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Mozzafiato

Pubblicato: 29 marzo 2012 da ciprea in scrittura
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(disegno Cinzia Di Felice)

Anno 3020, su un anello del pianeta Aures, dove vivono multirazze, alcuni, come Mozzafiato, provenienti dall’estinto pianeta Terra.

Era il diciannovesimo angolo che slittava col suo nuovo paio di skates, prima di ricadere sul monitor della sveglia, arruffata, in posizione trasversale al letto. Maledetta sveglia, pensò Veronica, aveva un suono lugubre di sirena che la precipitava dai programmi interstellari alla sua routine giornaliera a velocità della luce.
A ripensarci occorreva mettere una crocetta al calendario, erano mesi, ormai, che la scadenza della sera coincideva con la messa a punto della sua carrozzeria. Ne andava fiera. Per praticità aveva suddiviso l’operazione di lucidatura dei suoi nuovi arti, così erano chiamati nella preistoria, in quattro parti: smontaggio, controllo meter, inanellamento lineare e assemblaggio, per facilitare la manutenzione sensoriale. Aveva appena finito che squillò il frequenziometro verbale ad alta velocità, seguito da un soffio gelido di squame di pescecane: era Al.
Veronica, sentì come uno scontro di carrozzeria, come un trancio di vecchia pescheria in un giorno di mazza gravitazionale. Lui era il premio al pugno in faccia secel’avevi ancora, e lei si stava appena ricaricando, dopo una cena in versi di caviale d’altritempi con un tipo conosciuto al bar.
Era solo un assaggio, ma prometteva bene. Lo aveva incontrato nel garage Trafori d’Urgenza, del suo amico Din Marmitta, un mezzo fantasy che non muore, dal cuore molle, che la faceva schiattare coi suoi spuntini acidi ai pochi clienti di passaggio.

Al era un rifatto della quarta generazione, quella degli scarti subatomici delineari, mascella al silicone, carrozzeria anteriore al plasma, occhi computerizzati, in vetro tiffany, una rarità antica, da collezionista fetish, che aveva vinto al Self Dierector Day, acquistando una tanica di splin, gli ultimi ritrovati molecolari dei motori di generazione solare, ottimo combustile per le nuove super slidecars, una vera passione per Al, più delle donne, che del resto non lo demagnetizzavano nemmeno.
Ma lui aveva in serbo qualche sorpresa, una coccolosa che faceva colpo persino sulla Mozzafiato, Veronica, la rifrangente colonna vertebrale in assetto spinto. L’aveva vista sulle copertine, dietro la città antica, la Mezzacollina, in ologrammi a puntate proiettati sulla cortina di nebbia.
Dicevano fosse la fidanzata di Vic Resort, One Member del Post Center Village, l’immenso rifugio multimediatico per navigatori multiplanetari. Ma Al, era uno che sapeva credere alle sue performance super allusive e preferiva attendere.

Din Marmitta, come al solito, interruppe le sue divagazioni sinaptiche, gridandogli dietro qualcosa che Al non afferrò ma che gli rintronò nella testa rischiando di cortocircuitargli i sentieri mnemonici a particelle.
Veronica lo aspettava a casa, nel suo stage di prima grandezza. Doveva solo ricordarsi della scorta di energia che aveva preso, al doppio malto, una vera prelibatezza, di cui la Mozzafiato non riusciva a farne a meno. Era sicuro l’avrebbe conquistata.

Veronica, in discesa dal corrimano, per il consueto flet and gym, non sapeva se essere felice o disgustata al pensiero di rivedere Al, Il Buzz della Carioca, ma aveva bisogno dello streep al doppio malto e, per gli affari lesti, Al era imbattibile. La Mozzafiato voleva convincere il suo amato Vic a dedicarle una page on line sul panorama interstellare, in fondo la loro storia era ancora a base coronarica, poco consumata, anche se ultimamente sembrava in una specie di amoroso stand by dei microchip, una fatica immane, per lei che era spesso in attrezzo spinto.

Al arrivò caracollando, col ghigno fluorescente di schiuma al doppio malto, se ne era fatto fuori un litro. Le spinse la carrozzeria contro il muro che puzzava come una marmitta di scarico del lontano 2015, pensando di averla a pugno, ma Veronica, vissuta nei quartieri di terza generazione, tra i mutanti, si scansò di lato, sfiorando il fetido con un gancio, poi affondò la punta del suo stivale di metallo nel basso ventre del malcapitato che si abbattè sul pavimento. Al accennava farneticando la resa sul tappeto, mano a tamburo, implorando adesso.
Alla Mozzafiato sarebbe bastato poco per farlo fuori e ci provava pure un certo gusto, ma le serviva l’allenamento che il Buzz le offriva a poco prezzo. Finito il match, prese lo streep e si volatilizzò oltre la porta, lo travasò nei concentrati di narcosine, che teneva come scorta e si accinse alla serata, in autonomia binaria, con le sue amiche, oltre i cancelli.

Fuori l’aspettava, smilzo d’occasione, Din Marmitta con una pistola a fumo, un residuato bellico post evoluzione, ancora micidiale, con in tasca pochi grumi d’energia, un prezzo sporco per chiudere gli occhi all’amicizia. Una bomba chimica d’occasione, fabbricata a Soke, Primo anello della Catena , una specie di fornace, frequentata dai Crime, i Guardian Spie.
Din l’agente speciale aveva paura d’essere stato scoperto da Veronica a rimaneggiare grillet, speciali dossier sulle grandi multinazionali, era andata troppo vicino a scoprire le fonti, le tracce in sospensione di lui e Vic, intenti a trafficare chips. Veronica aveva per istinto il fiuto di un segugio.
Veronica scese in strada, decisa a incontrare Din e a metterlo faccia al al muro. In aerobica tigrata, fendeva spazi con brevi salti in accelerata, senza distrazioni, i sensi all’erta, come in addestramento, rivelavano la sua natura di ragazza cresciuta in isolamento antiglicemico. Sentì l’odore spesso della muffa acida, il multiaroma frequenziale che aveva al polso, le restituì l’immagine di Din e di un ordigno micidiale, una pistola a fumo. Ne conosceva l’uso per averne costruita una quando era piccola, sotto l’occhio vigile di sua madre, un generale di quarta era, destinata al trans di mutazione satellitare. Ne riconosceva persino il suono, quel sibilo di freccia che precede il lampo e il buio esistenziale. Roteò su se stessa e spicco il salto prima di essere raggiunta dalla scarica, poi colpì a sua volta e uccise l’avversario con tre unghie sparate nella giugulare.

Sì, l’effetto era macabro, ma le aveva prese nuove al standard vacuale, uno shop d’immedesimazione multirazza, unghie di pantera morfologicamente mutuata da Horror Vacui.
Quando s’accorse che il suo nemico era Din Marmitta pianse, frugò il frequenziometro digitale e ottenne il nome del suo complice. Era lo stesso che avrebbe voluto amare. Restituendo esodi alla notte, girò le spalle lucidò l’anca della carrozzeria e salì sul primo glenvit a testoruote, diretta a casa. Domani, forse, l’avrebbe denunciato, ora aveva voglia di una doccia e magari recuperare Al, in fondo non era tanto male.

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bocca di marzo

Pubblicato: 27 febbraio 2012 da ciprea in scrittura
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quali macchie stinge la bocca di marzo
al venire di pioggia, tacere la quiete
come fosse molestia e l’amore
uno squarcio, una curva
se boccheggia la voce o accampa cospetto
a cascate
perdersi ha riflessi sul mare, nel vetro
imprime la forma del viola alle gambe
l’attesa che induce congedi, contare i confini
tra ortensie, intuizioni di fianchi
sapori che il viaggio scompiglia
segreti che accadono d’insensata bellezza

dentro il buio

Pubblicato: 14 febbraio 2012 da ciprea in scrittura

l’inizio è la voce
mi avvisa – quando rientro nella casa
sempre la stessa
nonostante i muri stipati, stretti
le cornici inviolate, sorprese prive d’occhi
mi guardano – e non so ancora
delle maniglie serrate nell’attesa
(sfiorare la freddezza levigata) che si asciuga sulle dita
del silenzio che mi spetta
divaricato, dolce, una lunga notte
mi attraversa –
come un tempo di cera
che imprime a ciglia asciutte
il soffio dentro il buio
l’altra dimora

graffiti

Pubblicato: 8 febbraio 2012 da ciprea in scrittura
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mi sveste un punto fisso
senza orizzonte
un’occasione persa di lago

l’apnea del gesto è la parola interrotta
che impone bellezza al dirsi corpo
come l’umore che sgomita la notte
quando coltiva nodi come fiati
al dirsi aria che si fa pendula
alla radice monosillaba a labbra chiuse
per non colare le poche scenografie di luce
il guazzo delle intonazioni invisibili
la cadenza del bianco brulicante suoni, pagine
che scaraventa diverse, sediziose

quel fiore nero

Pubblicato: 17 gennaio 2012 da ciprea in scrittura

inaspettato
quel fiore nero sulla bocca

è la mia ragazza la finestra d’ombra
che finge miele dai calici, che si attarda
con gli ulivi sui crinali, che mostra il fondo
dei pozzi, le stanze prive di confini

dove caccio il chiasso dei sogni
le costellazioni marine, i gusci delle cipree
le metamorfosi dei corpi, le tue parole mai scritte

altrove avrei una via d’uscita
quell’odore di seni che confonde la notte, i gelsomini

 

l’amore a poco

Pubblicato: 7 gennaio 2012 da ciprea in Uncategorized

ricorre il giorno

i tentacoli che lascia ricadere

nonostante il cielo ad un passo

scalzato dalla fretta

l’amore a poco

si conta a strati

noncuranti del vento che ci consuma

il fiato, degli stessi volti simili alle cose

raggrumate nei cortili

ora intersezioni ai lumi della sera

ai mancamenti, alle ginocchia lise

dove facilmente il limite si accosta