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Approdata or ora alla consapevolezza di una totale o quasi certa impossibilità di risarcire lacune d’intenti concretizzati in modo da ottemperare ai miei voleri più nobilitanti. Ove è terra truculenta delle ossa impudiche anteposte nella teca di vossìa.
Parrocchiale et insensato. Incensato. Inventato, come temo il sostantivo.
E Celestino, con questo non voglio affatto la bambagia del giustificarmi…cioè…voglio dire…giacché ne troverei cospirazione, no? ed il sistema imposto dall’interdizione che fomenta estradizioni da compagini e da politiche impossibili. L’effetto di sistema in un congegno di dizione, coi manifesti rossi e il marxismo compassato o il già più tanto vagheggiato gran filosofo: il gran nietzsche,(e la ci che sia una ci e la ci non sia una ch).

Urgono coetanei: Urgono!

Mah, ma mi domando e dico: e se tua madre ti spiattella la sua cena (amen) come il corpo di Gesù transustanziale e non ti piace?

E poi mi chiedo: e se davvero davvero mi ritrovassi di pareti un cerchio netto di spionaggi potenziati contro il fumo che ti incredula i polmoni?
Oh Crist’ iddio, la santità che preme sui tasselli dei mosaici e verticali griglie bizantine dei giudizi appesi.

Ammessa..?


 

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Deforme alla corte dei conti

Pubblicato: 7 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T’incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato
 
L’esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l’inesistenza
 
Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato
 
Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.  
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze
 
È una bocca distratta
Quella che raduna
L’impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l’incostanza
 
Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture,
 Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d’esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato   
Fermo immagine
 
All’interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare
 
La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti
 

Il tuo tono di voce non giunge gradito al mio orecchio:né la dolcezza del tatto, incline a carezze lascive,né il gusto né l’olfatto hanno alcun desiderio di essere invitati ad un festino dei sensi soltanto insieme a te;eppure le mie cinque facoltà, i miei sensi non sanno impedire al mio stupido cuore di esserti schiavo, di te che lasci intatta un’apparenza d’uomo destinato a servire il tuo cuore orgoglioso,e a rimanerti sempre misero vassallo .
( Shakespeare )

Alla signorina L. aveva sempre giovato un olfatto particolarmente acuto, che la metteva sempre al riparo dalle brutte sorprese. Aveva un’ossessione piu’ che carnale per il naso , o meglio i nasi , tanto che il senso delle varie forme e fisionomie esistenti , le regalavano piu’ impulsi di un tatto eclettico e ribelle. Non si faceva problemi ad ammettere poi che il senso che più di ogni altro l’aveva ossessionata nella sua vita , era proprio l’olfatto . Un buon olfatto – pensava- impiega mesi a formarsi. A volte anni; un’intera vita se è il caso. Si disegna all’inizio come il soffio di un vento leggero nello stomaco e inconsapevole dell’anima ; si nutre di allegrie insensate, di scatti di rabbia, di sguardi molesti, di noia e di inciampi; diventa solido, teso, a volte ribolle fino alla superficie, ma poi ritorna nel profondo. Attende. Non c’è qualcosa che lo tira fuori, quasi mai: è spontaneo, inevitabile; insensato, per i più. Travolge e spazza via incrostazioni d’immagini, urta, spinge, fa volare i cappelli dalle teste. Fa male, fa bene. La goliardia della vita tiene conto dell’olfatto , e di esso si era sempre servita per rinnegare o affermare la sua coscienza . Le sue contraddizioni esistenziali si sommavano sempre agli odori ricorrenti e tra loro alleati indissolubili la portavano sempre alla conoscenza. E Miky? Che razza di odore era quello che aveva addosso ? Quell’odore aveva come una tinta scura , la riportava a quello della sansa d’olio stantia e polverosa , un odore simile a quello delle soffitte umide in cui hai dimenticato da mesi resti di cibo di un fast food cinese . Eppure quel tanfo , cosi’ inverecondo, era terribilmente vivo da emanare segnali e bombardarla di innumerevoli stimoli . Gli occhi grandi e chari di Miky , brillanti e limpidi come acqua di fiume , fecero il resto . A quel punto l’olfatto , forse al solo scopo di proferirle un dono dopo tanti e dolorosi dinieghi , scomparve , lasciandola in balia di una nuova e mai assaporata liberta’. Per quanto disorientante fosse ,esistere senza quel senso primario , pensava ora che dell’olfatto , ne aveva fatto un cosi’ grande abuso , da averlo perso definitivamente . Era sempre stato come fare indigestione di odori e sapeva che prima o poi , le sarebbe toccato disintossicarsi . Sapeva inoltre che l’ipnosi regressiva in cui l’avrebbe portata la sua psicoterapeuta S . glielo avrebbe poi restituito in qualsiasi momento , cosi’ come era accaduto per il gusto , anch’esso scomparso dopo anni in cui aveva voluto sottoporsi ad un regime “ crudista “ , essendo nauseata violentemente dall’odore dei vapori dei cibi cotti.
Con il rimorso di avere ignorato per la prima volta le remore comportamentali dell’istinto , per lei coincidente in toto con l’olfatto , annego’ in una vasca di rimorsi inesorabili , curati pero’ scrupolosamente dall’amore Miky , e presto senti’ che il suo genio poteva altresi’ produrre grandi novita’ in quell’abbandono dall’odore rancido , ma cosi’ avvolgente .
– Non ho l’olfatto per apprezzare l’odore delle tue esalazioni – gli diceva , mentre accarezzava i suoi capelli biondi crespi e sporchi come paglia appena calpestata da una mandria di maiali.
– E’ che mi hai accettato – ribatteva – e poi ami essere lottizzata dalle mie eiaculazioni abusive.-
– Non puoi demolirmi nella vita si condona non si condanna.-
– L’equilibrio è una di quelle cose pensate apposta per essere perdute, buono per addomesticare le paure, ma non i desideri e il loro abisso. Danni e dannati vengono da lì, irreparabili untori di guasti e perdizioni, e un non so che misura il galleggiare straniato di tale deriva sconosciute all’olfatto –
– Cio’ che tu chiami deriva , e’ sempre stata la mia sponda sicura . Certi odori mi rassicurano , degli altri mi alterano mutando il mio umore . All’inizio ti ho odiato per il tuo odore , ma poi mi e’ entrato dentro e non l’ho piu’ sentito. –
– Le sponde sono quelle della casualità , la stessa che ti fa “riconoscere” qualcuno entrato improvvisamente nella tua vita attraverso la resa docile della serratura alla sua chiave. Càpita di aspettarla da sempre la creatura destinata a smarrirti. Non sai esattamente dove l’hai vista, e magari non l’hai vista mai. Però sapevi l’odore delle sue parole, selvatico, primitivo, riluttante eppure curioso di te, il primo senso esperito, il primo perduto . –
La signorina L. sentiva da giorni l’odore di quelle parole , e pur non riconoscendone l’essenza ne scorgeva un brio insolito e continuo . Le sembrava di essere evasa dal carcere dell’olfatto e da tutte le sue implicazioni di rigida selezione . Tuttavia era quello strano formicolio che avvertiva da giorni sulla pelle a renderla incerta e disorientata , un formicolio continuo che si trasformava spesso in bruciore da debellare ogni giorno con doccie fredde all’eucalipto e sfregamento violento delle unghie sulla pelle . Ed era stato proprio cosi’ , che un giorno graffiandosi sull’inguine , aveva scorto sotto lo smalto candido e forte delle unghie degli strani puntini neri . Pallini , grandi tanto quanto teste di spillo , apparentemente inerti . All’improvviso sbigottimento che ne derivo’ , all’incredulita’ e alle scariche elettriche dal gusto di una nera condanna , segui’ la verita’ formale fornitale dalla lampada alogena e da una lente di ingrandimento: ogni puntino aveva ben otto zampe .L’amore di Miky , era ora dislocato in chissa’ quale combinazione geometrica sul suo corpo ed adesso , urgeva solo scoprirne la mappa . Un impeto di rabbia , misto a disgusto ed odio l’aveva invasa . Ferma seminuda sul bordo della vasca da bagno pensava che queste erano state le conseguenze del tradimento del suo olfatto . La sua scomparsa l’aveva portata infatti a cedere alle lusinghe di un uomo di cui l’olfatto ne avrebbe decretato solo un inesorabile embargo emozionale . Pianse . Pianse disperata ed impaurita . Si senti’ solo pasto ematico di un grappolo di zecche feroci . E Miky? Si , anche lui . – L’ultimo atto della secolare contrapposizione uomo – bestia – penso’ , ed in quel momento la sua morbida pelle , bollente e sudata , ebbe una fresca e folle risata d’argento. D’altronde l’olfatto acuto di cui era sempre stata dotata , l’aveva spesso portata a paragonarsi ad un cane da fiuto . Le sembro’ allora in quell’istante , che quel bizzoso senso , fosse tornato all’improvviso e di soppiatto . Le regalo’ l’odore di una nebbia fitta misto a catrame . “ Non gettare la zecca estratta , bruciala “ – ricordo’ di aver letto da qualche parte .

matiztestarossa

Pubblicato: 23 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Pomeriggio di primavera inoltrata, il sole è veramente caldo.
La matiztestarossa è ferma al semaforo, finestrini aperti. Mark Knopfler arpeggia da Dio in sottofondo.
Dal sedile posteriore si alza un urlo disumano e immediatamente un’altra voce si unisce in controcanto. Lina, si gira verso le figlie e si fonde al coro a sguarciagola.
Dei passanti ci guardano attoniti: tre donne ululanti ed io che cerco di capirci qualcosa.
Slaccio la cintura di sicurezza e mi lancio verso il sedile posteriore.  Credo di sapere cosa stia succedendo. Devo mantenere la calma, la situazione è seria.
Una veloce occhiata e l’ inquadro. Passeggia sul finestrino. Faccio per avventarmi e distruggere il nemico, quando l’urlo disarticolato si trasforma in non l’uccidere!!!
Oddio
. Inizio delle lente trattative. Mentre i clacson suonano all’ impazzata. Stiamo bloccando l’incrocio.
Con mosse lente, ma persuasive ho la meglio.
La coccinella, aperte le sue alucce, vola via fuori dall’ auto.
Cercando di darci un contegno, ripartiamo. Mark, ignaro di tutto il trambusto, continua a suonare.

 

Piccola, non piangere dimmi cosa ti è successo.
Sniff, sniff.
Avevo visto quel bellissimo papavero tutto rosso. Era enorme. Volevo solo osservarlo da vicino. Ma al suo interno vi erano dei mostri che si sono messi ad urlare come degli invasati. Ho temuto il peggio. Ero così terrorizzata che non riuscivo a volare via. Sniff. Poi uno di quegli esseri mi ha carezzato la corazza, mi sono rincuorata e sono riuscita a scappare via. Giuro, non mi fermerò mai più su quei papaveri giganti.

Attesa e rabbia

Pubblicato: 7 gennaio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Stava seduta sulla panchina del porto ad osservare i vascelli entrare ed uscire da quella insenatura. Infreddolita, arrabbiata, ed in trepidante attesa. Attendeva chi doveva arrivare e che non arrivava, attesa da chi invece era su una di quelle navi o ipotizzate tali e che invece non pensava che lei fosse presente: insomma il classico crogiolo di pensieri e di sub-pensieri senza scopi alcuni.
Un vestito di lino rosso a strisce azzurre, i capelli raccolti con un chinon stile bisnonna dei primi del novecento. Un cammeo raffigurante una ballerina, o una donna intenta a danzare qualche ballo strano di quelle epoche ciondolava appeso ad una catena a maglie grosse.
Devastata dalla noia e dall’impazienza si era perfino frantumata una caviglia nel salire le scale che portavano al muricciolo. Grazie a quei gradini di pietra tagliente che fuoriuscivano dalla roccia melmosa e appiccicosa. Poco male in confronto a ciò che stava per accadere.
Le sue mani erano piccole, ma talmente piccole che non si potevano notare nemmeno con una lente d’ingrandimento o con un microscopio elettronico. In pratica non aveva organi tattili ma delle attaccature squamose le cui giunture nervose si erano ritirate fino a farle divenire veri e propri artigli a forma di moncherino.
Nel viso splendeva la gioventù e la freschezza di una violetta del pensiero in pieno maggio, guarda caso gli occhi erano viola scuro e le labbra colorate di viola. Art and gothic fashion ci stava dentro tutto questa volta.
Vento freddo, troppo freddo e onde alte, altissime che superavano di ben oltre la soglia del consentito e le sirene delle navi tiravano suoni cupi di disperazione. C’era paura, pietà e sgomento tra i marinai che con i loro capelli al vento e avvolti nei cappottini blu notte sventolavano i fazzoletti dai pontili degli incrociatori. Salpavano per qualche irragionevole guerra verso mondi lontani e strani. Lei di guerre ne aveva combattute tante e premiata di tantissime medaglie d’oro al valore dell’ipocrisia convulsa e delle paturnie di fine stagione. Cosa poteva chiedere d’altro se non che un posto all’ inferno in una giornata da paradiso?! Ben inteso se questo era il paradiso.
Gli occhi pieni di lacrime e di sale, un mix esplosivo atto a provocare una sorta di cecità temporanea con conseguente visione etera delle sirene…o meglio…dei sirenetti con tanto di membri induriti e coda squamata. Voglia di pesce e profumo di mare.
Denti bianchissimi e una lingua rosa la cui punta era stata sagomata appositamente per contenervi un piccolo brillantino, un diciotto carati regalato gentilmente a Natale dal suo amato paparino: ex organista nella cattedrale e vice-priore della setta dei cavalieri dell’ordine di Malta. Va be’ pagato anche per metà, forse anche meno della metà dalla sua amata madre…madrina, professoressa di grafologia storica ed erotica alla scuola delle belle arti.
Famiglia apprezzata dall’intera cittadinanza e dalla curia vescovile ma snobbata dalla classe dirigenziale e da quella operaia; tutti casa-chiesa e gambe sotto il tavolo a tirarsi i calci.
Il mondo se ne stava andando, lei se ne stava andando nella tempesta in cerca di orgoglio e di amore. Si spogliò dei suoi abiti dei suoi averi, strappò il piercing dalla lingua ferendosi gravemente. La borsa che portava a tracolla volò in mare… un regalo anche questo firmato “La sorellina che ti vuole tanto bene…ma che ti taglierebbe la gola molto volentieri”.
Sulle onde si dispersero numerosi oggetti che lì per lì potevano essere scambiati per materiale alla deriva, stando al regolamento di marina. Cipria, rossetto, due calzini di lana, una scatola con all’interno frammenti di erba da masticare, preservativi in buono stato e dulcis in fundo…un vibratore scarico senza batteria.
Disfarsene al più presto era il suo scopo. Oggetti inutili dentro ad una persona inutile come lei che aspettava colui che doveva venire senza mai più lasciarla. Lui non sarebbe più approdato a quel porto, a meno che non si fosse presentato sotto le mentite spoglie di un essere marino, l’idea di quei sirenetti non era per niente male, o di qualche Cristo fluttuante sulle acque. Ma l’ipotesi era vaga, lontana, fuori dal contesto mentale. Cosi la saggia decisione di invertire i ruoli.
Non aveva coraggio di tuffarsi da quell’altezza, e con le mani che si ritrovava avrebbe percorso occhio e croce cento metri senza poter raggiungere il bastimento. Sprovvista di pinne e di occhiali da sommozzatore si sentiva alquanto a disagio tra i marosi e le risacche ma il più era fatto e tentare non nuoce nemmeno alla salute.
Si tuffò a testa in giù andando a sbattere contro scoglio sottostante frantumandosi la clavicola e l’avambraccio ma con l’altro arto sano si spinse avanti fino a conseguire l’obiettivo. Ansante e completamente debilitata venne fatta salire a bordo per mezzo di una scialuppa di salvataggio mezza rotta e senza remi.
Giunta sul ponte della nave lui, il giovanotto dalle belle speranze le viene incontro, lei incredula nel vederlo cosi leggiadro e baldanzoso si accascia ai suoi piedi prendendolo per le caviglie. Suppliche e preghiere. Promesse, tante promesse mai mantenute. Rincasare da lei sulla terra ferma non sarebbe stata una farabutta idea. Ma il marinaio di alto bordo con le mani impiastricciate di vernice fresca e con la maglietta d’ordinanza unta d’olio e di grasso di balena non la guardò neppure di striscio. Passò via accanto alla sua esile figura di donna senza macchia e senza paura e scivolò oltre un oblò ignaro di quanto stava per perdere per sempre.
Un improvviso cambiamento di rotta della nave la trascinò verso il bordo della stessa facendola ricadere in acqua. Lui all’interno della cambusa sorrise e con un gesto degno di un eroe dei fumetti frantumò il vetro della cabina, saltò fuori con l’agilità di uno scoiattolo e cercò il suo sguardo ma non lo ritrovò più, era troppo tardi per le reminiscenze. Lei di nuovo in acqua.
Nel tragitto di ritorno recuperò gli oggetti e per un colpo di fortuna sul muricciolo del porto nessuno aveva toccato i suoi vestiti tranne un crostaceo di passaggio, un voyeur e feticista che si fece onore lasciando simboli e tracce pagane sulla leggera stoffa firmando cosi il capo d’abbigliamento.
Rivestitasi corse via dal porto, dall’acqua e da tutti gli atomi e dalle sostanze della sua vita. La biologia marina non faceva per lei, meglio ritornarsene in città e godere delle funzioni del vibratore, comprato nuovo di zecca all’emporio sotto casa.

Il pipistrello

Pubblicato: 9 dicembre 2006 da The Cats Will Know in scrittura
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Red batman

Conosco una donna che ha paura dei pipistrelli. E’ più esatto dire che ha la fobia dei pipistrelli. La fobia è una paura ipostatizzata, cristallizzata, i cui effetti sono giocoforza sproporzionati rispetto al pericolo reale. Ad esempio: passeggio per strada ed un killer appostato sul tetto di un palazzo mi spara. Ma è un pessimo killer e la pallottola di disintegra sul muro al mio fianco, schizzando calcestruzzo sopra la mia testa. Realizzo che qualcuno mi sta sparando addosso e, colmo d’adrenalina, corro come un fulmine fin dietro l’angolo. Lì, riprendo fiato, e mi allontano in cerca d’aiuto. Ho provato paura: qui, la paura era una grande alleata, infatti ha permesso che mi volatilizzassi in un battibaleno mandando deserto l’infausto proposito dell’assassino. Se però, tutte le volte che passeggio per strada ho il sospetto che qualcuno voglia uccidermi con un fucile, o investirmi con l’auto, o semplicemente che uno, o tutti i passanti vogliano… malignamente… osservarmi, scrutarmi fin dentro ai visceri, commentare il mio passo, il mio abbigliamento, la mia postura, indovinare i miei disagi dalla luce che ho negli occhi. Se tutti mi sembrano giudicanti, ghignanti, ostili senza appello, giudici muti e sdegnati… allora io schizzerò per la strada a passi lunghi, quasi trattenendo il fiato, rigido come a prevenire un colpo della sorte. Com’è evidente siamo passati dal pericolo reale di un’aggressione reale, mortale, altra da noi, ad un senso d’aggressione traslato, simbolico, per niente reale, interiore. La fobia, uscendo ora dall’esempio, è come l’eco continuo di una paura reale che abbiamo avuta e che abbiamo interiorizzata, quasi sempre nell’infanzia, quasi sempre vissuta in rapporto ad uno dei genitori o educatori. E’ una paura che ha provato una mente di magari quattro o cinque anni, ed ha reagito in maniera primitiva, come si conviene ad una mente tanto piccina. Oggi quella paura è irreale, noi siamo adulti, si è trasformata in fobia e ci rema contro, ci ostacola. Invece di goderci una passeggiata, ci sembra di passare sotto un tunnel di forche caudine, infinitamente lungo. Siamo in perdita, fosse solo dal punto di vista dell’energia fisica, poichè essere tesi costa. E’ in ragione di quanto sopra che una fobia va analizzata, avvicinata non nel suo aspetto banalmente materiale ( quella ha paura di una specie di topolino volante) ma nel suo aspetto simbolico, cioè per quello che evoca. Terreno del simbolo è l’analogia, dunque bisogna osservare cosa evochi inconsciamente questo benedetto pipistrello, con le sue qualità, specificità, nonchè gli attributi culturali, mitologici, attribuiti al pipistrello. In primo luogo il pipistrello è un essere notturno, lunare, FEMMINILE. Di giorno pare non esistere, non si vede.Nel buio invece scorgi la sua traiettoria INCERTA, il baluginìo delle sue ali, lo svolazzo IMPREVEDIBILE. In più la cara amica precisa che SUA MADRE le ha detto che, se il pipistrello si attacca ai capelli, li artiglia così poderosamente da essere inestricabile e dover ricorrere quindi al taglio dei capelli. I capelli lunghi sono simbolo di femminilità libera, non soffocata nella sua espressione anche sessuale. Quante ragazze, anche relativamente giovani, dopo il matrimonio ricorrono ad un taglio di capelli se non corto, certamente più sobrio. Dunque il pipistrello, femminile, minaccia la FEMMINILITA’. Quindi, riassumendo, da quanto sopra è lecito supporre che la donna in questione abbia ricevuto dalla madre un’educazione al  ruolo del tutto incerta ed imprevedibile, al punto da renderle angosciante l’identificazione che consente l’assunzione del proprio ruolo sessuale. Queste considerazioni hanno trovato conferma da parte dell’interessata. Continuiamo: pur se di caratteristiche femminili, il pipistrello è di genere maschile ( non sembri una sorta di voltagabbana: ogni simbolo è per natura ambivalente, significando realtà al di là della dualità) ed è associato al mito del Vampiro. L’archetipo del vampiro è l’equivalente maschile delle personificazioni mitologiche di figure femminili divoranti: pensiamo a Circe, maliarda e di cuore freddo che seduce ma degrada l’uomo fino al suo aspetto più basso, bestiale, distogliendolo dal suo percorso evolutivo. In ambito germanico lo stesso tipo di femminilità divorante è rappresentato dalle Lorelei, mentre in ambiente islamico dalle Ghul: molti nomi per significare un femminile seduttivo, prevaricatore, vorace, imprigionante, carico d’illusioni. Il vampiro è per la donna quel che Circe, Lorelei, Ghul, sono per gli uomini: un genere di mascolinità remissiva, recriminante, arrendevole, seduttiva con giuochetti donneschi, con volontà ambigua, mai chiara nell’esposizione del proprio pensiero. Il genere di uomini che vengono attratti da donne che, per sopravvivere nel loro ambiente familiare, hanno dovuto in qualche modo mascolinizzarsi, o per obbedire ad un desiderio inconscio del padre, o, come sembra il caso di questa mia cara amica, per avere avuto una madre  a cui il marito non dava la minima sicurezza in nessun ambito e lei, giocoforza, dovette darsela, forzando la propria natura. Il vampiro è un maschio che vive di notte, immerso nell’elemento femminile, lunare. Non è morto, ma nemmeno è vivo: per non soffrire deve succhiare il sangue. Si badi bene: nel mito il vampiro che non succhi regolarmente il sangue non va incontro alla morte, bensì a dolori atroci, ad angosce fortissime, a desiderio struggente di sangue. Simbolicamente ciò dà conto di una natura che tende a sfruttare l’altro per calmare angosce che sono esclusivamente proprie: un modo di relazione parassitario, impari, infantile. Sull’onda della metafora, l’uomo vampiro toglie energia alla donna vittima per calmare i propri spasimi interiori: ma temporaneamente, presto avrà bisogno di una nuova vittima, il sangue di nessuna basterà mai. Il vampiro, sotto forma di pipistrello, bussa con le ali alla finestra della giovane dormiente. A lei basterebbe non aprire le imposte per scampare ciò che seguirà, ma fatalmente è lei stessa ad aprire le imposte. Entrato nella stanza, il pipistrello si trasforma in un fascinoso giovane uomo, all’apparenza aitante, nella realtà invece desideroso del sangue e non portatore di calore. Il vampiro ammalia con lo sguardo, con dolci parole, fuggevoli carezze, proprio come farebbe una fanciulla: è magnetico ed attraente, circonfuso di languidi sguardi, appare indifeso e bisognoso d’amore. La fanciulla cede ed è perduta, il vampiro se ne va, lasciandola svuotata. Ma chi è la fanciulla che apre la finestra per fare entrare il pipistrello? Proprio quella di cui abbiamo parlato prima: quella dalla femminilità in pericolo, quella che offre soccorso sperando di essere ripagata in affetto. Quella che o è incappata in un padre che voleva un maschio e ha cercato di mascolinizzarla, oppure in una madre virile e un padre dimesso e arrendevole, identificandosi traumaticamente con la madre virile. Per finire mi dico, come disse Amleto all’amico Orazio: "Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogni la tua filosofia".