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Il retro dell’inferno

Pubblicato: 5 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Il retro dell’inferno è un pasto in privazione,
l’esiliata bruciatura che aspetta all’osso
il minimo baccano;
la flebile grandezza di un lento abbrustolirsi tetto
decadente dosso, isterico alle calci.
 
Così,
come la brace si diffonde e tace,
ogni portata è senno,
ogni mancanza bene;
ogni valenza male.
Troppe genti da invischiare fra gli assensi,
in fondo ai fuochi dei muscoli predetti sfilza ai denti;
rovina tormentata opposizione.
 
In fondo,
 di noi non conosciamo troppo,
il mare immenso se c’è stato,
la lenta sfioritura senza petali riflessi,
Se il palmo delle mani dice,
l’osserviamo e a poco ricorriamo;
e in tutto questo abbellimento
nasce quel peccato tanto contrastato
che è gola disonore.
 
Ansioso è ceppo il corpo,
legno affusolato d’ignobili digiuni    
da ritrovarsi in ogni stanza uguale l’affabile misura
con giusta opposizione.
 
E alice osserva, esamina,
analizzando quasi a rincuorarsi l’ignobile abbondanza
E poi s’inarca per farsi compassione
al mondo che l’assorbe
murando l’imperfetto.
 
Alice,
gridalo che sei un lampo,
il bagliore buio degli inverni che sorseggi solo tu
ostinatamente,
con la bocca grande rivoltante
che succhia e aspira poca comprensione,
viltà da livellare dente fucilato quando ti eclissi ai suoni
misero silenzio,
piantagione inaridita,
nausea agli avvoltoi
 
 
 
 
 
24 giugno 2007
 (pasto di legno)
 
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Deforme alla corte dei conti

Pubblicato: 7 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T’incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato
 
L’esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l’inesistenza
 
Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato
 
Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.  
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze
 
È una bocca distratta
Quella che raduna
L’impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l’incostanza
 
Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture,
 Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d’esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato   
Fermo immagine
 
All’interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare
 
La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti
 

Uno spazio appropriato

Pubblicato: 6 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Respira a fondo cenere se vuoi sapere
Ombra che annaspa del fumo
quando a malapena resta a terra
 
Ché se non ha spazio un vuoto di forma
figurarsi il riflesso
appannato nella mancanza
marcata di luce
 
Sei la fatica del vento quando piangi
polvere che ti si annida
a perla
 
Sei la fatica della musica
dove la voce ti si apre nel silenzio
 
Sei fatica dell’acqua come il dorso del lenzuolo
a nascondere
morte che scorre
 
Sei fatica di vita perché
sei carne a perdere

Sento la pelle raffreddarsi in attimi spiccioli.
Quando vedi i brividi scendere nell’anima e sfibrarti.
Mi lacera sentirne il male allinearsi nelle vene e pompare come nulla fosse.
Rabbiosamente mi cimento nelle costruzioni edili dei miei sogni.
Mattoncino dopo mattoncino.
Leccando e smussando le parti in eccesso.
Ma non costruisco nulla,annullo solo il futuro mandandomi in bestia da sola.

[credi sia malattia?…questo cibarsi di anima in altalena continua?]

L’emozione migliore la vivo sorridendo con i ricordi felici.
Di quando l’infanzia era una costruzione continua.
Mi vedo da piccola,a correre senza tregua alcuna fra le braccia di una madre sana.
Mentre ora la vedo deperire giorno dopo giorno.
Sento il ticchettio farsi feroce.
E sento che forse sto odiando questo tempo infido.
La mia vita è un disgregarsi,mattoncino dopo mattoncino.

[ci sarà tempo per i rimpianti?…i rimorsi?…valige stipate nell’anima]

Vorrei non avere la fragilità di quelle margherite di campo.
Calpestata dalle parole di chi dice di conoscermi,ma che in fondo si ferma alle solite apparenze.
Non vorrei dita sporche d’inettitudine a raccogliermi.
La vita è un macello,carne appesa davanti a sguardi atroci e beffardi.
Sono anch’io appesa lì mortificatamente appesa.
Mentre sento il sangue defluire come le lacrime che verso.

[è un lusso il futuro]

Lembo smosso

Pubblicato: 12 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Dardo
in quel lembo smosso
di carne
cementificata.

 

Smette a rintocchi
di mordere
le dita amate
da voluminose negazioni.

 

Accartoccio l’erba
in sacchi di juta e cuore
sognandomi
in essa stesa.

 

NON MI TORNA COMODO

Pubblicato: 10 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Non mi torna comodo

Infilare quell’ago nelle lacrime

Battere il labbro sul dolore

E farne monete di piombo.

Non è mio istinto

Votare il corpo al sacrificio

Se la forza si impone

Sul plesso ricurvo.

 

Sai, c’erano le stelle nel sonno

 

I sogni non volano

Che in terra secca

Rimangono

A dondolare gechi e farfalle

Immobili

Implorando acqua.

 

E si lamentavano di me

 

Non mi piace l’angolo freddo

del lenzuolo

A ritrovare specchi rotti

Nel segmento ferito

D’una pezza consunta

intorno

Erosa la follia dell’amore

Getta spiccioli nel pozzo

E se grido l’eco si rompe

All’infinito.

 

Che ancora tremo

 

 

 

Pubblicato: 24 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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tra iride e i silenzi






si inventano
cornici di vignette, sacre
destinazioni di rosari
a poste


|grani d’uva sulle some|


cubico incontro tra iride e i silenzi
a ciglia gonfie
sulle assenze in rime
nei racconti contrari
per metà


|brindiamo nelle grolle a cera persa|


calchi d’anelli
col picciolo a griffa
di scheletri ingessati
nel cilindro


|non sei più qui, a srotolarmi il giorno|


mentre la notte
inspira lame e inghiotte
i chiaroscuri d’aria e di riposo
fila l’acqua
sui ragli di civetta


tra l’obliquo e il canto
fregia di vento


|la speranza|



fine.

Pronta, il soccorso?

Pubblicato: 21 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Perché poi quando avverto quella sensazione strana che mi trasporta una parola sulle labbra che rimbomba strana nella sua immacolata-nebbiosa visione non ho scampo. Che. Devo abbandonarmi a quella rituale danza da shamano con tela di sudario -oggi- e movimenti del pennello intriso in china rossa e nera. Oppure con tela d’aria –ieri/domani speriamo-e filtri solari misti a onde di querce.

Quella parola stanotte/la mattina presto era “dolore”. Niente di strano. All’ordine del giorno, primo punto per tutti. E’ che, sempre che, nel lasso di tempo che (ancora che) ero riuscita a prendere sonno infilandomi tra le mie sete in “che” contorsione sottosopra -da capo i piedi/da piedi la testa, il cuscino tra le braccia ed i capelli sul cuscino, una gamba penzoloni e l’altra ripiegata in una piroetta (al solito anche quando dormo)….Il dolore era ormai un incubo, lo stesso descritto poeticamente un paio di che/mesi fa come segue (necessari i versi per chiarire eventuali inghippi della mente):

 

/tralascio il prima/

 

…cosa vuoi arpionare

ancora

dal centro grondante

di povere piogge d’oriente

-balene- i fantasmi di orridi

pensieri sudati e convulsi

smodate creature

tatuate andanti

ondulanti di anni incolori

-la febbre- giallocorvina

trascina la fune

e avvolge le braccia placcate

di sale

 

/tralascio il finale/

 

Tristram Shandy conosce bene questo mio impaginare (i pensieri), come del resto= ormai anche voi. E’ un rito anche questo, dare forma con forme in formine.

 

Dicevo un che di qualcosa. Già, mi sveglio e urlo,urla il mio braccio destro-che è mio non altra sembianza. Questo è dolore palpabile, mormoro alla smorfia vera, amputabile forse…Mi alzo, mi infilo nei jeans-niente caldo rossetto*. Scendo, entro in macchina con il braccio destro che mi segue senza trovare una posizione idonea. Avvio il motore*/neanche aritmia della noia*/ e parto, guido con la sinistra, manovro in qualche modo nello stretto parcheggio del condominio (già due volte in retromarcia ho tamponato un cipresso e rotto il vetro in mille pezzi) con la sinistra aziono il telecomandoalzasbarra e oltrepasso: direzione il nuovo luccicante enorme distante km e km ospedale.

 

***versi della mia prima poesia in italiano che ancora non vi ho proposto perché non è inverno e perché questo anno non devo percorrere 110km ogni giorno tra monti e curve

 

Cambio le marce con la sinistra e mi lamento un tragitto intero, a pezzetti e tratti

lascio un sole ed un cielo che è dolore. Arrivo, non mi fanno entrare nel parcheggio del pronto soccorso,parcheggio vicino, mi trascino a strascico verso lo sportello di “ben arrivati,abbiate pazienza,c’è chi sta peggio di voi”. Formalità: nome cognome—sono già schedata e non c’è bisogno di tirare fuori il tesserino sanitario/meno male, un’altra azione con il braccio sinistro e potrei anche smadonnare/. Mi siedo, mi contorco, mi mangio il labbro, giro nella sala d’aspetto…sono davvero PRONTA ma il SOCCORSO, dov’è?

 

Sussurri, circondata dalle voci degli altri pronti.

 

“poverina, ma guardatela, piange e sbatte i piedi…ma perché non la fanno entrare e la visitano?” (traduzione: …e la finiscono?)

(seeee,visitare…lo so bene…terrore…diagnosi sbraitate ad occhi storti e piedi zoppi…)

 

Final-mente (cielo, mentre sto scrivendo sta anche bruciando il pranzo: erano calamari e gamberetti per risotto, non ridete) il dottoreeeeeeeeeee!!!

 

/Ahia,ahia,ahia,ahia,ahia /+ “bisogna fare una lastra, ha sollevato pesi? È caduta? ha sbattuto?” + /facciamo pure questi X, no, no/.

 

La duottoressa rùssa della Stanza101 (rivolgersi a Winston Smith “1984”, G. Orwell) è gentile…la stanza meno. Mi spiega cosa devo fare ma già lo so, mi posiziona tra i miei mille AHI, entra nella stanzetta dentro la stanza…”non respiri”…

 

Fredda lapide, pannello

il dolore è in piedi

 

la bella statuina è anche un gioco

e la fotografia un hobby

 

in nero

bianca di paura

rossa trasfusione

(non ho ancora amato)

 

Un istante e il grigio intorno

è la terra dei perché fermi,

aghi le luci soffuse e il pensiero

aria in blocco di cemento.

 

Ora sono Pronta Per il Pranzo…ma il Pranzo non lo è.

….E tutto questo succedeva a novembre. Domenica passata, invece pure…ma ho chiamato il 118 per soffrire tra i comfort della Squadra Soccorso a Casa.

Incubus

Pubblicato: 13 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Strane aquile mi giravano intorno, ogni ala toccava rigida il cielo

mentre le case aprivano palpebre, senza alcun occhio da poter spremere

e io con lo sguardo lontano dalle pupille dimenticavo il mandato.

Nulla poteva dividere ciò che, davanti alla porta mi teneva in una placenta d’aria –

fermo con le costole tirate dentro per non sentire nient’altro che, il sussurro

frenetico del vento. Gli stipiti erano smanacciati da un filo di ruggine

la serratura blaterava qualcosa, forse il peso della chiave conficcata nella sua piega d’ottone

mentre il terriccio gonfio invitava ad entrare. Dondolavo come se i miei piedi fossero

dei leggeri tacchi a spillo, come una sinusoide rincorrevo l’equilibrio che

in una linea retta avevo perso. La mano sulla maniglia – lentamente giravo il grezzo polso.

Il piede già contava le strisce sul pavimento, le dita pezzi di luce appena ritorti

sulle lastre di vetro che, separavano il bancone dal crocifisso. Ero finito in una chiesa

una di quelle con i rosari aperti sulle sedie e con piccoli pupazzi dalle sembianze grottesche. 

 

I loro occhi erano serrati come due bottoni, il vestito rigorosamente nero.

 

La carne di gomma puzzava, sembravano vivi, fiori di gesso smaltati con il loro odore.

 

 

——————– un forte cigolio ——– la porta chiusa rapidamente –

 

 Solo in quel momento capii : le pareti hanno gola

 

                                               

 

                                               la pelle rosa

 

                                              

 

                                               succhiano miele fresco-

 

           

 

                                               non ci sono più adesso