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La zanzara e il punto di sutura

Pubblicato: 7 marzo 2013 da sericamente in Uncategorized

Lasciato il morto a valle

E’ caduto un grano
ed il secondo
Poi un terzo

piange
ciò che ha ancora umore

C’è un lago,
un sogno che si comprime
e due monete,
bianche
come sentire l’abbraccio

Arrivano,
molte cose
Non si possono, enumerare

si mangia di fame
e stomaco
E si percepisce

Credo sia un’esplosione
al contrario

del nano che vede
tutto in sé
come il bottone

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Operation Innana

Pubblicato: 26 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

(Lo hai sentito anche tu
il richiamo venire
dalle bocche
sparse come uccelli muti)

(Ho trovato il suo disegno
in un sogno tra due giornate e due allodole)

Sembra che la musica
sia la chiave esistenziale
Quattro nocche e due dita

Il Bianco del ricordo ancestrale
perpetrato nelle disposizioni immateriali
di un futuro a schiacciare
un sonno
di fianco alla panchina che chiami presente
reale, amniotico stare
il suono che senti e metti nella tasca bucata
questa è follia
Nel’immenso mare sparso con perizia
Ha scavato i rimasugli irrisolti
Ho gradito l’istante
come fosse
un eterno miagolio melodrammatico

Grandine invisibile
all’altare di un andarsene
e morire nelle cose
scoprendo la propria metratura
e la bugia di un me e il resto

Solo accordi maggiori
declinati in tanti cedere

oggi è giorno,
di carne ed affanni
e di pensieri che disegnano cerchi,
senza piroetta

Chiamato e lasciato all’impronta
Sento grida materne in lontananza
e tutti i figli del mondo e delle cose
intonano qualcosa

 

(Poesia correlata a questo video)

Ode d’eco

Pubblicato: 16 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

 

Venne un’anima di striscio a me

 

mi scoprii furtivo, come

 

 

e non aveva peso,

ma un  respiro delineato,

acqua di rose e tabasco

nel suo passo pieno,

 

deflagrato

 

del disagio universale che cuce

come i minuti,

le ore

 

non la vidi, mi sussurrai

ma credetti la sua schiena

un’alta tastiera di ebano

per cantare il giorno

questo spezzone spezzato

nel rintocco della mia chiesa vuota

un coriandolo di fine carnevalata

la mestizia di un mercoledì

troppo agile, per disperdersi

 

(più per rapprendersi)

 

 

Venne anche un ruscello

fino alle strade

e nelle case corrose

dai ritardi del tempo e dell’uomo

 

Pace fu chiesta

nell’attesa

 

Resa Dolce

Pubblicato: 8 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

 

E’ rimasto qualcosa

oltre il filo della vasca

 

 

una testa mozza direi,

 

 

fronte al tramonto

nella congiunzione dei meandri assestati

della quotidianità dei vivi

 

si è reso onore

ai fiori morti o sgualciti

dell’inverno passato

 

E le paperelle ridevano intanto

Il fare acerbo della disgiunzione

 

 

Un riso amaro,

mi dicevo

 

 

 

 

ed altro più non era richiesto

Solo iconografia

 

 

del dolore

 

 

A spargere quel sale per altri castelli

Unioni di terra e mare

già recisi,

già stesi ad asciugare come voluttà

di gente che dice domani, pranzo, potrebbe essere

 

 

 

E’ un’altro valzer

con le teste tese come alle prime,

sempre ripetute

Passa sempre qualcuno

Un lattaio, un uomo di plastica, una fantasma gioioso

 

Mi affido al sapore

perché il colore ha perso i remi

 

e la notte è lunga,

Caro stare

L’architetto

Pubblicato: 4 febbraio 2013 da sericamente in Uncategorized

(Dovrebbe essere tornato il momento per la poesia. Un saluto a tutti quelli che conoscevo ed ai nuovi arrivati)

 

La morte è come una cara sorella

laureata, massimi voti, emigrata ovunque

dove tu non sappia

 

Questo disse Stan

appoggiando la tazza, bianca

al tavolo

Bianco pure lui, lucido

 

Il parente  lontano è l’unica forza lavoro

ciambellano  di fantasie ultime, finimento, bruciatura

del punto di saturazione dei colori

 

pace della colazione

Tre uccelli cadaveri satirici

Il pianto del neonato

C’è forse altro?

 

 

raffinare la vita, omologarla.

 

“E qui si fa complessa”

 

“Siamo punti che al massimo disegnano cerchi, veloci anche”

 

Esclamò Stan,

pettinando la giornata alla sua ragazza.

 

“Niente sfugge  al nostro occhio che non può vedere”

 

Concessa è l’equazione tra ignoti

 

Nel mentre di quell’intersecarsi degli angoli aspidi,

oltre la siepe

Qualcuno ti pensa

 

Lo hai visto il Falco?

tace il tuo vuoto, questo sa fare

tra le circonferenze,

 

Le unisce tutte con rette

cura l’aritmia

della  sofferenza vedova allegra

 

Il Thai Mahal tra le bidonvilles

“Potremmo sposarci là”

 

 Lei sorrise

 

 

Ma è libido del sospeso

dell’otturazione

E’ miccia giustificazione

(Perché ho visto ogni mancare,)

 

Del seno delle cose che cede alla bellezza altrui

 

Tutto questo casino fertile

giace come la lupa che allatta sé stessa

 

come la morte dei morti e la morte dei vivi

 

(E’ caduto il cucchiaino)

 

 

Ci si va a letto prima o poi,

nelle sere in cui tutto è quiete e suoni lontani

 

 

 

“Mi son concesso questa trasgressione”

 

Disse Stan, sempre sorseggiando, piano, alla sua ragazza

 

 

 

 

dicevo, il bello è
non essere obbligati
a fidarsi, mangiarsi
la nascita
i piedi scalzi nel giardino del vicino
il barbecue sotto il portico
i pianti sulle scatolette di tonno, il pianto del tonno
un pieno all’amnesia estetica
ai buchi del tempo
non voler porte, solo serrature

non si cade dentro
si gira attorno
come le ballerine russe, disegnano
i cerchi
dei bicchieri di vodka, altro

appuntamento al bar, dietro il salumiere, terzo semaforo

dentro ci sarebbe,
madre vergine e sudata, santa e macchiata

attorno ci sono

l’acredine depositata alla Siae
il colore del cielo, rigorosamente color cielo

o tempestoso come le ballerine che disegnano, quadrati

nel mezzo la prima rosa gialla che si regala
(volevo solo dirti qualcosa, non che parlassimo di manuali)

prima o poi, amare ed odiare, qualcuno
nello stesso istante
nel bilico delle righe, della traversa, delle ginnaste
ci si ama e si odia
passando attraverso, si raccoglie il momento, la fotografia
lacerandola nell’altro giardino

la nostra immagine finalmente di plastica,
vergine,
pop e biodegradabile,
come il sacchetto
con cui ci si butta via

la sera

ai gatti che si svegliano

titolo foto “dsc01537”

Nei pianerottoli dei grattacieli ad altezza costole
quanto si deve crescere per assomigliare
ad un crollo
   di foglie e non più
il lambire, strofinii e niente più
   ritagliare lungo il zigzag dei bimbi
   Cerulee contorsioni al circo facevan commuovere
     pure
      avidi e stolti – il mostro marino a trovare
(ma si deve andar
                           altrove, ritornare)

e rimettere costante la cera, il cerone
per tentare e spostare, il biunivoco viaggio
  finalmente sul piano spaziale

e inventar casa
 al giovinastro Joyce
e famiglia e flussi di secondo grado
e tant’ altre cosacce,

accantonate in valigie
di chi partiva per molto, speriamo, lontano

essenzialmente lo scheletro del pulcino morto nell’orto direbbe il vecchio con l’occhio

Montarono il cielo e risero in molti
la pece ve ne usciva
                                  dai pori e fu usata
per dolci strade di terriccio bianchiccio
                           dove il deliquo corteggia
      verdi calendari
sperando di fottersi casellina,
son tante si dice
e

dopo essersi specchio reso
e capanna d’intenti, fumata
casa lungo il fiume che porta le spezie ai salmoni
che fiume

non parliamo di morte, di morte, fu resa ragazza
zoppa dagli occhi azzurri
dalla collana stregata
di perle
fu resa mistero e lì morte all’uomo e alla stirpe

ma del fiume,
lì si, lì si è
ma si sa che si è fregati
quando si pronuncia su
                                    labbra del vivente morto la parola
attimo, e poi

l’educazione dello spazio fu semplice addomesticamento
e l’altro divenne un simulacro fertile
anche cimitero resuscitato

ed il terzo grattacielo, sfonda le orecchie
di bellezza, mio grande eroe mi rendi felice
      non vedo che te

e non ci fu più terra per altro, un’altro altro
tanta aria da guardare, praterie sterminate da guardare
per poi dentro casa di noi tornare, e guardare
lungo il fiume a pescare

poche volte il smembrar della pelle ed uscire, lasciare

e sentire il piccolo peso morto
d”amuleto che si perse
quel giorno – pioveva dagli occhi dell’altro
di mal di denti,
soffrivamo noi

Sono, ero, sarò, vabbè, lo so più o meno, ma ricordi, Dov’eri?

Dentro qualche contenitore, sicuramente, ok, e poi?

Venne il sole a splendere, bello gagliardo, di piume e brividi
La donna dal vestito rosso, classici occhi, su misura per te
Vini d’ogni sorta, per tutti
pace e non pece

e tutto era situazione, il parto di una situazione, la morte di una situazione

essere una situazione,
semplicemente posseduti
non salvava nemmeno il
da noi stessi,
da noi
ne’ da Dio ed affini
da un pallone che rotola romanticamente
ne’

intanto
tra il piegato ridondare degli anni,
carezze di carta di fuoco di colla
Si perse il senso, afferrato
mangiandolo e non
sentendo sparvieri
uccellacci e il solstizio
4 sono,
pochi,

ma il resto è ancor meno
qualcosa in più
    l’infossarsi del piede
in sabbia
nei campi di grano, delle stagioni caleidoscopiche
sentire di aver avuto – senza aver

qualcosa c’è sempre

Finì che non finì mai, dissero i finiti

Quell’uomo che portava il dolore, dentro le gemme dentro le scarpe
le crisalidi, le tasche, le orme lasciate su spiagge
pure lui, mangiato dallo sparviero,
  poraccio
ed è
  un gioco di ninnoli e coralli d’oro
E’ pane di miele, alla porta della chiesa chiusa

chi si trastulla è il vincente, non giocò

non è che non giocò, non è nato per nascere

101

Pubblicato: 12 aprile 2012 da sericamente in Uncategorized

Sulle, tue, scapole, scaturisce, il mondo

Nei bagliori,
il buio
Magenta: oro, d’aria

Cammino col – senso – del cieco

al tavolo di cose
perdute, cose di vita ai piccioni
le hai viste rapprese
nel tuo fazzoletto?

Cammini col – senso – di sale di

mare, t’amo
lungo (balzando)
la spina dorsale l’alzata del

cuore l’appeso ad un quadro

Su schiena si muove
La resa di noi,

Ikebana al nome essenziale

titolo “Aggregazioni,Rivelazioni,Sparizioni,Ricreazioni”

I segreti intimi di una lavatrice (2006)

Pubblicato: 29 marzo 2012 da sericamente in Uncategorized
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Gravido incombere
in flebile aria sconosciuta e mistificata
come riassunto condensato in strade,
numeri,
espressioni alterate,
In fermimmagine d’un libro annusato con nauseabonda ripetizione
in poche pagine disconnesse
e cirillicamente seducenti
d’un sublime rassicurante
nella sua comparsa devastante
Fulmine senza cielo
e sgranarsi di membra e neuroni
La fine di un inizio mai trovato,
un inizio come pura sensazione
di penetrazione
totale e appagante nella sua ferocia
e lucidità
Indissolubile dove tutto il resto finisce
in una arena di automobili
d’improvviso tramutata nella concentrazione
densa di tutto l’universo,
presse dai dispositivi imperscrutabili
se non divenendo polvere
Eppure tutto scorre
nell’ardore di cigolii e fatiscenze

In un vivere dove il massimo della felicità concessaci è
ridere
incastrati nei pori di una spugna

La figura femminile continua a muoversi
negli spazi
e si cambia d’abito
lasciando intatto quell’infrangere degli occhi
come calamita acquosa tra ciglia sonda
imprevedibili
dentro pareti di uno stanzino di proprietà,
di non proprietà fisica,
fragili mattoni ripescati lungo fiumi,
dentro tempeste,
in sgabuzzini pronti allo smobilizzo di librerie galleggianti,
nelle code degli occhi di ballerine disoccupate
Isole su nuvole dentro recipienti di confetture sfiorate

Dell’armonia unica di un suono inesistente
mai fastidioso anche all’orecchio più vigile,
uomo abituato ad ascoltare un po’ prima e un po’ dopo,
per morirne nell’istante
e ricordarsi
di un dubbio dai toni edificanti
Maglia di inverni nebbia su sabbia

Mancano le mobilia
e i tappeti di fogge cromatiche
Ma c’è sempre quella presenza di memorabilia
che non conosce le date ma solo i brividi
e che si orienta come il fuoco,
come il plasma
Nudità del tuo corpo sospesa come una fune verso il mio vacillare
con le braccia aperte tese verso simulacri
di vesti ricucite all’esigenza dei tempi moderni
Insignificanti particolari che sono balie di sicurezza
alle pezze del mio esistere
dilatato e inosservato e ingombrante
come l’azoto

Qualche cianfrusaglia sul comodino,
rappresentazione teatrale di un microcosmo in continuo riassemblaggio
Tu, Immagine sfuggente come le rondini
tra i contorni dei frastuoni a pois
c’è del vano che contiene il senso di questo

Se sto immobile,
basterà,
dimmi,
darsi la schiena per creare il tutto?

Grumo porpora

Pubblicato: 23 marzo 2012 da sericamente in Uncategorized

il mare ha bisogno di un burrone
più scompare dai nostri incipit
più si rivela il nido del gabbiano

li si guarda con le pupille del sermone

il gorgo, di un grande lavandino
siamo quello che rimane sulla spiaggia
molecole in polvere, pulite nella distanza tra le dita

Rapsodia atemporale

Pubblicato: 14 marzo 2012 da sericamente in Uncategorized
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C’erano grumi vistosi di assenze, all’altezza
a riempire l’incavo
scrigno degli
altri emisferi
tutto capì
il giorn che saltai
e l’albero dal frutto sospetto, di denti sul petto
di cerebro in semi, silenzio, centrifuga
all’alba
e alla notte

un grande fragore morente,
concepito morto, nato altro, vissuto di lato, morto finalmente vivo

ma c’eran ciliegi in fiore

ma c’eran le case dipinte di bianco

ma c’eran troppi doppioni

ma c’era chi odiava l’odor di mangrovie sui muri

lo spasim d’intonaci su croste di ciliegi in fiore

ma torte di grumi

grumi di bruma
sgranata al suo termine, abbiam tante finestre
due dita in più,
la conta di rondini
e materiale elettrico

il momento postato di questa poesia fu vero
il resto
un nocciol di ciliegia
tanto di vento
di campi
un’odor che ti porta addosso ti porta
l’idea d’un preciso ed unicq sgirasol

titolo foto (Kant Reloaded)

Corre uno scoiattolo che cerca l’elio

Pubblicato: 23 febbraio 2012 da sericamente in Uncategorized

Il ponente dei nostri gradi
Ha attraversato, anche pigmentato
Il cobalto non scherza mai
Espanso come l’acqua bollire oltre la pentola
le orbite limitate e cieche, baci in orbita
degli occhi, il mare di velluto avvolge
anche il sonno più ignaro

nel guado giaceva un cavallo morto
e si è sorriso, acceso la luce
spento la luce
cavata la lucciola dall’orecchio e appesa
al punto sospeso e di sospensione
la grazia islandese
i dubbi delle moke lasciate borbottare in un deserto
di ghiaccio caldo

si è non essendo
c’è già troppo che è già
meglio un soffio che sa sentire le mani delle cose

il terzo elemento alchemico
cade nella ciotola delle pozioni
una scodella di latte di gorghi
cade anche l’occhio nel vortice del mondo
di quattro dimensioni e mezzo
perché, perché, la condizione umana è una mezza condizione

tutto tace
tutto è obliquo

le nubi si spostano
le stelle sono ferme ed imprevedibili
il mare è li, fermo, fa solo il suo dovere

Tristezza della ruggine

Pubblicato: 20 febbraio 2012 da sericamente in Uncategorized
Tag:,

In vista del decennale della mia iniziazione poetica, avvenuta di fronte al mare di Croazia alla vista di una nave un pò troppo moderna, ma soprattutto piena di alterigia, pubblico la mia prima poesia scritta

Lucida essenza
s’insinua
si muove

furtiva

scandaglia le prede

nel fumo incrostato d’invisibili artigli

E giacciono inermi
indifese
le barche sul molo
scrostate
fiaccate
uccello rapace
è quello che avanza

Tra sbuffi a rilento
costanti
che incrociano
e stridono
e fuggono stormi
in macchie velate
sbiadisce la ruggine.

L’angelo di plastica e le garze

Pubblicato: 15 febbraio 2012 da sericamente in scrittura
Tag:

Il biancastro genuflesso, odore
Possibile solo all’alterato occhio
Pervase, pervade,
a gangli e legamenti
possibile all’’altare
dissacrato
dall’ego, pianta di frutti o g m
di particole laiche che terminano con
digestione
pianta di tv, nascosta, nei molari dei passanti
retorica, bulimia di sorrisi
e pianti non accuditi

L’angelo si crede
Forma, forma
Confonde le soste fisiologiche dei karma
Crede più di quanto creda quel che è creduto
Frulla con piacere
e non controlla gli scarti
Dimentica il bacio incestuoso
Lo diede il Diavolo
Il primo giorno
il mondo
il neon bizzarro ed altalenante dell’ospedale
Il primo giorno
Piangeva
Piange ancora, lacrima al più
Le manca la bile di proteine in stato di grazia

Sottile il disegno, a sfumature di rossore
E pallore, seme di tramonti senza sole
Di stella cometa bagnata
Canto disperso e trovato nel palmo segnato
Di un riso che tocca le curve
Con curve, frattali commossi
E buchi d’aria dove tutto inspira e respira
La piroetta leggera e calda degli occhi
fu legge
Come l’inspiegato
appeso ad asciugare
nei campi verde, azzurro cielo
e mestruo

(tra grazia e sottile dovrebbero esserci 5 interlinee, ma non riesco a farle venire fuori)

Titolo Foto “Absynth”

Antuan De Tabarek

Pubblicato: 6 febbraio 2012 da sericamente in scrittura
Tag:

Venne al mondo, parto di salmi
Brevi scrosci e nuvole appiattite
Astri alla deriva emotiva
Le crepe dei palazzi si assumevano già a quadri
L’uomo sapeva far male coi sorrisi, già
Lui prese un ninnolo e ci vide
L’ippocampo della felicità

Grumi ai lati della bocca
Il senso traslato a fine
L’agro senso di sogno
Giravano le zanzare nel cielo
ed erano
Ancora troppo vicine per distinguerle

Fu il primo errore

Nell’attesa,
gli angeli, bianchi neri rossi
viola
arancioni
beige
Ballavano il tempo vestiti da fuso orario
Con le parole di un congegno libero
D’inganno d’ologramma

Blu perle nelle vene dei campi arati dalla nebbia

Intanto, Rose la Bianca, partorì un dipinto
Tenuto sempre in tasca,
si sarebbe sciolto
alla vista
di occhi sbagliati

Venne il tempo delle grandi autostrade californiane
Delle tavole calde assunte a chiese
Della bellezza nascosta
Del nano circense nascosto e maligno
Dei distributori di benzina invisibili
Si fumava vicino al camionista
I baffi di petali impeciati
Colare di umori ingravidi,
o troppo
E si capiva dei flipper
creature del Diavolo

Prese e partì
Nel mezzo del secondo terzo
Si amputò alcune ore
Alcuni cerchi senza centro
Se ne pentì
Si fece un tatuaggio profumato
Come i fiori degli abissi

Schegge di opale ai lati della bocca
La vista del piccione malinconico
Il cuore che si comprime tanto da farsi amante stretto
Un scossa mossa in orizzontale
E poi
l’arcobaleno svelare il segreto
L’arcobaleno provare la trasmigrazione attraverso Satori

L’ombra con carta d’identità
Il grigiore che è colla
La ferita ontologica

Smorto il morto, rimase la carne migliore

Rose appese il quadro alla rovescia

Poi morì, lui
come le rane che si trovano sul picco di una montagna
e non hanno ancora ben capito cosa sia successo

Titolo foto “DadaDisco”