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Amare non è amore

Pubblicato: 26 ottobre 2011 da The Cats Will Know in scrivere
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hai le mie mani, certo 
un punto a sfavore dirai 
in questo gioco al massacro 

loro si arrampicano 
arrabbiate poi scivolano: 
la tua pelle è una collina di ghiaccio 

Quando l’amore ha valigie stanche 
non ci sono destinazioni 

le diramazioni come fantasmi 
si nascondono in mappe bruciate 

senza caccia al tesoro 

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Come esordio sul blog vi propongo un testo che alcuni di voi già conosceranno e che non è neanche uno dei miei preferiti.
Ve lo propongo semplicemente perché oggi è il 10 di Febbraio, e sono da poco reduce dalla celebrazione di cui nel titolo e nel testo.
                                                                 e semu devoti tutti
 
Sant’Agata sacerdota ragazzina:
striscio di fronte alla
vara, mi rotolo a terra al tuo cospetto, cosparso il petto
di cenere. Né ho una sola rosa
da offrirti: fratture solo e
ossa poco addomesticate: questa è la mia
devozione.
 
Su, liberami da queste catene !
Per questo suolo lavico che entrambe calpestammo.
Io ti prego: muta
la mia condanna in un fuoco
d’artificio.
Non tenermi più lontana
dalla Luce, come un sorcio
in trappola.
Non sono per me i
rantoli delle biblioteche né i cataloghi delle
aberrazioni, compilati in lettere capitali. Elenchi telefonici di male:
già prenotato.
 
Toglimi dal grigio e
dallo scuro, da questa
sozzura di nomi
ricalcati, intingoli blandi e così poco piacenti:
senza cordone
ombelicale.
 
Soffia via la nebulosa empia che mi dipana
rumori: sono a
terra. E senza veli: su tu ! guardami !
 
Mi accosto al tuo tempio oggi. Per l’Amenano nostro
fresco di cui non conosciamo
la fonte.
E t’invoco Grazia.
 
Apri queste tue porte per me, dolce
sorellina.
Scandisci le mie
parole e accettami con i tacchi a spillo e l’
ubriacatura nel passo: me devota, anche senza doni.
Abbi pietà di me: stendi facili
tappeti rossi di velluto
alla mia venuta. E lisciami
la via.
 
Lasciami camminare di nuovo
nella Luce. Perché non la neghi
più. Ancora:
fallo per me.
Perché risplenda ancora
nella Luce,
mia cara.
Accoglimi nel tuo regno. Così d’
amore.
 
             31/01/2007

Il retro dell’inferno

Pubblicato: 5 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il retro dell’inferno è un pasto in privazione,
l’esiliata bruciatura che aspetta all’osso
il minimo baccano;
la flebile grandezza di un lento abbrustolirsi tetto
decadente dosso, isterico alle calci.
 
Così,
come la brace si diffonde e tace,
ogni portata è senno,
ogni mancanza bene;
ogni valenza male.
Troppe genti da invischiare fra gli assensi,
in fondo ai fuochi dei muscoli predetti sfilza ai denti;
rovina tormentata opposizione.
 
In fondo,
 di noi non conosciamo troppo,
il mare immenso se c’è stato,
la lenta sfioritura senza petali riflessi,
Se il palmo delle mani dice,
l’osserviamo e a poco ricorriamo;
e in tutto questo abbellimento
nasce quel peccato tanto contrastato
che è gola disonore.
 
Ansioso è ceppo il corpo,
legno affusolato d’ignobili digiuni    
da ritrovarsi in ogni stanza uguale l’affabile misura
con giusta opposizione.
 
E alice osserva, esamina,
analizzando quasi a rincuorarsi l’ignobile abbondanza
E poi s’inarca per farsi compassione
al mondo che l’assorbe
murando l’imperfetto.
 
Alice,
gridalo che sei un lampo,
il bagliore buio degli inverni che sorseggi solo tu
ostinatamente,
con la bocca grande rivoltante
che succhia e aspira poca comprensione,
viltà da livellare dente fucilato quando ti eclissi ai suoni
misero silenzio,
piantagione inaridita,
nausea agli avvoltoi
 
 
 
 
 
24 giugno 2007
 (pasto di legno)
 

Deforme alla corte dei conti

Pubblicato: 7 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T’incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato
 
L’esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l’inesistenza
 
Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato
 
Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.  
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze
 
È una bocca distratta
Quella che raduna
L’impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l’incostanza
 
Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture,
 Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d’esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato   
Fermo immagine
 
All’interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare
 
La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti
 

Non del tutto sveglio

Tutte queste fessure mi bastonano

di luce e di cittadinanza

Adesso è oggi, lo so, Britney è rasata

In una pazza si moltiplicano i germi

della vita, la malattia delle fragole.

Amarezza, purezza, vigliaccheria e bello

strofinandosi il petto contro l’azzurro,

un occhio annuvolato, baciami piccina

con una lunga pausa di caffè; da vivace

armonico, paranoico, robaccia e mi fermo,

Nelle mani da pugile un odore di cipressi

Un racconto di Maradona appiccicato nel bagno

“Ti annoi?” chiede “qui a sentire le previsioni”

Telecom sputa denti all’ American Movil

tentenna la bocca con il tovagliolo

Al suo ritorno a Washington, da sua maestà

Jackie Onassis; Burroughs ne parla, 

Albert Maysles ne parla,

perfino Arthur Sulzberger ne parla,

In sessanta locali della zona rosa

arrivarono le riflessioni della stampa

“non ci hanno mai preso sul serio”

così

Siamo tutti necessari ad un cast incompleto 

prendiamo la metrò e ciao Manhattan!

 

 

Tutte queste lucine del videoregistratore pulsano

E non c’è buio da cui sognare, a intervalli vedo

l’ora con il suo calendario, l’olfatto è in rovina

studio la tua natica con lo stetoscopio

deve esserci una medicina,

hai dei veri pensieri senza microbi,

un pranzo rettilineo

una cena portatrice sana,

la moda della colazione anche con te, che hai

litigato con tono persuasivo, hai sfasciato il bagno

ed hai gettato l’accappatoio (con un uomo dentro)

dalla finestra, c’è una nostra versione dei fatti

inizio a pensare d’essere stato raggirato,
cambia posto ai sentimenti, fatti più in là che sei

di un eleganza soffocante

tu narri cinquant’anni di storia dell’autoreggente.

 

Ok, vuoi che ti perdoni,

pensi che stia trattenendo solo un respiro dal paradiso

pensi che mi sia inventato tutto

che febbraio è solo un momento

di cui tutti possiamo godere.

 

Non esagerare, scendi le scale ancora a passetti e lo chiedi a me?


 

Svegliati! La cultura è fedeltà, borsa, chiavi, agenda

cellulare, anelli di donna e di tailleur; cinta e rossetto.

Come dice la tua mente, cercè la femme, Apertamente

Appositamente. Ricordi

la diagnosi del gatto allo specchio? Lui non vede solo sé,

vede quattro cinque milioni di persone con femminilità

latente

Oscar Wilde, la più grande opera di un artista è la sua vita.

 

Una tendenza pericolosa, voler raccontare la verità

Scarabocchi di afasici che hanno disimparato a scrivere

Scarabocchi dell’asilo del sole, della casa e dell’albero

una lingua determinista che scava

tra le sillabe causali di una bocca insalivata.

 

il corpo muore nell’anima di una tomba
il corpo ha sussulti equivoci, se appeso

troppo vicino al polo nord inizia ad annuire.
Ho capito perchè, pronti a scommettere

Adesso l’ho capito che il sogno non è fatto di carne

e che solo la bugia lo è,

e lo so perché in quella donna l’ho vista respirare.

 

 

 

 

#Salvatore Pietro Anastasio#2007#Sal P#

Pubblicato: 26 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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La porcellana di un ricordo

                                 

 

 

eravamo un girotondo senza mani, a portar via polvere che recitava

il leitmotiv delle nostre ombre – al solo toccarsi scomparivano.

Non avevamo particolari note a suonare le lancette degli orologi

né linee di dolore a seghettare il volto nella sua allegra pigrizia.

 

II

Sapevo di me, quando in te trovavo il dardo di noia tra le cosce

l’invito a penetrare ciò che non eri, la figura divorante di una

bambina dallo sguardo allontanato dalle sue ginocchia.

Forse sulle dita non abbiamo mai avuto le crepe giuste per un crollo.

 

III

Nelle parole mi trovavi sempre fermo con molta riservatezza

la mano curva sul mento a disegnare l’incavo della disperazione

l’occhio sciolto sulle trecce infilate in un pettine che paradossalmente

ricordava le mattine perse nelle fibre del sole.  Il dorso un grosso

callo da sforbiciare dove la pelle filava morta sotto le ossa.

 

IV  

 

Cos’era rimasto di un urlo, il silenzio di una confessione

l’odio nelle unghie e la paura liscia sul  corpo

come una corda che rimane ondulata fino al collasso.

 

Volevo dirti molte cose mentre nei vetri mi appendevo

 

hai visto l’alone?! – il vestito da sposa che hai mancato

il mosaico di un vigliacco, la porcellana di un ricordo.

Non rispettare le ferite di iodio sul tuo collo, il bruciore

di un bacio non dileguerà il sangue di un mare livido.