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Ad una Venere Virtuale

Pubblicato: 3 dicembre 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Ad una Venere virtuale
ovvero
La sexy pin-up del web
 
Che tu faccia dell’eros un campo di battaglia o
mascherata per sparuti spettatori
ciò che resta dopo una tua scopata
è un doppio clic di mouse sul tappetino.
Sei finto glamour,
accademica vertigine
di giochi sadomaso da copione.
Metamorfico animale di voglie e frustrazioni.
assisa sulla tua carne di un bianco vomitato,
 annaspi, fra immagini e parole,
in punta di lingua e sfioramenti di tastiera,
arroventando i sensi ingordi
di chi non vede come tu stia acciambellata
su rotoli di ciccia putrefatti d’inquietudine.
Tu che hai un’anima dove dimora
la stolida furbizia contadina
 trucchi il tuo sedere
e fai della tua bocca
regno di oscenità e spermatozoi.
Diventi così Venere Virtuale,
pantomina incorniciata da pixel infuocati
mistificata da byte e ritocchi
qua e là,
di photoshop
che ti rendono di soavità e grazia vestita,
e ti incoronano
Regina
del virtual-porno-sex-post-decadente.
 
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[Ho chiuso gli argini
decimando le vene
contandole a cantilena

cadenze taglienti

ritmico fiotto
come di dita sottocute

Non tremo per la fine
tremo silente per ciò
che mi resta dell’oggi

respiro celato

cellophane d’alta classe
con buchi d’emozione

Ho accarezzato la pelle
leccato il suo sale
inghiottito lo sperma prolifico

in carezze di niente

Quando tutto finì
struccai il destino
e mi trasformai

rinnegando il passato
annientai le curvature dell’essere]

Sento la pelle raffreddarsi in attimi spiccioli.
Quando vedi i brividi scendere nell’anima e sfibrarti.
Mi lacera sentirne il male allinearsi nelle vene e pompare come nulla fosse.
Rabbiosamente mi cimento nelle costruzioni edili dei miei sogni.
Mattoncino dopo mattoncino.
Leccando e smussando le parti in eccesso.
Ma non costruisco nulla,annullo solo il futuro mandandomi in bestia da sola.

[credi sia malattia?…questo cibarsi di anima in altalena continua?]

L’emozione migliore la vivo sorridendo con i ricordi felici.
Di quando l’infanzia era una costruzione continua.
Mi vedo da piccola,a correre senza tregua alcuna fra le braccia di una madre sana.
Mentre ora la vedo deperire giorno dopo giorno.
Sento il ticchettio farsi feroce.
E sento che forse sto odiando questo tempo infido.
La mia vita è un disgregarsi,mattoncino dopo mattoncino.

[ci sarà tempo per i rimpianti?…i rimorsi?…valige stipate nell’anima]

Vorrei non avere la fragilità di quelle margherite di campo.
Calpestata dalle parole di chi dice di conoscermi,ma che in fondo si ferma alle solite apparenze.
Non vorrei dita sporche d’inettitudine a raccogliermi.
La vita è un macello,carne appesa davanti a sguardi atroci e beffardi.
Sono anch’io appesa lì mortificatamente appesa.
Mentre sento il sangue defluire come le lacrime che verso.

[è un lusso il futuro]

Ancora mi preme distinguermi
dall’ostilità d’un origami spezzato.
Che il lauto pasto del sentire
s’afflosci a lato,
restino gli angoli buttati all’indietro
come criniere al vento,
se non possono le tenere carte di riso
infrangere un lieve destino
non certo l’anima frantumata dal
lungo collo mai potrà affiancarti,
se tu non mi parli,
fra i resti del silenzio
di quando giaceva al suolo
un sasso,
coperto di rose al
petalo smosso.

Per cena, la carcassa d'un amore

Pubblicato: 13 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Con la rabbia

d’una tigre bengalese

ho cercato

la giugulare del tuo amore

 

ed aspettato impaziente

passassero i rumori del traffico, l’ora di punta,

le ronde dei poliziotti di quartiere,

le extrasistole del mio sismografo

 

per poter finire, con calma,

il mio pasto.

Il tuo tono di voce non giunge gradito al mio orecchio:né la dolcezza del tatto, incline a carezze lascive,né il gusto né l’olfatto hanno alcun desiderio di essere invitati ad un festino dei sensi soltanto insieme a te;eppure le mie cinque facoltà, i miei sensi non sanno impedire al mio stupido cuore di esserti schiavo, di te che lasci intatta un’apparenza d’uomo destinato a servire il tuo cuore orgoglioso,e a rimanerti sempre misero vassallo .
( Shakespeare )

Alla signorina L. aveva sempre giovato un olfatto particolarmente acuto, che la metteva sempre al riparo dalle brutte sorprese. Aveva un’ossessione piu’ che carnale per il naso , o meglio i nasi , tanto che il senso delle varie forme e fisionomie esistenti , le regalavano piu’ impulsi di un tatto eclettico e ribelle. Non si faceva problemi ad ammettere poi che il senso che più di ogni altro l’aveva ossessionata nella sua vita , era proprio l’olfatto . Un buon olfatto – pensava- impiega mesi a formarsi. A volte anni; un’intera vita se è il caso. Si disegna all’inizio come il soffio di un vento leggero nello stomaco e inconsapevole dell’anima ; si nutre di allegrie insensate, di scatti di rabbia, di sguardi molesti, di noia e di inciampi; diventa solido, teso, a volte ribolle fino alla superficie, ma poi ritorna nel profondo. Attende. Non c’è qualcosa che lo tira fuori, quasi mai: è spontaneo, inevitabile; insensato, per i più. Travolge e spazza via incrostazioni d’immagini, urta, spinge, fa volare i cappelli dalle teste. Fa male, fa bene. La goliardia della vita tiene conto dell’olfatto , e di esso si era sempre servita per rinnegare o affermare la sua coscienza . Le sue contraddizioni esistenziali si sommavano sempre agli odori ricorrenti e tra loro alleati indissolubili la portavano sempre alla conoscenza. E Miky? Che razza di odore era quello che aveva addosso ? Quell’odore aveva come una tinta scura , la riportava a quello della sansa d’olio stantia e polverosa , un odore simile a quello delle soffitte umide in cui hai dimenticato da mesi resti di cibo di un fast food cinese . Eppure quel tanfo , cosi’ inverecondo, era terribilmente vivo da emanare segnali e bombardarla di innumerevoli stimoli . Gli occhi grandi e chari di Miky , brillanti e limpidi come acqua di fiume , fecero il resto . A quel punto l’olfatto , forse al solo scopo di proferirle un dono dopo tanti e dolorosi dinieghi , scomparve , lasciandola in balia di una nuova e mai assaporata liberta’. Per quanto disorientante fosse ,esistere senza quel senso primario , pensava ora che dell’olfatto , ne aveva fatto un cosi’ grande abuso , da averlo perso definitivamente . Era sempre stato come fare indigestione di odori e sapeva che prima o poi , le sarebbe toccato disintossicarsi . Sapeva inoltre che l’ipnosi regressiva in cui l’avrebbe portata la sua psicoterapeuta S . glielo avrebbe poi restituito in qualsiasi momento , cosi’ come era accaduto per il gusto , anch’esso scomparso dopo anni in cui aveva voluto sottoporsi ad un regime “ crudista “ , essendo nauseata violentemente dall’odore dei vapori dei cibi cotti.
Con il rimorso di avere ignorato per la prima volta le remore comportamentali dell’istinto , per lei coincidente in toto con l’olfatto , annego’ in una vasca di rimorsi inesorabili , curati pero’ scrupolosamente dall’amore Miky , e presto senti’ che il suo genio poteva altresi’ produrre grandi novita’ in quell’abbandono dall’odore rancido , ma cosi’ avvolgente .
– Non ho l’olfatto per apprezzare l’odore delle tue esalazioni – gli diceva , mentre accarezzava i suoi capelli biondi crespi e sporchi come paglia appena calpestata da una mandria di maiali.
– E’ che mi hai accettato – ribatteva – e poi ami essere lottizzata dalle mie eiaculazioni abusive.-
– Non puoi demolirmi nella vita si condona non si condanna.-
– L’equilibrio è una di quelle cose pensate apposta per essere perdute, buono per addomesticare le paure, ma non i desideri e il loro abisso. Danni e dannati vengono da lì, irreparabili untori di guasti e perdizioni, e un non so che misura il galleggiare straniato di tale deriva sconosciute all’olfatto –
– Cio’ che tu chiami deriva , e’ sempre stata la mia sponda sicura . Certi odori mi rassicurano , degli altri mi alterano mutando il mio umore . All’inizio ti ho odiato per il tuo odore , ma poi mi e’ entrato dentro e non l’ho piu’ sentito. –
– Le sponde sono quelle della casualità , la stessa che ti fa “riconoscere” qualcuno entrato improvvisamente nella tua vita attraverso la resa docile della serratura alla sua chiave. Càpita di aspettarla da sempre la creatura destinata a smarrirti. Non sai esattamente dove l’hai vista, e magari non l’hai vista mai. Però sapevi l’odore delle sue parole, selvatico, primitivo, riluttante eppure curioso di te, il primo senso esperito, il primo perduto . –
La signorina L. sentiva da giorni l’odore di quelle parole , e pur non riconoscendone l’essenza ne scorgeva un brio insolito e continuo . Le sembrava di essere evasa dal carcere dell’olfatto e da tutte le sue implicazioni di rigida selezione . Tuttavia era quello strano formicolio che avvertiva da giorni sulla pelle a renderla incerta e disorientata , un formicolio continuo che si trasformava spesso in bruciore da debellare ogni giorno con doccie fredde all’eucalipto e sfregamento violento delle unghie sulla pelle . Ed era stato proprio cosi’ , che un giorno graffiandosi sull’inguine , aveva scorto sotto lo smalto candido e forte delle unghie degli strani puntini neri . Pallini , grandi tanto quanto teste di spillo , apparentemente inerti . All’improvviso sbigottimento che ne derivo’ , all’incredulita’ e alle scariche elettriche dal gusto di una nera condanna , segui’ la verita’ formale fornitale dalla lampada alogena e da una lente di ingrandimento: ogni puntino aveva ben otto zampe .L’amore di Miky , era ora dislocato in chissa’ quale combinazione geometrica sul suo corpo ed adesso , urgeva solo scoprirne la mappa . Un impeto di rabbia , misto a disgusto ed odio l’aveva invasa . Ferma seminuda sul bordo della vasca da bagno pensava che queste erano state le conseguenze del tradimento del suo olfatto . La sua scomparsa l’aveva portata infatti a cedere alle lusinghe di un uomo di cui l’olfatto ne avrebbe decretato solo un inesorabile embargo emozionale . Pianse . Pianse disperata ed impaurita . Si senti’ solo pasto ematico di un grappolo di zecche feroci . E Miky? Si , anche lui . – L’ultimo atto della secolare contrapposizione uomo – bestia – penso’ , ed in quel momento la sua morbida pelle , bollente e sudata , ebbe una fresca e folle risata d’argento. D’altronde l’olfatto acuto di cui era sempre stata dotata , l’aveva spesso portata a paragonarsi ad un cane da fiuto . Le sembro’ allora in quell’istante , che quel bizzoso senso , fosse tornato all’improvviso e di soppiatto . Le regalo’ l’odore di una nebbia fitta misto a catrame . “ Non gettare la zecca estratta , bruciala “ – ricordo’ di aver letto da qualche parte .

Comparazione delle maddalene

Pubblicato: 1 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Non mi toccare maddalena,

che ora mi scorre vapore fra le dita

ed ho collocato la tua foto lontana

nel rispetto dell’editto di Saint – Cloud

 

non ti disturbare per i miei occhi feriti

da questo anticipo inquinato di primavera

che sfila sotto i portici bolognese

e risparmiami, se puoi, la tua

weltanschaung

difficile da pronunziare persino

dentro una poesia

 

prendimi solo la misura delle scarpe

per le prossime milonghe

e benedici

anziché cercar benedizione,

che il tuo ventre è ancora asciutto

e non sai imitare la postura delle madri

 

non toccarmi maddalena,

che non intendo danneggiare

la trabeazione del tuo tempio,

solo trovare un posto in ombra

per controllare gli addominali non più piatti

e la durezza delle anse intestinali,

prima d’uscire alla luce e ritornare

bersaglio dei cecchini,

prima dell’inevitabile persistenza

d’un sapore salino sulla pelle,

prima che il tardi si trasformi

in un codice binario

 

no, non mi toccare

anche se hai cambiato volto e nome,

che non posso trovarmi ancora

le vene spezzate per parole

che non riesco nemmeno a pronunziare,

che, come nel finale d’un brutto film,

mi sento finalmente orfano.

Titoli di coda

Pubblicato: 26 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Appena spento

il suono dei violini,

nell’aria rimane il ricordo

d’un do

ed il respiro d’un vecchio,

stomaco pieno d’aria

e camicia sporca di fernet,

intento a masturbarsi

mentre cerca nel doppio fondo del cuore

un’immagine di te

e sa già le strade

da solcare stasera,

sugo di tabacco sulle labbra,

in mano stretta una tua fotografia,

buona a provocare una bestemmia

che imbarazza la luna.

Non è la casa di bernarda alba

Pubblicato: 17 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Non è la casa di bernarda alba,

anche se le campane suonano

per santificare il mezzogiorno

ed una macchia blu tracima sul foglio

 

qui le cose sono state tutte dette

dall’’alfa al sampi

ed i muri trasudano umido color vinaccia

e ricordi prestati dalla strada

 

(ed anche tutte scritte per buona aggiunta

che non si sa più come chiamarti

e nel cortile non c’è più vladimiro ad aspettarmi)

 

no, non è proprio la casa di federico garcia

qui le stanze sfilano mute in un sonno non di mela

e quasi dispiace il suono sordo

di quest’età di mezzo

che controlla con costanza

la sufficiente erezione del sesso

e la buona tenuta della memoria

 

qui le finestre restano spalancate,

in attesa che la luce curva degli shrapnel

possa far annotare il risultato finale

di questa guerra dei trent’anni

(in fondo,un’unica vittima, non c’era bisogno

di sprecare così tante parole).

Sura della salvazione

Pubblicato: 13 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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In anticipo sulla preghiera della sera,

un crepuscolo azzurro cupo

nasconde il contorno avvizzito

di questi occhi modello mezza età

ed il pugno che stringe monete di speranza

in conio sconosciuto

 

perché ti cerco anche qui,

fra ricordi d’uccelli accucciati sui nilometri

e minareti elettrificati per accordarsi

alle sorti magnifiche (e progressive?)

di questo millennio

 

ti cerco per salvare me e non solo

 

che anche se sordo da anni,

ti offro i vestiti e le mani,

in cambio del mio udito nuovo

e d’un bisturi sicuro e preciso

 

scegli pure il tuo nome

dopo questa sura

ed anche un altro per me

 

se scivolerà indenne

questo venerdì dal numero indigesto,

m’unirò all’ultimo urlo del muezzin

che termina la preghiera della sera.

 

 

Venti anni dopo Robinson

Pubblicato: 7 marzo 2007 da The Cats Will Know in scrivere
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Ed ora, Robinson, che sono arrivati i barbari

e non avrei vergogna

a piantarti addosso una poesia?

 

niente più cornetti letterari a colare crema nella notte,

nihil sub sole novi

 

niente tradimenti (i miei) e pene d’amor perdute (le tue)

a separarci, ma solo terra e terra

 

[ fuggito nella marca dei montefeltro,

spiegò con inesattezza la vicina,

non comprendendo l’horror vacui nei miei occhi

ed il cattivo presagio delle nuvole bombardiere

in avvicinamento rapido alla città ]

 

bisognerebbe far presto, Robinson,

per non trovare buchi neri negli annali

 

prima che scompaiano i comunisti in velluto beige,

le donne ritrose a ballar stretto,

i vecchi soci d’affari

 

bisognerebbe far presto,

scambiarci di nuovo indirizzi e foto,

segnare con il gesso il ponte dell’accademia

 

perdonare quel che c’è da perdonare, amen

 

che qui, non vedi, ci hanno circondato i barbari,

qui viviamo in stanze con finestre troppo strette

per i tuoi chili (ancora cento?) e le mie malattie

un poco immaginarie,

qui hanno rubato anche l’inverno

e violentato donne che pensavamo nostre

 

ed allora, Robinson, ho pulito il giradischi ed il fucile

e t’aspetto alla curva delle scale

 

per appoggiarci ancora spalla a spalla,

gli occhi asciutti a scrutare dietro il tramonto.

 

                        (a Stefano, che sarebbe piaciuto a Celine)

 

[ROBINSON

 Non trovo più foglietti nelle tasche,

Robinson,

da quando sei andato via

portandoti dietro il diluvio,

lasciando tracce di bombe

nel cortile ed un disco,

che continua a suonare

una vecchia canzone

che non sai.

 1987 – Ed. Illibroitaliano 1999]

                 Stanco ancor prima di cominciare,
con un dolore all’ altezza delle scapole,
lì, dove una volta erano le ali

osservo i rimasugli di questa colazione,
ed annoto mentalmente il resoconto
dei disastri quotidiani,
mentre con la mano allontano il fumo
e penso che non posso, I can’t, ich kahn nicht,
essere una macchina d’ossa da guerra e
continuare ad avere negli occhi
le strie di sangue che avanzano dal televisore,

                che sarà pure una primavera invincibile,
ma odora di fango e cordite

                e non è in vista nessuna madonna del pozzo,
né aleggia nella testa il ricordo di alcuna
                                                         canzone di Waits.

HYPNOMACHIA

Pubblicato: 27 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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 Questa è la terra dei miei teschi

e non serve scriverla in versi alessandrini

 

non è qui il grande romanzo americano,

solo movimenti rapidi degli occhi

in cui inquadro a malapena

galli da combattimento e vicoli Toledo

 

è la terra dei miei teschi,

dove brindo con misture di lexothan

e negroni

 

e le lenzuola sono maltrattate

dal calore sputato dall’asfalto

e dal sesso che, come stazione del calvario,

la mano sfiora,

proprio nel mezzo dell’ipnagogica convinzione

che sia tu

a guidarmi dentro il tuo calore

 

non è la notte di San Lorenzo,

solo un’alba incerta

dove il camion dell’immondizia in frenata

spezza un sogno che devo ricordarmi di ricordare

 

non è una visita al reliquario del santo,

solo un passaggio rapido nel chiosco dei morti,

con, nelle orecchie, il rumore di fondo

prodotto dallo strato sottile dell’atmosfera

ed intorno, le spaesate figurine da presepe

dell’agosto bolognese

 

passata la domenica di festa,

è questa la mossa d’apertura – di cavallo, ovvio-

della mia traumfabrik,

l’andirivieni di puttane, passi ipocondrici ed assassini

nascosti nelle pieghe della dura madre,

cui non posso rinunziare nella terra dei miei teschi.

(scritta nell’agosto di due anni fa visitando la chiesa di san francesco della città ove da domani andrò a vivere)

Civico 42

Pubblicato: 22 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Tornato alle occupazioni solite

-dormire, mangiare, annuire, annoiare-

e rinnovato il permesso di soggiorno ai miei occhi

 

ho allineato preposizioni senza virgola

e congiunzioni in fila,

un orecchio sul cuscino, l’altro attento

al vibrare della finestra al passaggio dei treni,

nel buio cieco che precede il rondò della sveglia

 

wake up, wake up little boy

le occupazioni solite

-stirare la schiena, ignorare il dolore,annusare il caffè –

t’aspettano,prima di poter provare, ben

pettinato e rasato,

l’esatto

sguardo a prova di specchio

 

necessario per dire quanto non ne possa più

di quel che dicono i poeti

 

e ritrovarmi ancora immerso nei lavori in corso

di questa casa da riempire di mobili e parole,

senza far caso ai muscoli che tirano

od ai sobbalzi non preventivabili del cuore

 

e terminare una canzone d’aprile

scritta a novembre,

giusto in tempo per correre a depositarla

sul primo scalino del tuo portone.

Niente baci sulla bocca

Pubblicato: 16 febbraio 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Spenta la mezzaluna,

non mi resta che scrivere il silenzio

e decifrare ricordi

in caratteri braille

 

infastidito dal viavai

di facce gonfie di acidi urici

e dalla polvere che ingombra la città

 

e  (per scrivere il silenzio)

non presto il corpo alla luce,

confinato nelle ore che precedono l’alba

insieme alle zanzare

 

la porta semichiusa

per non incoraggiare troppo

ospiti improvvisi

 

ciononostante,

 

passaste di qua,

potrete di nuovo prendermi,se volete,

ma, per favore,

niente baci sulla bocca.