Pubblicato: 2 settembre 2013 da O in Uncategorized

…sembra non esserci nessuno… qui!

Ehei!!! ehei, voi della casa! C’è qualcuno?
E H E I ! ! !… non risponde nessuno!

Qui, non risponde nessuno, e nessuna, sembra, abbia di recente lasciato anche una sola piccola traccia, per dire: un attimo/ io torno/sarò qui ancora presto! /Non andate via… servitevi, i liquori sono nel mobile a destra/…
Ma… non c’è nessun mobile a destra, e neanche a sinistra, qui è tutto vuoto. Sembra come la politica italiana: vuota di idee. Li però, al contrario, è troppo affollato, spazio per le idee non c’è, e se anche ci fosse, penso che queste, le idee, preferirebbero correre altrove piuttosto che restare li, a farsi nella Forma .
Batto le mani. …ancora… FORTE!
…forse un residuo di suono potrebbe rispondermi, oppure qualcuno ,da lontano, sentendomi potrebbe, avvertendo la mia presenza ,incuriosirsi.
Lo spazio è grande , ottimo per un palcoscenico.
1,2,3,4,,,, 19, 20, 21, poi l’altro lato 1,2,3,4….9…21…25.26….28,29,30 …
Accidenti! 21 per 30 passi, è spazio vuoto; profondo abbastanza per le quinte, i cambi di scena, e quant’altro occorra.
Qui metterò una sedia ,mentre qui , davanti , un piccolo tavolino, quelli chiamati servo muto, non solo per la compagnia, ma per agevolare la scena.
… dovrebbe andare bene, grande abbastanza per appoggiare fogli e le matite, anche quelle colorate.
…la luce è adatta per compiere ogni genere di finzione e ogni simulazione del reale.
Non mi vedrà nessuno e nessuno mi ascolterà, potrò senza limiti oscurare ogni sole, vero o presunto; ma ogni cosa che dirò la scriverò sulle pareti , come i carcerati segnano i giorni, questo renderà più realistica la finzione.
Toch, toch!!…Chi bussa chi vuole svegliare la notte?

Tu dove sarai? Sarai spettatore? Oppure come suicida, privo di vita per il troppo zelo, sarai qui a porre idee in campo, e a lavorarle in ogni particolare?

Ma chi a parlato?, chi interroga senza mostrarsi?
– “ meglio sarebbe non sapere chi si è, che conoscere ciò che si è fatto”…Ma chi parla?, chi ha ucciso il sonno?, …

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Provvisoria quiete

Pubblicato: 31 agosto 2013 da O in Uncategorized

 

Partire  è prerogativa di chi nell’immobilismo cerca un piatto di spaghetti all’equatore

per riconoscere sé nella supremazia su gli altri

luogo  simile a una scatola d’argento

con la solita sigaretta senza filtro ormai introvabile

 

Partire  è non voler arrivare, mostrare sesso per misurare nella distanza

lo spessore del callo,                                    non sentire…

Nello stare fermi  non cambia l’orizzonte, ma gli occhi

 

Minimo è il traguardo alla fine della  giornata  e il segno ustiona

acqua  in provvisoria  quiete

Tecniche di paludamento

Pubblicato: 1 giugno 2013 da almerighi in Uncategorized

le teste più in disordine, le braccia più piccole, incontrano soltanto propri simili. Allora si rimedia un fucile, lo si caccia fino in fondo alla gola, e così fecero Otto Weininger nel 1903, Vladimir Majakowski nel ’30, Ernest Hemingway nel ’61, Guido Morselli nel ’73, Guy Debord nel ’94.

Preferirono annegarsi Alfonsina Storni nel ’38, Virginia Woolf nel ’41, Paul Celan e Jean Amery nel ’70, Lucio Mastronardi nel ’79.

Al gas chiesero conforto Sylvia Plath nel ’63, Anne Sexton nel ’74.

Pierre Drieu La Rochelle diventò leggenda col gas e un forte quantitativo di farmaci nel ’45. Yukio Mishima iniziò a decomporsi sul filo di una katana in diretta tv nel ’70.

Emilio Salgari, nonostante la tigre in giardino, si aprì ventre e gola con un rasoio nell’11.

Sergej Esenin s’impiccò dopo essersi tagliato le vene nel ’25,
Marina Cvetaeva nel ’41 appese una corda al soffitto, salì su uno sgabello e tirò un calcio.

Hart Crane nel ’32, John Berryman nel ’72 e Amelia Rosselli nel ’96 si gettarono da un ponte; George Trackl morì per overdose di cocaina nel ’14, Beppe Salvia sparì in uno sperpero di luce nell’85, Claudia Ruggeri aspettò l’autunno del ’96.

Cesare Pavese si uccise in una camera d’albergo a Torino nel ’50, e sempre con i sonniferi nel dicembre del ’38 la giovane poetessa Antonia Pozzi attese la morte distesa sulla neve immacolata di Chiaravalle. Eros Alesi non aspettò di scrivere troppo e se ne andò nel ’74, Remo Pagnanelli nell’87.

Primo Levi si tolse la vita gettandosi nella tromba delle scale del suo appartamento torinese anche lui nell’87; così come fece 15 anni dopo Franco Lucentini,

se scrivere fa male, come può preparare a una vecchiaia perbene?

Ancora mare

Pubblicato: 30 maggio 2013 da mariella tafuto in scrittura

Ancora mare scorre freddo
nelle vene indurite della sera
con brulichio di plancton.

Ancora sale nutre spoglie di pensieri
e vele tentano gli orizzonti del ventre
in_coscienti scommesse sulla vita.

Operazione

Pubblicato: 18 aprile 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Questo è l’inizio di una cosa più lunga che sto scrivendo, mi piacerebbe avere il vostro parere. Soprattutto su una cosa: mi è stato detto che la protagonista non sembra una donna. Ma non il perchè e il percome. E invece, nel caso, mi interesserebbe molto saperlo.

 

Operazione

Le porte dell’ascensore si aprono con un rumore fluido di binari ingrassati e servomotore nuovo. Il vano è illuminato da una luce intensa e diffusa, le pareti sono in una tonalità uniforme di beige, per fortuna non hanno specchi. Il pavimento è un finto parquet industriale con le venature del legno formate da sei motivi ricorrenti in semplici stringhe due-uno due-uno intercambiate ogni tre sezioni.
Non riesco ad entrare.
“Excuse me”.
E’ una voce maschile con una punta di insofferenza. Qualcuno dietro di me si è spazientito a vedermi ferma e imbambolata a bloccare l’accesso all’ascensore. Sotto la voce sento il sussurro di altre voci, che mormorano frasi irriconoscibili tranne alcune parole isolate percepite a stento, confusamente, come i tentativi di decifrare messaggi dal rumore bianco di nastri magnetici vergini. “Bitch…see me…twin…bitch…” Sento una vampa sul viso e abbasso gli occhi spostandomi e mormorando confusamente di aver dimenticato qualcosa. Mentre mi giro per andare via vedo la coppia che entra nell’ascensore e l’accenno di sorriso sulle labbra di lui. Ha un paio di pantaloni grigio ferro stretti alla gamba e una giacca informale di tessuto nero spiegazzato ad arte, con le cuciture che sono un marchio identificativo di una multi-farm cantonese specializzata in cloni di Armani. Lei ha un completo dirigenziale gonnanera-camiciabianca-giaccanera guastato da un incongruente foulard ocra. Sento sotto il termoclino dei farmaci la rabbia che si agita cieca. So che ora stanno parlando di me. Rivedo il suo sorrisetto. Rivedo il mio ritrarmi spaventata e accondiscendente. Avverto la scia dei loro profumi che si scinde in quattro essenze principali più tredici sottotoni discordanti. Non vanno bene insieme, penso. Creano un retrogusto acido, acre, come ferro rovente spento nell’acqua. Mi tiro dietro il mio trolley con la mano destra e nella sinistra il borsone, mentre percorro il corridoio senza moquette che porta alle scale. Il pavimento del corridoio è ricoperto da una resina bicomponente celeste polveroso. Una pausa gradita al motivo a rombi intrecciati della moquette dell’atrio che mi ha causato una lieve vertigine. Con gli occhi su questa rassicurante superficie indifferenziata, cammino in una bolla temporanea di silenzio e di relativa pace. Una specie di cronometro interno tiene conto del tempo trascorso da quando si sono chiuse le porte dell’ascensore. Ora dovrebbe essere al secondo piano. Si bloccherà fra il terzo e il quarto. Me l’hanno detto il lieve sfarfallio della luce ambrata del pulsante di chiamata, i tre click leggeri che ho sentito, le pause, i tempi di arresto, i tempi di risposta dei relè di consenso ai piani, e di quelli di sicurezza, mentre aspettavo la cabina.
Passo accanto ad una porta spalancata e qualcosa mi distrae dal count down. La porta è di acciao satinato all’esterno, la parte interna è foderata di moquette ed ha un maniglione antipanico, è l’uscita di sicurezza del bar dell’albergo. Mi fermo. La penombra nella quale è immerso il locale è riposante. La moquette è chiara a tinta unita, l’illuminazione è fornita da lampade sui tavolini con paralumi orientati verso il basso che creano bolle luminose calde, localizzate. La semplicità regolare della disposizione degli arredi è confortante. Penso che questo posto abbia qualcosa di particolare. E’ una sensazione vaga, insolita per me. In quel momento sento il trillo di un campanello, un rumore piuttosto stridente, meccanico, non digitale. E’ una campana con un batacchio ad elettromagnete. Gli avvolgimenti dell’elettromagnete hanno perso l’isolamento in un paio di punti, e le armoniche risultanti dal ciclo rallentato della percussione vanno in feedback sull’ampia vetrata dell’ingresso. E’ l’allarme dell’ascensore. Provo una punta di piacere e penso : questo è per me, dottor Carella. Io l’ho visto. L’ho visto accadere, prima che accadesse. Poso il borsone accanto al trolley, sfioro con i polpastrelli delle dita della mano sinistra la superficie d’intonaco accanto alla porta. La vecchia sensazione di gioia, di meraviglia, riaffiora dalle paludi degli antipsicotici. Sento il mondo, sento la filigrana delle cose. Sento l’orientamento delle ondulazioni invisibili a occhio nudo della spatola dell’intonachista. So della sua altezza, approssimata a più o meno cinque centimetri. So che è destrorso. So dell’esitazione nell’altezza dell’ondulazione che mi parla di un inizio di artrosi scapolo-omerale. Sento gli odori che escono dal locale del bar. Cinnamomo, kumino, alcol, caramello surriscaldato. Sovrapposto a tutto sento l’odore vago e non del tutto spiacevole di un detersivo a secco per moquette, integrato, complementare. Alla mia mente si presentano gli aromi artificiali processati in sequenza che scattano come le finestrelle di una vecchia slot machine truccata : benzaldeide, anetolo, G-nonalattone, eugenolo, L-carvone, sto affondando. Sto affondando. Sto per avere una crisi. Sento sempre gli odori in modo molto più forte, quando sto per avere una crisi. La vergogna e il senso di colpa distruggono il piacere, mi troveranno stesa in terra a sbavare, sapranno chi sono. La demente che alloggia nel loro albergo.
“Hey, miss’us, somethin’rong ? Are you ok ?”
La voce è calma, ha un bel tono profondo, regolare, senza picchi. Mi ci aggrappo per resistere alla crisi. Sento una mano sul braccio sinistro che mi sorregge. Ritraggo il braccio di scatto, apro gli occhi ma non riesco a guardare il viso dell’uomo. Guardo le sue scarpe. Ha degli stivaletti di pelle morbida, non attillati, comodi, suola di para, l’orlo dei pantaloni appena più su dell’ultimo segno di marea della moda. Gli dico : “E’ tutto a posto. E’ solo un giramento di testa. Grazie.” Lo dico nella sua lingua. La mia testa è ancora occupata dalle architetture dell’italiano, devo fare uno sforzo di traduzione simultanea, ma so che basterà poco perché l’inglese sostituisca la visione del mondo della mia lingua. Lui mi chiede se ho bisogno di aiuto per i bagagli, gli rispondo di no, grazie. Raccolgo il borsone che avevo posato in terra e proseguo verso le scale, sentendo i suoi occhi sulla nuca, che mi guardano andar via. Giro a destra nel piccolo atrio con le doppie porte che portano al seminterrato e le rampe di scale per i piani con le ringhiere dello stesso acciaio satinato delle porte di sicurezza.
Comincio a salire quando un pensiero improvviso mi fa fermare dopo i primi sei scalini. Non ho sentito i sussurri sotto la sua voce. E’ una cosa rara, per me. Resto ferma sulle scale, penso che vorrei tornare indietro, che mi piacerebbe parlare a quell’uomo. Giro la testa, ma l’angolo che forma il corridoio con l’atrio non mi permette di vedere l’uscita del bar. Dal corridoio non viene alcun rumore. Non saprei cosa dire a quell’uomo. “Salve. Parli, per favore, dica qualcosa, la sua voce calma il mio delirio.” Certo, come no. Riprendo a salire e penso che devo arrivare in camera, devo prendere la dose pomeridiana di farmaci. Sento che il jet lag e l’ansia del cambiamento d’ambiente hanno eroso la copertura del mattino. Vedo le pillole nel loro blister. Cerco di fissare il pensiero sulle semplici azioni che devo effettuare per arrivare alla mia camera. Un gradino dopo l’altro, tiro su il trolley, l’albergo è abbastanza tranquillo, non ci sono rumori dall’esterno, solo qualche gorgoglio da tubature sottotraccia, qualche lontano sbattere di porte, il soffio costante dalle bocchette di aerazione. Le scale sono interne, non hanno finestre. La mia camera è la 142. Arrivo al quarto piano con il respiro accelerato e un velo di sudore sulla fronte. La moquette del corridoio ha lo stesso motivo geometrico malsano di quella della hall. Strizzo gli occhi e alzo la testa, cercando di restringere il campo visivo a una fessura che uso come collimatore per leggere i numeri delle stanze e trovare la mia. Le porte che oltrepasso sono silenziose, il corridoio è vuoto. Finalmente arrivo alla mia, è l’ultima, ad angolo. Infilo la scheda con il chip nella sua fessura e sono dentro. La moquette e’ a tinta unita. Non accendo luci. Poso i miei bagagli al centro della stanza e tolgo dal letto la sovraccoperta a motivi floreali, lasciando solo le lenzuola bianche. Torno al mio trolley e apro la tasca laterale dove conservo le confezioni dei medicinali. Schiaccio via dal blister due pillole lucide giallo chiaro e le ingoio senz’acqua. Poi prendo il flaconcino dell’ansiolitico e vado in bagno. Copro lo specchio sul lavandino con un asciugamano, prendo il bicchiere nella confezione sterile sulla mensola e lo riempio per due terzi con l’acqua del rubinetto. Conto venti gocce, l’acqua è tiepida e odora di cloro, ma ha il sapore amaro rassicurante del medicinale. Torno nella stanza, vado alla finestra balcone e scosto appena le tende. Appoggiata allo stipite, aspetto che l’ansiolitico faccia effetto. Guardo i vialetti tortuosi bianchi di ciottoli del parco sul quale si affaccia la mia visuale. Convergono in una radura circolare circondata da alberi maestosi spaziati a distanze apparentemente casuali. Al centro della radura c’è una formazione rocciosa, la base nascosta dalle foglie che gli ippocastani stanno perdendo. Penso che potrebbe essere un luogo speciale, se solo non fossero stati distanziati in quel modo, con quella accurata simulazione di casualità naturale. Posso quasi vedere gli algoritmi del software che qualche architetto d’esterni ha utilizzato per disegnare la mappa dei punti dove piantare gli alberi. Mi spoglio lentamente. Ora ho addosso solo gli slip e una canotta di cotone bianco. Anche gli slip sono bianchi. Il bianco è il colore più anonimo, scatena meno reazioni. Lascio scorrere una mano sul ventre. E’ ancora piatto, ho il terrore di diventare come una di quelle donne che ho visto durante quest’ultimo anno. Sacchi di carne imbottita di miglioratori dell’umore. Ho trentasei anni, mi dico, e lo ripeto come un mantra propiziatorio. Ho trentasei anni.
Vado via dalla finestra e prendo il beauty case dal trolley. Provo una vaga punta di malinconia al pensiero che non devo disfare il mio bagaglio. Ho preparato il borsone con l’indispensabile per queste due notti fino a lunedì mattina. Metto nell’armadio vuoto l’ingombrante cartella clinica che mi segue da un anno. Lì da sola, sotto le grucce vuote, la raccolta di sentenze che mi descrivono, che conosco a memoria. Iperattività abnorme nella corteccia inferotemporale, l’area preposta al riconoscimento delle forme. Ampia area di offuscamento con addensamenti sui lobi prefrontali e lungo la scissura interemisferica. Mi metto al centro della stanza con i piedi separati. L’unica fonte di illuminazione è il chiarore che viene dal balcone. Faccio alcuni esercizi e qualche posizione di yoga. Il mix di medicine che ho appena preso non mi fa raggiungere un livello soddisfacente di concentrazione, ma va bene così. Alla fine delle sequenze ho i muscoli doloranti, e gli indumenti sono intrisi di sudore. Mi tolgo tutto di dosso e torno nel bagno per farmi una doccia. Le gocce d’acqua battono codici morse insensati sulla mia pelle. Mentre mi asciugo ho la penosa sensazione delle aureole dei miei capezzoli increspate. Non le sopporto. Infilo sulla pelle ancora umida una canotta bianca pulita per nasconderle, per non guardarle. Circonvoluzioni cerebrali. Vermi. Sotto il tessuto teso della maglietta.
Infilo anche un nuovo paio di slip, chiudo la roba sporca in una busta nell’armadio, accanto alla cartella. Metto sul letto gli elementi della mia armatura contro gli uragani della percezione. Pantaloni grigio chiaro. Camicia della stessa tonalità di grigio. Giacca bianca. La mia borsa di pelle grigio squalo dalla quale ho sforbiciato via il logo e una catenella. Infilo i sandali di pelle bianca. Anche le mie unghie sono laccate di bianco. Le unghie sono uno dei punti del corpo dove si concentrano le scariche di informazione indesiderata. Mi sono sempre chiesta perché. Non le rughe della pelle, non i capelli, non i palmi delle mani. Le unghie. E gli occhi, naturalmente.
Ho deciso che non posso rimanere in questa stanza fino a lunedì mattina. Ma non posso nemmeno uscire in questa città sconosciuta, con le sue geometrie sotterranee e invadenti che si dispiegherebbero per riempire la mia essenza e annullarla, nonostante i medicinali. Andrò al bar dell’albergo. Ho la vaga speranza di incontrare di nuovo l’uomo che mi ha parlato nel corridoio. Un obiettivo indefinito, più una scusa che altro. Magari bere qualcosa con lui, non troppo che ho paura degli effetti che l’alcol potrebbe avere sulla mia psiche sotto farmaci. Scambiare due chiacchiere, risentire quella voce. Prima però devo mettermi un’ombra di trucco. La mia faccia deve essere un disastro, bianca e segnata dalla stanchezza e dall’anima persa per strada in qualche corridoio dell’aeroporto di Fiumicino. Poca roba, perché oramai mi trucco alla cieca. Mi metto il rossetto, un po’ di fondo tinta e, mantenendomi il polso destro con la sinistra per avere la mano più ferma, passo la matita per gli occhi.

Ecco sei osceno
non ti riconosco
nemmeno ci provo a passare dalle tue parti
mi tengo ben lontano.
Stanotte ti ho sognato che mi cantavi una canzone
e mi parlavi di come la luna fosse importante
molto più delle stelle e di quello che ci gira attorno.
E mi dicevi che la luna è un target possibile
mentre le stelle sono mere mete irrangiugibili.
La luna è qualcosa che posso toccare, difficile ma lo posso fare.
Le stelle no, le posso solo sognare, guardare, ammirare ma là sono.
Irrangiugibili.
Fuori target.
E allora accontentiamoci del piccolo balzo.

Hai usato quelle parole, target e mere mete.
Non ci ho messo nulla di mio.
Ecco ho capito
che sì avevi ragione riguardo la luna
ma avevi torto a proposito delle stelle.
Io non mi accontento del piccolo balzo
ecco voglio tutto
ho sempre voluto tutto
ho persino voluto che il razzo volasse in una stanza senza cielo
e non riatterrasse più concependosi in un solo istante su e giù.
Così adesso ti guardo, sei seduto su una poltrona
la luna in una mano le stelle fuori dalla finestra
i capelli che tracimano il riflesso alle tue spalle,
un’aureola,
una parola che inizia e non finisce
resta appesa al sottile filo della ragione.
Poi cambi discorso e mi chiedi chi sono.

Avevi ragione a proposito della luna
ma sulle stelle, permettimi, di dissentire con te.

Giacinto lo scalzo

Pubblicato: 24 marzo 2013 da Salvatore Leone in Uncategorized

Vanesio

Pubblicato: 24 marzo 2013 da Salvatore Leone in Uncategorized

ad esibire la pelle
brevi mosse allo specchio
una mano sul fianco solleva il mento
riordina getti corvini
lecchi la fronte immobile

addolora vederti provato
animale giunto a far credere
ti sorprendo degno in una camicia
di seta, coltre selvaggia al petto
foglie di menta al vanto
delle tue fatiche

saresti un re
sguardo maniacale, fitte d’acciaio
tiranno addosso
mi riponi le perle al collo
in quel break silenzioso

è sano il disgusto delle parti
arrovento al pensiero
di una bestia ingenua

oh se Amore fosse incolto!

devoto come un mulo
ignori l’arcano
di solito non hai contegno.

GG.2013

I CIELI ERANO CARICHI

Pubblicato: 10 marzo 2013 da Villa Dominica Balbinot in Uncategorized

Nelle contorsioni delle Grazie
– e nell’acqua, nei buchi
o nel fuoco
io volevo solo il taglio ,
quell’esercizio di sadismo,
la prorogatio
di ogni dilacerazione, Leggi il seguito di questo post »

La zanzara e il punto di sutura

Pubblicato: 7 marzo 2013 da sericamente in Uncategorized

Lasciato il morto a valle

E’ caduto un grano
ed il secondo
Poi un terzo

piange
ciò che ha ancora umore

C’è un lago,
un sogno che si comprime
e due monete,
bianche
come sentire l’abbraccio

Arrivano,
molte cose
Non si possono, enumerare

si mangia di fame
e stomaco
E si percepisce

Credo sia un’esplosione
al contrario

del nano che vede
tutto in sé
come il bottone

Cameltoe

Pubblicato: 27 febbraio 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Ti vorrei mia, femmina-madre che odori nella scia.
La carne tua intorno.
Il tuo sorriso vacuo.
La lingua che mi liscia
le spine fluorescenti della lisca.
La tua saliva a feromoni, arma-corazza sulla mia pelle aperta a microfori.
Mi scivola il pensiero alle tue mille pose.
La carne, mille onde, le rose, dentro l’orma del cammello.

Operation Innana

Pubblicato: 26 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

(Lo hai sentito anche tu
il richiamo venire
dalle bocche
sparse come uccelli muti)

(Ho trovato il suo disegno
in un sogno tra due giornate e due allodole)

Sembra che la musica
sia la chiave esistenziale
Quattro nocche e due dita

Il Bianco del ricordo ancestrale
perpetrato nelle disposizioni immateriali
di un futuro a schiacciare
un sonno
di fianco alla panchina che chiami presente
reale, amniotico stare
il suono che senti e metti nella tasca bucata
questa è follia
Nel’immenso mare sparso con perizia
Ha scavato i rimasugli irrisolti
Ho gradito l’istante
come fosse
un eterno miagolio melodrammatico

Grandine invisibile
all’altare di un andarsene
e morire nelle cose
scoprendo la propria metratura
e la bugia di un me e il resto

Solo accordi maggiori
declinati in tanti cedere

oggi è giorno,
di carne ed affanni
e di pensieri che disegnano cerchi,
senza piroetta

Chiamato e lasciato all’impronta
Sento grida materne in lontananza
e tutti i figli del mondo e delle cose
intonano qualcosa

 

(Poesia correlata a questo video)

#1

Pubblicato: 22 febbraio 2013 da morfea in Uncategorized
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c’è sole ed è tanto – in alto
come un lampione o alberi
senza voglia di spine – in spinta
dal basso dipendo dai numeri
conto sulle dita

come una piccola fata turchina
disimpegno calcare coccolandomi
i pollici in bocca

rammendo le mani legate
stipulo oltraggi come passi di corvi
smanio pesantemente il mio corpo
mi palpo lasciando saliva sui bordi

sono un veleno intarsiato nel rumore
pieno delle maree

Ode d’eco

Pubblicato: 16 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

 

Venne un’anima di striscio a me

 

mi scoprii furtivo, come

 

 

e non aveva peso,

ma un  respiro delineato,

acqua di rose e tabasco

nel suo passo pieno,

 

deflagrato

 

del disagio universale che cuce

come i minuti,

le ore

 

non la vidi, mi sussurrai

ma credetti la sua schiena

un’alta tastiera di ebano

per cantare il giorno

questo spezzone spezzato

nel rintocco della mia chiesa vuota

un coriandolo di fine carnevalata

la mestizia di un mercoledì

troppo agile, per disperdersi

 

(più per rapprendersi)

 

 

Venne anche un ruscello

fino alle strade

e nelle case corrose

dai ritardi del tempo e dell’uomo

 

Pace fu chiesta

nell’attesa

 

Ecco è atterrata!

Pubblicato: 12 febbraio 2013 da attraverso in Uncategorized
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Ecco è atterrata.
La guardo.
Ha una forma strana, non è come la immaginavo, non è né affusolata né tozza è indefinita.
Forse ha attorno a sé una specie di campo di forza, qualcosa che ne intrappola le forme e me la fa sembrare indefinita: appunto…..
Però c’è.
L’hanno annunciata i giornalai di mezzo mondo dopo che è stata avvistata dall’I.S.S che superava l’orbita della luna.
Viaggiava relativamente lenta, seguendo una rotta strana, sembrava puntare un punto particolare, come se avesse un segnale che la guidasse. Un radio faro sulla superficie o una bandierina in un videogame.
Tutu-tutu-tutu-tutu… stanno arrivando, milioni di telefoni stanno per scattare una foto.
Nella non-forma sembra esserci qualcosa dall’interno, potrebbe essere… vita?!?
Scatto un paio di foto tanto per vedere se tutto è in ordine.
La calca, pur essendo tale, è straordinariamente calma pur trovandosi di fronte ad un oggetto sicuramente alieno che arriva chissà da dove e chissà per quale diavolo di motivo.
Improvvisamente una luce illumina la scena, un paio di elicotteri hanno un sobbalzo più per la sorpresa che per altro e uno spicchio della non-forma si apre lasciando intravedere una scala.
Scattano migliaia di flash.
Si vede un essere muoversi come una testa che fa capolino da una finestra.
Un “Ohhhhhhhhhhhhhhhhh” si alza dalla calca.
Flash su flash e bisbigli su bisbigli, un’onda di entusiasmo si impadronisce della calca accalcata che ormai flasha qualsiasi cosa.
Quella che si vede apparire è indubbiamente una forma di vita con due braccia e due gambe in posizione eretta e una testa oblunga con un occhio solo, al centro di una fronte spaziosa. Polifemo? No perché i più attenti notano che ha due occhi laddove noi abbiamo le tempie. Un essere a tre occhi, un naso a patata e una bocca con labbra carnose.
L’essere alza un dito, si schiarisce la bocca con un potente colpo di tosse e parla.
La calca si azzittisce.

– Terrestri sono Z89jkauiaupoi, ma potete chiamarmi Otto, sapete dove posso comprare il ROMANZONE? –
– Ma che domande: qui – rispondo io
– Qui dove ribadisce l’alieno un po’ stizzito –

– Ma è semplice clicca qui Support independent publishing: Buy this book on Lulu. e a chi lo compra gli canto pure una canzone –
– Grazie – risponde otto – lo dico ai miei concittadini appena arrivo –

La non-forma riparte
La calca si discalca.