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Il gradiente

Pubblicato: 8 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Coordinate polari

Partita per un lungo viaggio, la mente
si dice in gergo “per la tangente”
ci si chiede il perché e soprattutto il come
senza che la mente stessa arrivi a conclusione.

E quella stessa tangente, la sfacciata
un rapporto aveva di nascosto con il seno
come mani a prendere, le dita
di te direi verso coseno.

Non sai come mi senta intersecata
verso quell’X incognita perfetta
e gli angoli, non so più da che data,
altro non sono che lama al dolore linea retta.

Chissà che effetto fanno queste cose, diresti
sorridendo, a nessuna voce, mentre guardi
il quaderno a quadretti e correggendo testi
la tua mente anela ad altri fiordi.

Io nella regione mia di spazio a più di due tre dimensioni
tra ascisse e (dis)ordinate fremo a scalare,
non comprendo regole sintattiche e funzioni
le variabili son troppe in questo mare,

e se il sistema cui riferirmi vorrei, come sempre, è quello polare
brucio lo stesso, da punto a punto, all’infinito, le meningi
ρ rappresenta la coordinata radiale φ l’angolare
troverei libertà poetiche anche più spinte, se non fosse che tu fingi

e ben altre son le derivate, in quella trasformazione
se ti viene, sin troppo naturale, giocare
un po’ con la lingua e le metafore in azione
lontano e solitario altro il versore da creare.

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Ammissioni dell'Epilogo

Pubblicato: 17 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Sono qui dentro. Eppure nessuno sembra accorgersene. Sono l’ultimo. L’ultimo di tutto.
Senti soffocarti e non hai tregua. Il respiro si strangola nel foglio prima di fuggire dalle righe. Mi dispiace, non faccio alcuna fatica. Mi pensavi difficile, lo speravi.
Una stretta, uno sforzo esagerato e via. Eh no, il trapasso è un semplice invio alla fine.
Non mi guardare così. Sei incredulo, sconcertato, a volte persino avvilito, lo so, lo sono anche io. E’ il tuo insistere che mi ha portato sin qui. Non ho fatto altro che ascoltarti.
Ma certo, sì, sono l’ultimo racconto, l’ultima frase, l’ultimo personaggio. Sono l’ultima parte della storia di tutte le storie. Sono il punto o lo spazio del componimento in versi che conclude il cammino di secoli.
Ma non uno dei tanti sono LUI
Il mio nome? Oh, quello che più ti aggrada (qualcuno in passato ebbe anche a chiamarmi Nessuno mi pare, per sfuggire ad una sorte meschina, per poi addirittura perdere la sua attribuzione).
Potrei anche essere una Lei, perché no, oppure un accento, un punto, una sospensione(un apostrofo).
Un telaio di parole che si arriccia sull’ultima cucitura.
E pensare che sono stato anche eroe, maestra, operaio, amore, lacrima, viaggio, bambino, epitaffio, coro od una voce sola. E tanto, tanto, altro ancora. Ma tu lo sai, oggi sono LUI: : L’Epilogo.
L’ho detto, ora sono L’EPILOGO delle conclusioni, la fine delle fini. Sono qui senza narrarmi. A sapere quale sorte mi attribuirai. (detesto gli amari, sia chiaro non voglio una cicuta)
Eppure è buffo, no? Dopo di me il nulla, direbbe qualcuno.
Eh sì, sarà proprio così. D’altra parte sono l’ultima goccia della penna, l’ultimo ticchettio della tastiera, quello stridulo, quello che non ha eco: Sono il Termine. Nessuno può fermarmi. (Spiacente, neanche tu puoi)
O forse sì, se mi sospendi e mi lasci qui. Già, ma a che servirebbe? Se non posso andare oltre non faresti che rafforzarmi e basta.
Eh già, perché in questo modo non raggiungerei l’estremo, certo, ma sarei comunque IL compimento.
Non volterai la pagina, è vero, ma mi fisseresti lì per sempre.
(sei divertente)

A me, invece, piacerebbe saltare sulle ginocchia di una storia qualsiasi, mettermi lì e non darle il mio contributo. Credere ancora che ci sia qualcosa in più, prima di me. Prima che io arrivi. Invece, no.
Tutto è completo ed anche quella lì, quella che vorrebbe continuare a dirsi, deve fermarsi, perché sono arrivato io. Perché tutto è scontato e non ci si salva. Inutile supplicare.
(ecco l’osanna)
Esimi scrittori, poeti e quant’altro, nulla più potrà esserci.

Sono Arrivato miei cari ben pensanti e non faccio detrazioni
Mi chiedete perché? Perché il ciclo si ferma, perché non si ha più nulla da dire o da pensare.

Resta solo la presunzione di esserne certi.

Già, nessuno mi crede. Ma ora che avete letto sin qui, dovrete arrendervi .
Ho vinto io.

E’ un gioco. E se non sapete stare al gioco.

Amen.

C’era una volte una città bagnata da un fiume e questo fiume aveva degli argini e gli argini servivano a contenerlo. C’era una volta un uomo che voleva andare di là dal fiume ma non sapeva come. C’era una zattera un tempo ma poi il fiume se l’era portata via. Per questo motivo toccava inventarsi una soluzione semplice come Milano 2. Dopo cinque giorni e cinque notti all’uomo venne in mente che forse si poteva fare un ponte, una specie di lunga pedana in legno che congiungesse i due argini. All’uomo sembrò una buona idea e inizio a costruirlo utilizzando dei tronchi di baobab, pianta di cui Roma era piena un tempo. Ci mise quasi due anni e proprio mentre stava per finire la sua opera morì punto da un calabrone. Shock anafilattico ma questo si seppe dopo secoli. L’uomo si chiamava Milvio ma la gente lo chiamava semplicemente l’uomo del ponte o a volte Silvio. Dopo secoli quel ponte fu ribattezzato Ponte Milvio ma Veltroni non andò all’inaugurazione perchè impegnato in dodici inaugurazioni simultanee come una partita a scacchi. Federico Moccia era nei pressi del ponte, per la precisione in una pasticceria dove fanno un buonissimo gelato al cioccolato con le scorze d’arancia. Uscì con il muso zozzo che tutti i bambini si scansarono indicandolo col dito. Cercava il motorino ma del motorino nessuna traccia, per terra un lucchetto aperto e il segno di una sgommata. Moccia pensò che in principio non fu il verbo e partorì una maledizione a tutte le divinità dell’Olimpo, anzi, ad essere precisi di Monte Mario, vicino allo Zodiaco dove secondo lui c’era Dio e la sua accolita, oltre che le coppiette che s’imboscano. Voleva che la maledizione gli arrivasse forte e voleva che quei mariuoli che si erano solati il suo scooter da lui ribattezzato Jessica si sfracellassero   verso Tor di Quinto, vicino le mignotte e a illuminare la scena il fuoco di un copertone con il fumo che arrivava in alto, più su ancora, tre metri sopra il cielo. Federico Moccia chiese con molta educazione ad una mignotta Uzbeka se avesse per caso visto un motorino  grigio metallizzato con un adesivo di Marylin stilizzato ma l’Uzbeka gli disse che Marylin aveva cambiato zona e ora batteva tra la Salaria e Via Prati Fiscali ma se le dava 30 euro gli avrebbe fatto passare lei tutta la malinconia. Moccia si aggiustò il cappellino con sopra scritto "sgombro cantine prezzi modici chiedere di Nando" e si avviò lemme lemme verso Ponte Milvio con il suo lucchetto stretto forte nella mano destra, quella delle pippe.  Arrivato sul ponte tirò fuori un Uniposca viola e scrisse sul lucchetto questa frase "A Jessica con amo" e non finì perchè la superficie di un lucchetto è quella che è. Poi si avvicinò a un lampione e lo abbracciò piangendo. La voglia di buttarsi di sotto era tanta ma alla fine pensando che domenica la Roma giocava in casa con la Fiorentina e lui aveva speso quasi 60 euro per una Tribuna Tevere rinunciò all’idea. Realizzò che tornare a casa con il lucchetto ma senza motorino non aveva senso alcuno e così lo attaccò al lampione. Qualcuno lo vide aggiustarsi la visiera e scrivere su un cassonetto l’incipit del suo romanzo. Il resto è storia o meglio noia come dice il Califfo.

giadim

l'acrostico del mio pedone.

Pubblicato: 13 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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R idendo tra le torri della mia scacchiera
O ltre ogni possibile disperazione
S ussurro ancora sciocche fiabe
S piando l’unico spazio bianco che
A far radici tra gli alfieri malandati
N el tempo incerto della mia altalena
A ggiunge una nuova briciola di cielo

perché in fondo è solo un gioco.

lungo il corridoio

Pubblicato: 30 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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ripeto l’estremo coagulando il vuoto

arranco solitudine in frazioni di presagi

 

libri.

coriandoli di saggezza ad otturare l’avvenire

 

   buffa ironia di un perbenismo ben pagato –

 

supplizi di parole che fregiano il vento

abbracciando il pianto in corolle di sale

 

sputo agonia

sputo.

ma è inutile

 

bolle lo stupore affiancandosi al tremore

che rima volgare geme l’attesa di ginocchia piegate

è così.

 

anche su brecce appuntite di  vergogna

il profumo ha la meschinità di un volto

 

è la mia casa.

piastrelle sprigionano affanni di umori poveri

ed ogni passo ondulato

ansima nuovi odori invernali

 

 

ma è estate.

erosione. di perdono.

Pubblicato: 1 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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in anime smaltate d’acqua

l’estate cola dai capelli

ungendo amori difettosi

 

è un’ombra tutta da cancellare

la menzogna scarabocchiata nel sogno

ché la memoria è un’istantanea nella testa

che asciuga  la pelle in ogni angolo d’ aceto

 

è un sole fatto a pezzi a scolorare i sensi

di un’intensità vagamente  sediziosa

che sciamando nell’insopportabile

mi riterrà mortale cucendo la vita su un anello

stonata di un dolore

Pubblicato: 22 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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il silenzio che corrode nella bocca
è un canto sgraziato
messo lì a solleticare la brutalità
di un dire blasfemo
il musicista diligente origlia
sorvegliando la pausa di una battuta

Dolce inspiegato alchemico
che indulge nel cuore
a franare
Le stelle passanti al terreno
mutando la rotta si stremano.
Letargo d’assenza sul
polso,
seguendo un borbotto indecente
di schiere
E poi cori latenti,
imminenti di voce scremata
dal crocchio nel sole.
Se tu mi ridessi le membra
vorrei ritrovare
Esanime ledere il piatto di me
nel cercare,
le lotte furenti di nubi al
giaciglio,
Soppiatto per sempre
o mai più di così.
Che cerchi nelle orbite a cerchio
se non un ritorno a quel mentre
che sai, non puoi,
finire le vesti cucite nel mezzo
indossate a metà,
come l’acqua del pozzo
in cui mi trascino.
 

sbucciandomi.

Pubblicato: 18 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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ho spedito il vento dalle lune 

e l’odore mi ha ferita colando la rima

ho  corso dietro ai mesi strappando il fiato

quando all’angolo mi hanno rubato la coda

ho colpito il bicchiere con una fionda

ma i cerchi non hanno perso l’equilibrio

 

ho caricato sulle spalle un delirio impermeabile

ingoiando ad ogni battito coriandoli di vetro

 

ho spellato l’indignazione

– era una truffa –

 l’ assenza ha consumato la pelle

Dramma per voce sola

Pubblicato: 5 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Bbbbu-io luluc-e luce, mmmare-rrocc-ia. Bbbbu-io luluc-e luce, mmmare-rrocc-ia.

G-g-giovanni mmi ha dett-o: Et-ttore, co-conta fino a dddieci e-e-poi al ccc-contrario. Ddopo dopo ttan-tte volte lla l-lin-lingua andrà dda sso-la.
Hoo ccon-contato mma accc-cc-cidenti, nnon nnon riesco a a s-ssent-t-tirmi tttranquillo.
G-g-giovanni vv-vien-e a ttrovv-varmi q-quando fffi-finisce lla pp-pesca. Pprima d-d-di andare a cccas-sa, ppass-s-sa qqui al ffaro.
Nnon ccc’è mmai ness-ssuno, v-vvivo s-solo e ccco-sì G-g-giovanni mmi ha regalato u-uun qqua-quaderno e mmi ha d-ddetto : SSSc-ccrivi, sscri-vi uun d-d-diario, cccosì pp-assi il tempo. Rrr-racc-conta, rrr-racc-conta.
. Mma nnon so co-sa racc-ccontare. Io v–vvedo ss-solo bbbbu-io luluc-e luce, mmmare-rrocc-ia. bbbbu-io luluc-e luce, mmmare-rrocc-ia.
A v-volte cci sss-so-no p-ppesc-catori ma ssono pu-pun-nti lo-lonta-ni. Ccome mmai s-soo-no ffi-nito q-qui? Nnon llo so, ri-ri-ricordo cche uun g-gior-no ho ass-ascol-tato lla ra-radio, sssuo-na-vano una cc-can-z-zone: CHANSONS D’AMOUR di Charles Aznavour e ddopo mmi s-sso-no ttro-v-vato ad ess-ssere il gua-guarrdiano del ffaro.
D-di-c-cono che ho p-ppassato gio-giorni a ffis-ss-sare il mmare, a dis-dise-segnare l’acqua nell’aria, e ddi avver ddetto: io vivrò qui. L’ho dd-det-tto senza ta-ta-tarrtagliare. Tutto un fiato. L’ulti-mo fiato in-intero.
G-giovanni dice che non a-avvevo nulla con me, sso-solo occhi bagnati ed una ffo-otografia . Eccola, è questa. Già, ma non ppo-posso metterla sul diario. Nnon pposso farvela vedere. Chi scrive non p-p-può far vedere. E’ Mm-anuela. Manuela. Ma pos-so dire che è bionda, con tanti capelli ric-cci e un paio di occhiali.
Manuela è mmia figlia, ha detto Giovanni. Mia di E-Ettore. Perché sia-mo uguali e non ppuò essere una persona esstranea se siamo u-uguali. Giusto.
Non ho scritto n-niente ma, ma incollo la fofoto qui così voi la vedete tutti quanti. E la poposso guardare anche io.
Manuela è sotto sotto le rocce o-ora e quando il faro gira, e e e sfiora l’acqua io io rimango fisso lì. Se non è q-questo g-giro, sarà il prossimo e forse forse un giorno la vvedrò uscire.
Giovanni dice che è impossibile, che che chequando si muore in mare, il mare no-no-non ti restituisce niente. Nonnon si torna. Ma io non ho altro da fare e non mi co-costa nulla.
Manuela ha 12 anni e canta tutte tutte tutte le ca-cancanzozoni francesi. Ne conosce tantete. Canta e balla. Balla balla e canta.
Adesso il faro gira, gira.
Devo andare.
Devo.

parietale.

Pubblicato: 29 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Il vuoto del cortile è cucito

nelle mura raccolte dell’inverno

il passato

– villano nel fianco –

mi trascina nello stridore dei tetti

 

 

in ginocchio disegno il silenzio

isolando il mio abito nuovo

 

– respiro e mi correggo-

Del mio scrivere

Pubblicato: 12 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Rinvienimi tra i mille dubbi delle pagine
quelle che scusano il passato e scansano il presente
che protestano davanti alla porta delle probabilità
che disordinano criteri per tradirti con tenerezza.
Osserva la girandola degli incauti perché
delle domande casuali guarnite di saggezza
delle virgole e dei punti che indovinano il No.
Scuoti il pettegolezzo dalle righe leziose
che discordi sorreggono il mio continuo divagare
pizzicando pause e consigliando seduzione.

Allunga la mano mantieni lo sguardo sul margine
solleva il foglio e in quel tratto d’aria mi troverai

WABI-SABI

Pubblicato: 8 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Laura cammina a testa bassa strusciando i muri e se c’è una rientranza nella parete, lei la segue. Non ne vuol sapere di guardarsi intorno, di dover ogni istante rendersi conto di essere "diversa". Ha sempre evitato quel tipo di sfide, perché non le piacciono e perché convinta in partenza di perdere.
Le hanno detto che è semplice, che basta solo un po’ di buona volontà. E’ probabile, ma non è facile dire: No, adesso basta! Ci ha provato infinite volte ed infinite volte è ricaduta ancor peggio di prima.
Sua madre e sua sorella sono state le prime carnefici. Doversi confrontare ogni momento con creature splendide, brillanti, al limite della perfezione e con una testa in grado di umiliarla sottilmente, è davvero crudele e devastante. Lei è cicciotella, non è obesa ma rotonda, è quel tanto in più che dà la libertà a tutto l’intorno di evidenziarle il disagio. Ovunque si volti c’è qualcuno, dalle ragazze per strada ai cartelloni pubblicitari, a ricordarle cosa è ed ad infierire sul suo umore. In fondo a lei importerebbe poco se non fosse che ogni cosa sembra relazionarsi con il bell’aspetto.
E’ ragioniera, Laura, e prima di trovare questo lavoro ha fatto alcuni colloqui in qualche studio della città. Lo aveva capito subito che non l’avrebbero mai presa, per via di Quella taglia in più. Ma doveva provare, sperare di sfatare. Invece, no.
La bella presenza è importante… ripeteva alla nausea l’adorata famiglia.
Lei ironizzava, alzava le spalle, faceva il verso ed usciva a comprarsi un gelato.
Poi ha trovato un posto in un paese vicino, quasi un’ora di autobus ad andare ed altrettanto a tornare. Ha trovato anche un fidanzato: Pasquale. Lo ha "trovato", sì, così ora tutti tacciono. Non le piace molto, ma questo è solo un piccolo dettaglio. Almeno le danno tregua.
Ora però deve attraversare tutta la città, l’ufficio postale è esattamente all’opposto di dove abita. E’ la sua giornata di libertà e deve far confluire tutte le faccende da sbrigare. Guarda a terra, ma sa che tutti la stanno osservando, che qualcuno scuoterà la testa quasi a commiserarla e qualcun altro parlotterà alle spalle. E’ consapevole, accade sempre.
In ogni famiglia c’è una cenerentola venuta male, e nella sua è capitato a lei.
Basta. Adesso ha altro a cui pensare. Deve correre a spedire la busta. Sì, in quella busta c’è il suo sogno: vincere un concorso fotografico.
Ama la fotografia, perché esalta e rende meravigliose le imperfezioni. Il suo wabi-sabi è stretto nelle mani. Il difetto che la renderà celebre. Chissà.
Per scaramanzia non lo ha detto a nessuno. Vuole che sia una sorpresa, se…Già, c’è sempre un Se in ogni vita, è solo da capire Se sia quello giusto. Alza di nuovo le spalle e sorride.
Finalmente è quasi arrivata, si muove come fosse cieca tanto è infastidita dall’idea di alzare lo sguardo. Fa per attraversare la strada quando sente un fischio terribile di freni ed una botta che la scaraventa dall’altra parte del marciapiede.

E’ a terra. Apre gli occhi per un istante, poi più nulla. Tutti accorrono, un ragazzo trova una busta accanto a lei. La apre.
C’è una fotografia. E’ la foto in bianco e nero di un lenzuolo, grande, morbido e leggero, con uno strappo in un angolo. Il fondo è nero.
Il ragazzo rimette la foto nella busta e senza accorgersene la infila in tasca. Ha con sé la macchina fotografica e scatta qualche istantanea per il giornale.
E’ arrivata l’ambulanza.

e poi. è stato facile.

Pubblicato: 4 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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tra le vertebre della terra

ho ancorato ciò che è stato mosso

agonia di un congedo senza  braccia

unzione di un sole prestato all’orizzonte  

perché puntellasse la curva del sogno

 

 

nel sortilegio di fuochi senza fiamma

ho estinto l’arroganza

unica compagna di uno scacco incrinato

perché  sputasse senza colpe

la verginità del mondo

 

 

sul binario  di un’aria sottile

ho tirato a dadi con i pensieri

ma nessuno di noi era sincero

ed ho perso alla prima fermata

 

 

e poi.

tra le  pieghe dell’acqua

ho accomodato il sale

perché chiamassero Oceano

la mia inutilità

navigante. di mestiere.

Pubblicato: 23 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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converte il  mare abbandonando la misura

allatta onde a mantenere la battigia
sconfitta da una lingua di seconda scelta
mostra l´arena come segno di buon affare
mutando nuvole in grappoli di cotone
e pulendo verità mercifica le rotte

carte assenti di una marea buona a nulla