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Operazione

Pubblicato: 18 aprile 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Questo è l’inizio di una cosa più lunga che sto scrivendo, mi piacerebbe avere il vostro parere. Soprattutto su una cosa: mi è stato detto che la protagonista non sembra una donna. Ma non il perchè e il percome. E invece, nel caso, mi interesserebbe molto saperlo.

 

Operazione

Le porte dell’ascensore si aprono con un rumore fluido di binari ingrassati e servomotore nuovo. Il vano è illuminato da una luce intensa e diffusa, le pareti sono in una tonalità uniforme di beige, per fortuna non hanno specchi. Il pavimento è un finto parquet industriale con le venature del legno formate da sei motivi ricorrenti in semplici stringhe due-uno due-uno intercambiate ogni tre sezioni.
Non riesco ad entrare.
“Excuse me”.
E’ una voce maschile con una punta di insofferenza. Qualcuno dietro di me si è spazientito a vedermi ferma e imbambolata a bloccare l’accesso all’ascensore. Sotto la voce sento il sussurro di altre voci, che mormorano frasi irriconoscibili tranne alcune parole isolate percepite a stento, confusamente, come i tentativi di decifrare messaggi dal rumore bianco di nastri magnetici vergini. “Bitch…see me…twin…bitch…” Sento una vampa sul viso e abbasso gli occhi spostandomi e mormorando confusamente di aver dimenticato qualcosa. Mentre mi giro per andare via vedo la coppia che entra nell’ascensore e l’accenno di sorriso sulle labbra di lui. Ha un paio di pantaloni grigio ferro stretti alla gamba e una giacca informale di tessuto nero spiegazzato ad arte, con le cuciture che sono un marchio identificativo di una multi-farm cantonese specializzata in cloni di Armani. Lei ha un completo dirigenziale gonnanera-camiciabianca-giaccanera guastato da un incongruente foulard ocra. Sento sotto il termoclino dei farmaci la rabbia che si agita cieca. So che ora stanno parlando di me. Rivedo il suo sorrisetto. Rivedo il mio ritrarmi spaventata e accondiscendente. Avverto la scia dei loro profumi che si scinde in quattro essenze principali più tredici sottotoni discordanti. Non vanno bene insieme, penso. Creano un retrogusto acido, acre, come ferro rovente spento nell’acqua. Mi tiro dietro il mio trolley con la mano destra e nella sinistra il borsone, mentre percorro il corridoio senza moquette che porta alle scale. Il pavimento del corridoio è ricoperto da una resina bicomponente celeste polveroso. Una pausa gradita al motivo a rombi intrecciati della moquette dell’atrio che mi ha causato una lieve vertigine. Con gli occhi su questa rassicurante superficie indifferenziata, cammino in una bolla temporanea di silenzio e di relativa pace. Una specie di cronometro interno tiene conto del tempo trascorso da quando si sono chiuse le porte dell’ascensore. Ora dovrebbe essere al secondo piano. Si bloccherà fra il terzo e il quarto. Me l’hanno detto il lieve sfarfallio della luce ambrata del pulsante di chiamata, i tre click leggeri che ho sentito, le pause, i tempi di arresto, i tempi di risposta dei relè di consenso ai piani, e di quelli di sicurezza, mentre aspettavo la cabina.
Passo accanto ad una porta spalancata e qualcosa mi distrae dal count down. La porta è di acciao satinato all’esterno, la parte interna è foderata di moquette ed ha un maniglione antipanico, è l’uscita di sicurezza del bar dell’albergo. Mi fermo. La penombra nella quale è immerso il locale è riposante. La moquette è chiara a tinta unita, l’illuminazione è fornita da lampade sui tavolini con paralumi orientati verso il basso che creano bolle luminose calde, localizzate. La semplicità regolare della disposizione degli arredi è confortante. Penso che questo posto abbia qualcosa di particolare. E’ una sensazione vaga, insolita per me. In quel momento sento il trillo di un campanello, un rumore piuttosto stridente, meccanico, non digitale. E’ una campana con un batacchio ad elettromagnete. Gli avvolgimenti dell’elettromagnete hanno perso l’isolamento in un paio di punti, e le armoniche risultanti dal ciclo rallentato della percussione vanno in feedback sull’ampia vetrata dell’ingresso. E’ l’allarme dell’ascensore. Provo una punta di piacere e penso : questo è per me, dottor Carella. Io l’ho visto. L’ho visto accadere, prima che accadesse. Poso il borsone accanto al trolley, sfioro con i polpastrelli delle dita della mano sinistra la superficie d’intonaco accanto alla porta. La vecchia sensazione di gioia, di meraviglia, riaffiora dalle paludi degli antipsicotici. Sento il mondo, sento la filigrana delle cose. Sento l’orientamento delle ondulazioni invisibili a occhio nudo della spatola dell’intonachista. So della sua altezza, approssimata a più o meno cinque centimetri. So che è destrorso. So dell’esitazione nell’altezza dell’ondulazione che mi parla di un inizio di artrosi scapolo-omerale. Sento gli odori che escono dal locale del bar. Cinnamomo, kumino, alcol, caramello surriscaldato. Sovrapposto a tutto sento l’odore vago e non del tutto spiacevole di un detersivo a secco per moquette, integrato, complementare. Alla mia mente si presentano gli aromi artificiali processati in sequenza che scattano come le finestrelle di una vecchia slot machine truccata : benzaldeide, anetolo, G-nonalattone, eugenolo, L-carvone, sto affondando. Sto affondando. Sto per avere una crisi. Sento sempre gli odori in modo molto più forte, quando sto per avere una crisi. La vergogna e il senso di colpa distruggono il piacere, mi troveranno stesa in terra a sbavare, sapranno chi sono. La demente che alloggia nel loro albergo.
“Hey, miss’us, somethin’rong ? Are you ok ?”
La voce è calma, ha un bel tono profondo, regolare, senza picchi. Mi ci aggrappo per resistere alla crisi. Sento una mano sul braccio sinistro che mi sorregge. Ritraggo il braccio di scatto, apro gli occhi ma non riesco a guardare il viso dell’uomo. Guardo le sue scarpe. Ha degli stivaletti di pelle morbida, non attillati, comodi, suola di para, l’orlo dei pantaloni appena più su dell’ultimo segno di marea della moda. Gli dico : “E’ tutto a posto. E’ solo un giramento di testa. Grazie.” Lo dico nella sua lingua. La mia testa è ancora occupata dalle architetture dell’italiano, devo fare uno sforzo di traduzione simultanea, ma so che basterà poco perché l’inglese sostituisca la visione del mondo della mia lingua. Lui mi chiede se ho bisogno di aiuto per i bagagli, gli rispondo di no, grazie. Raccolgo il borsone che avevo posato in terra e proseguo verso le scale, sentendo i suoi occhi sulla nuca, che mi guardano andar via. Giro a destra nel piccolo atrio con le doppie porte che portano al seminterrato e le rampe di scale per i piani con le ringhiere dello stesso acciaio satinato delle porte di sicurezza.
Comincio a salire quando un pensiero improvviso mi fa fermare dopo i primi sei scalini. Non ho sentito i sussurri sotto la sua voce. E’ una cosa rara, per me. Resto ferma sulle scale, penso che vorrei tornare indietro, che mi piacerebbe parlare a quell’uomo. Giro la testa, ma l’angolo che forma il corridoio con l’atrio non mi permette di vedere l’uscita del bar. Dal corridoio non viene alcun rumore. Non saprei cosa dire a quell’uomo. “Salve. Parli, per favore, dica qualcosa, la sua voce calma il mio delirio.” Certo, come no. Riprendo a salire e penso che devo arrivare in camera, devo prendere la dose pomeridiana di farmaci. Sento che il jet lag e l’ansia del cambiamento d’ambiente hanno eroso la copertura del mattino. Vedo le pillole nel loro blister. Cerco di fissare il pensiero sulle semplici azioni che devo effettuare per arrivare alla mia camera. Un gradino dopo l’altro, tiro su il trolley, l’albergo è abbastanza tranquillo, non ci sono rumori dall’esterno, solo qualche gorgoglio da tubature sottotraccia, qualche lontano sbattere di porte, il soffio costante dalle bocchette di aerazione. Le scale sono interne, non hanno finestre. La mia camera è la 142. Arrivo al quarto piano con il respiro accelerato e un velo di sudore sulla fronte. La moquette del corridoio ha lo stesso motivo geometrico malsano di quella della hall. Strizzo gli occhi e alzo la testa, cercando di restringere il campo visivo a una fessura che uso come collimatore per leggere i numeri delle stanze e trovare la mia. Le porte che oltrepasso sono silenziose, il corridoio è vuoto. Finalmente arrivo alla mia, è l’ultima, ad angolo. Infilo la scheda con il chip nella sua fessura e sono dentro. La moquette e’ a tinta unita. Non accendo luci. Poso i miei bagagli al centro della stanza e tolgo dal letto la sovraccoperta a motivi floreali, lasciando solo le lenzuola bianche. Torno al mio trolley e apro la tasca laterale dove conservo le confezioni dei medicinali. Schiaccio via dal blister due pillole lucide giallo chiaro e le ingoio senz’acqua. Poi prendo il flaconcino dell’ansiolitico e vado in bagno. Copro lo specchio sul lavandino con un asciugamano, prendo il bicchiere nella confezione sterile sulla mensola e lo riempio per due terzi con l’acqua del rubinetto. Conto venti gocce, l’acqua è tiepida e odora di cloro, ma ha il sapore amaro rassicurante del medicinale. Torno nella stanza, vado alla finestra balcone e scosto appena le tende. Appoggiata allo stipite, aspetto che l’ansiolitico faccia effetto. Guardo i vialetti tortuosi bianchi di ciottoli del parco sul quale si affaccia la mia visuale. Convergono in una radura circolare circondata da alberi maestosi spaziati a distanze apparentemente casuali. Al centro della radura c’è una formazione rocciosa, la base nascosta dalle foglie che gli ippocastani stanno perdendo. Penso che potrebbe essere un luogo speciale, se solo non fossero stati distanziati in quel modo, con quella accurata simulazione di casualità naturale. Posso quasi vedere gli algoritmi del software che qualche architetto d’esterni ha utilizzato per disegnare la mappa dei punti dove piantare gli alberi. Mi spoglio lentamente. Ora ho addosso solo gli slip e una canotta di cotone bianco. Anche gli slip sono bianchi. Il bianco è il colore più anonimo, scatena meno reazioni. Lascio scorrere una mano sul ventre. E’ ancora piatto, ho il terrore di diventare come una di quelle donne che ho visto durante quest’ultimo anno. Sacchi di carne imbottita di miglioratori dell’umore. Ho trentasei anni, mi dico, e lo ripeto come un mantra propiziatorio. Ho trentasei anni.
Vado via dalla finestra e prendo il beauty case dal trolley. Provo una vaga punta di malinconia al pensiero che non devo disfare il mio bagaglio. Ho preparato il borsone con l’indispensabile per queste due notti fino a lunedì mattina. Metto nell’armadio vuoto l’ingombrante cartella clinica che mi segue da un anno. Lì da sola, sotto le grucce vuote, la raccolta di sentenze che mi descrivono, che conosco a memoria. Iperattività abnorme nella corteccia inferotemporale, l’area preposta al riconoscimento delle forme. Ampia area di offuscamento con addensamenti sui lobi prefrontali e lungo la scissura interemisferica. Mi metto al centro della stanza con i piedi separati. L’unica fonte di illuminazione è il chiarore che viene dal balcone. Faccio alcuni esercizi e qualche posizione di yoga. Il mix di medicine che ho appena preso non mi fa raggiungere un livello soddisfacente di concentrazione, ma va bene così. Alla fine delle sequenze ho i muscoli doloranti, e gli indumenti sono intrisi di sudore. Mi tolgo tutto di dosso e torno nel bagno per farmi una doccia. Le gocce d’acqua battono codici morse insensati sulla mia pelle. Mentre mi asciugo ho la penosa sensazione delle aureole dei miei capezzoli increspate. Non le sopporto. Infilo sulla pelle ancora umida una canotta bianca pulita per nasconderle, per non guardarle. Circonvoluzioni cerebrali. Vermi. Sotto il tessuto teso della maglietta.
Infilo anche un nuovo paio di slip, chiudo la roba sporca in una busta nell’armadio, accanto alla cartella. Metto sul letto gli elementi della mia armatura contro gli uragani della percezione. Pantaloni grigio chiaro. Camicia della stessa tonalità di grigio. Giacca bianca. La mia borsa di pelle grigio squalo dalla quale ho sforbiciato via il logo e una catenella. Infilo i sandali di pelle bianca. Anche le mie unghie sono laccate di bianco. Le unghie sono uno dei punti del corpo dove si concentrano le scariche di informazione indesiderata. Mi sono sempre chiesta perché. Non le rughe della pelle, non i capelli, non i palmi delle mani. Le unghie. E gli occhi, naturalmente.
Ho deciso che non posso rimanere in questa stanza fino a lunedì mattina. Ma non posso nemmeno uscire in questa città sconosciuta, con le sue geometrie sotterranee e invadenti che si dispiegherebbero per riempire la mia essenza e annullarla, nonostante i medicinali. Andrò al bar dell’albergo. Ho la vaga speranza di incontrare di nuovo l’uomo che mi ha parlato nel corridoio. Un obiettivo indefinito, più una scusa che altro. Magari bere qualcosa con lui, non troppo che ho paura degli effetti che l’alcol potrebbe avere sulla mia psiche sotto farmaci. Scambiare due chiacchiere, risentire quella voce. Prima però devo mettermi un’ombra di trucco. La mia faccia deve essere un disastro, bianca e segnata dalla stanchezza e dall’anima persa per strada in qualche corridoio dell’aeroporto di Fiumicino. Poca roba, perché oramai mi trucco alla cieca. Mi metto il rossetto, un po’ di fondo tinta e, mantenendomi il polso destro con la sinistra per avere la mano più ferma, passo la matita per gli occhi.

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Cameltoe

Pubblicato: 27 febbraio 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Ti vorrei mia, femmina-madre che odori nella scia.
La carne tua intorno.
Il tuo sorriso vacuo.
La lingua che mi liscia
le spine fluorescenti della lisca.
La tua saliva a feromoni, arma-corazza sulla mia pelle aperta a microfori.
Mi scivola il pensiero alle tue mille pose.
La carne, mille onde, le rose, dentro l’orma del cammello.

Piede (con disco da taglio e frammenti di unghia)

Pubblicato: 22 gennaio 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Nessuno mi asperge con l’acqua e le rose.

Non più gigli fra l’erba e l’erba è ristoppia ingiallita

è l’ago di paglia che tormenta il dorso del piede e caviglia.

Questo piede, è abbronzato.

Ha le vene in rilievo, è il mio piede

e ha tutte le unghie, meno una.

Strappata, è rimasta per terra

e la polvere ha coagulato il suo sangue

che rosa, ombreggiava la scaglia di corno sopra la carne.

Ad ogni stagione, accorcio la scheggia che rimaneva

con il disco da taglio del Dremel

che gira veloce a tremila giri al minuto.

Ogni volta affonda oltre la soglia e taglia la carne

e il mio sangue bagna la terra che calpestai

e forma una macchia rappresa sopra le scarpe di tela

che l’acqua del mare dilava e cancella.

Mort maniè

Pubblicato: 17 gennaio 2013 da nicolacudemo in scrittura
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Questa notte i cecchini hanno preso uno dei piccoli.  Così ho deciso di andare a pesca. Data la contingenza, posso usare il metodo del “mort maniè”, il morto manovrato. Ho lavato il cadaverino, l’ho pulito per bene, ho lavato anche i suoi vestiti, gli ho pettinato i capelli, l’ho sistemato nel carretto, insieme alla scatola della musica, il grosso carillon a batteria e la mia valigia da pesca con l’Heckler e Koch 30/06 .  Ho seguito le mie vie, al coperto, le mie vie segrete, fra le macerie assestate e grige e morte. Ho cercato il sito adatto, una stanza con ancora una parvenza di mobilia ma con una finestra diroccata, che desse una buona visuale. Ho sistemato il carillon per terra e vicino una seggiola sulla quale ho posizionato il corpicino. Il rigor mortis era cessato, e si afflosciava, così ho dovuto usare il filo di ferro doppio per tenerlo eretto. Ho collegato la sua mano destra alla manovella, ho attaccato la lenza trasparente dello 0,80 al pulsante d’accensione. Sono sceso d’un piano svolgendo il rocchetto di lenza e stando attento che avesse via libera. Mi sono piazzato al centro di una stanza buia con una finestra che dava sulla palazzina di fronte, ho usato una cassa di legno marcito per l’appoggio. Ho montato l’Heckler con l’ottica e il soppressore di suono a ventole in bagno d’olio che mi sono costruito. E’ ingombrante, ma non crea turbolenze che possano modificare la traiettoria. Faccio una ricognizione preliminare sulla facciata, controllo le distanze. Intorno ai 190 metri. Con il 30/06 il tiro è in asse. Regolo l’ottica, poi tiro la lenza. Sulle macerie si diffonde la musica. La batteria aziona un motorino elettrico che fa girare il rullo e la manovella con attaccata la mano del piccolo, così sembra che sia lui a girarla. Dopo una trentina di
secondi spengo. Controllo la facciata con un ingrandimento basso, per avere una visione d’insieme. Alla terza accensione, mi sorprende lo sparo. Spengo immediatamente il carillon. Cazzo, non l’ho visto arrivare, deve essere uno bravo. In compenso, ho visto da dove è partito il colpo, zoomo sul balconcino. E’ un tiro difficile, fra i ferri della ringhiera, in posizione prona. Tiro, l’onda di pressione alza un po’ di polvere, riporto l’ottica sul bersaglio, sembra immobile, ha la testa abbassata. Lo controllo per un quarto d’ora, poi mi avvio. Ci metto mezz’ora, con le dovute precauzioni, a raggiungerlo. E’ stato un tiro perfetto, il proiettile è entrato sopra la clavicola destra, gli avrà polverizzato il cuore. Gli faccio una foto con la vecchia polaroid e torno indietro. Il colpo ha preso il piccolo al corpo, niente che non si possa nascondere, carico tutto sul carretto e vado via. La mattinata va bene, ne faccio altri due. Uno su un terrazzo pencolante, l’altro ad una finestra con le tendine miracolosamente intatte. Riesco a vederli prima che possano sparare. Il pomeriggio mi sposto verso il centro, lì ce n’è a mucchi,  l’ultimo , però, riesce a sparare prima, e lo prende alla testa. Gli fa partire via mezza faccia. Lo bendo con cura, e prendo la strada del ritorno. I miei restano lontani, quando entro nel nostro quartiere. Salgo sul terrazzo protetto, preparo la pira con vecchi copertoni, mobili spaccati e una latta di benzina. Noi, bruciamo i nostri morti. Non li lasciamo alle bande di cani randagi. Poso il corpicino sulla pira, gli metto nel taschino della giacca le polaroid con un biglietto che dice :”E’ qui, ed è ora”. Gli accarezzo la parte di viso intatta, do
fuoco alla benzina. Resto per un po’ a guardare le fiamme, poi salgo sulla torretta a guardare le ombre che si allungano sulla terra di macerie che non è più viva come una volta, con i fuochi che bruciavano all’orizzonte come vulcani, e la gioia, la gioia che scorreva attraverso le stanze e le strade.

 

 

Il cielo sopra il mio ACOG

Pubblicato: 3 gennaio 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

L’H&K 416 è frastagliato di slitte picatinny
dildo del diavolo,  raggio di luce.

Ho ucciso una smilza e una secca bagascia avvizzita.
Ho ucciso una statua di gesso in giardino,
che sanguinava ruggine e foglie di quercia,
dai bordi affilati di brina ghiacciata.
Ho ucciso un bufalo albino, un maestro d’armi,
un falco bianco nel cielo,
ho ucciso un vecchio fottuto e canuto.
Aspetto.

La stronza in cotone stampato.
Il motivo di fiori e farfalle.
Le farò dei buchi nel petto, senza foro d’uscita.
Mi ricorderò del sangue che oh, che, le sale fra i seni
le passa ai lati del naso e gocciola piano
fuor delle ciglia lunghissime e fieno
verso il cielo denso e striato e muto di sempre.
Il cielo a colori, il cielo senza parole.

Wile coyote gone bad

Pubblicato: 21 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

Chiedo scusa per il doppio post odierno. Prometto che non posto più cose mie per almeno una settimana.

Gli è che questo mi sembrava allineato con i concetti di cui si è dibattuto oggi :

 

I’m Wile Coyote gone bad
the day I saw Beep Beep
make a blow job to the train
and have his fuckin’ass split open
by other coyotes in a row.

Posso raccontarvi di quella volta che ero a caccia di lucertole con mio fratello piu’ piccolo e le nostre pistole di plastica.
Di quella volta che vidi Lino fottere quel tipo. Di come restammo fascinati io e mio fratello da quella scena. Di come il tipo fosse piegato sul muretto e mugolasse, mentre Lino ci dava dentro.
Poi, alla fine, lo tiro’ fuori e si puli’ la merda con una foglia. A quel punto volevo andar via.
Pero’ sapevo che la caccia alle lucertole era finita. Fino a pochi minuti prima eravamo felici.
Lavoravamo insieme. Io distraevo la lucertola muovendo piano la mano davanti al suo muso e mio fratello da dietro faceva passare un cappio di fili d’erba che la prendeva al guinzaglio. Non le uccidevamo.
Non ci interessava la morte, ma il gioco, questa goccia verde screziata-veloce, testa-triangolo, lingua-serpente, che era in nostra mano e potevamo restare a guardarla senza che scomparisse nelle pieghe di pietra di qualche muretto.
Volevamo andar via. Lino mi fermo’ e mi disse che il tipo ce lo avrebbe preso in bocca se gli davamo la pistola. E noi rifiutammo. E di nuovo cercammo di andar via. Allora Lino ci disse che il tipo lo avrebbe fatto anche se non gli davamo nulla. Rifiutammo ancora mentre Lino ci guardava con un sorriso piu’ vecchio di noi due messi assieme. Andammo via e arrivammo dietro al cimitero, ma non catturammo piu’ alcuna lucertola, quel giorno. Non riuscivamo a parlare. Ci vergognavamo. Ci vergognavamo di condividere quella scena. Di aver visto le stesse cose, di dover fare i conti con quella monta infoiata e sconosciuta, ogni volta che avremmo giocato insieme. Poi, naturalmente, siamo andati avanti. Abbiamo catturato altre lucertole, abbiamo giocato ad uccidere il nostro animale sacrificale, abbiamo cambiato le nostre pistole di plastica con modelli piu’ a la page, ma non ci siamo mai piu’ detti la verita’.
E a me rimane questo ricordo, insieme a tanti altri, in una sezione isolata del disco, e il nome della partizione e’ un nome che non posso conoscere, perche’ e’ scritto in linguaggio macchina, ed io ho paura di scendere a quel livello.

“Junto a mi lecho
le pondré yo a su nido
en donde pueda
la estación pasar
también yo estoy
en la región perdida
O Cielo Santo!
y sin poder volar.”

Dissuasore di colombe (fucili, fuciletti e minkiate varie).

Pubblicato: 21 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

Mi giunge un ritmo da soluzione di continuità di rotaia
con innesto di tromba da autovettura di transito.
Sposto la caramella alla menta nell’altra guancia.
Ho la fissa dell’alito maleodorante.
Io sono il Dissuasore di Colombe, e l’editor di testo mi suggerisce,
alla c di colomba : come, cose, che cosa, coglione.
In alto, sul tetto del silos, ho l’occhio sull’ottica dell’imitazione
italiana di un clone di skorpio cecoslovacca. Fatta da una ditta
fallita, ma è in calibro nove, ha un calcio e una slitta per
accessori. E’ depotenziabile, ok ? E poi, posso forare senza rimorsi
la bocca di canna, per applicare il soppressore di suono che ho costruito con
un tubo di Pringles. Questa è la colomba n. 10. E’ classica, bianca,
immacolata, ti aspetti un ramoscello d’ulivo da qualche parte, invece,
mentre la inquadro, ha una specie di fremito poi
espelle uno schizzo di guano.
Subito dopo premo il grilletto, lo sparo è uno sbuffo sommesso, fa
più rumore l’otturatore che si riarma.

La n. 10 è una nuvoletta di piume che si disperde.

La n. 10 è uno straccio sporco che cade giù dal traliccio orizzontale di congiunzione.

Lo stormo rimane. Non ha sentito rumore.

E’ perplesso, si sposta nervoso più in là. Non capisce. Non
ci sono falchi, nel cielo. Non ci sono spari. Niente e nessuno lo
avvisa della morte che lo sta decimando.
In basso uno degli uomini con la pelle scura raccatta la n. 10 e la
infila in un sacco di plastica nera.

Niente

Pubblicato: 17 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

C’era questo ragazzo, che passava le serate sui piani incompleti di
un palazzo in costruzione. Ad un certo punto i lavori si erano
fermati, forse per mancanza di qualche autorizzazione, forse per
mancanza di fondi. Non gli interessava. Lui era contento di avere a
sua disposizione questo terreno neutrale, questa arena vuota, una
enclave di spazi solitari e nascosti circondata dalle strade
trafficate, dai palazzi abitati, dalle stazioni di servizio come
costellazioni troppo vicine, luminose ed affollate.
I lavori si erano fermati, lasciandogli a disposizione le stanze con
i muri di laterizi nudi, con le superfici grezze, incontaminate e
selvatiche, labirinti senza la organizzata cesura di porte e
finestre. Passava attraverso i sentieri bui delle stanze,
nascondendosi alle luci delle auto sulle strade, fino a raggiungere lo
spazio aperto dell’ultimo piano. Lì aveva le sue cose da fare, il
binocolo, la macchina fotografica, il mucchio di tondini di ferro
tagliati e pronti per le armature del cemento. Un mucchio di aste di
ferro, come dovevano essere stati i mucchi di lance dei greci alle
Termopili. E come lance aveva cominciato ad usarli, contro un
tavolaccio di legno sul quale aveva disegnato col gesso una rozza
figura.
Poi aveva scoperto la piegatrice a leva, e con i tondini aveva dato
inizio alla crescita ossessiva di forme contorte ma dominate da curve
ad angolo retto. Come una specie di screensaver impazzito di tubi,
aveva disseminato un angolo del piano di vermi euclidei di tondino
arruginito. Dopo un po’, comunque, andava sempre a sdraiarsi sul
bordo, dietro un rialzo di mattoni , per guardare con il binocolo le
finestre del palazzo più vicino. Il binocolo era un affare enorme, un
residuato bellico che gli aveva regalato suo zio che lavorava come
sarto per le forze armate in America. Con il binocolo guardava le
finestre dove passava la gente, ma solo come intermezzo per
l’osservazione dell’evento principale : la cattura di una immagine di
lei, della ragazza che andava nella classe successiva alla sua, la
ragazza più grande di due anni, per la quale sapeva di avere la
stessa consistenza e grado di visibilità di una colonia di muffe su
una mela dimenticata su uno scaffale della cantina di una casa sfitta
da due anni. Aveva una serie di foto, con le quali aveva cercato di
fermare i passaggi cometarii di lei nei riquadri illuminati delle
finestre. Ma i tempi di scatto erano troppo lunghi, e il suo era
diventato il footage di un film sperimentale, fatto di finestre
immobili attraversate da scie vagamente umane. Solo in una, lei si
era fermata il tempo necessario a far condensare la scia nei tratti
confusi del suo viso. Aveva organizzato le sequenze, in un album che
aveva intitolato : Niente.
Un pomeriggio di primavera inoltrata era andato a pescare al lago con
il suo motorino. Il lago era una oasi del WWF, e lui pescava di frodo,
con un suo metodo. Usava lenze libere, senza canne, con piombi da
cento grammi e ancorotti. Svolgeva un bel tratto di lenza in larghi
circoli su una zona di terreno sgombra, e poi lanciava facendo roteare
il piombo come una frombola. A riva fissava il capo libero a qualche
ramo sommerso, facendo prima passare la lenza su un pezzo di legno
galleggiante, che lo avvisava in caso di abboccata. Pescava enormi
carpe a specchio e pesci gatto, che poi regalava. Quel pomeriggio lo
aveva passato steso sul suo telo, a leggere una raccolta di racconti
di un autore argentino. Uno gli era piaciuto particolarmente, un
racconto che parlava di un’isola affetta da un disturbo temporale. Le
lenze erano rimaste inattive per tutto il pomeriggio. Ogni tanto,
quando finiva un racconto, le ritirava per cambiare l’esca. Nel cielo
si erano andate addensando nuvole scure, fino a farlo diventare un
bassorilievo di peltro, che si confondeva con il piombo dell’acqua. I
cespugli semi sommersi della riva, per chissà quale motivo, si erano
riempiti di bisce nere che ogni tanto scivolavano in acqua, dando
l’impressione che i rami rinsecchiti stessero colando via nel grigio
uniforme. Al momento di andare via, si era accorto che una delle lenze
era spostata rispetto alla direttrice di lancio. Di sicuro aveva
abboccato qualcosa. Era entrato in acqua, tanto aveva sandali e
pantaloncini che il viaggio di ritorno avrebbe asciugato. Aveva
seguito la lenza con le mani, alzandola fuori dall’acqua, che era alta
un metro scarso. Era arrivato ad un cespuglio isolato dove la lenza
si immergeva. Aveva cominciato a seguirla, era entrato con le mani in
acqua. Lì si era fermato, le braccia immerse fino ai gomiti nell’acqua
grigia. All’improvviso l’idea di incontrare qualcosa di vivo là sotto,
di toccare qualcosa di viscido che si dimenava, gli aveva fatto
passare la voglia di recuperare la preda.
Aveva strappato la lenza con uno strattone ed era andato via.
Quella sera era tornato al palazzo in costruzione, ma aveva trovato
lucchetti nuovi, un cane che abbaiava dentro il recinto e una roulotte
fatiscente parcheggiata vicino alla gru. Aveva capito che il suo Niente
era arrivato ad una conclusione, niente più tondini arruginiti, niente
più scie.
Era tornato alla sua stanza, passando lungo il viale con le ville
bifamiliari con i muri di cinta ricoperti di glicine fiorito. Una
parete di colori vividi e inutili, accesi a tratti dai fari delle auto
di passaggio.

Infrarossi e minestrone

Pubblicato: 10 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

Io sono il paesaggio. Non formo angoli retti o sagome squadrate,
innaturali. Io sono i fili secchi di paglia nel vento leggero da sud
est, le foglie, i rametti e le zolle di torba giallastra intessuti
nella gualdrappa che mi ricopre. Il mio osservatore è da qualche
parte sul rilievo alla mia destra.
Io non lo vedo, lui non mi vede, nessuno ci vede.
Sono le sedici e quarantacinque, temperatura diciassette gradi,
umidità ottantanove per cento, vento da sud est a cinque nodi e
mezzo, posizione attuale nell’emisfero nord e forza di Coriolis
impostata nell’ottica. Il sistema d’arma riposa accanto, sui suoi
sostegni. Controllo la borsa con l’acqua per l’umidità della copertura
mimetica. Sono circondato dalla vegetazione, coperto come sono da roba
secca, sarei visibile agli infrarossi perché non avrei evaporazione.
L’evaporazione abbassa la temperatura, un FLIR ad alto modulo mi
rileverebbe come anomalìa. Ho ricoperto l’arma di polvere per i piedi
del dr. School, che ha un grado di emissione molto basso, l’acciao
brunito lo ha troppo alto. Ho ancora i tappi sull’ottica, quando li
toglierò monterò il paraluce, per non far riflettere il cielo dalle
lenti. Luce visibile e infrarossi. Il cielo è una regione dove ci
sono temperature bassissime, il suo riflesso  risulterebbe ad un
eventuale FLIR come un cerchietto blu notte. Non credo che in questa
regione ci dovremmo preoccupare di scansioni CompAid approfondite,
però la mimesi è un’abitudine. Parti dal presupposto che loro
abbiano tutto ciò che hai tu. Arrivi in un posto, rallenti, ti
ricopri della roba locale e sbirci da un buco. We can see them, they
can’t see us.
Ho anche preparato un richiamo. A cinquanta metri circa sulla mia
sinistra, una borraccia ricoperta di nastro isolante nero da
elettricista, che ha lo stesso grado di emissione della pelle umana.
infilata in uno stecco, sporge da un avvallamento del terreno, con tre
spazi vuoti nel nastro, a simulare occhi e  naso, che sono i punti
relativamente più freddi del viso.
Se la bucano, conoscerò il loro livello di scansione ed il loro grado
di precisione.
Mastico una barretta, bevo dal tubicino del camel-back. La barretta
deve essere divisa in tre parti uguali, quando stacco un morso devo
trattenerlo in bocca e assumere un quantitativo preciso di acqua dal
tubicino. Così è giusto, è preciso, è come deve essere. L’ultimo
pranzo che ho fatto a casa  è stato una tortura. C’era il minestrone,
e io odio il minestrone. Mi costringe a bilanciare ogni cucchiaiata,
un pezzo di carota, un fagiolo, un pezzo di patata, di sedano, di
cavoletti, di quello che riconosco. Il problema è che ci sono pezzi
di materia non identificata, che guastano la simmetria, e che devo
essere veloce, perché altrimenti cominciano a guardarmi strano mentre
seleziono i componenti. E comunque c’è sempre un resto, uno scarto,
perchè i pezzi non sono mai in numero uguale, e questo mi disturba.
La voce spassionata e piatta del mio osservatore mi risuona nelle ossa
del cranio :
“Tre veicoli in avvicinamento sullo sterrato a ore dodici, cinquanta
orari, distanza duemilacinquecento metri”
E’ piatta perchè usiamo microfoni da laringe e ricevitori
transdermici. Comunichiamo sub-vocalizzando, i sensori a contatto
della pelle della gola leggono i segnali elettrici dei movimenti
involontari dei muscoli preposti alla parola  e il software li traduce
e trasmette. Quando il software è addestrato bene, basta pensare a
ciò che si vuol dire. Naturalmente, anche il soggetto deve essere
addestrato. I ricevitori impiantati sotto pelle fanno vibrare in
risonanza armonica le ossa della scatola cranica. E’ come se Dio mi
parlasse nella testa con la voce di un androide asessuato con disturbi
della personalità.
Avevo già avvistato la colonna. Aumento gli ingrandimenti del visore,
mentre la telemetria scandisce cifre ai bordi della visione.
“Ci sono.”
“Tre…correggo, quattro soggetti sul primo veicolo, pick-up, tre in
cabina, uno al pezzo sul cassone. Probabile Browning cinquanta.
Secondo veicolo, vetri oscurati, terzo veicolo, cinque soggetti.”
“Confermo.”
Seguiamo con i visori i veicoli fino alle case ai piedi della collina
a novecento metri dalle nostre postazioni.
Il mio osservatore mi bisbiglia nel cranio :
“C’è qualcosa che non va. La scorta  è inadeguata, per essere il
pezzo che aspettavamo.”
Subvocalizzo : “Passo sull’ottica dell’arma.”
Tolgo i tappi, monto i paraluce. Mi appoggio il calcio sulla spalla,
traguardo. I veicoli si sono fermati nel cortile del caseggiato più
grande.
Controllo la bussola, aggiusto di un click la ghiera laterale. Dal
veicolo con i vetri oscurati escono tre soggetti che entrano nella
casa, seguiti da due di quelli del pick-up. Il soggetto sul cassone
resta al suo posto, alla calibro 50.
Compio mentalmente ossessive sequenze di tiro, memorizzo le posizioni,
mentre il mio osservatore mugola una canzoncina. L’effetto non è un
granché, con quella voce nel cranio inframmezzata da frequenti pause
al rumore bianco quando il software non riconosce una parola. Sta
memorizzando i bersagli sul tracciatore multiplo.
Dalla casa escono due soggetti spingendo due civili. Due donne.
Correggo, una donna e una ragazzina. Nel piazzale, le buttano per
terra, poi le coprono. La ragazzina li attira come mosche sul miele.
Nessuno spettatore, sono tutti coinvolti, anche il balordo alla
Browning ha lasciato il suo posto. Ho il reticolo di mira lasco, non
vale più la pena di puntare qualcosa. Chiedo :
“Osservatore, il nostro bersaglio sono i soggetti nella casa ?”
La voce nella testa tace. Adesso sono passati ai coltelli. Sulla
ragazzina. Sulla donna ancora lavorano due. Sono contento di non avere
l’audio. Il mio osservatore invece ha i microfoni laser. Richiedo :
“Osservatore, chiedo conferma presenza bersaglio nella casa.” Mi
risponde il rumore bianco. Non era mai successo. I muscoli della gola
dell’osservatore stanno facendo qualcosa di totalmente estraneo al
software. Chiedo di nuovo : “Osservatore, parlami.”
Sento :
“Loro -rumore- maledetti -rumore- cristo -rumore-”
Non mi piace. Non mi piace tutta la faccenda.
Sono confuso, non ho bersagli, non ho istruzioni, per la prima volta
nella mia vita provo il desiderio violento di allontanarmi
dall’ottica. Dall’arma. Da tutto. Vorrei chiudere la feritoia,
rimanere al buio sotto la copertura mimetica a gemere e a dondolarmi
piano, come facevo da bambino sulla branda dell’Istituto.
Mantengo il controllo, ripeto le tabelle balistiche di decadimento
delle traiettorie. All’improvviso, il mondo torna al suo posto. Il mio
osservatore mi parla :
“Tiratore, inizio sequenza di tiro. Soggetto in piedi, coltello, a
destra pick-up…inizio !”
Alla parola “tiro” avevo già il reticolo sulla testa del soggetto,
era facile, era l’unico in piedi, era fermo. Alla parola fuoco
accarezzo il grilletto e lascio partire il colpo. Il crack dell’arma
mi sveglia del tutto, come un uccello mattiniero. Un secondo e mezzo
dopo, la testa del soggetto scompare in una nuvola rossastra. Il mio
osservatore dice :
“Nuvoletta !”
Con la sua voce piatta appena venata di incongruente allegria.  Subito
dopo :
“Soggetti in ginocchio su ragazzina, da destra, sequenza libera,
inizio !” Sono sei soggetti, niente più tiri alla testa. Tre li
abbatto in rapida successione, prima che possano rendersi conto di
ciò che succede. Uno mentre saltella cercando di rialzarsi i
pantaloni. Uno mentre cerca di infilarsi  sotto il pick-up. Questo
devo averlo preso alla spina, perchè continua a strisciare
trascinandosi dietro le gambe. Ci torno dopo. Di quelli che erano nel
cortile, ne restano tre, più quello ferito sotto il pick-up. Il mio
osservatore dice :
“Allora, vediamo, dove sono finiti i miei bambini cattivi ? Uhmmm…
Il Tracciatore me ne da uno dietro il fuoristrada con i vetri
oscurati, tiratore. Però non conosco la sua posizione esatta.
Inoltre, quel fuoristrada deve avere una blindatura, lo vedo un po’
basso sulle sospensioni. Perché non provi con i tuoi midnight
special ?”
Non mi piace il tono dell’osservatore. Le cose che dice. Preferirei
che rimanesse più concentrato.
I miei speciali di mezzanotte sono costituiti da una cartuccia del 30/378 weaterby, con il collare ridotto, per ospitare una palla del
30. perforante, di acciaio al carburo di tungsteno
con una punta ad ago, camiciata in rame, per la rigatura della canna.
La blindatura sguscia il rame e la palla in acciaio la perfora.
Punto al portello anteriore. Statisticamente preferito. Tiro. Il freno di bocca fa il suo lavoro, ma  il 378 mi da lo stesso un bel calcio. Il mio osservatore dice :
“Bingo ! Sull’infrarosso vedo schizzi di sangue sulla polvere dietro
il veicolo. Metto un cicalino al tracciatore, così se dovesse essere
solo ferito e si muove, mi avvisa. Passiamo agli altri.”

Nel cortile non si muove più niente :
“il tracciatore mi da un soggetto  in quell’avvallamento del terreno,
dietro la colonnina in metallo…la fontana, sembra una fontana. Va
bene, faccio un paio di tiri per vedere se lo innervosisco.”
Dalla posizione del mio osservatore arrivano i colpi secchi della sua
carabina. Nell’inquadratura dell’ottica vedo la terra che schizza sul
bordo dell’avvallamento. Il soggetto decide che la sua posizione è
stata scoperta e tenta il grande slalom verso il portone del
caseggiato. Abbandono i suoi zig-zag frenetici, inquadro il portone e
diminuisco gli ingrandimenti, per avere una visuale più
ampia.
Aspetto.  Appena arriva ad un paio di metri dalla porta, tiro. Questa
volta la palla è una interbond, con la punta in policarbonato, ad espansione. Lo raggiunge giusto mentre varca la soglia, e lo sbatte dentro con forza.
“Cazzo, tiratore. Impressionante. Pensavo che ce l’avrebbe fatta.
Sicuramente lo pensava anche lo stronzo. L’ultimo è dentro il cassone
del pick-up. Magari ci fa il favore di mettersi al pezzo. Comunque, è
appoggiato al metallo, lo sta riscaldando, ho la segnatura termica del
suo corpo. Vedi dove si incrociano le losanghe di rinforzo della
sponda ?”
“Vedo.”
“Riquadro superiore destro, angolo in basso a sinistra, una quindicina
di centimetri dal vertice.”
Tiro. Il soggetto si sposta, adesso è visibile, scalcia un paio di
volte con la gamba, poi resta immobile.
“Zero soggetti nel cortile, tiratore. Quello sotto il pick-up o è
morto o lo sarà tra poco. Restano i tre dentro casa.”
“Osservatore, richiedo conferma. Abbiamo il nostro bersaglio in quella
casa ?”
“Negativo, tiratore. Nessuno dei tre è il bersaglio che aspettavamo.”
Resto in silenzio.
“Ho dei riflessi sull’infrarosso, dal metallo delle intelaiature alle
due finestre del piano rialzato, sotto il balcone con le piante in
vaso. Glicine. Probabili bersagli. I residenti non starebbero vicino
le finestre.”
“Pareti in pietra. Nessuna soluzione di tiro. Tempo ?”
“Gia’. Stallo, tiratore. Sono loro di mano, adesso. Non devono fare
altro che aspettare un po’ di compagnia. Dobbiamo rientrare.”
“La postazione è  ottimale, il disimpegno è coperto. Aspettiamo. ”
“Bene, tiratore.”
La luce e’ pessima. Radente, dalla mia sinistra. Crea troppe ombre. La
donna non è morta, ha strisciato fino alla ragazzina, adesso è ferma
con lei. Ho allargato la visuale, preferisco avere una visione
d’insieme, non mi piace passare continuamente da una finestra
all’altra, genera stanchezza della visione, rallenta le reazioni.
Sento l’odore della polvere, ginocchia e gomiti nelle imbottiture,
sono comodo, lascio che si allunghino le ombre sulla terra.
La voce mi sussurra in testa :
“Guarda, la finestra a destra.”
Aumento gli ingrandimenti, vedo qualcosa che si muove nell’angolo a
sinistra.
“Un cappello.”
“Cristo, un cappello. Cosa cazzo credono, di essere al cinema.”
Il cappello scompare.
Il mio osservatore dice :”Basta così, tiratore. Non si muoveranno.
Disabilita i veicoli e andiamo a prenderli.”
Piazzo una perforante nel blocco motore di ognuno dei mezzi e mi
muovo. Abbandono la postazione. Mi alzo, coperto dalla spalletta di
terra. Metto l’arma a tracolla e la fisso con le cinghie. Cerco di
seguire le linee naturali della vegetazione, corro a gambe larghe,
abbassato,  fluido, senza scatti. Davanti a me ho la sagoma indistinta
del mio osservatore. Siamo due ondulazioni della vegetazione, siamo la
vegetazione, avanziamo sìncroni.
Ogni cento metri, circa, ci fermiamo, facciamo una scansione. Quando
arriviamo sul retro del caseggiato, il mio osservatore mi parla :”Fa
caldo, tiratore. Qui va bene per lasciare l’attrezzatura.”
Dobbiamo entrare. Ci togliamo la copertura mimetica, la avvolgiamo
sull’arma, ci guardiamo attorno, prendiamo riferimenti, triangoliamo.
E’ piuttosto seccante quando non ritrovi più la tua attezzatura
perché è così ben mimetizzata.
Montiamo i silenziatori sulle H&K MK23. Abbiamo addosso solo la tuta
aderente e la fondina sulla coscia. Il mio osservatore è femmina. E’
imbarazzante, stare così, senza copertura. Ormai è buio, così
abbasso il visore. Lo metto in modalità luce stellare. Il viso del
mio osservatore è una fiamma di luce verde. Commuto sugli infrarossi.
Ora è una silohuette di blu e di rossi e arancio.
“Entriamo.” Passiamo nelle stanze buie, ci sono dei corpi, in una due
donne accosciate che gemono piano. Ci muoviamo lentamente. Al piano
superiore li sentiamo parlare. Stanno cercando di convincere qualcuno
che hanno bisogno di aiuto. Al telefono. Io sono di spalle al muro, a
fianco della porta. Il mio osservatore copre l’ingresso. Faccio una
mezza giravolta e sono dentro, ginocchio destro a terra.  Tiro alla testa del primo soggetto. Il secondo si volta e cerca di alzare qualcosa e prende anche lui due colpi uno alla testa, uno al torace. Il terzo si muove verso sinistra, gli tiro due colpi in rapida successione al torace. Il meccanismo di armamento, il carrello, sono la parte più rumorosa dei colpi. Cariche depotenziate, proiettili pesanti e subsonici. Il mio osservatore entra e si assicura del risultato con tre altri colpi. Poi si avvicina a me. Si ferma davanti al mio viso, maschera blu e rossa indefinita. Sta fermo, per un po’. Poi alza un braccio evanescente e mi solleva il visore dagli occhi. Sono al buio,
dalla finestra filtra solo il riflesso della luna. I miei occhi cominciano ad adattarsi, intravedo il suo volto, ha il visore su.
Mi sussurra nella testa :”I tuoi occhi sono strani, tiratore. Bruciano.”
Poi andiamo via.

Latte giallo

Pubblicato: 5 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

Ho questo flash di una madre formosa con il latte giallo

e i grossi capezzoli rosa.

Non è sensuale, direi più mistico o hard-gastronomico

o stronza fottuta, metti la freccia se devi girare.

Lo ho mentre pedalo in una brezza di tramontana.

Fredda, paragonata a ieri che il caldo mi ha cotto insieme

coglioni e cervello,

colati all’unisono lungo il trave di sella.

Poi mi passa,

mentre affronto in salita il pavé di via Duomo

e scanso la vecchia ferma in mezzo alla strada

indecisa se farsi spezzare il femore marcio

o tornare all’androne che puzza di cane bagnato.

Non c’è che il respiro, solo quello, solo ora, solo.