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Che Faccio? (11 di 11)

Pubblicato: 20 agosto 2012 da attraverso in scrittura
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Mia moglie si chiama Magda.
Mia figlia Susanna.
Magda ogni tanto mi guarda e poi va via. Susanna mi ha detto che l’ha vista piangere in cucina ma forse stava solo sbucciando delle cipolle.
Ogni tanto mi solletica l’idea di essere stato rapito da degli extraterrestri che su di me hanno fatto degli esperimenti e che in realtà sono passate solo poche ore e non due anni.
C’è un film che mi torna spesso in mente, non mi ricordo il titolo, parla di un generale americano che viene rapito dai tedeschi e a cui viene fatto credere di essere stato in coma due anni e che nel frattempo la guerra è finita, vinta e che lui si trova in un campo di cura e che presto tornerà a casa. Tutto questo per riuscire ad avere i piani d’invasione degli alleati. Alla fine lui si accorgerà della messinscena ricordandosi di essersi fatto un taglietto ad un dito  e che la ferita è ancora presente come se fossero passati pochi giorni e non anni.
Solo che ormai dal mio risveglio sono passate settimane. E di taglietti che mi portino alla mente qualcosa non ce ne sono.
Susanna mi ha detto che prima facevo il venditore. Ad alto livello ma sostanzialmente vendevo. Matite colorate, penne, fogli per disegno. Non credo di avere dei piani di invasione nascosti che qualcuno possa estorcermi. Magari son stato rapito dalla concorrenza perché stiamo per buttare sul commercio una penna che scrive da sola e solo io ne conosco i piani.
Magari…
Mi hanno regalato una chitarra ho provato a suonarla, Magda mi ha guardato stupita, non sapevo suonare così prima, mi ha detto, anzi non sapevo suonare affatto. O… non mi ha mai conosciuto veramente o in due anni ho imparato.
Chissà dov’è finita quella che mi ero comprato e con cui ero uscito di casa quel giorno, magari è in una casa, forse a Trieste, appoggiata ad un muro che aspetta il suo padrone come un cane fedele. Solo che un cane è vivo e una chitarra no e non mi cercherà.

Ecco mi sono dimenticato

Mi sono dimenticato di quell’esame in cui litigai con la professoressa sulla poetica del Leopardi. Lei sosteneva, sicuramente a ragione, che il verso “Pene tu spargi a larga mano” avesse a che fare con il pessimismo cosmico, io che avesse a che fare con la masturbazione.
E poi mi sono dimenticato di quando volevi che ti insegnassi a scrivere  e io, spocchioso come non mai, ti avevo detto che – o lo sai fare oppure no, non si può insegnare – e tu allora andasti da Luca. Ora è il tuo mestiere e io faccio tutt’altro.
Insomma ho cancellato la parte brutta della mia vita e con essa anche tutto il resto e ora so guidare la macchina ma non so dove l’ho messa, so un sacco di canzoni ma non ne ricordo le parole, so un sacco di parole e i tasti della chitarra sono semplici linee.
Ecco mi sono dimenticato di te che insisti nel volermi esattamente come ti piacerebbe che fossi e non come sono.
Ecco mi sono dimenticato di te che durante una partita tra scapoli e ammogliati cadesti a terra tenendoti il ginocchio che ti avevo colpito. Tu sapevi perché, io sapevo perché,  gli altri pensarono che ero il solito stronzo e alcuni non mi rivolsero più la parola.
Insomma come già detto… mi sono ricordato di dimenticare tutto.

C’è silenzio nella stanza, il corpo intubato di un uomo giace su di un letto.  Magda, la moglie, si rivolge alla persona in camice bianco accanto a lei. La voce è quasi un sussurro.

Dottore guarirà?
No!

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Che Faccio (7,8,9,10 di 11)

Pubblicato: 11 aprile 2012 da attraverso in scrittura
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7 – Giovinetta

Magari è solo una fuga. Sono fuggito da una situazione insostenibile e mi sono rifugiato in un mio personalissimo angolo di paradiso, inferno, purgatorio?
Ce lo hanno insegnato da piccoli il mondo va diviso in buonissimi, cattivissimi e una via di mezzo. Giudicati da un unico giudice, inappellabile, onniscente, onnipotente.
E come si fa a fuggire. Dove si va?
Si torna a casa.
Di soppiatto come un ladro.
Si rubano immagini di una vita che si svolge mentre siamo via.
Da lontano.
Sì vostro onore sono stato io ad uccidere me stesso in una buia notte d’inverno.
Ho gettato il mio corpo da una rupe di parole e me lo sono raccolto poco dopo in una bettola mentre bevevo a canna e cantavo a squarciagola uno stornello e poi sono fuggito per risvegliarmi poco dopo guardando il culo della giovinetta di fronte a me.
Giovinetta?
E quanti anni ha la giovinetta? Diciotto, sedici, trentadue?
E quanti anni ho io? Cinquanta, sessanta, mille?
Dietro a degli occhi blu c’è uno scooter che continua la sua corsa fino ad imbattersi in un paraurti.
Dietro a degli occhi marroni c’è una storia di forcine per i capelli perse durante una fuga.
Dietro ad ogni occhio c’è una storia da scrivere.
La malattia sta seguendo un corso poco incline a compromessi con i dettagli di ciò che vorrei costruire.
Mi addormento chissà dove e mi risveglio in una piazza di Trieste ed ora sono nel letto con una sconosciuta che dice di essere mia moglie che ricordo ma non ricordo e che ogni volta che mi avvicino cambia discorso, si leva.
Le sorelle carte mi avevano avvertito che sarebbe potuta finire male.
Mamma sto pagando caro i tuoi piccoli ricatti.
Padre mi hai dato tutto ma io non volevo nulla.
Ho lasciato qualcosa in sospeso da qualche parte, magari qualcuno che mi aspetta, magari bocche da sfamare o denti da otturare e fili da sfoltire.
Magda sorride mentre sto uscendo di casa.
Il sole che scende sotto l’orizzonte è rosso stasera, bel tempo si spera.
La pistola ha un nesso importante con quello che dovrei essere e un portafoglio pieno di scontrini indica dei percorsi che dovrei seguire per riesserci.
Pari o dispari?
Pari.
Bim Bum Bam.
Dispari, hai vinto tu.
Non seguo nulla e a che diavolo serve riesserci?

8 – Babbo Natale sta tornando a casa dopo tanto tanto tempo

Come faccio a spiegarti che senza uno non ci potrebbe essere l’altro e viceversa.
Come faccio a spiegarti che se a comandare è il bastone a difendersi saranno i bastoni.
Come faccio a spiegarti che se non canto e non ballo semplicemente non canto e non ballo, non significa che sono malato.
Come faccio a spiegarti che se di mestiere fai l’accusatore avrai sempre bisogno di qualcuno da accusare per campare.
Come faccio a spiegarti che se uno piange è perché c’è qualcosa, o qualcuno, che lo fa piangere perché si può anche ridere da soli ma piangere no. Che sbaglio dimentico sempre che ci si può autoflagellare.
Come faccio a spiegarti che ci sono cose che vannno benissimo per te ma non per me ed io e te siamo pari.
Come faccio a spiegarti che… ma vaffanculo!!!!!!!!!

Un foglio di giornale per coprire il vetro dela mia auto e farmi stare da solo dentro ad un mondo tutto mio estremamente piacevole.
Mamma la pasta la voglio dopo prima voglio gustarmi queste cozze.
Un foglio di carta da un balcone all’altro, una chitarra che suona dentro ad un motel, una fiotto di sangue che copre un lenzuolo bianco.
Una batteria che arriva lentamente da dietro.
Il cane abbaia e ci si accorge che è il momento di andarsene via, di smettere di guardare le notizie sul giornale che non tornano i conti della spesa.
Come faccio a spiegarti che è solo merda.

I passi sono uno dietro l’altro, uno alla volta, uno da dietro in avanti o viceversa. La bambina circoletta i suoi desideri. Sto cantando anche per te ma tu non mi senti, sto tremando anche per te ma tu non te ne accorgi.
Palle di neve sotto agli occhi.
Cerbiatti accanto ad un fosso pieno di fango.
Coloni in affitto per un mondo nuovo pieno di piante, stiamo arrivando, vi abbiamo visto.
Come faccio a spiegarti che il lenzuolo bianco copre quello che resta di una marmellata infinita e che la nave che vedi all’orizzonte contiene solo automobili vuote e bidoni pieni e le brillanti disquisizioni solo bottiglie piene d’acqua.
Ti leccherei volentieri, pari avere un bel sapore.
Ali di pollo e cosce di montone. Clitoridi innamorati. Prepuzi a riposo.
Con il cotone ti disinfetto le ferite e con una piuma ti faccio il solletico sotto i piedi.
Occhi lapidati e speranze manomesse coriandoli appesi alle porte e Magda che ride isterica al di sotto del muro.
Nelle fogne grandina da parecchio e i topi si nascondono al mio passaggio.
Desidererei averti su di un pianale della cinquecento, possederti mentre leggi un libro, consumarti poco a poco durante un incontro di sumo e frustarti mentre allegra ridi del nostro riesserci.
E quello che dovevo fare?
Aprirti in due mentre ridevi di me?

Contro le note di quarta di copertina si alzano in volo stormi di zanzare che si buttano in picchiata verso il tuo corpo nudo che pare dormire. Dovrei darti un nome o cantarti la canzone del sole all’incontrario.
Come faccio a spiegarti che non c’è crosta senza sangue, che le ragazze portano nella loro borsetta tutto il necessario per librarsi in volo durante una tempesta di sabbia.
Mutande sporche di merda appese ad asciugare.
Musica in un angolo in basso a destra.
Ti sarai scossa perché adesso sì che ti sto leccando mentre penso che hai lo stesso sapore di sempre ed io lo stesso gusto di allora.
Mi sono dimenticato dove ho messo la cosa più importante ma in compenso sono riuscito a preservare ancora per un po’ un barlume di santità mentale, magari innocenza.
Seguiranno altre lettere.
Vino solo di notte e solo mentre tu dormi.

Le labbra socchiuse indicano che ti sei accorta che ti sto leccando.
Babbo Natale sta tornando a casa dopo tanto tanto tempo..

9  – Butterflies and zebras

She’s…

Poltiglia zuccherosa
Moti senili e nei pieni di borse della spesa.
Adesso resto a guardarti che mi parli e mi racconti di quella volta che con un sol balzo superasti ogni difficoltà.
Bravo, un applauso.
Non so nemmeno come ti chiami ma dici di conoscermi da anni, che addirittura abbiamo fatto la scuola assieme, che addirittura ci siamo sposati lo stesso giorno con due sorelle siamesi.

She’s walking…

Pioggia fine e sottile.
Ossa di pollo da sgranocchiare durante i pasti.
Stai dicendo che durante il volo Roma New York hai rimorchiato non una ma due hostess e che quando sei tornato a casa hai scoperto di avere in tasca una raccolta di figurine e due cioccolatini al rhum.
Che fortuna che hai.
E faccio finta di sorridere mentre parli citando cose di una vita trascorsa assieme di cui non ho il ben che minimo ricordo

She’s walking through…

Cioccolata fusa in tazza grande
Una pizza ogni sera e gli spaghetti a pranzo.
Mi racconti cose di te mentre sono le cose di me che vorrei sentirti raccontare tipo: come mi sono procurato quella cicatrice a forma di ancora sulla spalla destra?
Te lo chiedo e tu non lo sai.
Me lo chiedi e io invento lì per lì un’improbabile risposta per giustificare la mia scomparsa durante tutti questi anni.

She’s walking through the clouds…

Elefanti che paiono dileguarsi.
Memorie infallibili cancellate dal vento.
Così mi racconti quello che avvenne nell’estate dell’82. Io e te che andammo in moto da Ginevra a Barcellona che ora a rifarlo ci scapperebbe da ridere e tutto per una ragazza così complicata che quelle di oggi cadono dal cielo come fichi maturi.
E la mamma non lo sapeva e il papà pagava i conti.
Occhio a quello che dici e che senti perché ogni amico che ti ha tradito ti ha lasciato un fiore sul cuscino.

Butterflies and zebras

10 – marcondirondirondello

Dove cazzo ho messo le chiavi della macchina?
E il cellulare?
E la cornamusa?
Forse, però, ho ritrovato, in una cartella con l’elastico, un appunto scritto un sacco di tempo fa che potrebbe spiegare tutto.
Recita:
“Due panini
Una mietitrebbia
La lacca per la mamma
Un etto e mezzo di crudo e due di cotto”
Sscritto con la penna e in calce, aggiunto con una matita: “Ricordarsi di dimenticare tutto.”

Ma che bel castello marcondirondirondello, ma che bel castello…

Che faccio (6 di N) il Sogno

Pubblicato: 6 aprile 2012 da attraverso in scrittura
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Ci sono luci brillanti nella mia testa.
Fatico a rimanere concentrato sul pezzo, mi giro e mi rigiro inseguendo il filo di un ricordo che però si perde nella nebbia del porto.
Durante il viaggio in macchina da Trieste a Monza ho riconosciuto meccanicamente la strada da percorrere salvo non avere idea di dove arrivare.
Il cervello pare aver avuto voglia di dimenticare qualsiasi elemento qualificativo.
Ti riconosco ma non so come ti chiami e che cosa intercorre tra di noi.
So che strada fare da Trieste a Monza ma non so dove abito a Monza.
Nel letto percepisco la presenza della sconosciuta.
Desidero solo dormire e sognare.
“Sto piangendo appoggiato ad uno scooter mentre in una casa nei dintorni qualcuno sta cambiando dimora. Il sole sta scendendo all’orizzonte ma io l’orrizzonte non lo vedo. Vorrei tornare a casa non ho idea di dove casa si trovi. Vorrei che il semaforo diventasse verde ma lui imperterrito resta rosso. Vorrei che il volo finisse al più presto ma non sto volando. Lo scooter si trasforma in una bella donna che nuda vuole baciarmi. Io apprezzo il pensiero e comincio a parlarle di quando il cane aveva sporcato il tappeto nuovo della zia. Lei mi stringe e lo sento diventare duro. La stretta diventa dolorosa e mi accorgo che la donna adesso non è più nuda ma ha una divisa. Mi divincolo e lei diventa una scatola di un puzzle da ventimila pezzi che viene aperta in una stanza buia e versata su di un tavolo gigantesco. Ho netta la sensazione di dover ricomporre il puzzle alla svelta ma non ho nessun punto di riferimento allora cerco tutti i pezzi della cornice ma non ne trovo nemmeno uno e intanto la stanza cambia colore e un leggero vento mi fa rabbrividire. Vedo dei volti che mi corrono incontro e una farfalla che si posa su un fiore l’unico in mezzo ad un prato infinito.
Penso che potrei essere morto e mi sfiora per un attimo il pensiero che potrei anche essere in un letto che sto sognando.
Adesso piove e la farfalla si è trasformata in un bruco e il bruco in un suono e il suono in silenzio.
La luce in buio.
Il sogno in realtà.”
Mi sveglio.

Mi incanto a guardare la sconosciuta accanto a me.
La fisso pensando che ci si potrebbe divertire.

Che Faccio? (5 di n) Susanna.

Pubblicato: 28 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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Il filo interdentale porta via residui di cibo tra un dente e l’altro.
Il cuscino si è incastrato tra il materasso e la parete.
Un papera galleggia nella vasca da bagno e il matrimonio tra Olivia e Braccio di Ferro naufraga su una spiaggia piena di catrame.
Non ci sono pieghe nella mano abbastanza lunghe da lasciare intravedere come andrà a finire ma ci sono segnali abbastanza concreti di una notte che sta terminando per lasciare il posto alla luce di mille riflettori e ad un aereo che precipita su di un palazzo in costruzione.
Oggi è arrivata Susanna.
Lei dice di chiamarsi così.
O meglio oggi è arrivata e l’ho anche riconosciuta, nel senso che aveva un volto familiare  ma non avevo idea di come si chiamasse, chi fosse, quale rapporto intercorresse tra di noi.
E’ molto bella, penso.
E’ mia figlia così dice e aggiunge – La mamma sta parcheggiando. Abbiamo visto la tua foto sul giornale e siamo venuti qui. Subito –

Il filo interdentale si rompe con l’apposita lamella sulla confezione ma non ho mai capito bene a fondo come farlo.
Sul cuscino vedo una macchia di saliva o è sudore o… peggio.
La papera nella vasca ha un sussulto come di vita propria e ci sono sguardi che accarezzano come una mano.
Mi sto alzando lentamente e provo a ricostruire i lunghi silenzi tra una parola e l’altra.
Le chiedo da dove arrivano e lei ha un lampo tra l’interrogativo e il preoccupato e mi dice – Da casa a Monza –
– Monza? Dove c’è l’autodromo –
Nel frattempo è salita la mamma, riconosco anche lei ma non so come si chiama. Riconosco la sua faccia sempre allegra e i suoi occhi sempre tristi.
Mi chiede come sto, gli rispondo bene e… “non ricordo come ti chiami suppongo che se mia figlia ti chiama mamma io e te si stia assieme ma… non lo ricordo.”
Mi dice che se voglio posso tornare a casa e allora chiedo: – Da quanto manco? –
Mi risponde: – Due anni, sei uscito un giorno sbattendo la porta, portandoti dietro solo la tua chitarra e l’ipod, avevavo litigato e pensavo saresti tornato da li a poco come facevi sempre e invece sono passati due anni e ieri ho visto la tua foto sul giornale e dicevano che hai perso la memoria, sai cosa è successo? -.
Cos’hai fatto in questi due anni? Aleggia una domanda
So a malapena cosa ho fatto in questa settimana! Aleggia una risposta.
– Non lo so, sono qui da una settimana e non so cosa ho fatto prima ma stanotte ho sognato mia nonna che mi diceva qui non sto bene.  E allora so suonare la chitarra? -.
– No – , mi risponde, – ma ne avevi comprata una poco prima e te l’eri portata via quel giorno -.
Vedo che Susanna si asciuga una lacrima nascondendosi dietro alla madre.

Il filo interdentale non sempre porta via tutto, ci sono particelle che restano in meandri che non vedono mai il sole e che si putrefanno lasciandoci un saporaccio schifoso in bocca.
La macchia sul cuscino sembra adesso occupare tutta la stanza e avrei voglia di chiudere gli occhi per riaprirli in un altro tempo e in un’altra sede, magari abbracciato ad un sogno che ho fatto un paio di sere fa, magari appeso ad una corda a piombo sul mare.

Se mi affaccio alla finestra posso udire l’odore del mare.
Corre una pulce ammestrata verso il molo.
Si mangia una caramella e fischietta un motivetto allegro contemplando il tramonto seduto sulla banchina gambe a penzoloni.

– Se torno a casa posso portare con me questo cuscino? –

Che Faccio (3 di n e 4 di n)

Pubblicato: 22 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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3)

Sono a letto.
E’ notte, guardo il soffitto.
La luce di una macchina passa attraverso le tapparelle dischiuse e proietta l’ombra di una pianta sulla parete .
L’ombra passa e va..
Gli infermieri, che carini, mi hanno lasciato un libro da leggere.
“La penombra che abbiamo attraversato” di Lalla Romano.
L’ho letto in un paio d’ore.
Un viaggio nella memoria… c’è dell’ironia in coloro che me lo hanno lasciato o fa parte della terapia?
La polizia sta cercando qualcuno che mi conosca.
Io ho sempre la sensazione impellente di dover fare qualcosa, una commissione.
“Elena vado a comprare le sigarette” e tornò dopo due guerre.
Altri tempi.
Quelli del libro che ho appena finito di leggere.
Provo a pensarmi bambino…
Come si chiamava la mia mamma.
Beatrice? Laura? Fiammetta?
Mi ricordo le donne del milleduecento e non mi ricordo il mio nome.
Scaviamo dentro noi stessi e ne ricaviamo il profumo del pane alla mattina prestissimo, i richiami del mare, le immagini di ninnoli appesi ad una parete, il poster dell’inter del campionato 70/71. Vieri, Burnich, Facchetti, Giubertoni, Jair, Bedin, Bellugi, Boninsegna, Mazzola, Corso e Bertini… Oriali e Bordon da piccoli.
E io come cazzo mi chiamo?

4)

Il poliziotto è cortese.
Mi guarda come fossi un moribondo ma io sto benissimo, mi sono solo dimenticato chi sono, cosa faccio e dove abito. Cose di poco conto.
Mi hanno portato a fare un giro per vedere se mi scocca la scintilla e riconosco qualcosa. C’è una sorta di familiarità in quello che vedo ma non posso certo dire che lo riconosco.
Una macchina rossa con un graffio.
Una bicicletta con una donna sopra.
Un saluto cortese.
Tracce di penumatici sull’asfalto.
Pesci rossi.
Una donna accenna un saluto, subito il poliziotto si gira ma la donna salutava un’amica che le veniva incontro.
Potrei essere una sorta di fantasma che tutti vedono e nessuno conosce, una sorta di deja vu ambulante che pare familiare ma che se chiedete a qualcuno di dirvi il nome semplicemente non lo sa. Una comparsa. Io stesso mi sono dimenticato di me.
Ma so ancora guidare una macchina, accennare dei passi di danza e sorridere ad un bambino.
Riconosco la chiesa con fontana.
Il poliziotto mi offre una sigaretta.
Gli dico che ho smesso.
Mi chiede quando.
Rispondo che non lo so ma so di aver smesso. Un giorno, era freddo, nevicava, avevo qualche linea di febbre, “baby blue” mi stava vicino e contava i giorni che mancavano a Natale.
Il poliziotto mi chiede se sto ricordando.
Gli rispondo che sto leggendo qualcosa su di un libro e potrebbero essere ricordi non miei ma sono sicuro di aver smesso di fumare e di aver imparato da poco ad allacciarmi le scarpe con il doppio nodo.
La mamma mi aveva lasciato un cioccolatino nella cartella e me ne ero accorto che era ormai ora di uscire. Il maestro non gradì la scoperta e mi mise una nota sul registro.
Un cane decide che è ora dei suoi bisogni il padrone aspetta e poi raccoglie tutto, dico al poliziotto che sono stanco e voglio tornare a casa.
Mi chiede dove abito.
“All’ospedale” rispondo.

Che Faccio? (2 di n)

Pubblicato: 16 marzo 2012 da attraverso in scrivere
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“Come si chiama?”
“Non lo so.”
“E’ la prima volta che viene qui?”
“Non lo so.”
“Quale problema ha?”
“Non ricordo più nulla.”
“Si accomodi appena possibile un medico la visiterà.”
“E’ caduto?”
“Sì e mi sono rotto i pantaloni.”
“E da quando non si ricorda più nulla?”
“Non saprei cosa rispondere”

Dopo un’oretta qualcuno mi invita ad entrare in un ambulatorio, è un dottore giovane, non avrà più di ventisei, ventisette anni.
Ha un’aria molto professionale ma se ne esce con un: “Stia tranquillo probabilmente la sua è un’amnesia momentanea…” e io non lo lascio finire di parlare

“Non sono agitato
sono calmissimo
solo che non mi ricordo più nulla.
Come mi chiamo?
Dove sono?
Ecco mi direbbe dove sono?”
“Lei è in ospedale”
“Questo lo vedo ma in ospedale dove?”
“A Trieste, lei è a Trieste ma dall’accento non si direbbe uno di qui.”
“E di dove si direbbe?”
“Non saprei? Sembra esserci un po’ di tutto. E’ caduto?”
“Sì”
“Ha male da qualche parte?”
“Un po’ sotto al ginocchio, probabilmente nella caduta mi sono sbucciato un po’, sa: come da piccoli”
“Ha battuto la testa nella caduta?”
“Non credo, per lo meno non sento nessun altro dolore”
“Se le chiedo come si chiama cosa le viene in mente?”
“Nulla”
“Ha fame?”
“Sì”
“Cosa vorrebbe mangiare?”
“Una pizza margherita”.
“Che ingredienti ha una pizza margherita?”
“Mozzarella, Pomodoro e Basilico alla fine”
“E se le chiedo che macchina ha?”
“Non saprei?”
“Sa guidare?”
“Sì, penso di sì!”
“Si ricorda dove è caduto?”
“Sì, ero davanti ad una chiesa, c’era una fontana, alcuni passanti e un vigile urbano?”
“Chi l’ha accompagnata qui?”
“Un taxi”
“Ha un portafogli?”
“No, avevo in tasca venti euro e li ho spesi tutti per venire qui”
“E adesso cosa pensa di fare”
“Me lo dica lei dottore, sono venuto qui per farmi curare. Insomma dottore, non ricordo chi sono, dove abito, mi ricordo, molto vagamente, di avere una commissione da sbrigare ma non so quale”
“Chiamiamo la polizia?”
“Non può farmi un’iniezione di qualcosa?”
“Di cosa, mi scusi?”
“Non lo so è lei il dottore”
“Chiamo psichiatria e la polizia, gli verrà in mente qualcosa?”
“Grazie”
“E’ sicuro che non le faccia male nulla oltre il ginocchio?”
“Sì”.

Che faccio? (1 di n)

Pubblicato: 8 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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Poi andrebbero contestualizzati gli eventi messi da parte uno alla volta e tirati fuori al momento giusto. Scrivere la sceneggiatura della propria fine sapendola ormai parte di un romanzo d’appendice scritto giorno dopo giorno. 
La fine.

Un passo, due passi, tre passi e patapem il quarto cadendo all’indietro e battendo il culo per terra.
Nessuno vicino a raccogliermi.
No, non è vero.
Un vigile urbano.
Meglio che mi rialzi alla svelta prima che pensi che abbia bevuto troppo e si offra di raccattarmi su.
Il semaforo scatta da rosso a verde, una macchina balza al comando ed entra nella pozzanghera vicina.
Piove ininterrottamente da una settimana, anzi due, forse tre.
Mi lava completamente.
Che poi si usare il termine lavare anche quando non è che proprio ci si stia lavando, anzi. Oserei dire che avrei preferito farmi la pipì addosso.
Anzi già che ci sono.
Mi sto rialzando, grondo d’acqua. L’automobilista non mi ha nemmeno visto, un paio di persone mormorano qualcosa di losco al suo indirizzo. Il vigile urbano si scusa per non aver fatto in tempo a prendere la targa.
Mi sto rialzando a fatica, non pare esserci nulla di rotto, no anzi, c’è qualcosa.
I pantaloni.
Avrei voglia di bestemmiare.
Stamattina mi sono alzato e… dove dovevo andare?
Mi guardo in tasca provo a vedere se ho qualche scontrino di qualche cosa che mi indichi uno scopo ma…
Non ho nemmeno il portafoglio.
Ho una banconota e  qualche spicciolo nella tasca anteriore destra dei pantaloni.
Una chiave, un bottone, una carta di caramelle e un accendino nella tasca di sinistra.
Nelle tasche dietro nulla.
Un plettro, anzi no due, no addirittura quattro nella taschetta per gli spiccioli.
Il testo di una canzone di Steve Forbert con tanto di accordi piegato in quattro nella tasca della camicia.
Dove stavo andando?
Il vigile urbano si avvicina e mi chiede come sto.
Gli rispondo che sto bene, ho solo rotto i pantaloni adesso torno a casa e me li cambio, speriamo che…
Dove sono?
Non riconosco nulla.
Il vigile mi guarda indeciso, probabilmente non sa che fare e ha ben altro per la testa.
Comincio ad andar via e lui mi chiede, cortese, se ho bisogno di una mano.
Io balbetto un no.
Mi chiede come mi chiamo
Io dico sono…
Chi cazzo sono.
Dai come si fa a non sapere il proprio nome…
Passa un camion, evita la pozzanghera di un nulla, mi casca l’occhio sul rimorchio, “Bartoletti” mi suona familiare, non so perché, adesso mi ci vuole un nome, veloce Gianni pensa veloce… Gianni, mi chiamo Gianni?
“Bartoletti, mi chiamo Gianni Bartoletti”
“Vuole un passaggio a casa?” dice il vigile.
“No, grazie rispondo io” e mi incammino il vigile si disinteressa a me e si interessa ad altro.
Controllo in tasca per vedere se ho un biglietto con un nome, un indirizzo, qualche cosa…
Una banconota, venti euro, non credo di potermici comprare un paio di pantaloni.
O forse sì, bo!?!.
Cosa faccio?