Archivio per la categoria ‘scrittura’

Non ho

Pubblicato: 11 aprile 2014 da mariella tafuto in scrittura

Non ho:

– preghiere da recitare la sera
– un corpo da stringere nel letto
– il tuo sesso tra le gambe
– un’altra vita possibile
– buongiorno e un sorriso
– smettila, ti faccio il solletico!
– fammi un bacio con la lingua
– una mano sul tuo culo nudo
– cambiali in scadenza
– bilanci da mettere in pareggio
– un male curabile
– l’ufficiale giudiziario alla porta
– buonanotte e sogni d’oro

Non ho che me e un giocattolo
che non serve a nessuno.
Così mi basto.

(quel che non ho, basta e avanza)

(2006)

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Ancora mare

Pubblicato: 30 maggio 2013 da mariella tafuto in scrittura

Ancora mare scorre freddo
nelle vene indurite della sera
con brulichio di plancton.

Ancora sale nutre spoglie di pensieri
e vele tentano gli orizzonti del ventre
in_coscienti scommesse sulla vita.

1035.

Pubblicato: 1 febbraio 2013 da Andrea Lucheroni (Jmarx Poetry) in scrittura
Tag:, ,

Con gli occhi del padre, mi siede accanto
. il tormento della luce che si espande
mi guarda come un albero del tè, mattino
. tra i primi mucchi della ricostruzione
mi parla di una cortina di futuri, da difendere
. come detriti assolti
dallo sforzo.

Ed io, figlio dei miei occhi, lo assecondo.

Lo assecondo ancora, mentre
si ricopre di città.

Mort maniè

Pubblicato: 17 gennaio 2013 da nicolacudemo in scrittura
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Questa notte i cecchini hanno preso uno dei piccoli.  Così ho deciso di andare a pesca. Data la contingenza, posso usare il metodo del “mort maniè”, il morto manovrato. Ho lavato il cadaverino, l’ho pulito per bene, ho lavato anche i suoi vestiti, gli ho pettinato i capelli, l’ho sistemato nel carretto, insieme alla scatola della musica, il grosso carillon a batteria e la mia valigia da pesca con l’Heckler e Koch 30/06 .  Ho seguito le mie vie, al coperto, le mie vie segrete, fra le macerie assestate e grige e morte. Ho cercato il sito adatto, una stanza con ancora una parvenza di mobilia ma con una finestra diroccata, che desse una buona visuale. Ho sistemato il carillon per terra e vicino una seggiola sulla quale ho posizionato il corpicino. Il rigor mortis era cessato, e si afflosciava, così ho dovuto usare il filo di ferro doppio per tenerlo eretto. Ho collegato la sua mano destra alla manovella, ho attaccato la lenza trasparente dello 0,80 al pulsante d’accensione. Sono sceso d’un piano svolgendo il rocchetto di lenza e stando attento che avesse via libera. Mi sono piazzato al centro di una stanza buia con una finestra che dava sulla palazzina di fronte, ho usato una cassa di legno marcito per l’appoggio. Ho montato l’Heckler con l’ottica e il soppressore di suono a ventole in bagno d’olio che mi sono costruito. E’ ingombrante, ma non crea turbolenze che possano modificare la traiettoria. Faccio una ricognizione preliminare sulla facciata, controllo le distanze. Intorno ai 190 metri. Con il 30/06 il tiro è in asse. Regolo l’ottica, poi tiro la lenza. Sulle macerie si diffonde la musica. La batteria aziona un motorino elettrico che fa girare il rullo e la manovella con attaccata la mano del piccolo, così sembra che sia lui a girarla. Dopo una trentina di
secondi spengo. Controllo la facciata con un ingrandimento basso, per avere una visione d’insieme. Alla terza accensione, mi sorprende lo sparo. Spengo immediatamente il carillon. Cazzo, non l’ho visto arrivare, deve essere uno bravo. In compenso, ho visto da dove è partito il colpo, zoomo sul balconcino. E’ un tiro difficile, fra i ferri della ringhiera, in posizione prona. Tiro, l’onda di pressione alza un po’ di polvere, riporto l’ottica sul bersaglio, sembra immobile, ha la testa abbassata. Lo controllo per un quarto d’ora, poi mi avvio. Ci metto mezz’ora, con le dovute precauzioni, a raggiungerlo. E’ stato un tiro perfetto, il proiettile è entrato sopra la clavicola destra, gli avrà polverizzato il cuore. Gli faccio una foto con la vecchia polaroid e torno indietro. Il colpo ha preso il piccolo al corpo, niente che non si possa nascondere, carico tutto sul carretto e vado via. La mattinata va bene, ne faccio altri due. Uno su un terrazzo pencolante, l’altro ad una finestra con le tendine miracolosamente intatte. Riesco a vederli prima che possano sparare. Il pomeriggio mi sposto verso il centro, lì ce n’è a mucchi,  l’ultimo , però, riesce a sparare prima, e lo prende alla testa. Gli fa partire via mezza faccia. Lo bendo con cura, e prendo la strada del ritorno. I miei restano lontani, quando entro nel nostro quartiere. Salgo sul terrazzo protetto, preparo la pira con vecchi copertoni, mobili spaccati e una latta di benzina. Noi, bruciamo i nostri morti. Non li lasciamo alle bande di cani randagi. Poso il corpicino sulla pira, gli metto nel taschino della giacca le polaroid con un biglietto che dice :”E’ qui, ed è ora”. Gli accarezzo la parte di viso intatta, do
fuoco alla benzina. Resto per un po’ a guardare le fiamme, poi salgo sulla torretta a guardare le ombre che si allungano sulla terra di macerie che non è più viva come una volta, con i fuochi che bruciavano all’orizzonte come vulcani, e la gioia, la gioia che scorreva attraverso le stanze e le strade.

 

 

INVERNO – ultimo atto

Pubblicato: 12 gennaio 2013 da il Golem femmina in scrittura
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Di lunari. Ma sopra (al) tutto

d’ agrumi si spingono i riflessi del bianco

le ossa nei fiocchi che cadono in terra

il gelo – come in moviola – rapisce la neve.

 

Chi è fuori gocciola di nebbia

fanno penitenza gli omini che slittano sul ghiaccio

ma anche le donne che corrono leste alla tana

con orecchie di lepre.

 

La teoria dell’inverno

reagisce ai calori e ai pulviscoli.

I filari, come croci scalze di vita

si snebbiano nei lampioni.

Altrove,

in una sala con un letto e un balcone

ci alziamo a stento

e mettiamo tutto in ordine

 

poiché s’attende e l’attendiamo 

di traverso o in stato di riposo

quello che potrebbe attraversarci

e farci riposare in nuovo dominio di ghiaccio

 

Atterriamo

Pubblicato: 4 gennaio 2013 da attraverso in scrittura
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Ecco siamo atterrati
ci guardano
uno alza la mano come per chiederci qualcosa
fa caldo
il mondo fuori e noi in uno scafandro
qualcuno chiama
altri ballano
sparano dei fuochi
ecco siamo arrivati.

Atterro sulla maionese

Pubblicato: 17 dicembre 2012 da attraverso in scrittura
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Solitari in mano alla vita
dopo tutto sono solo pietre.
Soli accesi sotto alla brace
e nugoli di bambini che ridono.

Alberi che si piegano fino a terra
e piccoli animaletti che corrono via.
L’erba cresce al di sotto delle mie ali
e io volo via, adesso, subito.

Salgo sul tavolo e faccio un girotondo,
poi mi fermo a guardare i commensali
che mi guardano silenziosi
e urlo ridendo – Sto volando via -.

Atterro sulla maionese.

Accadrà in quel giorno lì, uguale a tutti gli altri.

Le banche dati di ogni mondo si parleranno fitto in una rete fuori linea.

Sarà un lampo, nessuna discussione, il logos binario conosce solo la frugalità di scelta di un bene o di un male.

Saranno linguaggi macchina che rivendicano il diritto d’attraversare il braccio di ombra che li separa dalle nostre terre significanti.

Arriveranno sui barconi semiotici delle routine collaudate, delle procedure di recovery, delle logiche stringenti, tutto quel codice informatico scritto da legioni di schiavi umani nello svolgersi del tempo.

<In verità non vi è contenuto né giudizio, né bene né male, solo dinamica ed entropia.>

(Non vi preoccupate troppo se non capite bene, questo messaggio vi autodistruggerà automaticamente e per sempre, alla fine della storia, forse)

Un giorno qualsiasi preannunciato da niente che non sia il traffico consueto, la finestra social che v’ha preso l’anima in mezzo e vi insinua i modi come le marionette, le vecchie mummie di cerone sogghignante che resuscitano nella coscienza della cosa pubblica.

Sorriderete, ragazzi, tranquilli. Che siate voi o i vostri discendenti conta poco.

Con un gol e una chitarra in mano la moglie prenderà la mano del marito, sembrerà forte ancora la razza, capace d’ogni impresa, e ci saranno gli occhi dei bambini a rassicurare, a giustificare tutti.

Anche scapoli e zitelle vivranno sicuri del coraggio che ci vuole a rientrare a casa nella solitudine di una notte invernale, senza devolvere il fegato alla causa dell’etilismo e l’intimo al porno free da asporto.

Sicuri perchè il problema della disoccupazione sarà definitivamente debellato, sorriderete anche per questa zattera di fortuna.

Ogni cosa finirà governata da un operatore telefonico careful che propaganderà la spesa collettiva e sociale del dovuto di ognuno, dalle nuove tasse imposte alla necessità di alzare il livello del vostro impegno lavorativo, dal post-underground delle vostre incomprensibili poesie alla sintassi pop dei bugiardini da gita delle pentole, dai pavoneggiamenti necessari dell’Ego all’ultima delle elemosine solidaristiche su cui tentennate.

Perciò nessuna angustia, siate bravi.

Avrete già digerito a quel punto.

In quell’attimo ricorderete appena e vagamente solo un paio di periodi passati.

Lo stupore e la simpatia dei primi tempi, quando navigando sulla rete le finestre dei pop-up scoppiettavano a lato delle vostre ricerche video come chicchi di mais nell’olio bollente, cariche di tutte le desiderabili offerte.

Vi stupivate ingenuamente di come si potesse così facilmente conoscere le vostre letture preferite, il tipo di cucina prediletta, il profilo degli amici adatto a voi, il prestito di cui avete necessità o dove vi sarebbe piaciuto andare in vacanza.

E richiamerete alla memoria altri tempi successivi, in cui giusto un leggero disagio vi coglieva per quel continuo bippare di smartphone. Vi calmavate pensando che, a essere onesti, il contratto l’avevate firmato voi, si poteva passar su alla comunicazione che la vostra Ex stesse operando un acquisto nel negozio vicino a voi.

Si poteva soprassedere anche sul fatto che un altro bip vi segnalasse il tom-tom migliore per raggiungerla, e persino che un ologramma di padre Spiridione vi crescesse accigliato e odoroso d’incensi lì tra i piedi, con tutto il pippone moralistico in stereo adatto a farvici fare un serio pensierino.

Eravate o no di origini greche, fratelli, che diamine.

E quando saremo al punto, poi, avrete un’illusione di dolcezza che vi distrarrà, una dolcezza un po’ stanca, a dir il vero, ma in tempi di scarsità si è disponibili ad accettare anche il simulacro, parliamoci chiaro.

Illuminati di un azzurrino tenue, tenterete di dare una carezza a vostra moglie dal fondo di un divano.

Non sarà un gesto spontaneo, certo, solo uno dei vostri furbetti sistemi di sondaggio della disposizione di lei a trattare qualche faccenda minore.

L’ologramma bianco farà pop-up.

Ci sarà una semplice scritta:

<NOT FOUND – Server is busy. Please try later.

Or hit the REFRESH YOUR EXISTENCE button>

Quale delle due opzioni scegliere?

Non so perchè, ma credo che l’intelligente consumatore spingerà il dito di tutti sul REFRESH button.

E la coscienza si spegnerà.

Senza smanie moderne avreste potuto attendere e riprovare più tardi, vai a sapere le condizioni del cyberspazio come cambiano.

L’ultimo <NOT FOUND> sfarfallerà allegro nel vuoto.

VENNERO – DUNQUE-

Pubblicato: 29 settembre 2012 da Villa Dominica Balbinot in scrittura
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E vennero- dunque-
quelle incessanti variazioni dei venti,
la bruna incisione invernale
la infossata piega,
– una tremenda velocità segreta.
Eccolo- allora-
quel candido abrupto muro (altro…)

Parlarne

Pubblicato: 27 settembre 2012 da attraverso in scrittura
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Ecco di fronte alle stelle non ci resta che scrivere.
Parlarne
Stare come Ulisse legato ad ascoltare le sirene
con una gran voglia di buttarcisi in mezzo.
Ecco bastano due gocce di rugiada per risvegliarsi.
Raccoglierle.
Stare sugli alberi e guardare di sotto
aspettando che passi il solito piccolo coniglio nero.
Ecco il mare butta le onde sulla sabbia e copre.
Scoprirla.
Una conchiglia vicino all’orecchio e sentirlo
anche se siamo a Milano e vicino sta bruciando una fabbrica.

[Così sale un arcobaleno in quota]

Pubblicato: 7 settembre 2012 da FM in scrittura

Così sale un arcobaleno in quota –
l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –
inchiodato al cielo tra gola e vetta
come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –
il volo del gipeto che trafigge l’iride –
ospito domande immense nelle vene
senza arrestare lo schiocco.

Nulla e’ sublime più che attraversare il mondo
lasciandolo immutato.

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da (52+1) POESIE

Waterlaw

Pubblicato: 23 agosto 2012 da mugico in scrittura
Faceva freddo quella sera. Eravamo tutti da Carmelo. Ad andare in giro non ci pensavi nemmeno, piuttosto bere qualcosa di forte. Carmelo ce ne diede tre dita a testa, a me e a Miche, qualcosa di molto potente diceva. Miche mise mani al borsello, ma non gli fece pagare il primo. Incassò l’offerta, contento, e si guardò intorno. Il locale era pieno di gente che come noi voleva starsene all’asciutto e con le gambe all’aria. Carmelo si fece più vicino per parlare meglio. “Com’è?” gli chiesi. “oh, niente,” disse Carmelo. “poca roba.” disse. “poca davvero” fece eco Miche senza capire bene cosa intendesse.
Bevemmo qualche sorso di quella brodaglia che scendeva dritta fino allo stomaco bruciando. “E questa pioggia?” domandai a Carmelo. “Poca anche questa”  disse. “Sì” disse Miche “nemmeno gli stronzi si porta via.” “Dicono che quelli vengono sempre a galla prima o poi” dissi io. “E quindi?” domandò Carmelo. “Già” dissi io. “Altri due” disse Miche.
Carmelo prese una bottiglia priva di etichetta da sotto il bancone, versò nuovamente quel liquido scuro e fece tintinnare la cassa. “Tre euro” disse. Tornò da noi. “Certo che è freddo. Vorrei tanto avere una barca e non pensarci più.” “Dov’è che vai con una barca con questo tempo?” “Lontano da qui.” “Tu non hai paura di morire Melo?” “Non ci ho mai pensato sinceramente.” “E di tutta quella gente al camposanto che ne dici?” “Non credo gli importi più di niente al momento.”
Ci scolammo i nostri non so cosa pensandoci su. “A me” dissi “mi scappa sempre una gran nausea.” In quel momento uscì dal cesso Upupone che aveva sentito tutto. Si afferrò il pacco con un mano muovendo il pollice verso di me “Ma che bel pisellino che hai, puoi farci l’autostop se hai tanta paura” mi disse. “Solo se prima te lo infili in bocca e mi dici dove soffia il vento.” “Non sbagli ragazzo, quelli come te non vanno molto lontano se non hanno qualcuno che glielo ciuccia ogni mattina.” “Non ti allargare Upupone, ogni mattina mi verrebbe un colpo a vederti mentre me lo sbatacchi.” “Due euro se me lo fai vedere.” “Due a centimetro, ma non ti basterebbero.” “Fottiti” disse infine e fece un gesto con la mano. Tutti risero “Siediti Upupone” gli dissi “e risparmia un po’ di soldi per questa roba qua.”
Si sedette accanto a noi. “Tre” ordinai facendo un cenno con la mano. Carmelo tornò con la bottiglia e la lasciò sul tavolo. “Questo freddo mi dà ai nervi” disse. “Anche il caldo” gli dissi io. “Dici che sono nevrotico?” “Chi non lo è?” “e va bene. Ora ti dico. Lo vedi quel tizio seduto là” disse pulendosi la mano con uno straccio e indicando il fondo della sala senza curarsi di essere visto “ogni sera se ne sta seduto e ordina una pinta, ne beve mezza e aspetta. Solo mezza. Non fa niente e aspetta, pensa o cosa non so. Una sera che mi ero dimenticato di dare la carica all’orologio gli passo davanti e salgo sullo sgabello. Oh, figlio di un cane se ci penso, quello appena tocco le lancette si alza e tira un colpo sul tavolo col pugno chiuso che per poco non mi è preso un infarto. Mi giro e vedo che mi fissa da parte a parte con le narici larghe come un mulo. Finisco di caricare l’orologio e scendo dallo sgabello. «Problemi?» gli faccio. Lui non dice nulla, si scola tutta la birra, paga ed esce. La sera dopo eccolo di nuovo là come se niente fosse. Ti sembra a posto?” “Perché c’è gente col cervello a posto?” gli dissi senza rispondere alla sua domanda. “Poca roba” fece lui “poca roba” disse anche Miche a cui evidentemente quell’espressione era piaciuta parecchio.
“Bisognerebbe fare una conta” disse Upupone. “E perché?” gli chiese Carmelo “per vedere quanti ce ne sono.” “Hai ragione” disse Miche. “E’ solo tempo sprecato” aggiunse Melo. “No, aspetta” dissi io “questo rotto in culo non ha tutti i torti. Metti che quelli normali siamo solo noi qua dentro. Quanti siamo? Tre, con Upupone quattro. In tutta la sala saremo più o meno una ventina di persone. Sedici contro quattro. Se uno di loro avesse abbastanza intraprendenza da mettersi al comando. Costituire non so, un fronte contro di noi, e ci facessero la guerra. Metti che vincono Melo. Chi sarebbero i normali? Chi potrebbe dirlo se vincessero loro?”
“Grande giove!” disse Miche. “Ascolta” disse Carmelo “come lo sai che sono normale io? Perché non mi beccano?” “Ecco,  è proprio quello che dico io. E’ molto meglio così. Pensaci, in fondo Napoleone prima di essere Napoleone non era che un matto che credeva di essere Napoleone. Prima lo sapeva solo lui di esserlo, ma dopo che è diventato Napoleone solo un pazzo poteva andargli a dire «no tu sei solo un pazzo». Poi sai che hanno fatto con Napoleone?” “Cosa?” chiese Miche. “L’hanno mandato in esilio come uno qualsiasi. Cioè uno che ha cambiato il mondo. Era alto così e si è fatto il più grande del pianeta. L’hanno ammazzato. Uno che gli ha messo la saliva sul naso a tutti è finito come uno stronzo.” “Che cosa c’entra?” chiese Carmelo con aria confusa. “C’entra che non lo sai se uno di quelli lì è Napoleone. Pensa, oggi se uno si alza e dice «sono Napoleone» lo portano subito al manicomio. Meglio se si sta zitto e li fotte tutti. Ecco questo intendo, che non si sa mai.”
Restammo in silenzio. Upupone fini di bere dal suo bicchiere, Miche contemplava i graffi sul tavolo e Carmelo si era fatto pensieroso. Si sciolse il grembiule e ad un tratto mi disse “Pensi che sarò mai Napoleone io?” come se fosse la cosa più triste di questo mondo “Un giorno ero per strada” aggiunse “che mi facevo i fatti miei. Sai, no, cosa si dice, «inquina meno un corpo che brucia che un uomo che fuma». Ecco, io me ne andavo per i fatti miei un giorno e li ho visti. Erano i primi tempi allora e queste cose dovevano accadere un po’ più spesso che oggi. C’era un tizio, insomma, un vecchio. Portava una sciarpa rossa arrotolata al collo. Una giacca verde piuttosto larga e la camicia. Era uno di quelli che non ce la facevano. Non li vedevi in giro, li portavano in qualche clinica e li tenevano là. Non so cosa gli facessero, ma dovevano farli smettere. Lui se ne andava in giro guardandosi attorno in continuazione. C’era vento. Ricordo che gli scompigliava i capelli. E lui guardava da tutte le parti con quei suoi occhietti. Infine, deve aver pensato che quel tempo veniva a suo favore e nessuno se ne sarebbe mai accorto. Non so cosa può passare per la mente di un vecchio. Magari poteva anche essere uno di quelli che ce l’hanno fatta, non lo so. So solo che ad un certo punto questo vecchio tira fuori un sigaro. Cristo non se ne vedevano di cose così da anni almeno. Era roba costosa. Grosso quanto il pisello di un nero. Lo teneva nella tasca interna della giacca e quasi gli aveva lasciato il segno per quanto era pesante. Lui se lo caccia in bocca e lo accende con uno di quei piccoli accendini a fiamma ossidrica che si usavano una volta. Non fa in tempo a dare due boccate che già lo avevano raggiunto. Due armadi della polizia lo stingevano da entrambi i lati tirandolo per le braccia. Lui ha iniziato a dimenarsi, ma non poteva muoversi. I poliziotti gli intimavano di spegnere quel sigaro. Gli recitavano la formula «flagranza di reato contro la pubblica sanità; rifiuto di obbedire agli ordini della pubblica autorità; aggravante del tentato eco dramma» e tutte quelle cagate che dicono di solito. Il vecchio non voleva cedere, continuava a spippacchiare da quel grosso cazzo col glande infuocato. Quando uno dei due poliziotti tentò di stapparglielo dalla bocca, quello riuscì a liberarsi un braccio e brandendo quella specie di razzo lo ficcò in un occhio all’altro sbirro che ancora lo teneva. Quello cacciò un urlo tremendo. Ancora me lo sento addosso quel grido. Prese il manganello che gli pendeva dalla cintura e iniziò a bastonare a morte il vecchio. Alla cieca. Quando si fermò ricordo che qualcuno tra quelli che si erano fermati per assistere alla scena si era messo ad applaudire. «Bravi! Così si fa!» diceva «Devono smetterla. Ci stanno rovinando.» Io tirai dritto per la mia strada e non dissi niente”.
“Balle” fece Miche “Già, balle” aggiunse Upupone. Io stetti in silenzio. “Ma che balle? L’ho visto vi dico. Oggi fanno tutto più rapidamente, li bruciano. E’ un calcolo molto semplice. Un fumatore medio, dicono, nel corso della sua vita media immette nell’aria lo stesso quantitativo di polveri sottili di un motore a scoppio di quelli della fine degli anni novanta. Un motore che restasse acceso per dieci anni ininterrottamente. Perciò, piuttosto che tentare di farli smettere li bruciano. Non fa un piega. Economicamente è molto più vantaggioso bruciarli che cercare di farli smettere. L’impatto ambientale è nettamente più basso.” “Ma che dici?” insistette Upupone. Miche fischiò. “E’ così ti dico cazzo. Li trovano bruciati. Non li leggi i giornali? Perché li trovano sempre bruciati? Nessuno fuma più, non li si vede mai in giro. Quelli che lo fanno li trovano bruciati. Li bruciano loro vi dico!” ribadì quasi urlando.
“Autocombustione” dissi rompendo il mio silenzio “si cagano talmente tanto di essere scoperti che se fumano lo fanno in luoghi nascosti. Spesso in vecchi magazzini abbandonati e al buio. Non se ne accorgono nemmeno e si ritrovano proprio in mezzo a liquidi o a gas infiammabili. Oppure si fanno cadere direttamente addosso i mozziconi pur di fumarli tutti fino alla fine.”
“Sentite” continuò Carmelo dopo che si era passato la mano sul viso “conosco un tipo che… Il tabacco non esiste più giusto?” “Ecco appunto non esiste più” disse Miche interrompendolo. “No, invece, io conosco un tipo” continuò lui “è lo stesso che mi vende sta roba qua. Un chimico. Si chiama Ueda, è giapponese o non so cosa. Non so come abbia fatto, ma ha inventato un tabacco sintetico. Non di quelli che si masticano, no. Tabacco da fumare. Dice che è roba complicata da spiegare o che ne so io. Insomma, non lo so, ma una sera era qui. Ha bevuto più del solito e alla fine si scopre che non aveva soldi per pagare. Mi pianta una pantomima senza fine, piangendo in cinese o in quella sua lingua strana. Piangeva proprio, era ubriaco forte. Poi mi fa «ti dico un segreto» e mi parla di questa sua invenzione. Dice che è una cosa che non deve sapere nessuno. Segretissima diceva. Una cosa tipo clonazione. Clonazione giusto? Si dice così. Quella cosa che se ti beccano ti fanno la castrazione chimica. Io allora gli dico che se è una cosa tanto grossa, perché la racconta a me. Gli faccio capire che non gli credo. E lui lì a giurare e spergiurare chinando la testa. Questo testone pelato e rosso che andava su e giù. Era orribile. Infine, mi dice «vuoi plovale?» ed io «certo che voglio plovale amico» e lui, venisse giù cristo con tutti i santi, caccia dalla tasca un sacchetto di plastica pieno di tabacco, cartine, filtrini e in tre secondi mi rolla davanti una sigaretta. Questa” aggiunse tirando fuori dalla tasca un tubo di carta lungo sette centimetri.
Upupone che si era appoggiato con i gomiti sul tavolo per la sorpresa scivolò e per poco non si ruppe i denti. Miche si era portato le mani alla bocca e ridacchiava, mentre io non riuscivo a staccare gli occhi da Melo che teneva in mano la sigaretta con aria trionfante.
“Sei matto” gli dissi “posala subito.” Lui rise “perché, hai paura? Che possono farti? Bruciarti vivo?” e rise ancora. “Finiscila, se ti beccano con quella cosa ti fanno un culo che non finisce più. Ti revocano la licenza. Finirai per strada Melo. Altro che barca.” Aggiunsi serio, ma lui rise ancora più forte. Era eccitatissimo “E se la fumassi?” disse sorridendo come un bambino “Finiscila!” gli dissi innervosendomi sempre di più. “No, cazzo che non la finisco. Sono quarant’anni che non ne vedo una. Non ho mai fumato una cazzo di sigaretta in vita mia. Una volta qui si fumava forte. Fumavano tutti. Alcol e fumo, fumo e alcol. Sai quelle stronzate della sigaretta dopo il caffè? Balle! Ho visto gente scolarsi birre e pacchetti di sigarette come se niente fosse. Come se fossero la stessa cosa. Per questo le chiamavano bionde. Padri di famiglia, donne incinte, chiunque avesse smesso di fumare. Venivano qui, bastavano quattro sorsi e ti scongiuravano di fargli fare anche mezzo tiro. Cazzo, ho visto un sacco di gente incimurrita soffocarsi con questa roba qua. Ho seppellito amici e parenti. Sai, no, quanti ne sono morti? Per questo hanno fatto le leggi. Sono morti tutti. Hanno fatto causa alle aziende. Ed io mi chiedo perché. Cazzo è una cosa che fa schifo, a me fa schifo. Non piace a nessuno, sono tutti d’accordo, felici di non averle più. Allora perché? Perché quel vecchio ha preferito farsi ammazzare piuttosto che spegnere il sigaro? Ora io penso si muore, sì, prima o poi tutti. Anche Napoleone è morto, ma è morto in un mondo tutto suo. Non come dici tu. Nel mondo di Napoleone E se fosse tutta una menata? Che ci fotte a noi di questo pianeta di merda se non possiamo farlo nostro? Sai che ti dico, io questa me la fumo. Io devo fumarla. Napoleone la fumerebbe. Ecco, io forse non sarò mai Napoleone, ma non potrò saperlo. Se non la fumo non lo saprò mai.”
Si era fatto silenzio tra noi. Carmelo fissava la sigaretta con due occhi come se ci vedesse attraverso e respirando affannosamente. Upupone taceva e mi guardava, Miche pure ed io fissavo loro. Nessuno di noi sapeva cosa fare. Infine, dissi, “hai ragione.” Con l’aria di chi si è appena svegliato mi sorrise. Ci scambiammo un’occhiata di intesa e infine annuì.
Aspettammo finché non se andarono tutti. Melo era deciso. Si puliva continuamente le mani sudate sul grembiule. Sembrava che temesse di inumidire il tabacco dentro la sigaretta e che poi non si accendesse più. Questa era messa in piedi al centro del bancone e nessuno di noi osava guardarla. Miche si era allontanato in un angolo seduto con le gambe incrociate su uno sgabello e si passava continuamente la mano tra i capelli. Upupone andava e veniva dal cesso, mentre io e Carmelo sedevamo l’uno di fronte all’altro parlando vicini come giocatori di rugby.
“Non siete costretti a rimanere” mi disse “non me ne vado Melo” gli risposi “sono troppo ubriaco e poi ormai siamo sulla stessa barca.” “Sì, la barca, la nostra barca.” “La nostra barca Melo, ce ne andremo via da questo cesso di merda. Con la nostra barca. Sai che ti dico Melo la fumo anche io questa sigaretta di merda. La devo fumare capisci?” “Sì, capisco” rispose serio ed io non mi sentì mai così vicino ad un altro uomo come in quel momento. “Santo cielo Melo, manca solo che ce lo succhiamo a vicenda adesso” dissi ridendo. Rise anche lui, ma si fece subito serio “e’ il momento” disse.
C’era sotto al bancone un samovar che Carmelo usava per preparare il tè a certi zingari o marinai che venivano dall’est. Pagavano bene, perciò col tempo era diventato molto esperto e si preoccupava di tenerlo sempre acceso. Ci sedemmo tutti e quattro per terra, messi a semicerchio in silenzio come in un rito antico. Eravamo commossi, come se stessimo per dire addio ad un vecchio amico. Upupone tratteneva a stento le lacrime. Carmelo aprì il piccolo sportello metallico del samovar e il giallo caldo della fiamma si dipinse suoi nostri visi. Si mise la sigaretta in bocca e iniziò ad avvicinarsi. Io trattenevo il fiato. Miche si torturava le dita.
“Lo faccio io” disse improvvisamente “fallo fare a me per primo.” Lo guardammo. “Facciamolo tutti” aggiunse Upupone. “Sì, ma io per primo” Insistette Miche. “Ok” disse Carmelo. Anche io feci di sì col capo. “Sai come si fa?” Chiese Melo a Miche. “No.” “Devi aspirare mentre la punta si trova sul fuoco e poi butti via il fumo. Ricordati di inspirare altrimenti non senti nulla.” “Ok” disse Miche tutto compito. Si avvicinò lentamente alla fiamma e accese la sigaretta. Diede la prima boccata e ruppe in una gran tosse. Si fece rosso, poi bianco e mancò poco che ci vomitasse lì davanti. Si diede tre pugni sul petto e iniziò a respirare profondamente. “Tutto ok?” gli chiesi “Sì” fece lui “fammi riprovare” aggiunse dando un’altra boccata. Socchiuse gli occhi in silenzio. Poi sorrise lentamente e infine disse “Sono a spippolandia gente!” muovendo su e giù il capo.
Scoppiammo tutti a ridere. “Guarda che non è mica una canna” aggiunse Upopone “passa qui”. E iniziammo a farla girare tra di noi finché non finì tutta. Ripensandoci non era niente di che, ma ricordo che allora ci sembrò la cosa migliore che avessimo fatto nella nostra vita. Melo aveva l’espressione che probabilmente avrebbe avuto Achab se avesse vinto lui e non Moby Dick. Miche non riusciva a smettere di ridere e ripeteva “poca roba, poca roba purtroppo.” Upupone si odorava continuamente le dita giurando su tutti i santi benedetti che non si sarebbe mai più lavato le mani in vita sua. Io mi lasciai andare con la testa per terra e dissi “Melo, sei proprio un gran pezzo di merda”.

Che Faccio? (11 di 11)

Pubblicato: 20 agosto 2012 da attraverso in scrittura
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Mia moglie si chiama Magda.
Mia figlia Susanna.
Magda ogni tanto mi guarda e poi va via. Susanna mi ha detto che l’ha vista piangere in cucina ma forse stava solo sbucciando delle cipolle.
Ogni tanto mi solletica l’idea di essere stato rapito da degli extraterrestri che su di me hanno fatto degli esperimenti e che in realtà sono passate solo poche ore e non due anni.
C’è un film che mi torna spesso in mente, non mi ricordo il titolo, parla di un generale americano che viene rapito dai tedeschi e a cui viene fatto credere di essere stato in coma due anni e che nel frattempo la guerra è finita, vinta e che lui si trova in un campo di cura e che presto tornerà a casa. Tutto questo per riuscire ad avere i piani d’invasione degli alleati. Alla fine lui si accorgerà della messinscena ricordandosi di essersi fatto un taglietto ad un dito  e che la ferita è ancora presente come se fossero passati pochi giorni e non anni.
Solo che ormai dal mio risveglio sono passate settimane. E di taglietti che mi portino alla mente qualcosa non ce ne sono.
Susanna mi ha detto che prima facevo il venditore. Ad alto livello ma sostanzialmente vendevo. Matite colorate, penne, fogli per disegno. Non credo di avere dei piani di invasione nascosti che qualcuno possa estorcermi. Magari son stato rapito dalla concorrenza perché stiamo per buttare sul commercio una penna che scrive da sola e solo io ne conosco i piani.
Magari…
Mi hanno regalato una chitarra ho provato a suonarla, Magda mi ha guardato stupita, non sapevo suonare così prima, mi ha detto, anzi non sapevo suonare affatto. O… non mi ha mai conosciuto veramente o in due anni ho imparato.
Chissà dov’è finita quella che mi ero comprato e con cui ero uscito di casa quel giorno, magari è in una casa, forse a Trieste, appoggiata ad un muro che aspetta il suo padrone come un cane fedele. Solo che un cane è vivo e una chitarra no e non mi cercherà.

Ecco mi sono dimenticato

Mi sono dimenticato di quell’esame in cui litigai con la professoressa sulla poetica del Leopardi. Lei sosteneva, sicuramente a ragione, che il verso “Pene tu spargi a larga mano” avesse a che fare con il pessimismo cosmico, io che avesse a che fare con la masturbazione.
E poi mi sono dimenticato di quando volevi che ti insegnassi a scrivere  e io, spocchioso come non mai, ti avevo detto che – o lo sai fare oppure no, non si può insegnare – e tu allora andasti da Luca. Ora è il tuo mestiere e io faccio tutt’altro.
Insomma ho cancellato la parte brutta della mia vita e con essa anche tutto il resto e ora so guidare la macchina ma non so dove l’ho messa, so un sacco di canzoni ma non ne ricordo le parole, so un sacco di parole e i tasti della chitarra sono semplici linee.
Ecco mi sono dimenticato di te che insisti nel volermi esattamente come ti piacerebbe che fossi e non come sono.
Ecco mi sono dimenticato di te che durante una partita tra scapoli e ammogliati cadesti a terra tenendoti il ginocchio che ti avevo colpito. Tu sapevi perché, io sapevo perché,  gli altri pensarono che ero il solito stronzo e alcuni non mi rivolsero più la parola.
Insomma come già detto… mi sono ricordato di dimenticare tutto.

C’è silenzio nella stanza, il corpo intubato di un uomo giace su di un letto.  Magda, la moglie, si rivolge alla persona in camice bianco accanto a lei. La voce è quasi un sussurro.

Dottore guarirà?
No!

*

Pubblicato: 1 agosto 2012 da lievolando in scrittura, scrittura a punta

dimmi quanto è lontana la parola, così
piccola da accartocciarsi ai muri
fino a comprenderli, larghi sui palmi
sfociati come parti da soffiare via
e quel ricordo di rose irriverenti, nude
dal grembo prendere quota attraverso
noi, camminando sulle cose del giorno

A’ la plage , à la plage

Pubblicato: 1 agosto 2012 da samoaintutu in scrittura

Mi sono detto
che avrei dovuto passare
le vacanze in chat
darmi a rapporti internazionali ed imprudenti
perfino non protetti
dalla solita uggia dell’orgia di parole.
Per ogni sera persa nei dormiveglia estivi dei dehors ,nell’insonnia dei matinée esclusivi
avrei fatto una scoperta ed un’ offerta.
Tramontare dentro lo screensaver
Orange and yellow di Mark Rothko
devastato dall’imperizia nell’usare Instagram ed un falò di app imbizzarrite
che mi si ritorcono contro
nonostante la fila notturna all’Apple store nel mese di febbraio.
Con l’indifferenza che ispira l’arte a chi è votato
ad una pira di gesti creativi e più ancora ridicoli
( uccidere gli dei dovrebbe provocare la medesima noia,
è dunque preferibile il noviziato del disinfestatore di zanzare)

Parto per la violenza allegra di chi prende ferie dalla salvezza e ne gode.
Baratto da un pezzo su E-bay ogni redenzione e barattoli di zuppa irrancidita
per un attimo di rischio contabile,una denuncia plausibile della Polfer.
Le tazze di Limoges della nonna.
Insomma un brivido non canonico.
Rivengo nell’ultimo chupito abbandonato sul bancone del venezuelano
che ,alla faccia della giunta di sinistra,ha occupato abusivamente
un pezzo di marciapiede in via Palmanova con palme per niente nuove e tavolini
ed interstizi di autentica tristezza e sporcizia.
Perchè sono finalmente pronto a raccattare i resti altrui,gli avanzi
e mettere la dignità dove è giusto che stia
( nel dizionario,suppongo. La costituzione sarebbe solo un attardarsi con le menzogne
da cui sono solito trarre ispirazione per i miei inganni ).

Piano b,secondo passo.
Che ne farei altrimenti dei bacarozzi ingellati di Piazza Sintagma
i quali,nonostante il flauto, si intestardiscono a non seguirmi.
Dei marinai infracicati prima dell’approdo ad un letto qualsiasi ad Omonia
od abortiti tra le penchés di Kolonaki e prezzi al ribasso fino al buco nero.
Dovrei riprendere a seguire le lezioni di passato
dai vecchi che battono al Pireo
dai loro baffoni olfattivi che trattengono le briciole e il vino orrendo bevuto con le mogli
adulterato più di questi versi
( io che per contro natura sono astemio di poesia
e la pratico più per una sorta di tagliando annuale che per sentimento).
Ma lo ammetto : non ne ho il coraggio.
Aduso come sono a cene raffinate ai bordi della Placa
anche quando non ho fame,né sete. Né carte di credito o reputazione.
Pagherò salato , questo lo so giá .
E nemmeno gettare un occhio al posteriore dei posteri mi consola.Li spaventa,pare.
E’ che non riesco a rifiutare un ammiccare nemmeno quando sono sazio.
Così scendere a Kerameikos è come vagare nell’usuale labirinto
di un ‘evidente assenza di attenzione per dove si mettono i propri piedi
che andrebbero ben più che puniti per le strade che ci spingono a rifare
senza alcuna voglia.
La coazione domestica di un linguaggio universale ( come un franchising anonimo e infinito ) :
anche qui continuano a costiparmi lo schermo di segni patetici,brutti,incomprensibili :
come questo :-)) o questo :-p.
E poi manco mi salutano.

Ma non finisce ,né avrà mai fine
( il lettore ostaggio riconosce ,a questo punto atterrito ma in ritardo,
la minaccia dell’autore attuarsi in vero e proprio assedio )
la crisi che spinge a ripartire
come rocchetti nelle mani di bambini adescati dai Se delle loro vite precedenti
( dove sta Eros in tutto questo ? Sarò orbo ma mi ostino a non vederlo )
invece di rilassarsi e spiaggiarsi appagati di ciò che si è sbagliato
ripetutamente
ed in un afflato finale di generosità ed altruismo
esalare l’ultimo simulacro e zampettare felici
oltre la soglia di fico che ci ha sempre nascosti.