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Voglio uccidermi, sfuggire alle mie responsabilità, strisciare di nuovo nell’utero.

-Sylvia Plath-

nervosa di giorni salati e di una casa spaccata
raccolgo l’odore pettinandomi una povertà
che mi percorre il corpo come una fame
in questo male che occulta la parola
con una paura che non mi parla
faccio d’erba le unghie
e il mare ha nel sale il fuoco – che scrosta
l’impiccagione degli errori

e si fanno bestie questi pezzi di muro
che senza colore tolgono la mia infanzia dai bulbi
e le mani hanno un fondale di meduse
che in lamento schiumano piscio
in un eclissi di formiche e nuvole

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così esattamente stanca
con i piedi spezzati dal vento
in un trovarsi che
spiega alle radici ogni nuvola
e non resta altro
che lo spruzzo del mare
ad intonacare di sale
anche l’addio più leggero

Mezze favole

Pubblicato: 6 ottobre 2009 da The Cats Will Know in scrivere
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Ditegli che l’ha persa per averla tradita.

Che a lei poi non serviva una stampella,
ne’ un reso al comune peso
di un connubio puramente casuale.

Spesso ha baciato piastrelle
per rive ostili d’avambraccio
dirette al cuore come un sisma,
vomitando anche la burla
da un torrino d’ossa
ingravidato d’aria piu’ cattiva del gelo.

Ora porta segni all’occhiello dei morti
e rese ingrate alla follia piu’ forte,
tra le mille ed una notte
frullate nere in coscienza
nella parte che male invento’
quell’inestinguibile destino d’anatra zoppa.



E’ l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

, aveva diciott’anni appena, era la mangiatrice di fuoco di un circo e bruciava

il mondo di dire che s’appartiene e ruota, e ruota.

La conobbi carina ed intricata nelle potenze esplose di una prima Guerra

e mi convinse del muovere mi decise gli abiti mi spezzò un’ala piccola

che riuscissi a spostarmi.

Nella sua madia monsonica appuntava i risultati obliqui

ma non l’ho mai trovata superba o dogmatica, s’intendeva di trilli

e parlava come parlano certe cornacchiette di spinella, come dire che

che un pelo squittire e un pelo farsi sottile perché il farsi potesse.

E davvero l’ho amata, Gremilde de’ Ginestre

(detta l’angiolina)

nelle sue riflessioni su Dio, e nel privarlo d’uomini come se s’impotesse

e nel suo scorrere logico tra la cosa e il palo, una bontà maestra, ella

appicca fuochi sui lungomari sanniti, si astrae ed adombra

passano gli Ari coi cavalli nuovi e lascia loro l’Indo

impara appena il sanscrito per entrare nell’Upanishad preferita

quella che dice: l’uovo di Brahma sul mare del diluvio a fare musica

per trentaseimila cicli per mille yuga per dodicimila anni ancora per

trecentosessanta altri anni di uomo, una bontà in rinascita

le piace dirsi e dirsi.

Purusa, ayakta, mahan atma, sattva, manas, oggetti dei sensi,

questa cosmogonia primaria la strugge e l’abbrama:

ha un intenso rapporto stabile con i fatti d’essere.

Ma è l’ultima cosa che la fece prigioniera dell’idillio scansato

e amava suo padre come un bimbo allora

e si ricordava di pregare l’immensità corona delle fate sparenti

mentre i tibetani provavano a ritornare a Lhasa pensava:

"io prigioniera perché fingermi libera? sono la schiava adatta rinascente

mi mostro e perdo niente nella mobilità oblunga

sono Druga che ammala, io prigionata vado lungo il filo

dell’ultima stradina dell’ultima contrada dell’ultimo limite

dell’ultima risacca dell’ultima gola dell’ultima amàca

e dell’ultimo ponte giunto per chissàddove sino a qui,

dove le orchestre sono fragili

dove il torrente è violento

e dove la cresta delle montagne grigie s’infila dvi-ja nelle nuvole"

Come esordio sul blog vi propongo un testo che alcuni di voi già conosceranno e che non è neanche uno dei miei preferiti.
Ve lo propongo semplicemente perché oggi è il 10 di Febbraio, e sono da poco reduce dalla celebrazione di cui nel titolo e nel testo.
                                                                 e semu devoti tutti
 
Sant’Agata sacerdota ragazzina:
striscio di fronte alla
vara, mi rotolo a terra al tuo cospetto, cosparso il petto
di cenere. Né ho una sola rosa
da offrirti: fratture solo e
ossa poco addomesticate: questa è la mia
devozione.
 
Su, liberami da queste catene !
Per questo suolo lavico che entrambe calpestammo.
Io ti prego: muta
la mia condanna in un fuoco
d’artificio.
Non tenermi più lontana
dalla Luce, come un sorcio
in trappola.
Non sono per me i
rantoli delle biblioteche né i cataloghi delle
aberrazioni, compilati in lettere capitali. Elenchi telefonici di male:
già prenotato.
 
Toglimi dal grigio e
dallo scuro, da questa
sozzura di nomi
ricalcati, intingoli blandi e così poco piacenti:
senza cordone
ombelicale.
 
Soffia via la nebulosa empia che mi dipana
rumori: sono a
terra. E senza veli: su tu ! guardami !
 
Mi accosto al tuo tempio oggi. Per l’Amenano nostro
fresco di cui non conosciamo
la fonte.
E t’invoco Grazia.
 
Apri queste tue porte per me, dolce
sorellina.
Scandisci le mie
parole e accettami con i tacchi a spillo e l’
ubriacatura nel passo: me devota, anche senza doni.
Abbi pietà di me: stendi facili
tappeti rossi di velluto
alla mia venuta. E lisciami
la via.
 
Lasciami camminare di nuovo
nella Luce. Perché non la neghi
più. Ancora:
fallo per me.
Perché risplenda ancora
nella Luce,
mia cara.
Accoglimi nel tuo regno. Così d’
amore.
 
             31/01/2007

L'urlo

Pubblicato: 20 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Quell’urlo che albeggiava tra scarne dita
a modellare il volto
sillabario di morte
cenacolo di vita

vacuo
torceva le mie labbra
in premonizioni oscure

pellegrino sulla terra nuda
senza rotta
varcava gli spazi della mente
dissolto in giochi d’ombra.

Tiranno
fiume senza foce
approdava lento alle mie sponde
con i passi feroci di una belva
saliva
esalando l’ultimo respiro

quell’urlo che divorava il cuore.

Poesia

Pubblicato: 17 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Coagula la sera
Al raduno d’improprie prigioni
Su questa falda viva che impone
– Artica al silenzio –
Stigmate di verbi inespressi
 
È l’accoglienza di questa notte opaca a risvegliarmi in te;
L’insinuazione di sensi incerti sotto morse
Di risentimenti inoperanti alle virtù
 
E non erano solo spartiacque le andature stonate
Disposte inverso nelle mete degli allori da inondare.
Giuralo una volta che ti sono madre senza ventre
Seno debitore in percorsi prosciugati
Dove di sillabe il passo de-compone;
Utero sacrilego a rifugiarmi arresa.
 
Prendimi scompenso di mille imprecazioni
Citazione d’esempio in sgarbo a lune riscattate.
E delle nostre braccia
Ora sola cosa
In consonante sobria
Mi servirò per planarmi stormi d’ideali
Sfiorati all’espressione muta
Di un dipinto impressionista
 
E sia poesia il nome che t’inscena consistente;
Carità di termini espropriati all’imprudenza
Per conservarci ancora
Fra cespugli fitti a non sentirci esauditi nel
tormento.
 
Inginocchia la clemenza delle lingue divulgate allo spartirci.
L’irruenza dei suoni scriteriati senza scarti
E rincontrami involucro svuotato,
Ginestra di mattini immobili che vissi
Fra le costole di un vento mentitore.
E ancora chiedi,
E pretendimi,
Reclama se di me sfoggi pianti,
Che di poesia disseterò secchezze oltre nell’assenza
Sforbiciandomi le dita se incensate
Al subbuglio di un accordo accurato
 
E siano tolleranze strette le siccità alle venie
Echi cauti queste gole soffocate nell’incredulità
Affilandoci pedine senza re.
Perché di te allatto spine e allevo rovi
Crogiolandomi la cortesia violata
Al pensare di stigmate mascherate
 
Fiaterò di te l’ultimo respiro
Ma ora manca;
Manca
Come la stretta dell’inverno dentro agli occhi
Che innalzai turba in parto per scavarti.
E poi di me voglio sfamarmi
Prevenirmi labbra alle piogge
Fino ad attecchirmi sangue saldo
 
 
da Le Frontiere dell’anima

Deforme alla corte dei conti

Pubblicato: 7 luglio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T’incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato
 
L’esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l’inesistenza
 
Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato
 
Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.  
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze
 
È una bocca distratta
Quella che raduna
L’impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l’incostanza
 
Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d’incassi ai taglialegna
Ideatori d’aperture,
 Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d’esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato   
Fermo immagine
 
All’interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare
 
La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti
 

Scarne parole di niente

Pubblicato: 17 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Parole
in punta di lingua
scivolano
in notti troppo strette
su una luna gitana

svendute
agli angoli della bocca
indugiano
si spogliano
in quei deserti da fiorire
reclamano d’andare
si perdono in una sfatta abitudine a due

puttane

camminano nell’ombra
alla fioca luce di lampare
arcuate verso la follia
dipinte a mano

e vanno

ad accennare la danza dell’alba
treni persi stretti agli occhi
ad inghiottirsi di silenzio
ad esigere nude una nuova linfa.

Scarne parole di niente.

Uno spazio appropriato

Pubblicato: 6 giugno 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, ,
Respira a fondo cenere se vuoi sapere
Ombra che annaspa del fumo
quando a malapena resta a terra
 
Ché se non ha spazio un vuoto di forma
figurarsi il riflesso
appannato nella mancanza
marcata di luce
 
Sei la fatica del vento quando piangi
polvere che ti si annida
a perla
 
Sei la fatica della musica
dove la voce ti si apre nel silenzio
 
Sei fatica dell’acqua come il dorso del lenzuolo
a nascondere
morte che scorre
 
Sei fatica di vita perché
sei carne a perdere

[Ho chiuso gli argini
decimando le vene
contandole a cantilena

cadenze taglienti

ritmico fiotto
come di dita sottocute

Non tremo per la fine
tremo silente per ciò
che mi resta dell’oggi

respiro celato

cellophane d’alta classe
con buchi d’emozione

Ho accarezzato la pelle
leccato il suo sale
inghiottito lo sperma prolifico

in carezze di niente

Quando tutto finì
struccai il destino
e mi trasformai

rinnegando il passato
annientai le curvature dell’essere]

Sento la pelle raffreddarsi in attimi spiccioli.
Quando vedi i brividi scendere nell’anima e sfibrarti.
Mi lacera sentirne il male allinearsi nelle vene e pompare come nulla fosse.
Rabbiosamente mi cimento nelle costruzioni edili dei miei sogni.
Mattoncino dopo mattoncino.
Leccando e smussando le parti in eccesso.
Ma non costruisco nulla,annullo solo il futuro mandandomi in bestia da sola.

[credi sia malattia?…questo cibarsi di anima in altalena continua?]

L’emozione migliore la vivo sorridendo con i ricordi felici.
Di quando l’infanzia era una costruzione continua.
Mi vedo da piccola,a correre senza tregua alcuna fra le braccia di una madre sana.
Mentre ora la vedo deperire giorno dopo giorno.
Sento il ticchettio farsi feroce.
E sento che forse sto odiando questo tempo infido.
La mia vita è un disgregarsi,mattoncino dopo mattoncino.

[ci sarà tempo per i rimpianti?…i rimorsi?…valige stipate nell’anima]

Vorrei non avere la fragilità di quelle margherite di campo.
Calpestata dalle parole di chi dice di conoscermi,ma che in fondo si ferma alle solite apparenze.
Non vorrei dita sporche d’inettitudine a raccogliermi.
La vita è un macello,carne appesa davanti a sguardi atroci e beffardi.
Sono anch’io appesa lì mortificatamente appesa.
Mentre sento il sangue defluire come le lacrime che verso.

[è un lusso il futuro]

Vertigine scomposta

Pubblicato: 18 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Nel mio ventre ho
spire scomposte
di parole in fila
 
come collane da stringere a cappio
in vertigini di nuvole
arroventate
 
distorti anatemi
scrocchiano sulla lingua
e in humus mi mutano lenti

Dream#1

Pubblicato: 6 maggio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
Tag:, ,

Mescolo liquidi
selvaggiamente futili

sogno prati di girasoli
e meli

e mi fermerei
sospesa

mentre mastico
una stella

lui, il mio poeta

Pubblicato: 23 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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legge e intinge

l’aria del liriodendro

con vento di giunco

 

dove le foglie al nodo

tendono il pudore

l’incavo si piega alla voce

 

e ti ascolto, aprire le braccia

in infiorescenze

istoriate d’acquaforte sul rame

fiumi nelle mani, groviglio le anse

scavano e si slanciano d’arancio

in giallo-verde

stremano un altro cielo s-chiuso

nelle palpebre dei versi, scivolano gli occhi

silenziosi a sfiorare la mia gola

 

goccia, goccia