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Approdata or ora alla consapevolezza di una totale o quasi certa impossibilità di risarcire lacune d’intenti concretizzati in modo da ottemperare ai miei voleri più nobilitanti. Ove è terra truculenta delle ossa impudiche anteposte nella teca di vossìa.
Parrocchiale et insensato. Incensato. Inventato, come temo il sostantivo.
E Celestino, con questo non voglio affatto la bambagia del giustificarmi…cioè…voglio dire…giacché ne troverei cospirazione, no? ed il sistema imposto dall’interdizione che fomenta estradizioni da compagini e da politiche impossibili. L’effetto di sistema in un congegno di dizione, coi manifesti rossi e il marxismo compassato o il già più tanto vagheggiato gran filosofo: il gran nietzsche,(e la ci che sia una ci e la ci non sia una ch).

Urgono coetanei: Urgono!

Mah, ma mi domando e dico: e se tua madre ti spiattella la sua cena (amen) come il corpo di Gesù transustanziale e non ti piace?

E poi mi chiedo: e se davvero davvero mi ritrovassi di pareti un cerchio netto di spionaggi potenziati contro il fumo che ti incredula i polmoni?
Oh Crist’ iddio, la santità che preme sui tasselli dei mosaici e verticali griglie bizantine dei giudizi appesi.

Ammessa..?


 

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Ricordo il tepore indorato del sole sul far dell’imbrunire vertere in un angolo orientato a precipizio oltre l’orlo tegolato della casa, rassegnato ormai da anni all’impeto giallastro dei licheni.

Nacqui, e il giorno della partenza le stanze andavano empiendosi gradatamente della frescura della sera incipiente oltre le tende di lino; l’acqua dei vasi sfioriti alla calura gorgogliava in canaletti di raccolta ai margini della stradetta ancora ardente. Stemprava poi quel rivolo, soffocando torbido nel cupo scolo del tombino ove impudica bambina lasciavo rotolassero poltiglie accumulate nelle guance ai pranzi di mia nonna. Prima che la cirrosi la stroncasse fra le lenzuola adorne delle chiazze acri e calde della bile e il piscio; quando ancora mio padre era in vita. E mi amava, in tutti i sensi.
Non escluso il più carnale ed intimo.

Settimane che non mangio. Ripenso al tombino iridato di liquami e alle leccornie masticate che son finite a galleggiarci dentro come aborti partoriti clandestinamente, dopo l’ennesimo abuso della  buonanima dedicataria. Lui e la sua prole. Io morirò senza non essere mai stata madre, spirito santo e  l’infermiere: un ottimo genitore e se non questo almeno eccellente procreatore e amante. La specie esige il mio tributo in carne ed ossa, furente di vagiti caracollati giù dall’ utero divelto. Sognavo la morte epica di colei che lascia questo mondo per partorire una tenue creaturina rosea, con la placenta appiccicata ancora sulla testolina molle.

“Sua moglie non ce l’ha fatta, ma la bambina è salva” e giù a piangere, tutti: “ Era una così bella e cara ragazza…”

Qualcuno urla, da qualche parte. Da qualche parte, risale ai tempi in cui sognavo di scolpire le sostanze dei miei averi monetari lavorando in un fast-food sull’autostrada.

Lunghe sterzate pavide.

    Devo aver letto che gli scarafaggi adorano ingozzarsi di capelli, cheratina, pelle morta e quant’ altro. Ho le unghie spezzate, sicuramente sparpagliate qui in giro e ho sentito quelle oscene bestioline nere emettere richiami prologo ad accoppiamenti ed a banchetti di pezzetti di me. Unghia! Capelli di me.

E di qui a poco? Vermi. Le mosche verdi di quei corpi assassinati negli spazi di campagna.

Piuttosto, preferirei venir sbranata viva. Nulla di più erotico e blasfemo. Rivivere nelle contrazioni addominali di chicchessia. Il resto non lo figuro per non sciupare la riuscita della favola orrorifica.

    Non c’è calore, ho freddo. Voglio il suo braccio o una fiammella per trastullo.

 L’odore della legna arsa dava alle labbra uno stordimento leggero e un certo qual languore da salivazione e fame mentre davo la schiena al caminetto, per poi allontanarmi, e poi tornar vicina.

Sempre così, fino a notte fonda.

Tutta la gente conosciuta in questo posto orrendo. Un senso di miseria sterminata che pervade il petto, e il cuore mi martella nel comprendere che non ho scampo in un compendio di sospiri tenui di rammarico ossidato.

    Indossa gli occhiali, e si avvicina sfoderando una smorfiaccia succulenta, con la lingua fra le labbra, tal che mi coinvolge in ogni fibra con la stessa antinomia di repulsione e fascino che perde di demarcazione alle porte dell’inferno. Da quel momento in poi è un attimo. Il Dolore. La perdizione dell’arrendevolezza. Nessuno che mi stringa queste dita, tremule, placandone lo spasmo disarticolante.

Il freddo più intenso, inebria la casa, vicina.
Grandangolo del feretro del mio papà a languire sotto metri di terriccio compattato.

 

Ed il sacrario

Oltre camera

In mancanza del dovuto battimano allo scoccare del sipario
consolo l’invettiva imbrigliata in ecolalia
frugando fra le mance di rame per la schiuma non dissolta
nel lungo volgere delle dissertazioni da cattedra
sulle esatte escoriazioni per l’impanatura del branzino e
le presenze scomode sulla via dello shopping:
punge l’unto sui bordi di un Windsor malfatto
e se loro abitano un sentimento dalle parti del mercato
resta consolante che i manganelli dei colonnelli non facciano lividi e
che è santo et salubre pregare nell’idea dei defunti:
così rantolo in memoria di qualche nome proprio e mezzo me
staccando matrici da libercoli esentasse
per ogni dito inciso sul massello sbucciato
che allarga l’ingorgo di fidi e di parti che sfilano liscio.

(Indigesti, "Oltre camera", 1985)