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Un tutto di non parole.

Pubblicato: 20 maggio 2010 da The Cats Will Know in scrivere
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Siamo buoni scienziati davanti un qual significato, siamo quel significare un significato serale, e noi significato del significare, finché non scende una levigata angoscia, un referente di assenze, il niente delle cose nella loro vera presenza.

È una voce precisa la nostra e che se ne dica l’intimità del suo silenzio non sta mai zitta davvero, non sa darsi pace di significato. Come se tutto il suo essere una voce vociasse di un muovere le parole, come se ciò che è non dire fosse un bip modulante, una lingua di significati tutti scolpiti, un pulsare buio che schiude lo schiudersi.

Bisogna ritornare al mondo com’è. A una paura tutta materiale, al gelo finale nel tramonto, all’acqua finale, il mare mortale perché mare. La stasi che zittisce, lo spazio che non è scavato su niente ma è solo spazio, e poi nell’udire la nostra voce saperla carne come in quel vuoto unico.

E per lo meno sé, in questa esperienza di mimi maestosi.

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La storiella descritta.

Pubblicato: 13 novembre 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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In verbestiali montagne che si inventavano piante

sembrava intoccabile e aveva riuscito una bellezza nel giorno.

Un gruppo di marmagli asfaltati sbraitava collegamenti filanti,

un gruppo in campetti a passi lunghi, un gruppo della gaiezza anteriore.

L’acqua limpida nel sole più in basso era l’acqua brulicante,

un acquitrinio di senso tutto cerimonioso, la città di lato.

Sembrava intoccabile che l’avevano troppo che non c’era

e il semplice vinaccio, il suscitato come linfa calpestavano

dove ieri squartando chi tremava c’era pure uno spazio.

I dettagli del fatto dei sotterranei riflessi imperativi

e di getto piante più ondulate nei fianchi non erano viste.

Eppure aveva apparso e caldamente sfioriva in abbozzi di paesaggi inquieti

lasciata quell’acqua e più in là un piano verde ondeggiante.

Si domandarono se l’A si sarebbe comportata più elegantemente

così ancora per saltellare, poggiando tutti i suoni e le parole in vece

tutte le rauche finezze in ammollo sentimentale,

ma certo era di sfuggita e certo sbraitavano l’ala fumosa delle lettere.

Breve nello sfi-brio.

Pubblicato: 11 ottobre 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Lacerazioni ai fasti della musixa pur quelli ora e
i suoi nodi o muretti pittorici di pennellate cremose che cedono
i suoi centri bacheche di nuvolaglie insistite e tutte le riflettenxe
delle sterminate gocce comunque, colmi le cose umane a nido, i suoni aperti.
Al giorno ogni ritorcersi è l’espandersi e ci sappiamo niente,
breve quella passeggera in-curvatura fluida, quello scavare toccando pur cose
e rivolti sfugge non in primavere, eternati abitati.
Che plumbei dove ci vogliamo lì in cerchio soffusi, tentati i palmi e la sera
rossastri all’essenziale, il suo qualsivoglia atto ottagonale, il manto arboreo a specchio.

Paesaggio marino a quadretti.

Pubblicato: 11 giugno 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Le palme screziate d’ocra che s’agitano qui allo iodio del miglior maestrale
non vogliono certamente qualcosa di più, non vorrebbero altro
neanche s’annullasse o mutasse l’essere loro di palma,
così piuttosto sembra che una scelta di forma talmente specifica
risieda da tutt’altra parte che nel taglio dei verdi o l’aguzzo dei tronchi.
Si potrebbe anche dire che nessuna volontà esista come volontà di palme e venti
oppure che una volontà non sarebbe certo capace di ergersi a origine del certo,
quantunque sia rimarremmo con qualcosa capace di essere nel più totale impersonale.
Il vento soffia ancora e il mare alza lo iodio, le persone si muovono e le palme s’agitano
ma chi saprebbe ben individuare dove risieda una volontà precisa quanto una forma?

Osservazione e poi.

Pubblicato: 3 giugno 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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E i bui romanzi del tempo e le sensazioni dell’arlecchino serale
e presenze aeree e monovive e strutturali verdi secondari
e tutti i colori liquidi non lacerati sotto la quiete
incombevano incombevano…

E ciò come aggiunto a notti vuote
come chi s’immergesse in loro ma affrontasse altro
e osservare e ignorare mari sopra mari
dentro un torbido mutare di estivi universi
era stranamente possibile.

Anche l’estate una potente pioggia di spiagge calde
e passi lunari come percorrere ben più sabbia di un vedere
e il tocco rinfrescato di una rarità risvegliata
e le stabili e silenziose colonne dei portali impensati
laddove appena esistevo ne annullavo il peso rotolante
nella più fervida contraddizione cosciente.

Concilio oggi che nella notte fresca passeggiai come escludere di incidere i piani
passeggiai le resistenze senza mai cogliermi nei percorsi
eppure vicini al respiro i passi, i percorsi,
e cadde l’osservazione lasciandomi più netto
e non ulteriori certezze nel limpido tremolio del certo.

Un insieme qualunque.

Pubblicato: 11 aprile 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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E’ sfacciata la pianta che non si inchina a se stessa,

oppure la stabilità più certa è tutta nella posa primaria?

Occhi arancioni comodi al mondo non irraggiano,

qui nessun rimedio beffardo, la mancanza

è pianamente nel pugno, una sensibilità.

Chiaramente qualcuno non bussa cigolii,

nessun brivido di trovatore nomina le crepe

e senza ulteriori guadagni che adagiarsi

in niente di definitivo, è così privo di bianchi.

La vittoriosa è nel nulla, il suo qualcosa compatto

al di sopra del minimo riconoscimento,

sembianze e odori di muschio planetario sembrano soltanto,

dall’altra parte provvigioni di alleanze, forse.

Non ci sono sostanze vetrose, mosse improvvise d’erba nell’erba,

irrompe un colmo di spazi suonati dal vento

e se avanzando piano scende la tranquillità nei pozzi

è poiché lì sciaborda da tempo con il sole in braccio.

Excursus

Pubblicato: 25 febbraio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Io da lasciarci diversi davanti al sole e questo preciso nella mattina.

Noi sappiamo è una forza, diciamo una energia, un gioco tecnico.

Noi spostiamo baldanzosi gli oggetti e con la voce avanziamo nel mondo mattutino.

In tanti passi di spiagge brillanti o soste chiaroscurali, attaccati alla presente situazione identitaria

non potendo di meglio che un’identità che guarda il sole.

Cosa succede improvvisamente pronunciando la parola, la sola sillaba pacata,

l’opera è mancante, la scrittura pienamente insufficiente?

Un sole sorgente non squarcia il cielo, sollazzando velature giocose di rossi aranci o verdi,

neanche sale in ampie stagioni in cui salire, nell’evidenza generosa di chi dona un cesto di fatti croccanti.

L’energia pronunciata non è proprio l’energia, questi oggetti poco di oggetto nel tutto sole.

Esso proviene dal suo niente di più esplicito di quel che compie.

Esso è totalmente da quell’apparente incompletezza.

Non sbriciolano significati in nessun modo e sono qui le due posizioni indeterminate che si concludono perpetuamente.

Cosa rilasci più del vuoto il vuoto, del reale il reale, di lui lui, in creazioni arbitrarie deduco non serva.

Le gincane fra i festosi mondi soleggiati sono certo un gesto vivace,

la tenera umanità del robot, la voce che parla, che parla e guarda con il pensiero,

nascosta da tutto l’altro che non è lei e non sprigiona parole.

Sa essere così chiaro in giornate avviate nella loro luce,

invece il tumulto che convoglia qualcosa alla mente e la fa lei,

eccolo indicibile.

Concerto nota.

Pubblicato: 29 gennaio 2009 da The Cats Will Know in scrittura
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Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono che è nella stanza perché nel tempo della notte sicura,
nel distacco degli oggetti forti e uguali al proprio tempo
dove lì è adesso il suono.
Nella stanza non sai e non puoi prendere te stesso,
agganciarti il grasso alla mente a portarla nello spazio
della medesima stanza come fossi te davanti te
e non un’ulteriore invadenza apparsa.
Così se rimane muto qualcosa, e così è,
che non sia l’ultimo gesto, il perpetuo,
l’unicità morente della forma quieta.
Un suono non è poca cosa, è poco.
Un suono sento essere io in taluni momenti distanti
e immediatamente non più.

Le tempie bon voyage

Pubblicato: 7 gennaio 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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La sincerità dell’essere si spinge oltre le squame,
sa scrostare gli intonaci più di queste mura.
La casa non parla e giace fra i bulbi,
chi la sovrasta più bella alle nubi di marzo?

È forse un giardino basso e lontano dalle mani,
il battibecco insistente nel fondo dei rami?
La miglior fiamma arde la bellezza gustosa,
la cerchia nella sua lenta fine incandescente.

Perché questo meditativo incrinato nel brillio
attanagli la luce è come il gesto della sera.
Un acuto cozzare di orologi mentali equivale
ad un acuto fermarsi del moto di un fiume.

Così una notte scrosciante che colmi le piante
non può colmare coi suoi rossi la testa antica,
un’incapacità germogliata nel freddo sta fuori
non meno quieta di ciò che sarebbe plausibile.

Cos’è allora che rincuora la mente?
Perché è in giardini sublimi che l’ansia trafuga i germogli?
Le migliori creazioni sono forse a mani nude
dentro uno spazio immune al declino vegetale?

Che la coscienza non solo acquisisca ma crei
come scultura di un senso immutabile?
Da lì i connotati feroci, le dimenticanza parallele
e la scenografia incolore nei vivai della porpora?

Le incongruenze dei focolai rischiarano i secoli
e tamburi sensibili non scendono dal vissuto degli alberi,
l’uomo finto nell’aria autentica è l’uomo autentico nell’aria autentica,
così una notte scrosciante rimane e con essa la testa.

Intreccio di rami galleggia nel freddo.

Pubblicato: 12 dicembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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In poetica l’io o in din din del vetro silenziando
ragioni incompiute, bozzetti di appunti
in piedi sui gong alla luna, affagottato alla voce
coscienziosa tutta lì, osservata di parole
una sera in cui il vento l’ha resa fra i rami, la luna,
che non è che quella plus loin, una fra alto e riflesso
sorgente teatri interiori, lassù il vivo stesso.
Perchè ubriaco fra i libri osservi ancora il mondo
passeggero della tua stanza XXI secolo?
Cerchi un volto tenero, la grandiosa fragranza è lì?
Un gargouiller, è il suono adatto.
Dans l’Elysée quelle Lulù, quel Bijoux! Suonai.

Qui a… calano coltri adamantine dove i rettili
consumano i loro denti, in Aprile invernale arrivano tuoni
che sfuggono ad ogni pentagramma e la sera
una luna a diffondere altro che catastrofico pallore,
rimane l’uomo ritrovato, a sorseggiare pollo e pensare tutta
questa emancipata realtà addosso, tentare qualcosa
dietro il luccichio che sia luccichio più netto o insufflare
nell’idoma ardente del cosmo cattedrali di poesie antiquate.
Niente in plenilunio della terra riesce lo spazio suo e non può
quando ognuno lo è di sé come giro di mantello
o roboante cintura del destino, un pan scimmiottante
respinge l’idea e smeriglia un silenzio estremo.

Ecco un canto di follia primitiva, il raccolto nel vigneto rosso
ammonticchiando l’inverecondo disporsi delle zolle
e radici bianche separate dalla mano, la sforbiciata mortale
al nastro dell’insistenza arriva in quella mano sporca,
un algoritmo di coscienza bastonato dalla luce, dagli stessi lampi
appesi nel panorama oscuro della loro luce.
Perché non inclinarsi in perfetta eternità il colloquio indolente,
annullarsi allora la clonazione del suono nel medesimo innocente?
Un fatto privato di forma alle forme non abbisogna di certe
occhiate languide, è solitone d’amore nel sublime della faccia,
sguinzaglia le sue cellule all’aldilà perlaceo come farebbe
l’ululato di una roccia, è un passaggio di pulviscolo
insignificante che l’Es certo lamenta portarsi adosso.

Eppure non si potrebbe pensare e sopravvivere
se non fosse che abitiamo i telescopi delle foglie,
che essa focalizzata quella sera non affondasse
nella sua stessa incertezza, che qualcosa ci parlasse
con successioni di linguaggi nostri ugualmente colti
nei lembi inumani del suo disciogliersi, del suo precedersi
generando torsioni in buie da far ragione a quei lampi,
ponendo l’intacco romantico sul click clock della forza splendente.
Quale vittoria possiamo negare dai brandelli del corpo?
La pirotecnica sequenza delle formule non esiste,
non può esistere dove è la più pura autenticità
a manifestarsi, pura da esimersi dalla purezza.

Non la domanda né la risposta paventano salute
dell’anima, bensì è nel cosmo della distinzione che
cadiamo come corpo morto cade, che bramiamo
acque eccelse quanto il deserto di Cristo.
Le fonti s’accostano alla sete baldanzose, nell’incongruenza
s’assola una solitudine sazia con lune osservabili
e carni di vento alle finestre, incessante s’aggira
la concessione della manna tropicale, nessun globo è scusa di vuoto,
indossa piuttosto una veste esclusiva, al ché non privazione,
occhio, non privazione, uno sguardo che sfiora le cose
nel loro guscio bruno, un lettaccio là per là sistemato
nei cunicoli grassi della natura, cuscini verdi
e una quercia qualunque che toccando la luna
fra i rami chiude della differenza l’estraneità.

Variazioni in-umano.

Pubblicato: 24 ottobre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Grande parte.

E le cose non più meno accompagnate

se le scrivi, da prima il pensiero,

ah ah nel cantiere

la libertà un- eccomi crearlalala- uscire in sgretolarvisi

sempre fuori, sempre fuori.

Sviluppare una sensibilità,

jooooo vividissimo,

Sapere che:

Il dato,

tanti esempi in argilla che gira che cade-ignorare-

che gira che cade…

La permanenza che! semplicemente suolo… in-umano ma sempre direzionalmente quello

un totale… di foglio, ma si dai, un marchio totale, quello ma subito no, ma quello.

Piccola parte.

[ah-doremus?? Passi, canti, ché senso che inventi in? Tutte in’identità e lineamenti certi,

grandiosità grandiosità che qui è grande, ben forza, in forza, (dav-verolo è

un’identificazione al signor io v’esse-mpre, che c’è lui) la bellezza, universalità d’attivo,

la sposo felice, la voce che luce che in-luce…]

ma…ops…mai! alt grrrr!…qui ben più, di più,

meglio.

Albicocchi in fotogrammi imprevisti.

Pubblicato: 8 ottobre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Se è semplicemente fare l’esistenza
è anche risposta, corteccia incidibile
con teneri attacchi, un’ombra fresca
che rinnova la verità non si annulla mai.

Quando cala l’esistenza non c’è pianto
si è lacrima protagonista, da qui parto,
con radici uguali rivolte al sentire
è d’autentico questo crollo del franare.

Piccolo delirio a nord.

Pubblicato: 22 settembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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(Dopo uno spietato lavoro di sintesi su una poesia che pubblicai tempo fa su The cats, "Piccolo delirio a nord del Leopardo", propongo il risultato, soprattutto a chi giustamente notò gli eccessi in quella poesia, a testimonianza spero, di come le critiche altrui e questo blog possano perlomeno stimolare verso un miglioramento, grazie.)

Limpidamente a nord
è cristallino umano,
miglior simbiosi al torpore
di un’estate nichilista.

Se cade una pioggia asciutta
-forse pioverà-penso frescamente
in cerca di chiavi fluide
che aprano al cielo l’ozio.

A nord è strana privazione,
onestamente l’incongrua luce
dell’osservazione.

E largheggio mani per dare
occhi per ricevere
all’imminente fusione nordica,
liquido ancor prima dell’acqua
in noi abitati di terra.

S'informula.

Pubblicato: 11 settembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Romanticamente stando assorti nelle zolle

queste dico più calde e vaporose,

è di oggi la terra

questo fluttuante fogliame.

Me ne stavo fermo direi, idoneo nel cuore del vero

quello roteante al dirlo, quello da solo.

Me ne stavo che qualità zampillanti erano,

zampillanti che soccombevano…

(Che vanno che tornano, figlie magre, figlie magre.)

La poesia per esempio

incapace nella parola abisso

in quella parola , sei sillabe fra le tante

cinque, tre

la sacralità casuale che invento

per sguardo possibile

l’ironica volontà nei raggi.

Non si incide la terra con il metallo è ovvio,

ditelo al contadino laggiù, alla sua volontà

un pensiero trattore.

Che s’informula d’umano e altro la coscienza.

Che non può sé stando assorto, e le zolle

e le foglie quanto noi siamo.

Paesaggio.

Pubblicato: 4 settembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Din Don Dan…
Gli alberi cantano
come muti inchiodati al suolo.

Din don don…
Che vento viola
pettina i pettirossi.

Din don…
Le grotte dai moli estivi 
profumano di crema…

Dadadadan….

Accorrete gente c’è un orso solare!

Din din…
Non afferro le cadenze dell’assurdo.