta lì. Ci vuole pazienza, comprendo. A volte schiude un occhio e mi guarda pigramente accennando un fuggevole sorriso di cir(costanza).
Sono bradicardico, nel senso che ho i battiti rallentati, significa che reggo gli sforzi in maniera superiore alla media. E’ cosa buona e giusta. Soprattutto in quei giorni lì. E allora perché in palestra mi stanco? E in piscina mi stanco? E il Festival di Sanremo mi stanca?
Sistemare appunti, scarpe, calzini, bollette da pagare e pagate, palle da tennis, palle, mia madre che vuole vedermi sistemato con una – dico una – donna (smarcata questa), mia nonna che continua a chiamarmi Mauro (smarcata pure questa per dipartita della nonna), mio fratello sotto ipnosi da PlayStation, mio padre che ascolta musica mia e pare che funzioni, il mio gatto di nove chili ha nove code e sette vite in tutto fa venticinque (morto un gatto se ne fa un altro ma quello era un’altra cosa). Natale. Ma forse sarebbe meglio dire Pasqua. Tutti tristi, la quaresima, il digiuno, l’astinenza, il giudizio,  il peccato, il sale della terra, la luce del mondo, la crisi, Toronto.
Ti dico addio oppure ciao? La resurrezione. Dietro l’angolo è ancora vita e file e bestemmie e sirene di ambulanze, elicotteri sopra di noi, dietro di noi, ci hanno visto, presto, scappiamo!

“Chicco ha una cicatrice sulla faccia e sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo e sanno già sparare come due cowboy”. (Samuele Bersani)

In una chiesa dai vetri fumé, al riparo nella penombra del confessionale, a leggere il menu di un China Restaurant per decidere cosa mangiare stasera ma soprattutto con chi e perché. Mi assolvo perché il fatto non sussiste. E se è vero che in chiesa non si può fumare fatemi almeno la cortesia di spegnere l’incenso o almeno usate quello aromatizzato all’oppio, che ti addobbia certamente meno dell’omelia di un prete Portoricano.  E mi manca il mio mondo e mi manco io, da morire,  piccoli e insignificanti dettagli; che mi vedo seduto su una pila di Pagine Gialle, Pagine Utili e meno Utili, Pagine mai scritte (vedi alla voce pensieri) a guardare la mia luna a Vidalle e dalle e dalle basta cantare, basta, vi prego, spegnetemi o premete il tasto mute ma poi dovete anche legarmi e magari coprirmi il volto con una maschera tipo Hannibal.
Ma sarà inutile perchè i miei occhi vi seguiranno come una Web Cam  a invadere la vostra privacy.
Me ne starò lì, sull’allegro andante, a fare cucù dal bidè o dall’oblò della lavatrice. E quando, con mani consumate da anni di candeggina darete un taglio alla vostra ciambella costruita intorno a un black hole, io ci sarò.
Siete indecenti, aggiungerei patetiche, voi donne quando ve ne state in pattine di feltro a sbattere pappine e pensieri e mariti ma soprattutto amanti e non serve a nulla togliere la polvere con lo swiffer tanto quella ritorna.
Dunque vi boccio, ma non tutte, qualcuna la salvo e la rimando a Settembre; ma vi toccherà studiare, applicarvi e iniziate a dire addio alle vacanze, a secchielli e palette, ai frappè al cocco, alle canzoni dei Juke box ma soprattutto al vostro hobby preferito: il Birdwatching.
Ora, in segno di distensione, brindiamo.
A cavalcioni, sul tappo di un Mumm Cordon Rouge, busserò alla vostra porta.
Vi chiedo solo di aprirmi.
Questo vi chiedo.
Tutto il resto è noia.

“Puoi vestirti più che chic
 e rimbalzare come un clown
 ma il cuore è barbaro, barbaro, barbaro

 Ci va il tempo che ci va
 Sì tutto il tempo che ci va
 Non basta un attimo, attimo, attimo
 Ma anni, anni, anni” (Paolo Conte)

giadim

 

Carte da decifrare

Pubblicato: 7 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Il matto era lì. Con il suo mazzo di carte sventolate come ho visto fare una volta  a Tony Binarelli in uno spettacolo tristissimo di molti anni fa. Stavo in un cine teatro con i sedili in legno che cigolavano e il mago magheggiava e insieme a lui un’assistente scosciata, scocciata e anche un po’ cellulitica che rideva a comando come una scimmia. Mangiavo popcorn e mi pulivo le mani sul giaccone di un tizio che mi stava sulle palle ancora prima di entrare e che si era sistemato davanti a me nonostante un fottio di posti liberi. Lui da una parte, il suo loden di lana verde pettinata appoggiato sulla spalliera della sedia che quasi strusciava per terra e mi impediva i movimenti dall’altra. Due posti occupati, un solo biglietto. La cosa più giusta che potessi fare era usarlo come un kleenex. I Pop Corn ti lasciano le mani unte, lo sanno tutti, anche Tony Binarelli. Alla terza magia mi addormentai ma non fu colpa del prestigiatore. Ero io ad essere stanco, un mix tra sport, chilometri di curve e una spruzzata di wild love che detto così sembra un profumo ma volevo dire roba di sesso, all’ormone dei vent’anni non si comandava, non poteva farci nulla nemmeno Binarelli, Giucas Casella o l’inarrivabile Silvan dai capelli improbabili. Ieri mi sono fermato a osservare con attenzione il mago. Non è proprio un mago di quelli matricolati. Nessun cilindro con conigli nè donne segate in due e riattaccate con il Vinavil.  E’ un tizio che passa le sue giornate in un centro commerciale e ha sempre un mazzo di carte in mano che sventola felice, con una mano sola, con posa da vero artista dell’illusione. Ieri aveva anche un cappello da cowboy. Quasi stava bene, stavo quasi per dirglielo, solo che appena fai per guardarlo lui si gira dall’altra parte e inizia a parlare da solo, forse impreca, mi insulta, chi lo sa. Non si capisce quello che dice, è una lingua incomprensibile, sarei portato a dire esoterica, o forse più semplicemente  non vuole pubblico per i suoi spettacoli. Ha paura che la gente possa scoprire il trucco e non sapendo se lasciar perdere le sue magie o rinunciare al pubblico opta alla fine per la seconda soluzione. Ho fatto la spesa come le altre volte. Nel supermercato in giro come un segugio ad annusare le offerte speciali. 30 euro di niente. Costa la carne, lo leggevo sul giornale, aumenti del 400%. Figuriamoci il pesce penso ad alta voce. Una signora osservando un sacco di patate al selenio si rivolge stizzita verso un’altra donna, grassissima quest’ultima, che si muove pachidermica. Barrisce stizzita anche lei che è una vergogna, le patate non possono costare così tanto, ci deve essere un errore. Mi verrebbe da dire che la colpa è del selenio, se non ci fosse quest’aggiunta magari tornerebbero ad un prezzo decente. Poi mi sovviene uno slogan che recita "la patata tira" e se c’è domanda – realizzo – il prezzo sale.  Ho caldo e cerco refrigerio al banco dei surgelati. Va tutto bene mi dico, è solo un po’ di stanchezza accumulata. Guadagno l’uscita e il mago sventola fiero il suo mazzo di carte americane poi all’improvviso si toglie il cappello da cowboy, si affaccia alla balaustra e lo lancia come un frisbee giù di sotto dove i bambini mascherati si tirano coriandoli e stelle filanti. Gli Spiderman vincono sui Gormiti. Il cappello si posa lieve a terra come un disco volante ma i bambini di oggi sono più scaltri, non credono agli UFO e semplicemente ci passano sopra con la delicatezza di un caterpillar ostentando quella loro inconfondibile innocenza a termine. Ora non è più un cappello quello sul pavimento ma una pizza venuta anche male. Il mago si gode lo spettacolo dall’alto e desiste dall’idea di seguire il cappello. L’ultima cosa che gli vedo fare è apparecchiare le carte su una panchina. Gli passa accanto una fatina e con un colpo di bacchetta magica lo trasforma in un pappagallo. La gente gli passa accanto e gli chiede il nome. Ma lui fedele alla tradizione dei pappagalli televisivi non dice una parola. Quando tutti sono andati via restano a terra i cordiandoli, un jack di quadri e un 9 di fiori. Ma del pappagallo e del mago nessuna traccia.

giadim

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Con tre dita puoi solo giocare a bowling

Pubblicato: 18 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Normale non lo sono stato mai. Questione di comportamenti e giudizi troppo spesso affrettati ma, come tutti, avevo due mani. Due bellissime mani, questo mi dicevano, poi le cose sono andate precipitando e ora ecco quello rimane della mia mano destra. Scusate se rido ma è che proprio non riesco a fare diversamente. Rido e sono anche felice. A modo mio lo sono.

Se ne sono andate una alla volta, come ospiti di una festa di compleanno.

Sto parlando delle mie dita. Ma non tutte. Me ne sono rimaste due. Mi bastano.

Il primo dito l’ho perso per un’improvvisa e irreversibile mancanza di fiducia nei confronti della vita. Ma sbagliavo, perché la vita è soltanto una torre saracena fatta di uomini impilati come bicchierini da caffè monouso, un gioco forse, ma faticosissimo perché vorrei vedere voi a tenere sulle spalle un impiegato in mocassini e 24 ore, intendo dire valigetta e giornale.

E un altro ancora che ti mette un piede sulla testa, lo stesso piede che un attimo primo ha ciaccato una cacca di pechinese a forma di Girella.

Avrei voluto spostarmi, giuro, ma era tutto così complicato e sono solo riuscito a gridare aiuto e a estrarre dalla tasca non certo un cutter, quello avrei voluto, ma il mio dito indice per puntarlo dritto verso quel groviglio umano, chiassoso e disordinato come sa essere soltanto un asilo nido.

Avrei voluto dire basta, e ancora basta, con le mani nei capelli ma le mie mani reggevano altre mani e altri occhi mi guardavano ed erano occhi di un feroce pitbull.

Perché la vita altro non è che un pitbull senza museruola e se tu provi a puntare un dito verso qualcuno non hai via di scampo, lo perdi il dito.

Ti viene tranciato senza che esca un solo rivolo di sangue.

Un po’ come recidere un gambo di sedano.

Da quel giorno imparai tante cose per esempio a non accusare più nessuno,  a dire sempre di sì e a sopportare con dignità le persone appollaiate come civette sulle mie spalle-comò.

Nascondevo la mia mano senza dito come a nascondere un passato che non si vuole ricordare. Ed ero geloso delle altre mie quattro dita. La sera, tornando a casa, me le guardavo e pensavo di essere in fondo un uomo fortunato.

Le curavo, mille attenzioni, persino le unghie tagliate con geometrica precisione.

Poi un giorno è arrivata lei. E’ entrata nella mia vita facendo due piani di scale a piedi perché l’ascensore era rotto. Questo l’avrà innervosita suppongo. Sapete quelle storie che nascono male e finiscono peggio? Il nostro fu un amore nervoso o meglio nodoso come un secolare albero d’ulivo.

Successe una sera, mentre facevamo petting tentando di sbrigare burocratiche faccende di sesso, la solita storia trita e ritrita dei preliminari, tutto secondo manuale.

Un po’ freddo a pensarci.

Lei rideva e piangeva, sbalzi d’umore o la cipolla di Tropea, non lo so, fatto sta che nel momento di sua massima eccitazione lei contrasse i muscoli delle labbra, piccole e grandi, e come una tronchese in dotazione ad un elettricista mi tranciò di netto il dito medio.

Immaginate me ora. Con una mano sanguinante e non certo per una rottura cruenta dell’imene ma per un dito volato via e tanta fu la rabbia e la disperazione che mi tuffai dentro di lei nella disperata ricerca di recuperare il maltolto.

Ma non ci fu nulla da fare e iniziai a piangere come un bambino al quale è caduto un gelato al pistacchio. Per la verità le chiesi spiegazioni di quel folle gesto e lei mi disse, tra il riso e il pianto:

“Troppo diversi io e te, eppure ti ho amato, in qualche modo ti ho amato, e non potevo lasciarti così per cui ho deciso che tu rimarrai per sempre dentro di me, devi essere contento di questo.”

“Contento un cazzo!! – le dissi –“

“Ringraziami, avrei potuto staccarti dell’altro.”

E così la donna-tronchese se ne andò, col mio dito tra le labbra.

Da allora vivo con tre sole dita.

Ma la mia vita è cambiata in meglio.

Ora sono un uomo realizzato e voglio spiegarvi il perché.

In un bar, dove la sera mi rifugiavo a fare gargarismi col Southern Comfort, un barista di 50 anni e di cinque figli mi disse che se lui avesse avuto tre sole dita non avrebbe fatto altro che giocare a Bowling. Per tutta la vita.

E così feci. Me ne andai in una sala da 16 piste, calzai delle scarpe comode e scelsi una palla fucsia. Ci misi mezz’ora ma alla fine la trovai. Le mie tre dita si incastrarono alla perfezione nei buchi che sembravano disegnati attorno alla mia mano. 

Un’improvvisa energia si sprigionò dalla palla e mi attraversò il corpo come un proiettile di Magnum 44 che è una pistola non un gelato come erroneamente si è portati a pensare.

Feci il primo tiro  senza neanche guardare verso i birilli e fu subito strike.

E poi un altro tiro, e un altro ancora, strike su strike, gli applausi della gente. Un fenomeno da baraccone.

Non ebbi praticamente più avversari, nessuno che riusciva a tenermi testa.

Tre dita avevo ma era uno spettacolo vedermi. La gente faceva la fila per assistere alle mie partite e io buttavo giù i birilli come a scacciare cattivi pensieri o mosche appiccicose.

Quando uscivo per tornare a casa portavo la palla con me e tutti a farmi i complimenti divisi equamente tra me e la palla.

Io ripetevo serio che in fondo la mia vita oggi  è una palla. E la gente annuiva. Ripeteva e si convinceva che la vita è davvero una palla.

Al ristorante me la coccolavo, sistemata sulla sedia accanto con tanto di tovagliolo, ed ero contento, capite? Anche quando i bambini mi chiedevano se potevano accarezzarla.

Quasi come se fosse un cane.

Dico i bambini ma anche gli adulti non resistevano nel toccarla. 

Ma io di questo ero un po’ geloso perché temevo che a furia di accarezzarla si potesse consumare.

E così fu. Un giorno un birillo rimase in piedi e io, senza scompormi, mi sfilai la palla dalle dita, mi tolsi le scarpe e prima di guadagnare l’uscita estrassi dalla borsa una mezzaluna di quelle che servono a preparare il battuto per il soffritto e con un colpo ben calibrato mi tranciai l’anulare per avere finalmente un motivo per non tornare più a giocare e per non cedere alla tentazione di infilarmi un anello dorato con sopra incisa una data.

Ora vivo con due sole dita, il pollice e il mignolo.

Ci vivo bene. Posso simulare un telefono e chi ha avuto la fortuna d’incontrarmi mi avrà di certo visto che ridevo mentre parlavo con i miei amici virtuali.

In questo modo posso dire quello che mi passa per la mente senza preoccuparmi di eventuali conseguenze.

Mi guardano e pensano che io sia pazzo a passare le mie giornate su questa panchina con le orecchie incollate al mio cordless artificiale fatto di pollice e mignolo e moncherini. E li sento anche quando mi passano accanto e mi dicono “Poveretto”.

Io rido e un po’ li capisco perché a differenza loro non mi arrivano bollette  stratosferiche, non compro schede prepagate, e soprattutto non ho l’esigenza di cambiare il mio apparecchio con cadenza quindicinale.

Ho smarrito anche il mio disdicevole egoismo perché se qualcuno mi chiedesse ora  di prestargli il telefono lo farei volentieri.

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C’era una volte una città bagnata da un fiume e questo fiume aveva degli argini e gli argini servivano a contenerlo. C’era una volta un uomo che voleva andare di là dal fiume ma non sapeva come. C’era una zattera un tempo ma poi il fiume se l’era portata via. Per questo motivo toccava inventarsi una soluzione semplice come Milano 2. Dopo cinque giorni e cinque notti all’uomo venne in mente che forse si poteva fare un ponte, una specie di lunga pedana in legno che congiungesse i due argini. All’uomo sembrò una buona idea e inizio a costruirlo utilizzando dei tronchi di baobab, pianta di cui Roma era piena un tempo. Ci mise quasi due anni e proprio mentre stava per finire la sua opera morì punto da un calabrone. Shock anafilattico ma questo si seppe dopo secoli. L’uomo si chiamava Milvio ma la gente lo chiamava semplicemente l’uomo del ponte o a volte Silvio. Dopo secoli quel ponte fu ribattezzato Ponte Milvio ma Veltroni non andò all’inaugurazione perchè impegnato in dodici inaugurazioni simultanee come una partita a scacchi. Federico Moccia era nei pressi del ponte, per la precisione in una pasticceria dove fanno un buonissimo gelato al cioccolato con le scorze d’arancia. Uscì con il muso zozzo che tutti i bambini si scansarono indicandolo col dito. Cercava il motorino ma del motorino nessuna traccia, per terra un lucchetto aperto e il segno di una sgommata. Moccia pensò che in principio non fu il verbo e partorì una maledizione a tutte le divinità dell’Olimpo, anzi, ad essere precisi di Monte Mario, vicino allo Zodiaco dove secondo lui c’era Dio e la sua accolita, oltre che le coppiette che s’imboscano. Voleva che la maledizione gli arrivasse forte e voleva che quei mariuoli che si erano solati il suo scooter da lui ribattezzato Jessica si sfracellassero   verso Tor di Quinto, vicino le mignotte e a illuminare la scena il fuoco di un copertone con il fumo che arrivava in alto, più su ancora, tre metri sopra il cielo. Federico Moccia chiese con molta educazione ad una mignotta Uzbeka se avesse per caso visto un motorino  grigio metallizzato con un adesivo di Marylin stilizzato ma l’Uzbeka gli disse che Marylin aveva cambiato zona e ora batteva tra la Salaria e Via Prati Fiscali ma se le dava 30 euro gli avrebbe fatto passare lei tutta la malinconia. Moccia si aggiustò il cappellino con sopra scritto "sgombro cantine prezzi modici chiedere di Nando" e si avviò lemme lemme verso Ponte Milvio con il suo lucchetto stretto forte nella mano destra, quella delle pippe.  Arrivato sul ponte tirò fuori un Uniposca viola e scrisse sul lucchetto questa frase "A Jessica con amo" e non finì perchè la superficie di un lucchetto è quella che è. Poi si avvicinò a un lampione e lo abbracciò piangendo. La voglia di buttarsi di sotto era tanta ma alla fine pensando che domenica la Roma giocava in casa con la Fiorentina e lui aveva speso quasi 60 euro per una Tribuna Tevere rinunciò all’idea. Realizzò che tornare a casa con il lucchetto ma senza motorino non aveva senso alcuno e così lo attaccò al lampione. Qualcuno lo vide aggiustarsi la visiera e scrivere su un cassonetto l’incipit del suo romanzo. Il resto è storia o meglio noia come dice il Califfo.

giadim

Le femmine normali

Pubblicato: 10 settembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Giorni da montare e smontare. E fare pacchi. Che a fare pacchi ci vuole un certo criterio, un po’ come quando devi fare la trolley che hai un tuo personalissimo schema mentale da seguire salvo poi scoprire che il beauty case resta fuori. La cosa ti mette tristezza perché non sei una donna, non hai assorbenti con o senza le ali e nemmeno quelli interni che restano un mistero subito risolto dalla donna di turno che ti dice “non è proprio la stessa cosa” e tu annuisci ma si vede un miglio che non sei convinto. I Rumeni sanno come spiegarsi, a fatica ma ci riescono, questione di lingua diceva un mio amico che aveva una donna senza peli sulla lingua e se proprio c’erano non erano certamente i suoi. E’ un mondo difficile, tutti ne siamo consapevoli, tranne Rubik, quello del cubo, o l’inventore del Sudoku, per loro è normale che tutto sia “easy”; meno per l’umanità che si frigge il cervello sotto l’ombrellone nel mese di agosto in spiagge che sono più affollate di un condominio di Portici (NA). Mi piace soffrire, mi verrebbe quasi da dire godo ma mi astengo perché non ho ancora finito di scrivere il pezzo e non vorrei essere tacciato di eiaculazione creativa precoce, voglio dire che non è normale che tu rimani ad Agosto a Roma senza nemmeno un edicolante con il quale fare due chiacchiere e gli operai che ti stanno facendo casa sono in vacanza in Romania. Sarà l’effetto della globalizzazione ma la prospettiva del mondo capovolto è molto più reale dei tanti reality di cui ci nutriremo nel prossimo autunno. Isole di famosi sconosciuti e altri demoni in 16:9. E’ tornato ieri il capo degli operai, ha messo su qualcosa come cinque chili, gli dico “la birra”, lui mi risponde “un battesimo”, “Cazzo” – penso – “io il 30 ho un matrimonio nel profondo Sud”. Mi vede e mi fa segno di dare un’occhiata alla cucina che quelli di IKEA mi hanno montato il 14 agosto, giuro, non sto scherzando. Mi guarda e mi dice in slang rumeno-romano “Non hai notato nulla ahò?” “No – gli faccio – poi il 14 agosto non ero nemmeno molto lucido. “Si sono dimenticati di lasciare lo spazio per la presa del forno a microonde”. Maledico la Svezia, la Romania e visto che ci sono anche il Principato di Monaco perché se fossi stato residente lì di sicuro non avrei preso una cucina IKEA. “Ci penso io – mi fa – ora faccio un buco così” e mi fa un segno inconfondibile a mimare il diametro di questo buco. “Sulla cucina appena montata – gli faccio – “. Lui mi fa capire che non c’è altra soluzione o meglio potrei rinunciare al microonde che per lui è una cosa inutile ma di fronte al mio rifiuto desiste e mi dice che ha bisogno di una presa supplementare. “Un maschio e una femmina, la femmina normale mi raccomando”. Dice proprio così e allora non resta che fargli notare una cosa che non solo per me ma per tutto l’universo maschile è assodata e cioè che le femmine normali non esistono. Lo sento ridere in Rumeno mentre io bestemmio in Romano perché odio andare dal ferramenta e scoprirmi ignorante e goffo, non riesco mai spiegarmi e quelli della ferramenta mi guardano come per dire “che razza di deficiente ci doveva capitare”. A parole, gesti, suoni gutturali mi faccio in qualche modo capire e mi viene rifilata una presa che assomiglia a tutte le altre prese. La cassiera, una 50enne truccata pesante, notando la mia perplessità prende la presa la stacca e poi la riattacca mimando una specie d’amplesso elettrico e sottolineando, qualora ce ne fosse bisogno, che uno è il maschio e l’altro è la femmina. “Ora ho finalmente capito!” – le faccio – suscitando in lei un’evidente soddisfazione da maestrina che spiega l’educazione sessuale a una classe di undicenni. Tornando a casa mi fermo a comprare due birre da tre quarti. Le metto nello stesso sacchetto di nylon dove ho stipato le prese. Nelle orecchie musica elettronica Giapponese, l’unica che riesce a resettarmi il cervello per mezz’ora o poco più.

 

giadim

L'uomo gonfiabile

Pubblicato: 11 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Io sono un uomo gonfiabile di buona fattura. Regalo pillole di vita, sprazzi di felicità, fantasie in aria compressa. Io sono morbido.
Basta che tu mi gonfi un po’ e ti regalo amore. Non creo problemi di alcun tipo. Quando non ti va più basta sollevare il tappo e lentamente mi affloscio.
Hai di nuovo bisogno di me? Ti attacchi al mio beccuccio e inizi a soffiarci dentro. Riprendo forma e colore lentamente. Sei tu a capire quando è il momento di smettere.
Non conosco la parola stanchezza, al chiuso o all’aperto per me fa lo stesso.
Non ho bisogno che mi fai da mangiare, non rovisto tra le tue cose, sto a mio agio anche nella cantina, a controllare i messaggi sul tuo telefonino non ci penso nemmeno. Gonfiato a dovere simulo un appendiabiti.
Non accuso dolore di alcun tipo. Puoi stare tranquillamente seduta su di me e riscaldarmi con il calore del corpo o passarmi cubetti di ghiaccio sui capezzoli.
Io rido sempre. Non conosco il pianto. Chi mi sceglie questo lo sa.
Sono nato nudo che avevo già 30 anni. Fisicamente sono un bel guardare. Possedermi significa avere degli oggettivi vantaggi. Non temo l’acqua, anzi, a due atmosfere sono meglio di un materassino. Con una pagaia posso arrivare lontano. Sono una perfetta macchina da sesso. Non conosco l’ansia da prestazione, ignoro il significato di eiaculazione precoce, la mia resistenza è illimitata. Se caricato a dovere posso secernere qualunque tipo di umore aromatizzato in base ai tuoi gusti. Non soffro d’insonnia, non mi giro continuamente nel letto ma soprattutto non scalcio mai. Vuoi rimanere abbracciata a me tutta la notte? L’importante è che spegni la sigaretta. Per il resto fai pure. Ti sembrerà quasi di possedere la lampada di Aladino. Ogni tuo desiderio è un ordine.
Io sono la release 3.0 dell’uomo gonfiabile arricchita di nuovi e funzionali optionals. Te ne dico due. Coprimembro in lana Merinos con tasche laterali contenenti Pasticche del Re Sole. Sacca centrale posta all’altezza dello sterno con kleenex estraibili all’essenza di sandalo idonei alla pulizia degli umori. I miei e i tuoi.
Ho l’alito profumato di serie e un kit, che puoi trovare nella confezione in basso a sinistra, per cambiare il mio look. Mi vuoi biondo mi faccio biondo, con i baffi ecco i baffi, il pizzetto pronto il pizzetto.
Adesso devo salutarti. Se ti sono piaciuto digita il tasto 1, se vuoi ulteriori informazioni digita il tasto 2 , se vuoi un bacio con la lingua digita 3, per parlare con un operatore digita 4, per chiedere perdono dei tuoi peccati digita 5, per chiamare un taxi digita 6, per un finanziamento a tasso agevolato digita 7, se devi dirmi qualcosa dimmelo ora e premi il tasto 8, se hai bisogno di uno psicologo o di un prete digita 9.
Tuo marito non ti soddisfa? Problemi d’identità? Cambiare per crescere è il tuo slogan? E’ arrivato l’uomo gonfiabile! Solo per oggi, in strepitosa offerta speciale.
 
giadim

Vivere Forte

Pubblicato: 19 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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…l’amore è un gesto pazzo come rompere

una noce con il mento sopra il cuore.

                                  (Pasquale Panella)

 

Io vado (convenzionalmente) a incominciare.

 

Mi piacerebbe che tu convenissi su quanta bellezza c’è negli sguardi infiniti che bruciano il mare e quanto stupore in quei gesti bambini che sanno di te.

Io osservo (al meriggio)  la luce del mondo e lo faccio di taglio.

Che la vita, se ti arriva in faccia diretta, ti fa più male di cento cazzotti.

Allora di colpo succede che la diagonale perfetta del mio essere ombra mi rende più uomo che s’incanta a guardare incantato le tracce di te.

Mi dici parole che suonano buffe, mi dici le stesse parole pesanti di neve di quando non c’ero eppure ero lì.

Nascosto tra le pieghe di un cuore ferito dal bisogno di te.

Va da sé che cammini leggera, era ora, lungo strade bagnate dai troppi perché.

 

(Primo Post-it) “Troppi passaggi poetici potrebbero appesantire il testo rendendolo oltremodo lirico e magari ridondante. Alla lettura potrebbe risultare un tantino barocco, greve, capisci? Magari demodé. Mi sembra difficile credere che la scrittura oggi vada in questa direzione. Lo trovo eccessivamente sbilanciato nonostante le immagini che trasmetti siano efficaci e rendono bene il concetto. Davvero sicuro che non esiste un altro modo per scriverlo?”

 

“Vivere forte, morire un po’ vivendo

È quello che mi hai chiesto

Ridendo e poi piangendo…”

(Avion Travel feat. Elisa)

 

Ti osservo dubbioso e mi sembra che voli, a guardarti è davvero così, mentre io mi sento gallina che muove le ali e non riesce a staccarsi da terra.

Che la terra ha un profumo di mandorle amare o di pioggia che impasta la vita e la rende compatta.

Quanta incertezza in quel darsi da fare, in quel gesto argentino di chi svirgola i piedi.

Questo fare l’amore, questo amplesso pensato che forse è poetare ma è più facile andare che dirsi qualcosa.

Ci pensi? Andare a capo e mai più tornare, come dire il necessario ma senza l’ignobile virgolettato e senza quel gesto di mani all’altezza del capo con due dita per due a mimare grammatica.

Siamo uomini di parola e ci si può scegliere, tra tanti, con un semplice <I want you> e poi una spericolata discesa in parapendio, sfinirsi nell’accoppiamento e scoprirsi appiccicosi, solo per poter dire da lassù, a chi  di sotto di paura vive, stiamo venendo, please.

 

(Secondo Post-it) “Diciamo che il brano ha preso questo andamento ritmico, una sorta di cadenza che l’enfasi poetica trasmette meglio della prosa. Sulla musicalità devo riconoscerti da sempre un certo intuito. Questa parte la preferisco alla seconda. Ci sono delle trovate stilistiche davvero felici.

Io limerei qualcosina, però non ti dico cosa, ci puoi arrivare da solo”.

 

 

Sulla pelle roba appiccicosa, vale a dire un collante biologico, uniti si vince. 

 

La parola è sottile, la parola è un crine, un pelo, un filo da sutura riassorbibile, una fibra ottica, anzi un fascio intero.

Il segreto per il successo? Scrivere con inchiostro simpatico e correggere con il Silkepil.

Ora fai la graziosa e ti tocchi. Cosa te lo dico io: i capelli.

Ci sono, non serve nasconderli in uno di quei berretti con la retina, ma sono bianchissimi, elegantemente avvolti come una pashmina a doppio nodo sul collo che leccarti, di grazia, vorrei.

Il problema è la liquirizia, irrisolvibile! Si vede lontano un miglio che questa mia è una linguanegra quindi tira tu le conclusioni; considerato che  non ci arrivi faccio da me, se permetti mi presento: mi chiamo g. e vengo da lontano, in poche parole sono straniero, e per dimostrarlo tiro fuori la lingua e ti dico “thirty-three”.

Ti piace guardarmi dentro, lo so. Consideri le tonsille la parte più seducente di me. Ma ho dovuto lottare, non sai quanto, contro un sistema che vedeva le tonsille come il fumo negli occhi. Sterili gelosie, bavose invidie. Ti dico solo che per mantenerle intatte  ho dovuto nascondermi nelle pagine del romanzo che non ho mai scritto, rimanere con la bocca chiusa per anni.

Solo scrivere e scrivere e scrivere di me.

Così siamo di colpo invecchiati, tu ed io, noi e loro, una specie di tamponamento a catena, un colpo di frusta, e quindi il collare ortopedico.

Con tanto di   accompagnamento e l’assegnino.

 

(Terzo Post-it) “Ti scrolli la poesia di dosso (finalmente!) e lasci andare la penna a briglie sciolte, senza contenere la scrittura dentro schemi stereotipati. Non mi vengono paragoni però ti assicuro che stilisticamente è una scrittura ad effetto soprattutto se sulle parole ti fermi un attimo, le lasci sedimentare.

Un po’ come fanno i cercatori d’oro. E guarda che paragonare i lettori a cercatori d’oro è un complimento!”

 

Immagina un finale di una sola parola che tutto racchiude.

 

Malamore?

Benissimo!

Allora ti suggerisco di portare il molosso che è in me a Todi, magari mi lasci lì così da diventare per la cittadinanza tutta  il molosso di Todi, e se spavento i bambini finiscimi una volta per tutte con delle polpettine avvelenate.

Infine, come si conviene alle grandi tragedie,  vederti disperata come una tizia che ha perso la vista per caso o per casa, fai te.

Il rimorso che ti attanaglia, andare a tentoni, vagare, rivalutare la mosca cieca e quell’insulsa innocenza a termine dei bambini.

Così ansimando, materializzi su me la scritta “judgement” che ti divora, e me con te,  e trovare con le mani e gli occhi chiusi  una sedia a memoria scoprendo che tutto  sta dove deve stare.

E quando riappari nel mondo dei pochi le cose che hai visto non sono le cose ma umanissimi amori di fiato sui vetri.

Magari lo scrivi un ti amo a vapore, lo scrivi e lui piange che il motore lo asciuga.

E sono le mani, assassine, sono le mani il vero problema che quando le stacchi ti sembra che sempre ti manchi qualcosa.

Per esempio un dolore, un fascio di nervi spezzati, la bulimia del perdersi.

Quanto rumore in questa città, non trovi? Tanto rumore da poterlo smontare, così ci sfiniamo in questa assurda danza ché tutto il riposare mal si addice a chi d’incerto vivere si nutre.

L’amore è un gesto pazzo me lo scrivi.

Io prendo nota, ti guardo e mi rapisci.

E disimparo a credere alle favole.

 

(Quarto Post-it) “Aprire un racconto è cosa diversa dal chiuderlo. Qui è sulla parola fine che vorrei farti riflettere. Come si chiude questo racconto? Certo c’è la parola “disimparare” che suggerisce una soluzione. Ma non è l’unica possibile. E poi il punto è: cosa c’è dopo? Questo il lettore deve sforzarsi di chiedere ai propri occhi. E’ come seguire la scia di un deodorante per ambienti che tu spruzzi in giro, almeno a me hai dato questa sensazione. Poi sul significato di malamore potremmo discutere fino a domani ma so già che non cambierai di una virgola la tua opinione. E comunque qui ti è venuto un rigurgito di poesia. Sarà grave?”

 

“…e poi, di che parliamo?”

 

giadim

 

 

Caramelle sul cuscino

Pubblicato: 19 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Getto un’occhiata, sbadigliando, alle centinaia di annunci che tappezzano antichi muri in pietra sotto i portici della Dotta.

La maggioranza cerca una stanza possibilmente in zona centrale, vicino all’Università, altri semplicemente una stanza, altri ancora cercano e basta. Cosa non si sa. Mi rendo conto di essere fortunato a soggiornare occasionalmente in pulite stanze d’albergo senza dovermi preoccupare di rifare il letto o di sistemare gli asciugamani come si conviene.

Mi vedo riflesso nella vetrina di una boulangèrie sempre io, viaggiatore in cerca di me stesso, cellulare scarico, spiccioli di tempo in tasca e scarpe comode per camminare non certamente correre perché è da tempo che non ho più fretta.

Come un automa mi riempio le tasche di fustellati con sopra impressi numeri di cellulare di gente che cerca, offre, propone, essendo perfettamente consapevole di correre un rischio.

Ma lei è intelligente. Anche se dovesse trovarmi tutti questi numeri addosso non farebbe scenate, non è nel suo stile. Tutt’al più silenzi e il respiro affannoso, sempre il suo, che si trasforma in condensa sui bordi del bicchiere mentre sorseggia il suo vino preferito che le colora le guance morbide.

Questa città violentata dal profumo di soffritto e carne trita, di poche macchine e piccole strade, di persone semplicemente diverse affittuari di sogni in technicolor, di cani senza padroni.

Ho scattato nella memoria qualcosa come 120 pose  a immortalare angoli naif e cassonetti differenziati e milestones  e ancora distributori automatici di profilattici che non danno resto e farmacie di turno.

Di fronte a me un pub moooooolto frequentato, un altro 10 metri più in là, desolatamente vuoto. Il trend, capite? Questione di moda. Non c’è raziocinio, è puro istinto. La gente. Questione di capelli a volte.

Cerco un motivo per festeggiare o più semplicemente un luogo.

Un Purea Party. Puoi entrare e mangiare purè fino a schiattare.

E’ proprio quello che ci vuole per me fiaccato da un fastidiosissimo ascesso che mi disegna una noce incastonata nella mascella destra molto poco bohemienne.

Il problema è che non riesco a masticare per cui il purè è l’unica soluzione possibile per placare la mia fame e poi non dimentichiamo l’effetto anestetico del passato di patate (io patatai, tu patatasti….).

C’è uno scontro in atto nella mia cavità orale, cruento, senza al momento né vincitori né vinti.

Lo scambio salivare, il do ut des di amore liquido, ancora non ho ben capito se la causa è il cunnilingus o il mai sopito vizio di mettere in bocca i tappetti delle penne. Non so, non saprei. Loro,  batteri come punkabbestia, si danno battaglia arroccati sulla radice del dente del giudizio che confina con un istmo di gengiva arrossata dalla vergogna.

Eppure mi sento ancora piacente e ne approfitto, quindi, per entrare trafelato in una elegante e, ovviamente, profumata profumeria per inebriarmi di aromatiche essenze spruzzate senza lesinare dai tester in esposizione.

Una bella figliola, che non avrebbe sfigurato al concorso di Miss Italia dei Valori, mi viene incontro con un “posso aiutarla?”. Le dico allargando le braccia in segno di resa, “what can i say to you?” Mi scambia per uno straniero e mi sorride voltandosi con discrezione.

 

Sento di poter dare una definizione al concetto di amore.

 

L’amore è il suono sordo di un contrabbasso che senti nello stomaco.

L’amore, così come il mondo,  non è arancione.

Il mondo è grigio, il mondo è blu, Cuccuruccuccù Paloma.

L’amore è un gesto pazzo come rompere una noce col mento sopra il cuore.

So benissimo caro Pasquale Panella che l’hai scritta tu questa cosa.

L’amore è una budella gentile.

Aldo Busi, da quando partecipi al programma della De Filippi mi stai sul cazzo e non rispondermi che ti piacerebbe.

L’amore assomiglia al gezz.

L’amore è stiamo trasferendo la sua chiamata alla segreteria telefonica.

 

Bologna, libri e persone. Sughi e piadine. Vino, pochissime le birre.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Destra.

 

La birra.

Il tramezzino.

L’IPOD.

Le profumerie Limoni dentro la Standa o dentro OVIESSE.

La Sacher.

Le poesie, tutte, pure quelle di Ungaretti.

 

Cose che possiamo ascrivere alla Sinistra.

 

Il vino.

La piadina.

Il Videoregistratore.

Feltrinelli ma solo se avete la tessera fedeltà.

Il Panforte Sapori che è sempre lo stesso che gira nei pacchi di Natale.

I racconti, soprattutto  quelli dove non si capisce un cazzo di niente.

 

Il mio albergo sa un po’ di fighetto ma non vale assolutamente le quattro stelle che sbandiera.

 

Cose che mettono tristezza negli alberghi.

 

I divani nella hall.

La cuffia per la doccia.

Il Muesli a colazione.

La cassaforte vuota in camera, piena fa un altro effetto.

Gli elenchi telefonici di tutte le città d’Italia.

I portachiavi in plastica col numero della stanza scritto a matita.

 

Cose fiche che troviamo negli alberghi.

 

Le pantofole monouso.

I docciashampoo non in bustina.

Il Nuovo Testamento nel comodino.

L’Acqua Brillante nel frigobar.

La sveglia che ti arriva dal telefono.

Le caramelle sul cuscino.

 

Ritornare dopo un po’ in camera a recuperare i bagagli per poi andare definitivamente via a bordo di un taxi proletario, una Punto bianca,  e trovare, con grande sorpresa, due caramelle menta e lampone sul cuscino. Succede infine che ti riconcili con il mondo.

Perché il mondo è fatto di piccole cose, tenere attenzioni che si sposano con grandi speranze accanto a Kleenex bagnati di lacrime di gioia.

Tutto è stupore – vivaddio – ed è chiaro che smettiamo di essere noi stessi nel momento in cui non ci meravigliamo più di niente.

Qui la gente ride, avrà i suoi buoni motivi, e siccome ridere è contagioso rido anch’io.

Ma forse è soltanto perché sto tornando a casa.


giadim

 

 

 

Attraverso le parole

Pubblicato: 8 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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“E’ con le storie che le persone
giustificano le loro malattie.
Raccontano storie su se stessi.
La nostra capacità di cura e trattamento
è legata alla nostra abilità di percepire
con accuratezza la storia del paziente.
Se non potete farlo state lavorando
con una mano legata sulla vostra schiena.”

Dr. Howard Brody (medico di famiglia)

 

 

Avrei potuto sporcarmi le mani di sangue o magari scegliere il filo di sutura più adatto e invece scrivo e ascolto. Per farlo uso il mio ricettario e una di quelle penne che la pletora degli informatori scientifici del farmaco  ti lasciano in comodato gratuito; si fanno chiamare così ma sono dei rappresentanti come tutti, come quelli che vendono pentole o enciclopedie.

Che differenza c’è tra un’enciclopedia e un antistaminico? Nessuna, entrambe aiutano a vivere meglio.

Certo, si potrebbe disquisire sul fatto che non sempre il sapere si accompagna al benessere. Conosco tanti miei pazienti che sanno a malapena scrivere il loro nome e non per questo mostrano imbarazzo o manifestano sintomi di infelicità.

Il non sapere è un valore ed è inversamente proporzionale al progresso.

Il fatto di non riuscire a stare dietro a tutto ciò che in apparenza accade e quindi non sentirsi in qualche modo protagonisti di un film d’azione con tanto di effetti speciali fa regredire le persone che scelgono un elementare sistema di difesa: quello di non sapere. Ci si chiude progressivamente in una sorta di corazza solo all’apparenza impenetrabile.

In realtà nessuno ha la piena consapevolezza di quello che fa.

In fondo è semplicemente una strategia e non è detto che sia la migliore.

Quando poi si accorgono che manca loro qualcosa ma non hanno esattamente chiaro cosa allora vengono da me.

Fanno la fila come tutti gli altri e si confondono alle persone anziane che qui nel mio studio sono di casa. I loro acciacchi li conosco a memoria e vorrei che la scienza si sbrigasse a inventare la pillola che resetta l’organismo e ti fa campare i pochi anni che ti restano in tranquillità. Sarebbe il giusto coronamento al nostro lavoro e poi in questo modo potremmo occuparci d’altro, anzi degli altri, di quelli che il male ce l’hanno dentro e pensano che non ci sia rimedio al loro malessere.

Prima di ieri non l’avevo mai fatto. Tutte le volte che si presentava qualcuno con dei disturbi della personalità io andavo sulla difensiva. Mi limitavo a indirizzarlo verso qualche collega con delle competenze specifiche e anzi cercavo di sbrigarmi quasi avvertendo una sorta di fastidio o di disagio verso un qualcosa che non conoscevo e che non sapevo in che modo affrontare.

Riempivo un Post-It, anche quello griffato da qualche casa farmaceutica, con un nome, un indirizzo e un numero di telefono. Qualche giorno dopo il collega mi ringraziava con la solita telefonata di circostanza promettendomi una cena che non si sarebbe fatta mai.  

E’ un mondo che gira sempre uguale, un insieme di pratiche da evadere e la bravura sta nel classificare ogni accadimento in modo che se dovesse ripresentarsi un qualche individuo con la stessa patologia tu sai già dove mettere le mani e dare una soluzione ai suoi problemi. C’è sempre qualcun altro che ha già sofferto e questa , in fondo,è la tua salvezza di medico.

A rompere questa patina di monotonia un uomo di una quarantina d’anni con la faccia da ragazzo che si è presentato nel mio studio di buon ora, almeno così mi ha detto la signora che si occupa di ricevere i miei pazienti. Me lo sono trovato seduto con le mani sulle ginocchia proprio all’ingresso dell’ambulatorio, le spalle appoggiate alla porta, voleva essere il primo, un modo come un altro per dire agli altri pazienti che il suo era un caso urgente e che doveva essere trattato come priorità. C’è sempre una sorta di strano egoismo in chi soffre, una lotta per la salvezza, come se guadagnare un posto nei confronti di qualche altro individuo significhi aggrapparsi alla propria vita e calpestare quella degli altri.

“Mors tua vita mea” d’altronde, a scuola ci hanno insegnato così.

A guardarlo con un minimo d’attenzione quell’uomo non sembrava conciato male, noi medici in verità abbiamo anche un sesto senso e ci piace fare diagnosi semplicemente guardando nel viso una persona. Dicono che gli occhi raccontano più cose di tutto l’organismo ma io sono convinto che gli occhi siano in verità lo specchio dell’anima. E quella che avevo di fronte doveva essere un’anima davvero triste.

Lo feci accomodare e gli chiesi di raccontarmi il suo problema.

 

“Il mio problema, caro Dottore, è che io non ho una storia da raccontare. Non mi guardi male come fanno tutti i suoi colleghi, le ripeto, non ho più una storia. Passato, presente e futuro non li distinguo più e in questo vortice mi sento mancare le forze. Io ho solo bisogno di ordine, capisce?”

 

Mi spiazzò, ma non più di tanto. In fondo il continuo sapere tutto di tutti costringe ognuno di  noi a interessarsi alla vita degli altri e quando siamo stritolati da questo meccanismo perdiamo  la rotta della nostra vita, non siamo più capaci di raccontare nulla di noi, a noi stessi ma anche agli altri.

Abbandonai subito l’idea di consigliarli un bravo strizzacervelli e lo invitai ad auto-prescriversi una cura.

 

“Faccia come se dovesse scriversi una lettera, prenda questo ricettario e cancelli con un segno di biro il mio nome dall’intestazione. Ora il medico è lei, la cura è dentro di sé o è nella punta di quella penna, ha il colore scuro dell’inchiostro di china e macchia i polpastrelli in maniera indelebile. Prima di scrivere di sé si guardi intorno e cerchi un appiglio. Li ha visti quelli che attendono il proprio turno? Ognuno ha un segreto che considera inconfessabile e quando accade che quel segreto a poco a poco si svela, allora un sentimento di leggerezza pervade la loro anima che lievita. Mio caro, vorrei poterla convincere che la gente vola e se si convincerà di questo prima o poi toccherà anche a lei di volare”.

 

A volte gli occhi si accendono, di solito è un lampo, una felice intuizione, la scoperta del possibile. L’uomo prese il ricettario e iniziò a scrivere in maniera forsennata, compilò un foglio poi un altro ancora e poi fu assalito da una sorta di morbosa curiosità nei confronti delle persone ma non in maniera indefinita.

Il processo si indirizzò verso le persone a lui vicine, quelle che aspettavano nella sala d’attesa e da ognuno rubò una storia e mirabilmente si accorse che in fondo quelle storie erano la sua storia e si sentiva finalmente felice, leggero.

Continuò a venire da me ancora qualche altra volta poi all’improvviso non lo vidi più.

Pensai il peggio. Mi venne in mente l’immagine di lui divorato da una schizofrenia parossistica.

Passare da un eccesso all’altro è cosa abbastanza frequente in questi casi.

Riflettevo su questo mentre sfogliavo una rivista in cui era riportata un’indagine singolare che riguardava noi medici. Pare che impieghiamo in media ventitré secondi prima di interrompere i racconti dei nostri pazienti. Qualche anno prima quei secondi erano ventuno. Le cose vanno lentamente migliorando pensai tra me e me. Ma quello che catturò la mia attenzione fu un trafiletto in ultima pagina in cui c’era la foto di quel mio paziente sorridente con in mano un libro, il suo libro, giunto ormai alla terza ristampa in poco più di un mese. Il titolo era “Il romanzo di mille vite”.

Avevo creato uno scrittore, metabolizzando mi rendevo conto che la scrittura su di lui aveva avuto un effetto terapeutico e che proprio attraverso l’arte dello scrivere aveva compreso meglio la sua vita e quella degli altri.

Fu una scossa per me che da quel momento mi dedicai ad approfondire quello che avevo sperimentato con disarmante successo. Volevo capire se quel risultato fosse frutto di un concatenarsi di cause e di eventi o se poteva ravvisarsi un approccio scientifico e quindi estendere su larga scala i risultati di quell’esperienza.

Lessi molto in quel periodo, spesso lo facevo di notte e iniziai ad appuntarmi quei contributi che ritenevo interessanti. Mi colpì molto lo studio di uno psicoterapeuta di nome Erving Polster il quale suggeriva che la vita di ogni persona può essere vista oltre che vissuta come un romanzo e che tale scoperta sarebbe di per sé terapeutica. Scrisse anche un libro sull’argomento – Ogni vita merita un romanzo – e confesso che più di una volta ho pensato che un libro del genere avrei voluto scriverlo io.  Di contro mi veniva difficile accettare il fatto che basti una narrazione magari analitica da parte di un paziente per parlare di terapia di successo.

Quello che occorre è la consapevolezza. Raccontare e magari scrivere solo avendo la consapevolezza di quello che si sta facendo. Nessuna forma di trance creativa ma un esercizio con tanto di regole e tempi capace di produrre risultati tangibili e soprattutto costanti nel tempo a venire.

Mi accorsi che solo il romanzo o la narrazione lunga, anche solo autobiografica, risolveva questa situazione di apparente impasse e che scavava a fondo nell’anima dei pazienti a volte lacerandola ma quel dolore era vissuto come necessario.  Viceversa chi sceglieva di esternare i propri sentimenti affidandosi alla brevità dei versi aveva più difficoltà a trovare il bandolo della matassa della propria incertezza del vivere. Mi venne in soccorso la definizione di un mio vecchio professore di Italiano a proposito della poesia. Lui amava ripetere che la poesia è quell’arte che ci consente di non sapere cosa diciamo e perché.

Ma mi trovavo lo stesso in grande imbarazzo quando leggendo quel bellissimo e intrigante saggio di Walter Benjamin dal titolo “Angelus Novus” scoprii con mia grande sorpresa una teoria strana e cioè che la crisi della narrazione coincide con l’affermarsi del romanzo. Tale crisi era dovuta ad un ridimensionamento dell’oralità nelle storie. Oggi si scrive, si legge ma si ascolta poco. Parlare costa fatica specie quando a parlare si è da soli. Non riuscivo a venire a capo di quella sostanziale dicotomia, c’erano in me diverse voci che si alternavano e sovrapponevano e che mettevano in discussione quelle poche certezze che credevo di aver acquisito con la mia esperienza.

Passai alcuni mesi a cercare delle risposte dentro di me e nel frattempo ascoltavo le persone ma senza scrivere nulla, nemmeno un appunto.

Tornavo a casa e mi sforzavo di ricostruire quelle storie, filtrandole, dando loro una forma. Ma era il mio compito questo? Forse mi stavo prendendo troppe responsabilità, forse la soluzione era molto più semplice di quella che immaginavo. L’idea mi venne ad una mostra di pittura. In realtà non era una vera e propria mostra di dipinti quanto un tentativo di associare la scrittura all’immagine. All’ingresso della mostra troneggiava un grande cartellone con su impressa a caratteri cubitali su sfondo bianco questa frase da attribuire a Platone:  “Perché vedi, Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero, ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio."

Una frase che mi ha suggerito di creare un metodo, anzi, il metodo.

Riempire un insieme di  tele bianche che io fornisco a chi scrive.

Creare un percorso che parta dalla memoria per arrivare al presente, scoprire per scoprirsi.

Mi sembrò una scoperta sensazionale, una sorta di folgorazione.

Pensandoci meglio era come scoprire l’acqua calda, disarmante per la sua semplicità.

Iniziai con alcuni miei pazienti questo tipo di trattamento e il risultato fu stupefacente. La passione che mettevano nel raccontarsi era il miglior risultato che io potessi immaginarmi.

Ma ho fatto di più, ho convinto i miei pazienti a esporre le loro tele fatte di parole in una serie di mostre.

Strano come la gente paghi un biglietto per vedere dei libri appesi al muro e che inoltre non può nemmeno portarsi a casa.

Molti di quelli che visitano la mostra hanno avuto come risultato quello di iniziare a scrivere.

Ora scrivono davvero tutti, forse sono davvero in troppi a farlo e troppo pochi a farlo con consapevolezza.

Un giorno scoprirò il perché. 

giadim

Puttana (Non so dirti come e quando…)

Pubblicato: 30 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Con lo sguardo assente rimango immobile a fissare i contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti. Nervosamente torturo una ciocca di capelli che infilo d’istinto tra le labbra. Non mi piace quel retrogusto, mi sa di marcio. Da lui ci sono andata per vederlo un’ultima volta soltanto, per chiarire alcune questioni che si trascinavano da tempo e alle quali nessuno di noi due era stato in grado di mettere la parola fine.
Volevo semplicemente parlargli e poi ognuno per la propria strada, come se quanto accaduto fra di noi fosse stato solo uno spiacevole tamponamento che si risolve con un CID e una stretta di mano.
Sono una stupida, lo so. Ma il problema è che te ne accorgi solamente dopo, quando oramai il danno è compiuto e ti ritrovi con un pugno di mosche in mano, con ciò che resta della tua vita, la stessa che dividi con un uomo che è quello che ti dorme accanto, non l’altro che consideri solo una parentesi oramai chiusa; perché voglio chiuderla questa storia, voglio smetterla di sentirmi madre e puttana, donna tutta sorrisi, profumi e balocchi che ogni sera sale sul palcoscenico della propria esistenza mettendo in scena in un teatrino off se stessa e il contrario di sé. Troppo stanca per camminare sul filo delle bugie e affondare la mano tremante nella trousse per coprire i segni del tradimento facendo in modo che lui non possa minimamente sospettare.
Lui, sempre lui, lo stesso uomo che a stento mi guarda mentre l’altro…lui sì che sa come prendermi.
Anche oggi. Io volevo solo parlargli, lo giuro sui figli, dirgli che non poteva più continuare la nostra storia clandestina fatta di squallide pensioni fuori città e brevi viaggi di treno in treno.
Lui mi aspettava con l’espressione di uno che non ha niente da dire nel solito bar a metà strada tra la sua dimora e la mia disperazione. Io me ne stavo lì a girare nervosamente il cucchiaino nel caffè che avrei, come al solito, bevuto freddo. Lui, con tutta calma, ha preso da una ciotolina in vetro un pugno di arachidi e ha iniziato a masticarle rumorosamente senza distogliere gli occhi dai miei quasi a volermi studiare, una volta ancora, nonostante sapesse tutto di me, le mie paure, le mie debolezze, la mia totale incapacità di pronunciare un no secco e definitivo. 
Mentre io cercavo il giusto corredo di parole, lui, immagino, pregustava già la scena di quello che sarebbe accaduto da lì a poco quando con una scusa ignobile mi avrebbe condotto a casa sua e poi scopata per bene per dirmi infine il solito grazie e prendere il prossimo appuntamento quasi come se si trattasse di una seduta dal dentista.
Vorrei potermi sbagliare, io a sbagliare sono allenata.
E così l’ho seguito fin dentro la sua tana ma prima ho cercato e trovato quelle benedette parole per ricordargli che la nostra storia era arrivata al capolinea, gliel’ho ripetuto due volte se ricordo bene, e lui mi sembrava avesse capito ed è stato più gentile del solito, mi ha aperto la porta dell’ascensore e soffiato via due capelli adagiati sulla camicetta di seta bianca.
Conosco casa sua, la disposizione dei mobili, il suo bagno, l’odore dell’incenso che usa per coprire la puzza del tabacco delle sue sigarette. So dove appoggiare il soprabito, sistemare la borsa, la musica che ascolta, mi è familiare il suo disordine così come i piatti lasciati nel lavabo.
Lui non ha perso tempo. Non si è versato due dita di vodka nel bicchiere, non è andato a farsi la solita pisciatina prima di prendermi, non ha messo il suo CD preferito, non ha staccato il telefono, non ha chiuso la finestra.
Mi ha solo detto “voltati”. Il viso a sfiorare il vetro. 
Io vedevo dall’alto persone all’apparenza normali mentre le osservavo camminare a testa bassa entrando e uscendo da piccoli negozi di quartiere dove tutti fanno finta di conoscersi e di sopportarsi. Mi ha solo detto “voltati”. Poi mi ha premuto una mano sulla testa inarcandomi la schiena in modo che mi piegassi alle sue voglie.
Troppo debole l’elastico dei miei fuseaux per tentare una pur minima resistenza.
Ho sentito il freddo sulle natiche mentre lui armeggiava coi pantaloni con decisi movimenti chiassosi di fibbia e di cuoio. Poi mi ha detto di stare ferma perché l’ultima volta è di quelle importanti, da ricordare.
Io volevo solo parlargli, giuro, non doveva finire così.
Invece lui non si è fermato, credo, anzi ne sono certa, che ridesse di una risata nervosa nonostante la posizione m’impedisse di guardarlo in viso, poi ha iniziato a strofinare il suo arnese tra le mie cosce cercando la mia eccitazione. Io avrei desiderato bagnarmi di lacrime e non di piacere, avrei voluto che il mio corpo si ribellasse ma non c’è stato niente da fare e così lo sentivo crescere prima sopra di me poi dentro di me con un colpo deciso da strozzarmi il pianto in gola e infine sentire quella frase ripetuta all’infinito “Puttana! Lo sai che sei una puttana? Lo sai vero? Ora stai buona tanto è l’ultima volta, l’hai detto tu, no?” E’ entrato dentro le mie paure violando anche l’ultima barriera, lo stretto confine tra l’istinto e la ragione. Non c’era piacere nei nostri corpi solo una sorta di tremenda punizione inflitta alle mie discutibili scelte di donna debole e infelice, processata e condannata senza appello e senza sconti di pena. Mi ha voluto punire così, lasciandomi il suo seme come souvenir nella parte più stretta di me dove ora ciò che resta della mia anima chiede asilo.
Poi l’ho sentito ritirarsi stanco mentre il suo respiro si normalizzava e le mie lacrime pure.
In bagno ho iniziato a truccarmi mentre la condensa del getto d’acqua calda appannava lo specchio che rifletteva i miei morbidi lineamenti di puttana borghese. Non che ne avessi una gran voglia di specchiarmi, in certi casi è meglio non guardarsi, era solo per non sbavarmi di rossetto, una semplice questione di decoro. Sono uscita come se niente fosse accaduto mentre l’ho visto sfogliare distratto un giornale di qualche giorno fa sprofondato su una poltrona consumata come la sua e la mia vita. 
Non un ciao. Non un sorriso. Solo un silenzioso e sottinteso addio.
Fuori da quell’inferno con finte stampe alle pareti mi sono confusa tra la corte giudicante delle persone piccole che sembravano additarmi come la puttana di corte, quasi che tutti fossero a conoscenza di questo mio triste vivere, io l’esempio negativo da non imitare.
Devo affrettare il passo ora, il mio bambino piange se non vede nessuno che lo viene a prendere all’uscita da scuola.
Oggi è il mio turno, domani ci penserà mio marito.
Riaccendo il cellulare e mi lascio inghiottire dal respiro affannato di questa città.
Pollo arrosto e patate per cena.
Da comprare in rosticceria.
C’è sempre così poco tempo per cucinare e dire un fuggevole ti amo credendo di dire il giusto alla persona giusta.
giadim

E'-qui-Librismy?

Pubblicato: 17 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Giro armato di poche parole ma ho una buonissima mira e occhi che vanno lontano come palline da golf che rotolano su green blu cobalto su sfondo écru.

Ma qui, in questa stanza a forma di mondo, (mentre mi sbuccio uno spicchio di luna)  faccio a pezzi il nulla e sudo e vomito e mi strappo i vestiti di uomo perbene lanciando via scarpe senza lacci fino a  rimanere completamente nudo a osservare la mia anima che fuma sigarette francesi di contrabbando  mentre il fumo azzurro materializza paesaggi brulli brulli (brulli al quadrato) senza alberi molto simili a dirsi (e infatti ve lo dico) alla foschia mattutina di Albuquerque.

 

Ombre come profili immobili di cartelloni pubblicitari da proiettarci sopra un film e come d’incanto fermare, come un invasato, macchine e moto e persone e vite di cera (qualcuno vi ha accesi e ora vi state lentamente consumando) così da restare per un lunghissimo attimo col fiato sospeso, apnea di emozioni, a guardare la scena di un bacio lungo un giorno che avrei tanto desiderato vivere. (Voi magari avete altri cazzi per la testa!)

Poi disegnare, tirando su di naso, il lento roteare delle mani attorno ai fianchi morbidi e un rivolo di saliva sul collo di una lei, una qualunque, che ci è appartenuta come un portachiavi in cuoio da appendere alla cintola di pantaloni di fustagno in un tempo senza tempo.

 

Giocare a fare il grande regista in un mondo di comparse e tenere in mano fili sottilissimi, diciamo invisibili, da muovere in situazioni di vento sostenuto, bolina a voler essere precisi, che ti scompiglia capelli e pensieri.

E rifiutare garbatamente una safety-car, quindi proseguire preferibilmente a piedi, senza fretta, bavero alzato e cigarillos spenti fra le labbra spente e screpolate da cui esce una gocciolina di sangue rosato simil-mestruo da quinto giorno di ciclo che ti fa sentire sicuro e decidi infine di venire dentro (titubante) ed esplodere con il fragore del grisù  in miniera le tue gocce di vita da barattare, semmai, con pomeriggi di scarpe comode che fanno ciak ciak sulla battigia di Ortisei (C’è, ne ho le prove nello scooter).

 

Il tuo viso rilassato, gli occhi aperti su me e il mondo (è la stessa identica cosa), non ti stanchi di guardare sempre il solito film?

Che cazzo di domande faccio pure io!!

 

Le mie rughe sulla fronte corrucciata che fanno pendant con un respiro da Marlboro lights che lento si regolarizza su di te come il pennino di un sismografo a picchiettare enormi bobine su cui scriveremo la nostra eterna storia.

 

Perché saremo eterni, come fontane luminose in pietra levigate dall’acqua che sono (e saranno) l’attrazione principale di un pullman di giapponesi.

Finiremo col guardarci, nel senso che guarderemo fotocopie di noi, a fare i turisti con pranzo a sacco nella nostra città che più non ci appartiene.

Vorrei sbucciarti come un frutto acerbo, te che non so chi sei, forse un melograno, un lilium, un paio di sandali coreani, un ombrello dimenticato in un bar, il tappetino di un’ Opel Corsa.

Chissà chi lo sa.

Poi ricordarmi di te (arriva improvvisa l’onda) e cercarti tra le pareti scrostate di una vecchia fabbrica di sogni in disuso e urlare (più forte e ancora di più) : “E’ qui Librismy?” e lentamente cadere in ginocchio con la testa tra le mani mentre i sogni, sempre loro, scivolano via (il mercurio del termometro ne è la prova) e non li puoi fermare.

 

(Ripetere tre volte la strofa)

 

“Continuo a cercare te o una come te mentre un’eco fredda mi spacca il cervello che esplode in mille pezzi asimmetrici.”

 

Patty Librismy passa accanto ai cocci di me, silenziosa, mi guarda, solleva lenta un piede, poi un altro, e mi passa sopra con la leggerezza di un dumper guadagnando l’uscita dalla fabbrica dei sogni in technicolor.

E poi ride.

giadim

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L'equilibrista

Pubblicato: 10 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Su chilometrici fili distesi lungo questo dedalo di viuzze, grasse signore ingioiellate di placcato oro recitano a menadito American Soap come fossero giaculatorie disegnando emozioni in fa diesis su ipotetici pentagrammi. Compiaciute si specchiano in intonse tinozze d’acqua piovana trovandosi belle e a volte non trovandosi affatto. E’ così che inesorabile inizia un lento e progressivo percorso circolare senza via d’uscita che ha la forma e la consistenza del bianco d’uovo in padelle d’acciaio inox 18/10 ancora in garanzia.

Io, l’equilibrista, dallo stesso identico punto, da non so più quanti anni ormai, alzo appena gli occhi al cielo e osservo in prospettiva i loro gesti pacchiani che sovrastano di gran lunga parole che suonano come uno stridente inno alla banalità. Ancora peggio, se possibile, dell’inno dei Club fondati dall’Homo Ridens che ha ritenuto e ritiene di pseudo-governarci.

Io, l’equilibrista, ma potreste tranquillamente chiamarmi Zubin Mehta o non chiamarmi affatto. Non fa differenza alcuna nemmeno l’esserci perché da cronista navigato quale sono  potrei raccontare quello che domani accadrà dietro quelle persiane verdi scavando tra le macerie di pseudo vite lobotomizzate dal troppo quieto vivere. 

Passerei, poi, con una certa disinvoltura da un canale all’altro ruotando semplicemente la testa di 180° per farvi una dettagliata telecronaca di un’estenuante partita di Goriziana senza vincitori né vinti.

Io, l’equilibrista, misuro le parole e la distanza tra me e voi girando armato di affilatissima Pilot a punta fine non disdegnando di uccidere se necessario usando esclusivamente inchiostro nero così da poterlo confondere con quello dei risotti al nero di seppia di cui mi nutro e sazio.

Non credo che mi prenderanno facilmente, almeno non nell’immediato perché so nascondermi bene, ora in un contrabbasso, ora negli ovetti Kinder, ora nei vostri cervelli dove subdolamente eleggo domicilio per qualche tempo per poi andarmene quando oramai ho la consapevolezza di essere diventato uno di casa, uno al quale un barman scafato servirebbe il solito senza neanche chiedertelo.

Sto persino attento nel respirare, questione di diaframma come sostengono schiere di antiabortisti convinti, e spesso per nascondermi uso il fumo denso dei miei Schimmelpenninck dentro il quale scompaio per poi riapparire cinque chilometri più a valle tra gabbiani grossi come Koala e pescatori abusivi di telline.

Per mantenermi in forma mi aggrappo agli anelli di fumo e con movimenti leggiadri disegno sinuosi carpiati e siccome l’appetito vien mangiando eccomi radiocomandato con la mia forchetta in eleganti piatti da portata contenenti carpaccio di gnu con tanto di rucola e grana.

Adesso tomo tomo cacchio cacchio guadagno carponi l’uscita da questo “miradouro” nascondendomi sotto vaporose gonne di tenere diciottenni irrimediabilmente perse in un romantico ballo  delle debuttanti. Si respira odore di buono qua sotto. Ora solo un filo di perle mi separa dalla mia dimora a forma di conchiglia. Se non fossi un equilibrista consumato sarei già da un bel pezzo spiaccicato sull’asfalto tra chewing gum masticati poco e male e la cacca di amorevoli Beagle.

Sto preparando il mio prossimo numero. Mi ci vorranno almeno altri cinque anni buoni. Ma qui al Circo nessuno sembra avere fretta, sostiene giadim.

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