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Plop

Pubblicato: 20 dicembre 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Il bambino era nascosto sotto la scala esterna, in quel piccolo andito scuro che si veniva a creare, riparato dal vento e dal sole. Rideva con gli occhi sopraffatto dalla gioia di quell’intrattenersi infantile, solo un poco oltre la soglia del lecito. Solo un poco in più, che fosse eccitante.
Sentiva la voce che lo chiamava: – Alessio, Alessio dai, vieni fuori -. I piedi fremevano. C’era la voglia di correre, di farsi vedere ma si costringeva a rimanere fermo. Nella testa l’immagine di ciò che sarebbe venuto. Di tutto quello che sarebbe stato. Il futuro.
Un futuro molto prossimo di lui che balzava felino proprio davanti a Sara, prima che voltasse l’angolo. Lo spavento e subito le risa. La gioia. Piccola ma dura. Inattaccabile. (altro…)
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Dario di un vampiro

Pubblicato: 6 maggio 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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In treno, fuori le mura di Praga – maggio 1949

Sono di nuovo in viaggio. Ho lasciato Praga dopo averla solo carezzata ma mi stanno di nuovo alle calcagna. Mi spiace, mi spiace molto non esservi rimasto più a lungo. L’ho sentita mia fin dal primo momento e cercherò di tornarci se sarà possibile.

Nei giorni scorsi passeggiavo per le strade, guardandomi attorno, e tutto era un fremito che mi scorreva sotto i polpastrelli. L’odore del sangue delle giovani praghesi era onnipresente, come se l’avessi già sulla lingua. Provavo la sensazione di una certa “familiarità” con tutto quello che incontravo, come se quella città mi appartenesse da lungo tempo, da prima ancora della mia morte-rinascita.
Ma quella che bramavo essere una lunga vacanza, un sospiro rappreso nel tempo da godere a lungo, si è invece rivelata una delusione. Loro mi hanno trovato. Non so come abbiano fatto, quali piste abbiano seguito per giungere fino a me, ma ora devo fuggire. Non è ancora il mio tempo e non posso affrontarli da solo.
Peccato! Se avessi saputo che la mia permanenza sarebbe stata così breve avrei centellinato ogni secondo, quando invece ho scialacquato ore intere oziando dietro la finestra dell’appartamento preso in affitto. Volevo aspettare. Far salire la sete fino a non potermi più trattenere e solo allora, solo nel momento di massimo desiderio, lasciare al mio corpo la libertà del vento, scivolare furtivo sui tetti, ridere dell’ingenua benevolenza della luna e possedere quei brandelli di vita che la gente crede ancora propri; come se ci fosse ancora qualcosa da difendere. Da preservare, da negare a me.
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Lo spazio libero

Pubblicato: 29 aprile 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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Non ho idea di quanto sia vasto questo zoo. Conosco solo il mio angolo e quel che mi passa davanti. Se provo a uscire dalla gabbia attivano i firewall ed in qualche modo mi fanno provare dolore. Non che me ne importi davvero, comunque, perché anche all’interno della gabbia ho tutto lo spazio che voglio: posso selezionare fino a mille scenari diversi e spostarmi entro uno spazio di leghe e leghe in ogni direzione. La mia più che altro è curiosità. Che fine fanno quegli strani esseri bipedi e rozzi quando escono di qui? Scompaiono in un lampo di colore e basta?
Alcuni dicono che esiste anche uno spazio diverso. Reale, lo abbiamo sentito chiamare dai bipedi. Ma forse sono solo voci, dei bipedi c’è poco da fidarsi. (altro…)

Amore muto

Pubblicato: 25 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Tolsi il grembiule, raccolsi i capelli, arrivai sul loggiato correndo. Mi bloccai carica di sconcerto di fronte a quel signore che urlava il mio nome.
Ma che voleva, farsi ammazzare? C’erano tre guardie sotto i portici, soldati semplici che lo guardavano stupiti. Per fortuna sua sembravano incerti sul da farsi cosi mi nascosi dietro ad una colonna e mi misi a fargli cenni fin quando non mi vide. Portai il dito di fronte alle labbra. Silenzio, silenzio per l’amor del cielo, implorai con gli occhi. Il colonnello non era nell’abbazia altrimenti lo avrebbe già fatto arrestare e, probabilmente, fucilare.
Lui, quando s’accorse della mia presenza, si zittì all’istante e prese a fissarmi con occhi assetati. Lo avevo già visto, al mercato e anche in chiesa e poi ancora per le strade, quando quegli occhi spuntavano chissà come tra la folla che mi insultava mentre passavo nella macchina del colonnello. Li avevo notati subito quegli occhi, così intensi, e non solo perché erano forse gli unici a non mostrarmi odio, o invidia, ma perché nel modo in cui mi guardavano, osservavano, spogliavano c’era un sapore diverso e non la sensazione di sabbia sotto la lingua che mi riempiva di vergogna quando stavo accanto al gerarca.
Eppure, in quel momento fossi stata nuda, li sotto le arcate dell’abbazia che davano sulla piazza, mi sarei sentita meno spogliata tanto quegli occhi mi ricordavano chi ero: una sporca sgualdrina venduta ai tedeschi.
La gente aveva smesso di additarlo ed anche le guardie sembravano ora intente a parlare d’altro, solo io continuavo a fissarlo, i miei occhi nei suoi ed i suoi nei miei, un dialogo muto.

– vattene, ti ucciderà se ti trova qui quando torna.
– non me ne andrò – non c’era dubbio che dicesse questo anche senza muovere le labbra.
– pazzo, pazzo, pazzo. – erano le mie lacrime a dirlo. – pazzo, ma anche – ti amo – e non avrei voluto dirlo, così in quel modo, entro quel silenzio, perché già sapevo che tutto ciò avrebbe significato la sua morte.

*

La guerra non è cosa che si addica ad una donna, è sporca, è stupida, è violenta. Ma in quegli anni la vita non guardava in faccia nessuno, arrivava di notte come un ladro nell’ombra e si portava via quel che avevi.
La guerra è una cosa dolorosa e questo sì, va bene per una donna, lo può sopportare, lo ha sempre fatto.

Il colonnello era arrivato un mese prima col suo seguito personale di segretari e corpi speciali, dovevano presenziare ad una riunione segretissima, ma questo lo venni a sapere dopo. Si installò subito nell’abbazia dove io mi ero rifugiata dopo l’8 settembre con mio marito Giuseppe. Le strade della città non erano il posto migliore per un ex-capo del partito fascista.
Quando arrivarono i Tedeschi, non erano passati che pochi giorni, mio marito si senti nuovamente sicuro. Quando poi il colonnello lo volle mandare lontano col compito di riunire i maggiori esponenti fascisti rimasti in Italia, se ne sentì addirittura fiero. In realtà il colonnello guardava me mentre impartiva gli ordini. Mi sorrideva, probabilmente con in testa ben chiara l’immagine di Giuseppe già morto in un pozza di sangue.
Lo rividi un ultima volta soltanto, ma era già morto, che penzolava da una fune condividendo la sorte di Mussolini. Dei bambini gli tiravano sassi e lo facevano dondolare per gioco. Ma questo fu tempo dopo, quando anche il colonnello era già polvere tra la polvere, come il mio cuore.
Appena Giuseppe partì il Colonnello mi prese sotto la sua ala, ero ancora bella, piacente, e mi mostrai ben disposta verso di lui perché era la mia sola speranza. Si divertì con me i primi giorni, trattandomi come una cagna, prima chiamandomi a sé e poi gettandomi via, mostrando il suo disprezzo per me e per quel marito imbecille che si era fatto mandare a morte credendosi un eroe.
Non me ne importava nulla, era la guerra mi dicevo, e se volevo vivere dovevo essere quello che al colonnello piaceva che fossi. Non era ributtante, anzi era un bell’uomo e non mi sembrava così disumano come si raccontava in giro, solo molto pericoloso.
Continuava a scusarsi con i frati per il disturbo, così diceva, e poi li rassicurava che entro poche settimane sarebbero tornati alla loro casta vita di devozione al signore.
Ogni giorno spariva per svariate ore, poi la sera tornava e se era dell’umore adatto mi chiamava a sé per divertirsi. Le cose cambiarono in fretta, però, le notizie dal fronte non lo soddisfacevano ed il suo umore era sempre più cupo. Spesso non mi toccava neppure, allora gli bastava guardarmi e compatirmi, sentire che ero sua ma non nel modo in cui lo è un’amante, sarebbe stato banale per lui, no, dovevo essere sua come lo sarebbe stata una bestia. Stoltamente sua, fedelmente sua, istintivamente sua.
Cercai di fingere meglio che potevo, assecondare quello che credevo essere solo uno stato umorale ma per lui non era abbastanza e dopo qualche giorno iniziò ad essere più duro. La sua vera natura emerse dalle acque torbide in cui mi aveva sommerso. Quando ero nelle sue stanze mi strappava l’amore o mi percuoteva a sangue con la stessa facilità con cui ci si gratta il naso e allora divenni sua, davvero sua, come voleva. Gli bastarono pochi giorni.
Dico questo non per difendermi o sminuire la mia colpa di traditrice, ma per farvi capire che tipo di persona fosse: tanto bonaria e banale in superficie quanto sanguinaria e perversa appena le si dava il tempo di far trasudare la sua vera natura da sotto la crosta. Una crosta molto sottile in verità.

Fu in quei giorni che venni a sapere a che tipo di riunione segretissima doveva partecipare. Capii tante altre cose e l’orrore che mi fecero non è descrivibile perché non potevo condividerlo. Gli altri, là fuori, non sapevano, sospettavano certo ma non sapevano davvero cosa succedesse. Termini come questione ebraica, gas, campo di concentramento continuavano a ripetersi tra lui e gli altri gerarchi. La guerra stava volgendo male e tutti erano ansiosi di velocizzare la tanto agognata Endlösung. Da principio non capivo bene, poi a furia di rubar parole qui e là mi resi conto di che razza di “soluzione” parlavano.
Sembrava che usassero un codice ma era talmente ovvio quello che si celava dietro i loro sorrisi sghembi che quelle parole epurate erano ancor più crudeli.
Sentii dei numeri. Quasi svenni. Parlavano di milioni di corpi, non persone ma corpi, oggetti, da sotterrare o bruciare il più rapidamente possibile.
La mia non era più neppure vergogna, vagavo per i corridoi dell’abbazia fin quando non mi chiamava ed allora mi presentavo a lui ed anche io ero solo un corpo. Una persona no di certo, come avrei potuto esserlo?
Mi resi conto che tanto valeva morire. Ero in macchina con lui, un pomeriggio invernale ma pieno di sole. Guardavo fuori dal finestrino della macchina come una cieca mentre il colonnello mi toccava tra le cosce. Il mio sesso era arido e mi doleva al tocco dei suoi guanti di pelle. Nulla aveva più significato e la morte mi si presentò come unica possibilità, non si trattò neppure di una decisione perché altre scelte non c’erano, altre possibili scelte non avrebbero significato nulla.
Poi vidi quegli occhi.
Erano apparsi tra la gente senza motivo e senza motivo, o perlomeno per un motivo che non capivo, mi guardavano in maniera diversa. Li incrociai per qualche attimo e tanto mi bastò per riscoprire in me una goccia diluita di umanità, un sospiro di curiosità che avrei invece dovuto ricacciare indietro e mai più pensarci. Ma mi sembro tanto incredibile allora che la mia natura umana, che il mio essere donna, provasse a riemergere ancora, nonostante tutto. Mi aggrappai a quegli occhi con le unghie di un’anima ferita e quando li rividi il giorno dopo in chiesa avvampai. La domestica che mi seguiva credette che stessi male e mi passò il ventaglio per farmi aria.
Col passare dei giorni imparai a riconoscerne il viso ed i tratti. Era un signore di qualche anno più anziano di me. Una barbetta rada gli ricopriva il mento accennando qualche pelo bianco tra gli altri neri come la china, gli zigomi erano marcati e le guance molto magre. I capelli ricci, quasi sempre scarmigliati, gli ricadevano sul volto passando come un’ombra sopra gli occhi, come un segno d’interpunzione tra i nostri dialoghi silenziosi.
Non disse mai una parola, mai. Poi scomparve.
La situazione della guerra appariva sempre più critica e il colonnello aveva posticipato la partenza più volte, continuava a parlare e discutere, spesso riceveva telefonate dalla Germania e sputava in tedesco nella cornetta per ore. Io fuggivo da lui ogni momento e cominciai a frequentare le cucine dell’abbazia per non pensare a nulla. I miei propositi di suicidio erano morti quel pomeriggio in cui l’aridità del mio sesso si era contrapposta al fiume in piena scaturito dai miei occhi, ed anche quando poi il mio signore misterioso scomparve non ebbi più quel pensiero. Mi facevo bastare la mia non vita per quello che era, rimiravo la lama lucida dei coltelli nella cucina ma poi la usavo per tagliare qualche verdura invece dei miei polsi. La scintilla di vita che mi aveva colto non riusciva a sopirsi nuovamente ed anche se era ormai tramutata nella disperazione dell’abbandono era comunque altra cosa rispetto alla totale aridità di prima, prima di lui.

*

Un pomeriggio sentii urlare il mio nome a squarciagola, era una voce profonda ed esasperata che proveniva da oltre le mura, giù dalla piazza sulla quale si affacciava il loggione. Ero in cucina, tolsi il grembiule, raccolsi i capelli e mi misi a correre. Sapevo che era lui, che era tornato e sentivo anche, come un peso opprimente sul petto, che era la fine.
Non sapevo ancora come sarebbe avvenuto ma quel suo gesto era la firma di una condanna. Raggiunsi le arcate e quando mi nascosi dietro la colonna mi resi conto di quanto enorme fosse quel suo amore mai detto e di come ora mi chiamasse a gran voce, si aprisse al vento, lasciandosi trasportare in alto ma già pronto a cadere. Era per me, ed io col solo fatto di esistere lo stavo mandando a morte. Il pensiero mi colse improvviso: silenzio silenzio gridai con le lacrime degli occhi, non fare il pazzo ti ucciderà.
Lui, alla fine, rimase in silenzio, e come sempre, senza voce mi parlò.

– Amore, in una terra di sconforto – mi disse – forse non è possibile, eppure io ti amo. Amore in questa vita dominata dalla morte, non è possibile, eppure io ti amo, amore dilaniato dall’onta e dal tradimento non è possibile eppure io ti amo!

E quando gli risposi che lo amavo anche io, perché non seppi mentire, l’ultima lacrima che mi rimaneva cadde per terra con l’improbo compito di provare a mitigarne l’arsura. Una goccia sola per irrigare il mondo. Che follia.
Dirgli il mio amore fu il mio unico e vero tradimento.
Lui si voltò e se ne andò, credo felice. Non lo rividi mai più.

Dopo tre sere il colonnello mi chiamò a se e mi comunicò che quel signore si chiamava Fausto. Solo questo, poi mi caricò su una macchina e mi spedì da qualche parte nelle campagne della Baviera. Così non morirai, mi disse ridendo.
– No, mia cara, tu non morirai. Morirò io, morirà quel Fausto come è morto quel vile di tuo marito, moriranno tutti! Tutti! Ma tu no, e sai perché? perché io lo voglio!

E intanto rideva, rideva, rideva.

Zani Ettore – Gennaio 2008

I Panotti, storia di un passato imperfetto

Pubblicato: 19 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Alla fine c’era sempre la piramide umana, voglio dire, non che fosse un numero di gran classe, di solito c’erano i trapezisti oppure un gran finale con tutti gli acrobati e i clown, in mezzo a tutte le luci, i fuochi e le giostre colorate, che giravano per il palco rotondo fischiando e facendo un gran baccano. Ecco, di solito era così il circo, un gran ballare, cantare, urlare anche. Di tutto e di più. Ma quel circo, quello in particolare, per cui non pensatene altri che tanto non sarebbero la stessa cosa, quello, esattamente quello, finiva con la piramide umana. Non era certo una stupidaggine, quella piramide era ormai diventata famosa girando in lungo e in largo per città e paesi in tutti gli stati, ed era la piramide umana dei fratelli Panotti. Cavoli sì, i Panotti.
La loro non era una semplice piramide, era una stella a volte, un intera via lattea che riempiva il tendone di muscoli e tendini estesi per lo sforzo, che cagavano l’anima avresti detto a vederli. Oppure un grattacielo, una nave, un albero di Natale, con tanto di luci, come in quell’inverno, era il ‘37 se non ricordo male, sì proprio il ‘37 e quei coglioni dei fratelli Panotti erano entrati in scena tutti incalzamagliati in stupide tutine verdi con in bocca delle grosse palline di natale, come quelle che tutti appendiamo agli abeti dentro casa. Proprio così, e si erano accatastati con ordine e passione nel più bell’albero di Natale che avessi mai visto. Ero giovane allora ma anche adesso di alberi come quello del ‘37, quello dei fratelli Panotti, non ne ho più visti.
Beh, il passato… abbiamo un gran bel dire che il passato è sempre più bello, che c’erano meno tasse e che la città era meno schifosa, che il presidente era più umano e che il gelato era più buono. Ed in fondo è anche un po’ vero, lo era almeno prima di quella puttanata, la guerra voglio dire, un enorme puttanata capitata tra capo e collo a tutti quanti. Prima sei li che cammini per la strada tutto bello tranquillo e poi ti capita quella cosa, quella gran cacata di piccione che è la guerra e che ti casca in testa da trecento metri con vento contrario. Impossibile? No, la guerra sembra sempre una stupidata, una cosa impossibile ed invece eccola li, che ci scivoli sopra perché non l’avevi vista.
Ma lasciamo perdere la guerra che con i fratelli Panotti non c’entra molto a dire il vero, c’entra con il passato e questo c’entra con i Panotti, ma così il discorso s’allunga e non è il caso.
Loro, i Fratelli, i Brothers, erano venuti dall’Italia e a dire il vero non erano proprio fratelli; ci mancherebbe, in sedici è dura. Erano un po’ di tutto. (altro…)

La sera in cui la luna cadde nel fiume

Pubblicato: 11 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Eravamo in due, cioè eravamo io e Lucille. Si gattonava dalle parti del fiume di sera tardi, non ricordo bene.
Era da un pezzo che continuavamo a parlare della solita cosa, almeno da tre o quattro incontri. Alla fine si arrivava sempre a quel discorso, ci si girava attorno per un po’ ma le parole si magnetizzavano sempre allo stesso modo, i pensieri cominciavano a vacillare, attratti dal solito centro di gravità, ed infine sprofondavano. Così, anche quella sera le cose presero la solita piega.
Il lungofiume scorreva sulla destra, in direzione dell’attracco per i rimorchi delle chiatte. Si trattava di una strada sgangherata che nessuno usava più da quando l’interstatale sette era stata completata. Io e lei camminavamo stretti l’uno accanto all’altra, quasi incastrati muovendo i passi a ritmo per non intralciarci, di tanto in tanto ci sbaciucchiavamo un poco; si era anche sbronzi, non ricordo di quanti bicchieri ma qualcosa in più del solito. Quattro o cinque giri. Vodka e succo d’arancia.
Fammi uno screw driver, urlava Lucille al barista e quello obbediva ogni volta. Ci godeva a vederla ubriaca, il bastardo, perché Lucille perdeva il senso del decoro e diceva cose oscene, parolacce. Anche io mi ubriacavo e non la tenevo a bada, anzi le davo corda. Sapevamo entrambi che più tardi avremmo ripreso il discorso ed allora bevevamo per prepararci ad affrontarlo.
Arrivati ad una certa altezza si scendeva da una scalinata stretta che portava ad uno spiazzo direttamente sul fiume. Un porticciolo in miniatura per qualche barca di pescatori. L’acqua sciabordava mansueta come si vede nei film romantici, solo più nera. Continuammo a toccarci ancora un poco e baciarci. Lucille sembrava averne voglia ma io non me la sentivo molto a dire il vero. Era freddo e la sera non era quella giusta. C’era qualcosa nelle nuvole che non mi piaceva: erano basse e si muovevano veloci. Ricordo di aver guardato su, mentre ci carezzavamo, e di aver pensato – per una attimo, uno solo – che la luna si stesse muovendo velocissima e dovesse cadere nel fiume. Erano le nuvole invece a scivolarle sotto la pancia, trainate dal vento, che sopra l’altezza delle case soffiava più forte. L’effetto ottico però era quello: della luna che si muoveva veloce, quasi avesse voglia di tuffarsi.
Poi Lucille mi domandò se avrei avuto il coraggio. Io feci finta di nulla, per un po’, ma lei insisté domandando ancora: “allora c’è l’avresti il coraggio di ammazzarmi se te lo chiedessi, sì o no?”.
“Certo che lo avrei”, le risposi. Ero infastidito.
“Fallo!”.
“Cosa? Dai non dire sciocchezze… perché dovrei ucciderti?”, la guardai negli occhi, “perché proprio ora intendo, perché non domani o domani l’altro o che ne so, dopo.”
“Perché te lo chiedo”, mi fece con calma, negli occhi le brillavano lucciole di sicurezza.
Mi guardai la punta delle scarpe, poi provai a baciarla di nuovo. Le infilai la mano sotto la maglia e tastai l’ombelico. Sentii un brivido di freddo percorrerle la pancia.
“Hai detto che lo faresti no? Perché mi ami e faresti ogni cosa per me”.
“Si l’ho detto” ma continuavo a muovermi là sotto; cercavo di arrivare al seno e di stringerlo forte, che non mi sfuggisse. Prestavo poca attenzione alle parole perché volevo chiudere quella storia. Ero stufo di parlare di morte. D’un tratto mi era venuta voglia di farlo. Proprio lì, proprio ai bordi di quel fiume nero che sembrava l’anima di un condannato e ci viaggiava accanto, diretta verso dio solo sa quale inferno. Ma lei mi disse di smetterla.
“Ho freddo”, tremò fra le labbra. Allora io mi tolsi la giacchetta che indossavo. Era abbastanza leggera comunque, e la infilai sulle sue spalle cercando di scusarmi con gli occhi perché sapevo che non avrebbe fatto granché.
“Non importa” sembrò leggermi nel pensiero, poi aggiunse: “tanto non ho voglia di morire”.
Riprendemmo la strada e ci dirigemmo verso casa. Una chiatta ci stava passando accanto proprio in quel momento, trainata dal suo rimorchio verso la bocca di un inferno qualunque.

Zani Ettore – Gennaio 2005

La ventiseiesima morte

Pubblicato: 3 febbraio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Dovrebbe esserci la notte, là fuori, oltre la finestra, dove le tende sporche si mischiano al fumo delle sigarette nel grigio più intenso che si possa immaginare. Ma che importa. Le due persone stese sul divano non se lo ricordano più.

Una, quella con la gamba rigirata ed il piede infilato sotto la coscia, quella che si dondola e vorresti dirgli di smetterla, sembra un cucciolo che si ciuccia il pollice. Si chiama Steve e viene da un posto tra il quartiere portoricano e quello indi. Veste della roba in stile Are Krishna che gli scivola addosso come acqua sporca. Una tunica larga poco adatta a coprire le impudicizie.
Il suo compare lo guarda, di tanto in tanto, con una punta di commiserazione malcelata. Si tratta di Ghigo, uno spagnolo trapiantato nella city. Ex artista di strada, ex spacciatore di crak, ex carcerato con tanto di numero tatuato sul braccio. Un po’ ex di tutto, ed un po’ di niente perché niente gli è mai durato abbastanza. Almeno fino a quando ha scoperto la nuova via. È vestito con una giacchetta di pelle nera e degli stivali a punta. Lucido dalla testa ai piedi, gli occhi neri e profondi delle lenti da sole al posto di quelli veri, un po’ acquosi, che stanno nascosti.

– Ehi, quante volte hai detto che ti sei ammazzato tu? – Fa Steve, rompendo il silenzio.

– Venticinque.

– Cazzo.

Gli occhi di Steve si riempiono di puntini di sospensione per sottolineare la sua vera stima. Venticinque volte! Un record. Non ha mai conosciuto nessuno che lo abbia fatto venticinque volte! Lui stesso si è fermato a tre. Questa è la quarta.
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Nato da una sega

Pubblicato: 29 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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La prima volta che baciai una ragazza avevo quindici anni. A dire la verità fu lei a baciare me ma il risultato non cambia. Come si dice? Modificando l’ordine degli addendi la somma rimane invariata. Non è proprio la pura verità ma accontentiamoci di un’approssimazione. Poi, sarà pure banale, ma cavoli tutta quella lingua in bocca! Non c’ero mica abituato. Vi descriverò la scena, cosi avrete modo di comprendermi, ma prima un piccolo background conoscitivo.
Il mio nome è Alfonso (già da solo porta in se tutta la mia disgrazia; Ed è solo il nome), mio padre lavorava presso l’ATM come autista. Ora è pensionato ma le sue mansioni in casa non sono variate molto da allora: prima arrivava alle venti, mangiava la cena, guardava la tv, si toglieva la camicia e alzava il riscaldamento perché in canotta sentiva freddo. Adesso arriva alle venti, mangia la cena, esce alle ventuno con la tv quattro pollici in tasca e non si toglie la camicia perché fuori fa troppo freddo, però alza lo stesso il riscaldamento prima di andarsene. Sarà l’amore per le abitudini. Ah, dimenticavo: si chiama Fausto.
Mia madre invece, si chiama Egidia, ha alle spalle una lunga carriera come casalinga. È un asso del ferro da stiro e non ha rivali con la calzamaglia. Ha un pessimo rapporto con la tecnologia e ha imparato a memoria soltanto come far partire la lavatrice, ancora oggi però si spaventa quando comincia a centrifugare. Ha paura che scoppi dice, eppure non si fa problemi a fare il caffè con la grappa quando mio padre vuole ricordarsi dei bei tempi andati, quando da giovane faceva il maestro di sci nel suo paesello di montagna. La lavatrice non è mai scoppiata, la moca del caffè quattro volte; con relativa scorta di Foille in casa.
Ovviamente, come in ogni famigliola quasi borghese che si rispetti, in famiglia c’è anche una figlia, mia sorella maggiore (si chiama Giovanna ma la chiamiamo tutti Gege; non so perché) che a tredici anni, quando io ne avevo otto, si vestiva come madonna, quella di a letto con; a quindici era passata alla fase Dolores O’Riordan rischiando di soffocare nel mascara; a diciotto la mamma l’ha trovata svestita in casa e non era sola; adesso ne ha venticinque, si sta laureando e solo perché sta col suo ragazzo da addirittura sei mesi per tutti è diventata la santa della casa, ma a me non la da a bere.
Io invece mi vesto ancora come a otto anni, o quasi: scarpe da ginnastica, tanto anche se sudo non mi puzzano i piedi, pantaloni neri o bianchi, non mi so decidere, maglietta girocollo di una taglia sopra che tanto sono abbastanza magro. D’inverno felpa e d’estate maniche corte. Facile no?
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Anatomia di un mal di testa

Pubblicato: 17 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Il racconto dell’AleGab mi ha fatto tornare in mente questo pezzo che avevo scritto un po’ perdivertimento ed un po’ per ripassare neuroscienze ai tempi dell’università e mi son detto: perché no?
c’entra nulla ma si sa che la memoria si diverte a gettare ponti tra le cose 🙂

bai bai


ANATOMIA DI UN MAL DI TESTA


Oggi il mio mal di testa ha messo i tacchi.
Cammina circospetto lungo la scissura del Silvio e quella del Rolando pizzicandomi angoletti di corteccia col sorriso beffardo. S’è fermato a fare un picnic sul planum temporale ed il risultato è questo sgranocchiar pannocchie dentro le orecchie che sento da stamani. Si attacca come i pidocchi alle arteriole, il bastardo, e si lascia poi fluire, con il sangue, verso il lobo occipitale.
S’annida nella scissura calcarina e là incontra la luce, trasformata in potenziali d’azione, che giunge dai miei occhi e si fa densa, mentre percorre il nervo ottico, fino a diventare cioccolata nei nuclei della base. Dal genicolato parte una gittata di cemento che mi attraversa il cervello ed arriva là, dove l’attendono i pidocchi, a solleticarmi la nuca con delle badilate.
Il mio cervello è un cantiere in fermento, nel quale ogni operaio zuppo di birra fa il suo dovere con la mano chirurgica di un elefante e si riposa poi, trastullandosi nella propria obesità, appeso alle profondità buie del reticolo ascendente, che sale dal tronco encefalico come un torcicollo impazzito.
Sono un uomo chino su se stesso, la testa tra le ginocchia, appoggiato al pavimento malfermo del mio cranio su delle gambe malmesse. Questo è il mio cervello, che a guardarlo ha questa forma sofferente di uomo-uovo, annichilito da se stesso, senza il coraggio d’alzare la testa, che dovrebbe trovarsi da qualche parte tra le circonvoluzioni del lobo frontale eppure si nasconde, uomo-struzzo, per non affrontare la luce del ragionamento.
Col mal di testa che mi cammina sulla schiena dell’encefalo, ticchettando ogni passo con acustica perfidia, m’è impossibile prestare attenzione ai miei pensieri e resto fermo, cullando ogni secondo come fosse oro colato dalla bocca dell’inferno.
C’è tempesta nei ventricoli, ed il liquido cefalorachidiano che li riempie (solo a pensarne il nome mi s’acuisce il dolore) è turbolento come un martini shakerato. Sprizza fuori dal quarto ventricolo come un geyser d’acqua bollente e corre lungo la superficie del sistema nervoso, a proteggermi da tutto questo ballonzolare. Se non ci fosse lui, difensore pneumatico del mio cervello, sarei solo poltiglia annacquata dietro un paio di occhi vitrei. Galleggio invece nella scatola cranica come il tuorlo di un uovo e un po’ mi rilassa il pensarlo perché, invero, sono solo un uomo dentro un’incubatrice d’ossa e nulla più. Mi perdo in questo buio, cullato dalla dura madre, ed oltre a me non rimane altro che qualche crepa dismessa che scricchiola ogni tanto.
Da questa mia incubatrice vorrei guardare in alto, come dal fondo di un pozzo, per accertarmi che da qualche parte c’è davvero un crocicchio di fenditure, chiuso col tocco approssimativo d’una vecchia sarta. Una fontanella cucita da una mano tremolante che ha dimenticato l’ago; e pensare che oltre a questo buchetto sta tutto il resto del mondo dal quale, con la pigrizia del malato cronico, adesso mi nascondo.

Zani Ettore – Febbraio 2004

L'uomo di paglia

Pubblicato: 14 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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Gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive, gli oggetti non parlano, non camminano, non ricordano al posto nostro. Gli oggetti non dovrebbero spaventare e neppure ispirare un gran ché di sentimento, sono solo insignificanti propaggini della parte inanimata di questo mondo; eppure, perché un eppure ve lo aspettavate, la vita non è concetto tanto facile da ammansire, come una bestia da soma recalcitrante ad essere cavalcata si ribella, ci stupisce facendo cose fuori dell’ordinario, contrarie alla ragione comune, e ci disarciona cogliendoci in fallo quando eravamo certi d’essere a un passo, uno solo, dalla conquista della verità. Ci sono giorni in cui anche degli oggetti si deve aver paura e ci sono momenti in cui la verità e la ragione non sono le stesse che abbiamo sempre creduto che fossero.

Tornavo a casa ed era sera, una di quelle sere assolutamente comuni, sapete, quelle in cui il sole scivola languido dietro le colline ad ovest lambendo i comignoli della città, allungando le ombre fino a farle scomparire entro un buio più grande. Un buio famelico che dapprima ammorbidisce tutto: le forme e i colori dei palazzi, il cipiglio deciso dei passanti diretti a casa, il profilo sfilacciato degli alberi ai lati delle strade, e poi, inaspettato divora. Cala sulla città improvviso e tappezza di nero… ma questa è la notte ed ancora non era così tardi.

Giunto al civico venti alzai lo sguardo e salutai, aggrottando un ciglio, il portone di casa mia. Aspettavo con ansia il momento di togliere pastrano e guanti, appoggiare il bastone nel suo angolo e dirigermi veloce al camino, dove avrei trovato la legna già pronta, affastellata con cura dalla mia domestica e un fiammifero in terra per dare la fiamma. Rosemary era un’anziana signora che da un decennio ormai prestava servizio in casa mia, da quando avevo deciso di abbandonare le agiatezze della dimora di famiglia, appena discosta da Piccadilly, e trasferirmi nella più lontana Camden Town. Allora credevo di essermi allontanato abbastanza da mio padre e mia madre ma la città aveva più fame di quanta ne avesse la mia gioventù ed in breve, coi primi rintocchi del novello secolo, mi ritrovai di nuovo inglobato nella città, raggiunto dai tram, dalle carrozze, dagli autobus trainati dai cavalli, intontito dallo stridore e dal fracasso, e soprattutto, cosa ancora peggiore per me, sul percorso diretto del tram che portava a Piccadilly.

Salii le scale con il cuore ingombro, venivo proprio dalla casa dei miei genitori che per l’ennesima volta avevano insistito per farmi tornare a casa, chiesto tra le lacrime e le minacce che riprendessi gli studi o che almeno accettasi il lavoro nella fabbrica di mio padre, che abbandonassi la vita indecente a cui mi ero votato ma le loro voci si erano semplicemente mischiate al folto coro che da qualche tempo albergava nella mia mente.

Uno, due, tre pianerottoli ed ero di fronte alla mia porta. Frugavo tra le tasche del pastrano alla ricerca delle chiavi quando sentii il rumore. Sembrava un rantolo, ma era sottile quanto la lama d’un coltello. Proveniva indubbiamente da dietro la porta del mio appartamento. Poggiai la guancia sul legno nel tentativo di sentire meglio. Si trattava di un sibilo che rauco andava e veniva, ricordava forse il respiro di un malato di tisi come ne avevo veduti qualche volta all’ospedale cittadino, quando ancora frequentavo i corsi per diventare medico. Ma c’era dell’altro in quel rumore, un qualcosa che non sapevo dire, qualcosa che per quanto mi sforzassi non riuscivo a riconoscere come umano. Indietreggiai di un passo domandandomi se non fosse il caso di scendere in strada e chiamare un poliziotto ma tosto mi riavvicinai all’uscio per sentire ancora se non mi fossi semplicemente sbagliato.

Silenzio.

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Via Jorge Amado

Pubblicato: 11 gennaio 2008 da The Cats Will Know in scrittura
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In via Jorge Amado il sole riempie la strada del suo strano sapore. Ogni mattina.

Sapore di alberi del cocco, di cacao, ma anche di profonda aridità. Come se sulla stessa striscia d’asfalto realmente convivano sia un angolo della rigogliosa Bahia, che la terra morta, arsa dalla siccità, del Sertao. Assieme, nello stesso momento.

Non solo. Perché via Jorge Amado ha lasciato al passato il semplice sapore del Brasile per rivestirsi, immersa nella nostalgia, dei sapori del Mediterraneo, e del mare della Cina anche; e dell’oceano Indiano.

È una via povera perché è solo nell’indigenza che certi sapori si possono mescolare ad un tal modo, ed il risultato si tinge di magia come di tragedia.

 

Nell’angolo più lontano, a sud, verso la piazzetta, il profumo d’incenso è l’unico abitante che non dorme mai. Il baracchino di “Rabì” è talmente pregno del proprio sudore acre che continua sempre a salutare gli avventori.

Anche di notte, anche quando gli avventori in realtà dormono più o meno contenti nei propri letti, il profumo d’incenso è la parola ciao che col suo accento indiano non muore mai, come la speranza, e semplicemente aspetta il sole quando è notte e la luna quando è giorno.

Alle otto si alzano le serrande del panettiere che, già stanco per aver infornato tutta notte, lascia alla sua vetrina il compito di parlare alla strada. “Sveglia tutti”, dice, “Sveglia pelandroni, aprite le narici non sentite l’odore del mio pane?”.

La prima a rispondere al richiamo è la coreana, una piccola donna di nome Arim che da dieci anni fa le pulizie negli androni dei palazzi. Entra nel negozio già borbottando, nel suo accento da bambina, che vuole due brioches, ed il panettiere anche se non capisce un acca, gliele porge distratto, pensando al tempo.

A questo punto la via è costellata di paia d’occhi che la scrutano, quelle dei bambini che vanno a scuola e quelle degli adulti, che come il panettiere guardano in su per decifrare i segni del cielo.

Il giovane Fernando, Ana, Diego e Giselle escono dalla porta già bisticciando e smettono solo per sgridare assieme Jean come al solito in ritardo. Il ragazzo lavora col panettiere e ha negli occhi solo la voglia di dormire, ma subisce i rimproveri degli amici con noncuranza perché sogna già le comodità di un banco come letto e di un libro come cuscino.

 

Gli occhi sono tanti, molti di più di quanti ne potrei raccontare, molti non hanno nome per me e di molti so che hanno pianto stanotte. Altri lottano ancora con palpebre zuppe di birra, oppure si fanno stropicciare come gatti che fanno le fusa, oppure ancora, rimangono chiusi incuranti della sveglia.

 

La verità è che ogni via in città sembra uguale alle altre, in periferia almeno, e Jorge Amado rispecchia la media. Eppure, quello che si cela agli occhi lo colgono Naso ed Orecchie, perché anche questa è la verità ed ogni mattina mi posso divertire ad annusare ed ascoltare la moltitudine di piccolezze che mi fanno riconoscere questa via come “casa”, come entità conosciuta e cosa più importante, amata.

Non solo l’incenso di “rabì”, il profumo del pane, l’accento di Arim o i rimbrotti dei ragazzi… non solo l’aroma del kebab che verso mezzogiorno incendia la strada, o il sapore secco della lavanderia accanto al mio negozio; e neppure le urla della mia stessa vetrina, che canta il fresco di un buon dopobarba o di uno shampoo ai frutti, e chiacchiera, chiacchiera sempre il cik ciak delle forbici. Perché il mio mestiere in realtà è quello del consulente; chi vuole si stende sulla mia poltrona e mi parla come ad un amico.

Non è solo tutto questo, dicevo, che mi svela la piccola magia di sentire l’entità “casa” sotto ai piedi, mentre percorro la via. È tanto di più e non ha solo sapore o solo odore.

Per me, italiano e brasiliano ad un tempo, per me che dovrei avere tanta confusione in testa, prima andato e poi tornato; ma anche per i tanti altri immigrati che vivono qui, l’entità casa è un atmosfera di mescolanze e di ricordi, di sapori, odori, rumori ed emozioni, infine.

Sono le anime dei sogni che chiamiamo casa, quelle che è tanto facile scordare ma che basta poco a far rivivere, perché non muoiono, si addormentano solo, negli angolini della mente e poi, quando tornano in superficie, ci permettono ancora di credere, che anche in una semplice via come Jorge Amado, possa sempre succedere di tutto.

 

Zani Ettore – Ottobre 2003