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Destrutturazione

Pubblicato: 30 gennaio 2013 da margot croce in Uncategorized
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ophelia

Pubblicato: 9 novembre 2012 da morfea in Uncategorized
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Ofelia è stanca dell’infamia delle acque
lunaris nel verde torbido e nei viola di certi iris
in un Getsemani che trascina come graffio
cornioli dallo sguardo che oltrepassa solchi
e precipita una certa carne, che spinge il muso
quando scorre acqua sulle fenditure morbide
predilige le forme nere d’ossessione
lo dice al fondo che smania nelle rane
fra le larve sparse sottofoglia
con le mani accarezza la punta degli aghi
che le attraversano il cuore
e intanto lo sguardo galleggia
fra l’oscuro che s’arrampica alle immagini
e lo sbiadire delle vesti

Muovimi nel beccare irrequieto
delle formiche-
fra croste e cime spiovute dai tonfi
nei torsoli dalla bocca
per non ferirmi di semi
nella notte che cade.

Si fa tempesta fra le gambe
lungo questa certa sfrontatezza
che preme come una parola sulla lingua
-ti sleghi imperfetta
dalla parola
che sconfina.

Sospendo il cielo in un pozzo
e ti basto nella terra
fra le unghie – nere
quando un sorriso sbava
-nel lato di sogno – che taci.

Aria respirata appena
d’ansimo scalzo
un passo in tre sassi di carta
che il grigio pendulo
dei tuoi nodi
[sfila come didascalia sulla schiena]

***

Pubblicato: 28 maggio 2012 da morfea in Uncategorized
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la memoria rintraccia una scelta, come quando
ci si abbraccia nella gratuitità di un ricordo
congiunzione che raccoglie un filo dopo l’altro
fino a sapersi come una bocca che mastica forme

lenta l’agonia dell’acqua
si fa fitta fra mani e rami secchi
in un silenzio che risuona
e riannoda un salmodiare
al suo inginocchiarsi
dentro il sonno e la forma delle parole
a darmi una brace nel camminarti
come passi lenti d’insetti
la bocca ora ha fiori e tanti singhiozzi
che diventano segni sulla stoffa lisa dalla pioggia
mentre resto sfuggendoti alle cose

Invecchio…

Pubblicato: 22 marzo 2012 da margot croce in Uncategorized
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Invecchio come una rosa sorpresa dalla vita

Da un giorno all’altro

Un mutamento

Che non è solo una ruga

È un truciolo spiallato dello spirito

Il torpore rosa della pelle

Si stende in uno spasimo di orgoglio

Rosa stratificata

Chiusura balconata

Dove entra l’aria e fugge il tempo

Rimescolio sfuggente d’attimo slegato.

Mi fa da contrappunto un sedimento

Di stami e di oro satinato

Sgocciolio di gineceo

Nell’ombra schiuso.

Tre passi nel pane

Pubblicato: 21 marzo 2012 da morfea in Uncategorized
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Soffoco questa voglia di parola, catturata per i capelli
che l’aria non smette di piangermi a d d o s so
*
diventami casa o pane, come corpo di figlio in silenzio
un buio di pietà senza speranze, quel fuoco che ulula
un commiato dal bordo tornando mentre le mani sanno
e saccheggiano certi inverni che si arrugginiscono e piangi
la pelle della tua pelle in una voce spezzata dalle lacrime
*
non dimenticarti la gola – aperta dal taglio che percorre
quel collo soccorso dal compiersi di un perdono che inzuppo
come quel pane nero che di mollica ha solo il suono e nel
cerchio che ti mimo di nuvole c’è l’isteria della terra
che a sollevarsi dai polsi si fa pianta cresciuta di bave
*
ti supplico con le preghiere che dal mare ripesco
con uncini di pino, dandomi il tempo di un crollo interrotto
un culmine giunto con l’addio che scende dalle vene
chiedendo dimenticanze offerte come pasto agli animali
fatto di schiene e ritorni, giurandomi un contro_sole
di ferro e pane.

Olotropia

Pubblicato: 13 marzo 2012 da margot croce in scrivere
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Oggi sono io e i miei ormoni succhiasangue. L’umanità che mi circonda mi devasta con i suoi fiati. Insignificanti voci di donne sgranate dagli anni mi martoriano le orecchie. Picchi di inesistenza che si tramutano in odio creano algoritmi irregolari senza approdo, mi vesto di silenzio. Ristagno in una palude Stigia di demoni ghignanti. Evaporo allo sguardo su un orizzonte annebbiato di un’alba già stanca. La mia infelicità mi commuove, carica di vita propria e ingovernabile, la vedo sciogliersi

sulle note dell’Appassionata di Beethoven.

Ciò che mi è intorno soffonde in non-essere e grava come piombo sul mio esistere.

 Si sussume il decadimento alla corrosione e la mia noia al minimo pensante dell’altrui pensiero.

La partitura del giorno scandisce i tasti con inesorabile energia mentre io mi adagio sul soffice letto del mio sangue a programmare di streghe e sogni seguita dallo sguardo indignato di Ludwig Van.

 

{ appunti }

Pubblicato: 12 febbraio 2012 da daitamartinez in scrittura
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avvelenare il getto dei capelli
nell’intimo affondo della carne

arrotolando le tasche che ripetono
nel sangue
il solfeggio rammendato di ieri

apparecchiato sotto il ballatoio
cantico annaffiato di sguardi

in questa ora di intervalli spenti
mietuti
palpebre cadute dai muri arrossati

venuti alba già chiusa appoggiando
il silenzio dopo la sconfitta delle acque

: solo paesaggio di ciglia
gli    { appunti }
sul contorno dell’insonnia.

. daìta martinez .

Maldanima

Pubblicato: 9 febbraio 2012 da margot croce in Uncategorized
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Respiro e sogno

quasi ogni notte

il corpo si lamenta e cigola

immerso nella brace della pelle.

Vorrei svegliarmi brutta

piuttosto che farmi scandire e declinare

da questo maldanima fedele.

Mi sveglio e sudo

quasi ogni notte

briciole di sudore pallido

sui pori smaniosi

rincruditi

nella fatica del risveglio.

La lingua gonfia di malinconia,

cane riarso a luglio dai calori,

annaspa l’aria e perde il senno.

L’ansia violenta i fasci di fiato

e  preme il petto…

 

Maldanima annegato

tra il sonno ed il risveglio

Incrocio di silenzi

Pubblicato: 5 febbraio 2012 da margot croce in scrivere
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Mi opprime il silenzio della neve
Stasera mi opprime
Satrapo delle mie meningi
Mi perfora
Si insinua sotto le unghie come un filo pungente
E sottile cammina.
Forse perché un altro silenzio mi opprime
Quello della mia voce interiore
Così flebile e quasi irraggiungibile
Lentamente si è spenta
Oppure no..ha solo cambiato idioma
parole che non capisco
si avvolgono nella lingua.
Arrota i denti
Spinta
Opaca
Rincantucciata
In uno spazio bianco e gelido.
La neve descrive
La neve spiega
La neve significa
Silenzi in contrappunto
Ed io tra loro ferma.

 

C’erano le ore nelle strepitio

stanco di una gioia smossa

E le doglie di un parto a termine

che non superava la notte

Fra le cortine di polvere

si alzava la pena

di quando ancora un bollire

sottotono s’incantava per nulla

 

E ora le nubi s’apprestano a gonfiare

Oltre le rose del giardino si sente

il lamento che vento domina

al braccio alzato contro il sole

 

Denti d’oro rilucono e non mordono

 

Le bocche si schiudono per un sibilo

laddove non esiste il decoro

e neppure lacrime da consumare

 

C’era un groviglio astuto che premeva

nel fondo

e poi ancora un cavillo addomesticato

che dormiva da anni

Eppure si sentiva l’aria giocare

Che il futuro sbraitava tanto e forte

al suo passaggio

 

C’erano le ore nello strepitio

stanco di un dolore smosso

Aperte le stanze e volate via le foglie

sui muri non vi sono ora ombre a passeggio

Ma impronte

 

Che lascino esse solo deserto

 

Fioriscono cactus anomali

a forma di pietra

Elevata sui giorni

Fioriscono segni sulle crepe diritte

Senza sogni

Senza piedi e mani

Vuoti all’interno come scavate buche

al passaggio.

 

 

Come esordio sul blog vi propongo un testo che alcuni di voi già conosceranno e che non è neanche uno dei miei preferiti.
Ve lo propongo semplicemente perché oggi è il 10 di Febbraio, e sono da poco reduce dalla celebrazione di cui nel titolo e nel testo.
                                                                 e semu devoti tutti
 
Sant’Agata sacerdota ragazzina:
striscio di fronte alla
vara, mi rotolo a terra al tuo cospetto, cosparso il petto
di cenere. Né ho una sola rosa
da offrirti: fratture solo e
ossa poco addomesticate: questa è la mia
devozione.
 
Su, liberami da queste catene !
Per questo suolo lavico che entrambe calpestammo.
Io ti prego: muta
la mia condanna in un fuoco
d’artificio.
Non tenermi più lontana
dalla Luce, come un sorcio
in trappola.
Non sono per me i
rantoli delle biblioteche né i cataloghi delle
aberrazioni, compilati in lettere capitali. Elenchi telefonici di male:
già prenotato.
 
Toglimi dal grigio e
dallo scuro, da questa
sozzura di nomi
ricalcati, intingoli blandi e così poco piacenti:
senza cordone
ombelicale.
 
Soffia via la nebulosa empia che mi dipana
rumori: sono a
terra. E senza veli: su tu ! guardami !
 
Mi accosto al tuo tempio oggi. Per l’Amenano nostro
fresco di cui non conosciamo
la fonte.
E t’invoco Grazia.
 
Apri queste tue porte per me, dolce
sorellina.
Scandisci le mie
parole e accettami con i tacchi a spillo e l’
ubriacatura nel passo: me devota, anche senza doni.
Abbi pietà di me: stendi facili
tappeti rossi di velluto
alla mia venuta. E lisciami
la via.
 
Lasciami camminare di nuovo
nella Luce. Perché non la neghi
più. Ancora:
fallo per me.
Perché risplenda ancora
nella Luce,
mia cara.
Accoglimi nel tuo regno. Così d’
amore.
 
             31/01/2007

Quel film che l’angelo passa a trovarti in pasticceria,

ti chiede la mano,

la mano data all’angelo scivolerà sul ghiaccio fino

tanto che brucia

e quello dell’acqua fredda con gli altri attorno si

sfilaccia, immagina

il vento prende il segreto il vento muore mentre

 

quando catturano i cavalli urla al deserto di Fante

spossata a brillare

di luce equivoca di luce esplosa di poco importa qual

buio infuriare

e buio nell’appartamento dove ti scopasse un ragno

qualunque, senti

è solo cinema è solo cinema il muro che parla, gli altri

 

( io ti farei alzata molto spazio alle braccia

  dipendere umido tenero inadeguatezza

  un bosco di lumini che attraversi Lucia )

 

( io le rificco gli occhi le butto via il piattino

  ti porto a me allentata la sicura verde

  guardami! Vendimi il mattino. )

Detestando un inquieto
rimasuglio di gesti
 
Diluiti
 
Rimanendo fermi
a guardare giunture
in scricchiolare violento
che eccesso sbatte alle spalle
 
Dorature spiegazzate di luci
allo sfinito giorno
Accatastando le ore si entra
e si esce rompendo gusci di
piombo
 
L’esatto premere sul vetro
delle tensioni astruse
e l’impatto devoto dello scrosciare
 
Sul cuore rigido
 
Ponendo le assi a trattenere fango
si sbriciolano mani in traslucido effetto
Di un borbotto morbido
 
Le ansie placate dal sorriso che riempie
 
Le gabbie
 
Le esistenze cambiate
 
Le gioie
 
in posizione verticale
dove si può credere al nascere
di mari e colline
 
Allora parla un’anima docile
sostenuta per pochi secondi
da cantilene contente
 
Nel fiore di neve e di ghiaccio
impotente
 
Fra i dossi bruciati di gelo
 
Nell’avallamento profondo
della speranza
 
Cieca