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E’ l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

, aveva diciott’anni appena, era la mangiatrice di fuoco di un circo e bruciava

il mondo di dire che s’appartiene e ruota, e ruota.

La conobbi carina ed intricata nelle potenze esplose di una prima Guerra

e mi convinse del muovere mi decise gli abiti mi spezzò un’ala piccola

che riuscissi a spostarmi.

Nella sua madia monsonica appuntava i risultati obliqui

ma non l’ho mai trovata superba o dogmatica, s’intendeva di trilli

e parlava come parlano certe cornacchiette di spinella, come dire che

che un pelo squittire e un pelo farsi sottile perché il farsi potesse.

E davvero l’ho amata, Gremilde de’ Ginestre

(detta l’angiolina)

nelle sue riflessioni su Dio, e nel privarlo d’uomini come se s’impotesse

e nel suo scorrere logico tra la cosa e il palo, una bontà maestra, ella

appicca fuochi sui lungomari sanniti, si astrae ed adombra

passano gli Ari coi cavalli nuovi e lascia loro l’Indo

impara appena il sanscrito per entrare nell’Upanishad preferita

quella che dice: l’uovo di Brahma sul mare del diluvio a fare musica

per trentaseimila cicli per mille yuga per dodicimila anni ancora per

trecentosessanta altri anni di uomo, una bontà in rinascita

le piace dirsi e dirsi.

Purusa, ayakta, mahan atma, sattva, manas, oggetti dei sensi,

questa cosmogonia primaria la strugge e l’abbrama:

ha un intenso rapporto stabile con i fatti d’essere.

Ma è l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

e amava suo padre come un bimbo allora

e si ricordava di pregare l’immensità corona delle fate sparenti

mentre i tibetani provavano a ritornare a Lhasa pensava:

"io prigioniera perché fingermi libera? sono la schiava adatta rinascente

mi mostro e perdo niente nella mobilità oblunga

sono Druga che ammala, io prigionata vado lungo il filo

dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite

dell’ultima risacca dell’ultima gola dell’ultima amàca

e dell’ultimo ponte giunto per chissàddove sino a qui,

dove le orchestre sono fragili

dove il torrente è violento

e dove la cresta delle montagne grigie s’infila dvi-ja nelle nuvole"

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Dentro

Pubblicato: 10 agosto 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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I pezzi si uniscono

in stanze assurde

sfiorati da pareti

di ricordi e di segreti,

 
I rettili della mente dimorano

in acque stantie, copulando

virtuosamente sui principi

guasti delle morali incollate.

 
Nell’Ultrastanza la percezione

oscilla tra i sensi come

un’anguilla mutilata

e il suo continuo sanguinare

oscura i liquidi dell’agire.

Tutto brilla e si ripete,

sguazzi e pezzi in sinapsi

ciucciati via con la luce.

Da fuori appare

tutto immobile,

pur perfettamente instabile.