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INVERNO – ultimo atto

Pubblicato: 12 gennaio 2013 da il Golem femmina in scrittura
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Di lunari. Ma sopra (al) tutto

d’ agrumi si spingono i riflessi del bianco

le ossa nei fiocchi che cadono in terra

il gelo – come in moviola – rapisce la neve.

 

Chi è fuori gocciola di nebbia

fanno penitenza gli omini che slittano sul ghiaccio

ma anche le donne che corrono leste alla tana

con orecchie di lepre.

 

La teoria dell’inverno

reagisce ai calori e ai pulviscoli.

I filari, come croci scalze di vita

si snebbiano nei lampioni.

Altrove,

in una sala con un letto e un balcone

ci alziamo a stento

e mettiamo tutto in ordine

 

poiché s’attende e l’attendiamo 

di traverso o in stato di riposo

quello che potrebbe attraversarci

e farci riposare in nuovo dominio di ghiaccio

 

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INVERNO – atto secondo

Pubblicato: 29 dicembre 2012 da il Golem femmina in Uncategorized

La sposa raccolse il frumento del vento

mentre il coro che gettava riso e soldi

scendeva dai bacini e dalle terrazze.

 

Spesso si tagliano le mani negli inverni

sanandole con creme e piccoli calci

saltelli, o virus di bianche bocche che soffiano bora.

 

Adesso anche questa spiga

s’incunea come uno strappo nell’abito bianco

come una runa che annuncia il maltempo.

D’incontri e altre cadute

Pubblicato: 17 dicembre 2012 da il Golem femmina in Uncategorized
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Al buio dei simboli la ritroveranno sola

inoltrata nei segni come pietra tombale

che l’emarginano il nome e i confini come tempi di regni

sebbene abbia imbevuto la lingua nei tesori e nei buchi

come i cani a lappare

come i globuli neri a scappare.

Per chi crede nei segni

a caduta, ho trovato un corpo

a solchi, era fallato forse, girato alla testa.

INVERNO – Atto primo

Pubblicato: 8 dicembre 2012 da il Golem femmina in Uncategorized

Si abbia o si ricordi

il dondolio agli occhi

cristallini ma sventrati dal tempo

r(i)accolti all’atto primo dell’inverno

giunti col suono di un silenzio

un esilio insonne.

Si separa e si segna prima

calcificato è  il dolore, sparsa

la condanna è il palco dove cade la neve

– possa ogni cosa riposare nella gloria del bianco –

Risponderanno ossa nuova di lutto

latte di cartilagine

e le vocali s’incollano

come semi di gramigna

che germineranno zolle cave

per Lei, che ora è volta

come  muschio a Nord.

 

Diecianni

Pubblicato: 10 ottobre 2012 da il Golem femmina in Uncategorized
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Vengono su bene diecianni e i geni.
Li riguardo in falciate d’ossa
compiuti zaini e quaderni con alieni
che avrei dovuto conservare
in galloni di ricordi e giorni e lune
idealizzate sopra gli alberi di quasi natale
disegnati, i cerchi chiusi
le tate che li indicavano
così bravo, così bravo.

Ma ce n’è voluto per chiamarti
figlio e mio ossigeno ed io tua elettrogena madre
smagrire i nomi che ti ho dato,
lasciarti abitare fuori di me
riparare il cordone che m’ha fatto forma e lingua,
ero un monastero
tra i tuoi piedini nudi
che lo percorrevano freatici
assidui dieci anni di bianco e nero
nuziale transizione del participio
dell’essere e dell’averti, l’avere
rimettendoti al mondo
un’antologia di vita che m’annienta
nei caratteri e negli incroci
di quegli occhi, volpi e antichi
ostri che viaggiano nei fiumi e nei disordini
m’invadono
e gloriosamente m’assomigliano.

LUNARIA – ultime fasi

Pubblicato: 14 agosto 2012 da il Golem femmina in Uncategorized
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LUNARIA

 

III

 

Rende la carne greve

quel pensiero

come sceso dalle fate

o dalle sagome caduche

in un freatico silenzio d’Acqua

la cellula che le compone il cuore

globuli di poesia delle domeniche

allegre fisarmoniche in ipossiemia di sensi.

Ma quando cede alla mezz’aria delle sue voci

si mette a girare nelle dighe

nelle secche, nelle mosche

è quella che appare 

traspare

come la miseria frusta.

 

 

Ogni sogno è sgrezzato,

lavato, (ri)costruito,

come la prediletta figlia femmina della Luna

volante, fra le miglia delle piastrelle

dei fiori di limoni

un’essenza, decantata

un canto dall’altra riva

sebbene prenda a macete il primo quarto

– che quindi cala a fasce -.

Così è spoglia.

Le hanno asportato il male dei dubbi

incuneato il reale dei vivi

spezzandole il braccio, nella via dell’indulto.

 

 

IV

 

(Ah padrona)

spettro nero

diafana

con le fibbie slacciate nel fiato

finché si stende e si rialza

riordina le scarpe per uscire scalza

a guardare oltre il firmamento

e trova il Magreb

e la licantropia che le gualcisce l’anima

incomposta, allunata dei sospiri

rincorsi, (ri)corsi negli uomini al metilene

l’ansia chimica dei ricordi assimilata

all’essenza il nulla, l’attesa delle stelle

la testa inciucia pensieri

sottopancia, girata nel dorso,

fuori

nel cuneo soffocante della bassa marea.

 

 

(inciucia, racconta pettegolezzi, ndt)

LUNARIA

Pubblicato: 22 luglio 2012 da il Golem femmina in Uncategorized
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(I)

 

 

E’ la vista

la safena imprevista

che s’insabbia

nel dominio dei sensi in festa

soprattutto espone la marea

per mandare tutto in oca

e si svergognano le donne in rabbia

come nel flusso degli alberi i fianchi

l’alta paga dell’immortalità

muove sottomessa

stregona compra un anello

e si fidanza con se stessa.

 

(II)

 

Svanire nell’aria

faccetta bella, è un allunaggio

sebbene le macchie lunari si frantumino

poco e vivano nel più

degli errori e delle inesattezze

e se tornare indietro sarà un lago

che non bestemmia mica

a queste braccia di cinabro e mal’aria

ogni singola parte (mi) sarà contestata.

Allora possa io risorgere,

rifluire

staccare,

spianarmi

nel moto del viaggio che sarà breve,

– mettetevi comodi –

e in uno dei varchi la risurrezione

delle facce,

tisiche e fuori fuoco

(mi) contenderanno la riva

macabri tridenti e rialzati in loco,

finiranno, in buono spirito, in un’acetaia

e mostreranno due lune

tre soli ma ancora una sola vita

vecchia.

Scosse ad un chilo di ciliegie

Pubblicato: 30 maggio 2012 da il Golem femmina in Uncategorized

Nel rosso

sono sanguinose pavane.

Ascoltale di giugno,

sulla vecchia strada cuntadena

palle dolci, rampini, ciliegie,

si rinchiudono

in un peso innocente all’ora ma

delibarle su una sedia zoppia

come uno stato di dolore, mi scuote.

Non si negano le stagioni

tuttavia si rimpoverano, in quelle terre

i figli masticano a misura

le crepe scampanano

le falde ossificano

a volte, la terra è guerrafondaia

ignominia la raccolta

da ciò che attende la crescita  a Vignola.

Archeologia Umana (I)

Pubblicato: 5 maggio 2012 da il Golem femmina in Uncategorized

Con torsione

avvitava il fiato

nei campanelli

e concentrica, ai cinque anelli

di Atlantide le sue malesistenze

s’insufflavano di buio

e quando la depressione l’affossava

e tanto la fossa le colmava il derma

si dissacrava, da ogni Altro

e nel sempre,  tornava a vivere

in Orizzonte.

E lei lo chiamava a sé cambiandogli nome

-Apocalisse, trattami bene-

gli diceva scuotendogli le gambe.

Ma emolliente è il dissesto

che incanuta e che pialla

nei gorghi alle rughe

se non ci si allontana al largo

s’avvicenda, come l’imboccatura di una nave

livida, lascia la riva

ed eclissa sulle maree lusitane

una macchia selva

un’eruzione frigida a mare

 E lei fu salva dalla sommersione

un contrafforte d’onda a forma d’uomo

le passò alla fine un salvacuore

(foto di Rafael Navarro)