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La foresta della notte – Djuna Barnes

Pubblicato: 9 gennaio 2012 da llmezzanottell in autori stranieri
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La stanza aveva un che di orrendamente degradato, come le camere dei bordelli, che fanno sentir complice anche la persona più innocente; eppure era anche vigorosa, una via di mezzo tra una chambre à coucher e una palestra di pugile. C’è un che di battagliero in una stanza dove non ha mai messo piede una donna: ogni oggetto sembra lottare contro la propria compressione- e c’è un odore metallico, come di ferro battuto in una fucina …………Nora si disse: << La veste lunga non è forse l’abbigliamento naturale delle condizioni estreme? Quale nazione, quale religione, quale fantasma , quale sogno non l’ha indossata – infanti, angeli,preti, i morti; perchè mai il dottore, nel grave dilemma della sua alchimia, non dovrebbe indossare la sua veste?>> Pensò : << La indossa, per vedersi giacere accanto a sè, chi è costruito in modo tale che l’amore per lui, può essere qualcosa di speciale; in una stanza che, riflettendo le prove del suo abitarla, è massacrata come l’ultima agonia >>
<< Avete mai pensato alla notte ? >> domandò il dottore con un’ombra di ironia;………………….<< Basta che un uomo si stenda sul Gran Letto e la sua “identità ” non è più sua,la sua “fiducia”non è con lui, la sua ” disponibilità viene ceduta e sottostà a un’altra legge. La sua angoscia è folle ed anonima……………..Il cuore gli capitombola nel petto, in quel posto buio. C’è chi entra nella notte come un cucchiaio fende l’acqua arrendevole, ma altri ci vanno a testa bassa contro una nuova connivenza; le loro corna gettano un grido secco, come le ali della locusta, tardivamente in muta……Noi non siamo che pelle intorno ad un vento, i muscoli contratti nella lotta contro la mortalità. Dormiamo in una lunga notte piena di rimprovero contro noi stessi. Siamo pieni fino al rigurgito dei nomi che diamo all’infelicità …….>>
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Adoro questa scrittrice e tenevo molto a presentarvi questo libro, che fornisce il ritratto di un’autrice dal fascino mistico e altero , che fu definita la Garbo della letteratura. Visse metà della sua vita isolata come un monaco trappista, dopo aver frequentato la migliore società letteraria americana.  Scrisse all’amica Emily Coleman: “Essere una leggenda è infinitamente più facile che vivere quel che è necessario per diventarlo”.
Guadagnò subito l’ammirazione entusiasta di alcuni suoi grandi contemporanei (Th. S. Eliot, Graham Green, Dylan Thomas) e del quale l’autore della Terra desolata, tenendone a battesimo l’uscita nordamericana, scrisse che vi trovava ” una qualità di orrore e di fato strettamente imparentata con quella della tragedia elisabettiana  “. Così brava a giocare tra ironia e tragedia, tra amore e morte fu figura mitica dell’avanguardia letteraria americana fra le due guerre – prima a Parigi anni Trenta, nella festa mobile della lost generation, la ‘generazione perduta’ di Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Henry Miller, poi nella New York esclusiva e progressista (il Greenwich Village) degli anni Cinquanta (dove furoreggiava quell’Anaïs Nin, che sempre la considererà un modello)
Djuna Barnes (1892-1982) ci ha soprattutto affascinato con i suoi romanzi e racconti forti, simbolici, di ansiosa e rinnovata ascendenza imagista.  Molto meno nota era ed è come poetessa, tagliente e lucida, fredda e categorica, visionaria e implacabile come una Bibbia paradossale, un’Apocalisse ribaltata e indicibile: “Ad Adamo è rimessa la sua costola, una donna gli piange dentro il fianco”.  cfr. fonte blog libero.

Alcune sue poesie:

A ritroso

Esatto
nel suo limite il mondo forza il cuore al tramonto
e il verme della pena rinnegata
gonfia foglie elettroniche, mutanti
sensi e vagiti in vitro.
Nell’esilio
millenario il mio minimo disperso
tenta geometrie della pietà,
libri d’ore, di pane conteso dal salnitro.

 

Dietro il sole la notte

Corremmo all’infinito, a perdicuore, dietro il sole e la notte;
ci tuffammo dentro il profondo vino solitario d’amore;
toccammo terra, ed era grigia e densa, e soffice di cenere il mattino.
Sì, il giuramento fu vano – illusione, forse, di quel profondo aereo vino.
Ma pensa, figlio, ma credimi, figlia: se non avessimo giurato azzurro
allora, non fareste oggi,
danzando dietro il sole e la notte,
quello stesso cammino.

L’ albero

Tutti i bambini, mano nella mano, talvolta
vanno nei boschi per svezzarsi dai genitori
e farsi un tempio tra le foglie. Il tronco
gelato a cui lo spirito dà calci in primavera
riscatterà l’ inverno sul suo feretro?
Estrarrà dalla buca l’ imbratta poltiglia che fu Cesare?
I dannati che piegano le ossa dei passeri
bruciate fino al nero dei fuochi, troveranno
riversi i pellegrini, un albero confitto nella schiena?

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