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Ecco sei osceno
non ti riconosco
nemmeno ci provo a passare dalle tue parti
mi tengo ben lontano.
Stanotte ti ho sognato che mi cantavi una canzone
e mi parlavi di come la luna fosse importante
molto più delle stelle e di quello che ci gira attorno.
E mi dicevi che la luna è un target possibile
mentre le stelle sono mere mete irrangiugibili.
La luna è qualcosa che posso toccare, difficile ma lo posso fare.
Le stelle no, le posso solo sognare, guardare, ammirare ma là sono.
Irrangiugibili.
Fuori target.
E allora accontentiamoci del piccolo balzo.

Hai usato quelle parole, target e mere mete.
Non ci ho messo nulla di mio.
Ecco ho capito
che sì avevi ragione riguardo la luna
ma avevi torto a proposito delle stelle.
Io non mi accontento del piccolo balzo
ecco voglio tutto
ho sempre voluto tutto
ho persino voluto che il razzo volasse in una stanza senza cielo
e non riatterrasse più concependosi in un solo istante su e giù.
Così adesso ti guardo, sei seduto su una poltrona
la luna in una mano le stelle fuori dalla finestra
i capelli che tracimano il riflesso alle tue spalle,
un’aureola,
una parola che inizia e non finisce
resta appesa al sottile filo della ragione.
Poi cambi discorso e mi chiedi chi sono.

Avevi ragione a proposito della luna
ma sulle stelle, permettimi, di dissentire con te.

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Ecco è atterrata!

Pubblicato: 12 febbraio 2013 da attraverso in Uncategorized
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Ecco è atterrata.
La guardo.
Ha una forma strana, non è come la immaginavo, non è né affusolata né tozza è indefinita.
Forse ha attorno a sé una specie di campo di forza, qualcosa che ne intrappola le forme e me la fa sembrare indefinita: appunto…..
Però c’è.
L’hanno annunciata i giornalai di mezzo mondo dopo che è stata avvistata dall’I.S.S che superava l’orbita della luna.
Viaggiava relativamente lenta, seguendo una rotta strana, sembrava puntare un punto particolare, come se avesse un segnale che la guidasse. Un radio faro sulla superficie o una bandierina in un videogame.
Tutu-tutu-tutu-tutu… stanno arrivando, milioni di telefoni stanno per scattare una foto.
Nella non-forma sembra esserci qualcosa dall’interno, potrebbe essere… vita?!?
Scatto un paio di foto tanto per vedere se tutto è in ordine.
La calca, pur essendo tale, è straordinariamente calma pur trovandosi di fronte ad un oggetto sicuramente alieno che arriva chissà da dove e chissà per quale diavolo di motivo.
Improvvisamente una luce illumina la scena, un paio di elicotteri hanno un sobbalzo più per la sorpresa che per altro e uno spicchio della non-forma si apre lasciando intravedere una scala.
Scattano migliaia di flash.
Si vede un essere muoversi come una testa che fa capolino da una finestra.
Un “Ohhhhhhhhhhhhhhhhh” si alza dalla calca.
Flash su flash e bisbigli su bisbigli, un’onda di entusiasmo si impadronisce della calca accalcata che ormai flasha qualsiasi cosa.
Quella che si vede apparire è indubbiamente una forma di vita con due braccia e due gambe in posizione eretta e una testa oblunga con un occhio solo, al centro di una fronte spaziosa. Polifemo? No perché i più attenti notano che ha due occhi laddove noi abbiamo le tempie. Un essere a tre occhi, un naso a patata e una bocca con labbra carnose.
L’essere alza un dito, si schiarisce la bocca con un potente colpo di tosse e parla.
La calca si azzittisce.

– Terrestri sono Z89jkauiaupoi, ma potete chiamarmi Otto, sapete dove posso comprare il ROMANZONE? –
– Ma che domande: qui – rispondo io
– Qui dove ribadisce l’alieno un po’ stizzito –

– Ma è semplice clicca qui Support independent publishing: Buy this book on Lulu. e a chi lo compra gli canto pure una canzone –
– Grazie – risponde otto – lo dico ai miei concittadini appena arrivo –

La non-forma riparte
La calca si discalca.

Atterriamo

Pubblicato: 4 gennaio 2013 da attraverso in scrittura
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Ecco siamo atterrati
ci guardano
uno alza la mano come per chiederci qualcosa
fa caldo
il mondo fuori e noi in uno scafandro
qualcuno chiama
altri ballano
sparano dei fuochi
ecco siamo arrivati.

Ma i gatti?

Pubblicato: 24 dicembre 2012 da attraverso in Uncategorized
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Gente che va e gente che viene
gente che dice di andare e gente che dice di venire.
Su tutto una domanda:
MA I GATTI FESTEGGIANO IL NATALE?

Atterro sulla maionese

Pubblicato: 17 dicembre 2012 da attraverso in scrittura
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Solitari in mano alla vita
dopo tutto sono solo pietre.
Soli accesi sotto alla brace
e nugoli di bambini che ridono.

Alberi che si piegano fino a terra
e piccoli animaletti che corrono via.
L’erba cresce al di sotto delle mie ali
e io volo via, adesso, subito.

Salgo sul tavolo e faccio un girotondo,
poi mi fermo a guardare i commensali
che mi guardano silenziosi
e urlo ridendo – Sto volando via -.

Atterro sulla maionese.

Parlarne

Pubblicato: 27 settembre 2012 da attraverso in scrittura
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Ecco di fronte alle stelle non ci resta che scrivere.
Parlarne
Stare come Ulisse legato ad ascoltare le sirene
con una gran voglia di buttarcisi in mezzo.
Ecco bastano due gocce di rugiada per risvegliarsi.
Raccoglierle.
Stare sugli alberi e guardare di sotto
aspettando che passi il solito piccolo coniglio nero.
Ecco il mare butta le onde sulla sabbia e copre.
Scoprirla.
Una conchiglia vicino all’orecchio e sentirlo
anche se siamo a Milano e vicino sta bruciando una fabbrica.

Che Faccio? (11 di 11)

Pubblicato: 20 agosto 2012 da attraverso in scrittura
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Mia moglie si chiama Magda.
Mia figlia Susanna.
Magda ogni tanto mi guarda e poi va via. Susanna mi ha detto che l’ha vista piangere in cucina ma forse stava solo sbucciando delle cipolle.
Ogni tanto mi solletica l’idea di essere stato rapito da degli extraterrestri che su di me hanno fatto degli esperimenti e che in realtà sono passate solo poche ore e non due anni.
C’è un film che mi torna spesso in mente, non mi ricordo il titolo, parla di un generale americano che viene rapito dai tedeschi e a cui viene fatto credere di essere stato in coma due anni e che nel frattempo la guerra è finita, vinta e che lui si trova in un campo di cura e che presto tornerà a casa. Tutto questo per riuscire ad avere i piani d’invasione degli alleati. Alla fine lui si accorgerà della messinscena ricordandosi di essersi fatto un taglietto ad un dito  e che la ferita è ancora presente come se fossero passati pochi giorni e non anni.
Solo che ormai dal mio risveglio sono passate settimane. E di taglietti che mi portino alla mente qualcosa non ce ne sono.
Susanna mi ha detto che prima facevo il venditore. Ad alto livello ma sostanzialmente vendevo. Matite colorate, penne, fogli per disegno. Non credo di avere dei piani di invasione nascosti che qualcuno possa estorcermi. Magari son stato rapito dalla concorrenza perché stiamo per buttare sul commercio una penna che scrive da sola e solo io ne conosco i piani.
Magari…
Mi hanno regalato una chitarra ho provato a suonarla, Magda mi ha guardato stupita, non sapevo suonare così prima, mi ha detto, anzi non sapevo suonare affatto. O… non mi ha mai conosciuto veramente o in due anni ho imparato.
Chissà dov’è finita quella che mi ero comprato e con cui ero uscito di casa quel giorno, magari è in una casa, forse a Trieste, appoggiata ad un muro che aspetta il suo padrone come un cane fedele. Solo che un cane è vivo e una chitarra no e non mi cercherà.

Ecco mi sono dimenticato

Mi sono dimenticato di quell’esame in cui litigai con la professoressa sulla poetica del Leopardi. Lei sosteneva, sicuramente a ragione, che il verso “Pene tu spargi a larga mano” avesse a che fare con il pessimismo cosmico, io che avesse a che fare con la masturbazione.
E poi mi sono dimenticato di quando volevi che ti insegnassi a scrivere  e io, spocchioso come non mai, ti avevo detto che – o lo sai fare oppure no, non si può insegnare – e tu allora andasti da Luca. Ora è il tuo mestiere e io faccio tutt’altro.
Insomma ho cancellato la parte brutta della mia vita e con essa anche tutto il resto e ora so guidare la macchina ma non so dove l’ho messa, so un sacco di canzoni ma non ne ricordo le parole, so un sacco di parole e i tasti della chitarra sono semplici linee.
Ecco mi sono dimenticato di te che insisti nel volermi esattamente come ti piacerebbe che fossi e non come sono.
Ecco mi sono dimenticato di te che durante una partita tra scapoli e ammogliati cadesti a terra tenendoti il ginocchio che ti avevo colpito. Tu sapevi perché, io sapevo perché,  gli altri pensarono che ero il solito stronzo e alcuni non mi rivolsero più la parola.
Insomma come già detto… mi sono ricordato di dimenticare tutto.

C’è silenzio nella stanza, il corpo intubato di un uomo giace su di un letto.  Magda, la moglie, si rivolge alla persona in camice bianco accanto a lei. La voce è quasi un sussurro.

Dottore guarirà?
No!

I SETTE (VI° Parte)

Pubblicato: 26 luglio 2012 da attraverso in scrittura
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I sette colori dei sette veli: Rosso, Arancione, Giallo, Verde, Celeste, Lilla, Bianco

(Sette colori per un sogno)

– Dottoressa mi aiuti –
– Sono qui apposta –
– Non riesco mai a portare a termine le cose, ne inizio mille non ne finisco nessuna –
– Capisco. Se vuole la posso aiutare, è disposto a seguire un percorso difficile in cui la certezza della riuscita dipende solo da lei? –
– Sì, lo voglio –
– Si ricordi che una volta iniziato non si può tornare indietro si deve arrivare alla fine costi quel che costi –
– Non sono i soldi che mi mancano –
– Per costi non intendevo moneta intendevo sacrifici, rinunce, dolore fisico e morale, sensazioni brutte ma alla fine del percorso c’è la salvezza. Lei vuole veramente iniziare e finire? –
– Si lo voglio –

Lei fa accomodare il paziente su di una chaise-longue  spegne la luce, fa partire una musica rilassante ed esce dalla stanza.
C’è penombra, la musica invita al sonno, così come la comodità del lettino, così come un leggero soffio d’aria sul collo.
Passa del tempo. Possono essere secondi come minuti come ore e il paziente sogna o crede di sognare o non lo sa.
Lei rientra.
E’ coperta solo dai sette veli. Sta danzando. Danza e recita un mantra.

Rosso è il colore del sogno
pensi sia sangue è solo salsa,
pensi sia vino è solo sangue,
pensi sia dolore è solo sciame
di api che cercano fiori.

Lei si toglie il primo velo e con esso lega la gamba destra del paziente al lettino.

Arancione è il sole al tramonto
pensi sia sabbia è solo nebbia
pensi sia morte è solo vita
pensi sia risa è solo la noia
che vedi nei giochi del vento.

Lei si toglie il secondo velo e con esso lega il braccio sinistro del paziente al lettino.

Giallo è il grano in estate
pensi sia il mondo è solo un pallone
pensi sia la quiete è solo tempesta
pensi sia caldo è solo il freddo
che penetra fitto nelle tue ossa.

Lei si toglie il terzo velo e con esso lega il braccio destro del paziente al lettino.

Verde è la foglia sulla tua mano
pensi sia vita è solo morte
pensi sia rumore è solo silenzio
pensi sia profumo è solo fetore
che scioglie la pelle e la carne.

Lei si toglie il Quarto velo e con esso lega la gamba sinistra del paziente al lettino.

Una fitta lancinante attraversa il corpo del paziente. La fitta va dal dito mignolo del piede sinistro fino al mignolo della mano destra. Dura un attimo ma è un esperienza devastante. Il paziente prova ad aprire la bocca per dire qualcosa ma lei ci mette sopra una delle sue grandi mammelle. La fitta scompare resta solo un bel sapore che però piano piano diventa… rancido.

Celeste è l’occhio che ti scruta
pensi sia dio è solo dipinto
pensi sia neve è solo polvere in una palla
pensi sia musica è stridio di freni
che precede il coccio.

Lei si toglie il Quinto velo e con esso lega la testa del paziente al lettino.

Il cuore comincia ad accelerare, quello che pareva un gioco sta assumendo contorni non proprio piacevoli. Ormai di dormire non se ne parla. Adesso la musica è cambiata non c’è più roba rilassante. C’è rock duro. La danza ormai è altro. Non è più sussurro adesso è urla sguaiato.

Lilla è il dolore che ti acceca
pensi sia mano è tenaglia
pensi sia carezza è schiaffo
pensi sia vaso è gelido metallo
che contiene quello che resta.

Lei si toglie il Sesto velo e con esso benda il paziente che ora è cieco.

Adesso il paziente urla, ha paura, sente un rumore di spade, di catene, sente caldo ovunque, è come se i vestiti gli bruciassero adosso e di colpo si sente nudo e sente che c’è acqua gelida che scorre sul suo corpo. Lei ride e urla.

Bianco è il colore del sepolcro
pensi sia fine è inizio
pensi sia sale è zucchero
pensi sia il momento che arriva
anche se non lo vuoi.

Lei si toglie il settimo velo e sale sopra al paziente.
Lui sta urlando, cerca di divincolarsi ma è un tutt’uno con il lettino che da morbido è diventato duro e freddo come una lastra di marmo. Sente  lei sopra di lui. Sente i suoi artigli che gli entrano nella pelle. Sente la belva che si disseta del suo sangue sente che…

Si sveglia, un secondo per capire dove si trova. Lei è davanti a lui che sorride.
– Tutto bene? –
– Sì, mi sembra di sì, cos’è successo, mi sono addormentato, ho sentit….-
– Ci vediamo mercoledì prossimo sempre alle 18.30, mi raccomando la puntualità –

La dottoressa porge al paziente due fiches da consegnare alla segretaria all’uscita. E’ il conto da pagare.
Lui si alza e guarda il suo orologio, sono le 18.35, ma come da quando è entrato sono passati solo 5 minuti. E’ frastornato.
– Mi scusi dottoressa cos’è successo? –
– Nulla è solo la prima seduta, ho fatto un piccolissimo test –
– E come è andato –
– Ci vediamo mercoledì –
Esce da le due fiches alla segretaria.
– Sono 180 euro –
Gli scappa un: – per dieci minuti di lavoro –
– Anche meno – risponde la segretaria ed emette fattura con bollo.

Polvere che si posa e disegna.

Pubblicato: 9 luglio 2012 da attraverso in scrittura
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Sì sto proprio bene.
Guardo il sole che si abbassa all’orizzonte e penso,
operazione complessa,
ma penso.
Penso alle volute nell’aria
e alle cadute nel vuoto.
Penso a quello che ho appreso
e a quello che vorrei apprendere.
Penso a quello che ho
e a quello che avrei voluto avere.
Semplici forme verbali.
Come una danza a piedi nudi sull’erba di un pianeta sconosciuto.
Così provando a condensare i miei desideri
mi accorgo di quelli del più vicino e
vincere o perdere diventa solo una questione di intenzioni,
o meglio,
una cosa su cui si può anche soprassedere,
fermo restando una figura appoggiata ad una ringhiera,
un albero con un nido pieno di fronte alla finestra
e una bicicletta con un re di quadri nelle ruote che passa sulla strada.
Polvere che si posa e disegna.

Moccia ha il mal di pancia

Pubblicato: 20 giugno 2012 da attraverso in scrittura
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Lei ha paura di guardarmi negli occhi.
Lei è stanca di me e io stanco di lei.
Ci si scuote solo lambendo refoli di vento
perdendosi un po’ alla volta senza cercarsi
rimpicciolendosi per non sfiorarsi mai
e raggiugendosi, poi, per brevi istanti di compassione.

Seduti ad un tavolino di un bar di Milano
con i piccioni che beccano briciole e poi volano via
ci parliamo di finestre che danno su un cortile
e sorridiamo, distratti, di cose che sappiamo
che non vorremmo dirci e ci stiamo dicendo
“quella è la tua strada e quella è la mia, ci si sente”

Un film che danno ogni giorno nella stessa sala
siamo specchi in cui guardarsi e non vedersi
musei che nascondono, più che mostrare, cimeli antichi
e una parola che rimane in sospeso tra me e te.
Una singola parola che non possiamo dirci
che non vorremmo nemmeno dirci, una sola.

Maniaci di coltello in svariati atti, per ora tre.

Pubblicato: 5 giugno 2012 da attraverso in scrittura
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Atto 1
Allo spezzare del pane chiesi se era ora e mi risposero di sì.

Appoggio lo sguardo verso il di dietro della donna davanti a me e comincio a fantasticare su quello che potrei farle e se il momento non fosse così solenne potrei anche toccarmi.
E’ un tipo di pensiero che si affaccia spesso nella mia testa e rimane, ovviamente, quasi sempre solo un pensiero che, alle volte, superando la soglia della pura e semplice fantasia mi costringe a tornare subito a casa.
Sento una sorta di solletico in un imprecisato punto posta tra ombelico e pene. Un po’ come se avessi voglia di fare pipì. Ma molto più piacevole e…
Lessi una volta da qualche parta una sorta di diario di un serial killer che descriveva, minuziosamente, i suoi atti. Be iniziavano tutti invariabilmente come iniziano i miei così avevo deciso quale sarebbe stata la mia condotta, non volevo diventare un serial killer, avrei dato sfogo alla mia libidine, masturbandomi. Dopo provavo pace, liberazione, solitudine e tanto senso di colpa. Sì mi consolava il fatto di non aver ucciso nessuno, nonostante anni e anni di educazione cattorepressiva, ma il senso restava. Ci insegnano a diventare omosessuali ma poi ci dicono che è peccato e che è un atto contro natura e che si va all’inferno. Strani.

Sto arrestando un sacco di forni accesi
Sfogliando le pagine di un libro
Assaggiando un caffè appena uscito
e non trovo un paio di calze dello stesso colore nel cassetto della biancheria.
E’ un giorno di festa all’interno di una settimana da passare all’aria.

Atto 2
Al segno della pace sentii un gran bisogno di guerra.

Il culo della vicina si muove, si alza e cammina fino al confessionale. Va a confessarsi. Lo seguo con lo sguardo, mi immagino una serie di peccati confessati al curato, avrei voglia di ascoltarli. Mi scopro ad immaginarmi di essere io il protagonista di quei peccati. Scagli la prima pietra chi non lo ha mai pensato. Mi alzo anche io, esco dalla chiesa, non sento la fine.
Corro verso casa. Un paio di vicini mi salutano, penseranno che ho dimenticato qualcosa di importante. No, cari miei, sto solo impedendo un grave reato contro la persona, contro la morale, contro l’universo intero. Arrivo a casa. Mi sfogo pensando ai peccati di quel di dietro. Magari non ne ha commessi nemmeno uno ma… ad un certo punto ho messo pure insieme un giochetto a tre, io, il di dietro di cui sopra e un davanti visto un paio di sere prima dal prestinaio.

Sto guarendo una pianta dalla rugiada.
Riponendo un libro al suo posto nello scaffale.
sono ordinati per colore, data di acquisto, data di lettura,
e ho perso un giro di walzer con Matilda.
E’ un giorno di nebbia passato a scavare poesie dal brodo di carne.

Atto 3
Sul più bello la radio del vicino erutta Baglioni , oh se solo sapessi andarci anch’io.

Dovrei essere libero di fare quello che voglio ma ci insegnano che non siamo isole ma solo pezzi di un gigantesco puzzle di un cielo azzurro e senza nuvole. Tutti uguali che si possono incastrare solo con pochi e scelti vicini.
Però la vicina è una bella isola da guardare, magari da dietro le persiane, solo guardare e non toccare che non si può, non si deve, io non posso, io non devo. Io sono un maniaco del guarda e non fare, del sospirare mentre scende il buio e incapace anche del più semplice dei gesti concreti.
Così mangio il gelato e penso a come sarebbe bello se la signorina del ‘terzo b’ lo facesse con me, o meglio: di me. E poi salgo e scendo le scale più volte al giorno sperando di rubare un’immagine, un sogno. Sarebbe da andare dal dottore se non fosse così da vergogna. No meglio stare da soli e guardarsi spesso allo specchio con la paura di scoprirsi soli ma non abbastanza. (sarà un caso che quest’ultima parola sia formata da Abba e Stanza?)
Così al lavoro aspetto che la segretaria giovane e carina venga e mi porti la pratica da firmare e quando arriva la bella stagione le segretarie cominciano a spogliarsi e a me frullano pensieri per la testa che nemmeno un campo di fiori brulicante di api e allora mi do malato e sto a casa, intere giornate nella vasca da bagno, intere giornate a desiderare la donna d’altri e le robe proprie.

Sì, sto attaccando un poster alla parete
il Che che mi guarda e fa le boccacce al Ghandi seduto lì davanti.
Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII giocano a rimpiattino
con un paio di calciatori in bermuda che vanno al mare.
Ecco suonano alla porta e io non ancora finito il lavoro e, oltretutto,
non c’è sangue che esce da sotto le fessure ma solo vino d’annata.
Forse Albana.

Il cuscino a dondolo

Pubblicato: 24 maggio 2012 da attraverso in scrittura
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Il cuscino a dondolo ha fatto la sua discesa in campo
mi ha cullato tutta notte
e mi ha raccontato le sue parole,
una dietro l’altra
come una poesia detta ad un bambino
con le rime al posto giusto
e parole facili da capire.

Amore, cuore, veleno, anello, serpente, coniglio.
Genova, Velletri, mare in campagna, macchina assente.

Il cuscino a dondolo ha zampillato le sue moine
ha fatto una rima persino con accondiscese
e ha scritto carte
per nuovi assassinati
un corpo da sballo
e due o tre sentimenti da dividere
con chi ha la voce giusta.

Carbone, zucchero, neve, salute, orso, gallina.
Roma, Missaglia, mare in un prato, vecchi aeroplani.

Nel cuscino a dondolo ho trovato le navi scomparse
hanno raccontato storie di pirati
diviso con me un’intera era
lustro dopo lustro
e lucide follie da portare a casa
senza mai soffermarsi troppo
sulle cose da dire e poi dette.

Mulino, vento, guerra, scalo, merci, agnello.
Milano, Grado, puntine da disegno, segni appesi.

I sette

Pubblicato: 15 maggio 2012 da attraverso in scrittura
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Io sono ignorante, ma ignorante vero.
E data la mia ignoranza profonda sono obbligato a cercare negli altri risposte, sempre.
Io ho preso 36 alla maturità e non sono andato oltre, non mi sembrava il caso, sul tabellone accanto al mio 36 c’era un asterisco, che in realtà era una zanzara spiaccicata, ma che io ho sempre interpretato come un “lascia perdere, rassegnati, prova a trovarti un lavoro ‘no thoughts’, se ci riesci e vivi tranquillo”.
Così ho deciso di fare il programmatore di computer, un lavoro perfetto per vivere senza pensare. Lasciamo che siano i computer a pensare per noi, a fare per noi, a ripetere ossessivamente gesti compulsivi al posto nostro così noi abbiamo tempo per coccolare la nostra profonda ignoranza, magari ripassando di volta in volta i vari sette.
I sette nani, i sette re di Roma, i sette giorni della settimana, i sette samurai, i sette colli, i sette mari, i sette continenti, i sette peccati capitali, i sette principi della croce rossa italiana, i sette Emirati Arabi, i sette bracci della Menorah, i sette doni dello Spirito Santo, i sette chakra, le sette meraviglie del mondo antico, le sette Pleiadi, le sette arti liberali, i sette simboli dei numeri romani, le sette sorelle, I sette oltraggi all’ordine dei saggi di Ossian, i sette colori dei sette veli della danza di Salomè che poi si sta a pensare a quanto doveve essere bella prima e dopo la danza sempre che di danza si trattasse veramente, i sette savi, i sette ospiti di Marta nel “Disastro su Vladivostok”, i sette coriandoli che scendono nel fiume verso il mare ma nessuno di loro riuscirà a raggiungerlo, le sette spose per sette fratelli, le sette catene al collo della Madonna di Saint Mon Parn.
Io sono ignorante, ma ignorante vero e ignoro che oltre il sette c’è l’otto e che sotto l’otto si cela addirittura un mondo come io non l’ho mai visto.
Mio fratello è medico e quando sto male do ascolto a quello che lui dice, sono ignorante e di qualcuno mi devo fidare ciecamente.
Mia madre era maestra ora è in pensione ed ogni suo ordine era ed è tale. Se mi dice pettinati io automaticamente vado in bagno, prendo il pettine, e lo passo tra i capelli, anche se ormai sono completamente calvo.
Mio padre era geometra al comune e gli sarebbe piaciuto che anch’io facessi il geometra, magari al catasto, ma io ho fatto il programmatore di computer, anche se una volta mi chiesero di fare il programma per il catasto della Romania. Risposi che ero troppo ignorante per farlo.
Mio cugino è Geologo e cerca il petrolio in Africa.
Una mia cugina si è rotta il braccio durante una partita di scacchi in un torneo del suo paese. E’ finita persino sul giornale.
Mio fratello minore vola. Una mattina si è svegliato, ha messo le ali ed è volato via. Ogni tanto lo vedo che fa una picchiata sopra casa.
Mia Moglie mi lascia parlare con le mie bambine ma solo in presenza dei suoi sette burberi fratelli.

I sette Nani sono: Dotto, Brontolo, Mammolo, Eolo, Gongolo, Pisolo, Cucciolo.
Le mie bambine hanno ognuna di loro una tazza, la prima con su Mammolo e la seconda Cucciolo e guai a sbagliare tazza.

I sette re di Roma sono: Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
Io e Anco Marzio si andava a scuola assieme. Abbiamo tutti e due fatto le elementari a Monza. Era il 1970 quando lui mi disse di essere la reincarnazione di Anco Marzio. Io sono ignorante vero e gli credetti. Adesso è deputato che se lo sapessero i suoi colleghi… ma magari ha ragione lui.

I sette giorni della settimana sono: Lunedì, Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica.
Io il lunedì vado a lavorare ma non è che ne abbia tanto voglia, forse perché è il primo di cinque lunghissimi giorni di lavoro. Però a me il mio lavoro piace soprattutto se lo posso fare stando seduto, ma volte mi tocca farlo in piedi che i posti sono limitati.
Io faccio il programmatore, dico ai computer cosa devono fare, ormai siamo rimasti in pochi, la maggior parte se lo dicono da soli, i computer, le unità elaboranti.
Io li coccolo e loro obbediscono.
Bisogna essere molto sensibili, c’è rischio di offenderli e un computer offeso computa male.

I sette samurai sono: Kambei Shimada, Katsushiro Okamoto, Gorōbei Katayama , Shichiroji, Heihachi Hayashida, Kyuzo, Kikuchiyo.
Non ho mai visto il film e non l’ho mai voluto vedere ma una volta ho letto i loro nomi, tra un programma al computer e l’altro e si sono scolpiti nel mio piccolo immaginario ignorante.
Ho pensato che forse mi sarebbbero venuti comodi in futuro, che ne so se un giorno avessi dovuto far colpo su di una giapponesina.
Magari le avrei sussurrato nelle orecchie Shimada Katsushiro e lei mi avrebbe languidamente risposto Kambei, Kambei, Kambeiiiiiiii.
Sono ignorantissimo.
Ignoro persino il numero delle mie scarpe e il colore dei miei occhi. Non ho specchi in casa, ho solo acqua pura in vasche di corallo.

I sette colli di Roma sono: Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale.
Sull’Aventino ci si ritirarono i partiti quando Mussolini prese il potere.
Sul Campidoglio le oche starnazzarono e svegliarono le guardie che i barbari stavano per entrare.
Sul Celio c’è un ospedale, ci ricoverarono un mio amico che si era cappottato con l’autoblindo durante un’esercitazione in caserma. Vi entrò e non vi uscì, gli piacque il posto, si vede, ma porca eva proprio a te è toccato morire di leva.
Dell’Esquilino non so nulla, magari è solo un posto di passaggio e ci stanno le graziose che di notte viaggiano appresso alle botteghe, oppure non c’è nulla… ah no, c’è via Merulana con quel pasticciaccio brutto, quello di Gadda, quello del giallo senza colpevole perché è ovvio il colpevole è lo scrittore perché è lui che ha commesso il reato, sono sempre gli scrittori che commettono i reati in letteratura, magari solo per il semplice fatto di averli scritti e inventati di sana pianta. Signori un crimine una volta inventato è fatto. il colpevole è Gadda, ma non ditelo a nessuno.
Sul Palatino Romolo e Remo bevvero il latte dalla lupa, io meno prosaicamente ti conobbi e compresi un attimo troppo tardi che quella conoscenza sarebbe stata poco fruttifera. Mi hai sparato due volte al giorno per sei lunghi anni ogni giorno prima di pranzo. E quegli spari fanno male, cazzo, fanno veramente male.
Sul Quirinale ci sta il presidente ed è un continuo salire sul colle a conferire con lui. Io ne ho conosciuti parecchi di presidenti e quello che mi è stato più simpatico di tutti fu Saragat, quello che dicevano che era sempre ubriaco. Sarà ma mi sarebbe piaciuto fosse mio nonno io che i nonni non li ho conosciuti. Le mie nonne però sì.
Così resta solo il Viminale ma io non ci sto e mi tengo gli altri sei.

I sette mari sono: Mar Egeo, Mar Nero, Mar di Marmara, Mar Ionio, Mar Rosso, Mar Tirreno e Mar Adriatico.
Io sono nato al mare, dalla finestra di casa mia, mentre nascevo, si vedeva il mare Adriatico, era Marzo, aveva nevicato da poco ma la primavera era in agguato con i suoi primi tepori e le sue piogge improvvise.
La voglia di navigare, di andare via, di essere sempre in movimento penso derivi da quel parto con la finestra che dava sul mare. Attenzione ho parlato di voglia e non di effettivo viaggiare, che è tutta un’altra cosa e presuppone organizzazione e fatica. Cose ben lungi dal voler essere affrontate. Perché i sette mari degli antichi così piccoli e locali se visti dall’alto sono talmente immensi nello spazio e nel tempo che creano vertigini a pensarli tali.
Uno dietro l’altro, un unico mare su cui ci siano affacciati bambini sapendo che quello sarebbe stato il nostro futuro e che dall’altra parte, da qualche parte, qualcuno o qualcosa ci aspettava.
Ovviamente sta ancora aspettando perché a quella finestra ci siamo affacciati, abbiamo dato un occhiata fuori, abbiamo visto l’immensa distesa, ed era solo il mare adriatico figuriamoci se fosse stato un oceano, e abbiamo avuto paura.
Abbiamo pensato di essere circondati, a ragione, abbiamo pensato che saremmo potuti annegare, a torto, abbiamo pensato che prima avremmo dovuto studiare e che magari volare era meglio di navigare ma volare e navigare sono esattamente la stessa cosa, cambia solo il fluido in cui si galleggia.
Nel mar Egeo ho visto l’alba e l’ho inseguita fino ad Smirne poi mi sono addormentato guardando la luna, come papera con le pinne da sub.

I sette continenti sono: Africa, Sudamerica, Nordamerica, Antartide, Asia, Europa, Oceania.
In Africa ho perso mille anni di vita inseguito da una belva feroce che si chiamava Arturo. Arturo pensava che la sua acqua fosse sacra. Siamo partiti assieme per Brasilia via Rio de Janeiro e arrivati abbiamo trovato erbaccia fitta e cani sciolti e libertà di pensiero ridotta la minimo sindacale.
Abbiamo usato un pullman locale e arrivati in aeroporto abbiamo troavato un volo per Los Angeles carico di banane e sanguisughe. – Volare è come rifornirsi di aria pura – diceva il comandante tra un frutto e l’altro mentre un ragno grosso come un pugno gli camminava su di una spalla, – Volare è sapere che prima o poi si tornerà a terra come è irrilevante perché finché volate siete vivi – e il grosso ragno dalla spalla scendeva giù fino alla mano e arrivato alla mano faceva un salto fino alla liana più vicina, non avete mai visto un ragno saltare? Non siete a Charapaguanà un posto così isolato dal mondo che il concetto stesso di isolato e ignoto. E così mentre da Los Angeles si andava a Melbourne siamo finiti in questo posto assurdo in cui i ragni saltano, le bottiglie si riempiono alle fontane e l’amore è una dose al giorno lontano dai pasti. -E’ un naufragio volante – disse il comandate – e passatemi da bere ancora un po’-.
Grazie ad un ragno ancora più grosso e ad un meccanico che si chiamava Tino che ci aggiustò parte dell’aereo, saltando di isola in isola arrivammo fino alla civiltà moderna dove un marinaio di passaggio ci permise di salire sulla goletta della Regina del passato, presente e futuro. Le pugnette e il poco sesso dipingevano le notti di feroci mal di testa ma per lo meno si viaggiava ed il vitto non era poi così malaccio. Il giro del mondo ci avrebbe dovuto riportare da dove eravamo partiti ma nessuno se lo ricordava così decidemmo di fermarci a Parigi, aprire una panetteria per poeti e ritirarci dentro ad un ventre di vacca.
Fallimmo in meno di tre mesi, non c’è pane per i poeti.

Tutta la notte, stanotte

Pubblicato: 25 aprile 2012 da attraverso in scrittura
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Vederti sorridere
mentre accarezzi un pensiero
che ti si è seduto accanto e…

Stanotte vorrei esserti addosso
avvinghiati come dopo essersi strappati i vestiti
circondati dal buio e dal caldo di un corpo
tutta la notte, stanotte…
l’ultima notte prima della notte dopo.

Stanotte a capo in discesa verso il blu
come topi persi in una nebbia qualsiasi
come i cento versi scritti solo
per essere diversi dal proprio vicino di casa
l’ultima notte prima di tornare indietro

Tutta la notte, stanotte, stonando i ritornelli
confiscando sorrisi e sospiri
urlandoti che non c’è motivo di esserci
tutta la notte, stanotte, io e te ancora
e poi quattro gocce per dormire
[oppure]
venti per dormire per sempre.

Che Faccio (7,8,9,10 di 11)

Pubblicato: 11 aprile 2012 da attraverso in scrittura
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7 – Giovinetta

Magari è solo una fuga. Sono fuggito da una situazione insostenibile e mi sono rifugiato in un mio personalissimo angolo di paradiso, inferno, purgatorio?
Ce lo hanno insegnato da piccoli il mondo va diviso in buonissimi, cattivissimi e una via di mezzo. Giudicati da un unico giudice, inappellabile, onniscente, onnipotente.
E come si fa a fuggire. Dove si va?
Si torna a casa.
Di soppiatto come un ladro.
Si rubano immagini di una vita che si svolge mentre siamo via.
Da lontano.
Sì vostro onore sono stato io ad uccidere me stesso in una buia notte d’inverno.
Ho gettato il mio corpo da una rupe di parole e me lo sono raccolto poco dopo in una bettola mentre bevevo a canna e cantavo a squarciagola uno stornello e poi sono fuggito per risvegliarmi poco dopo guardando il culo della giovinetta di fronte a me.
Giovinetta?
E quanti anni ha la giovinetta? Diciotto, sedici, trentadue?
E quanti anni ho io? Cinquanta, sessanta, mille?
Dietro a degli occhi blu c’è uno scooter che continua la sua corsa fino ad imbattersi in un paraurti.
Dietro a degli occhi marroni c’è una storia di forcine per i capelli perse durante una fuga.
Dietro ad ogni occhio c’è una storia da scrivere.
La malattia sta seguendo un corso poco incline a compromessi con i dettagli di ciò che vorrei costruire.
Mi addormento chissà dove e mi risveglio in una piazza di Trieste ed ora sono nel letto con una sconosciuta che dice di essere mia moglie che ricordo ma non ricordo e che ogni volta che mi avvicino cambia discorso, si leva.
Le sorelle carte mi avevano avvertito che sarebbe potuta finire male.
Mamma sto pagando caro i tuoi piccoli ricatti.
Padre mi hai dato tutto ma io non volevo nulla.
Ho lasciato qualcosa in sospeso da qualche parte, magari qualcuno che mi aspetta, magari bocche da sfamare o denti da otturare e fili da sfoltire.
Magda sorride mentre sto uscendo di casa.
Il sole che scende sotto l’orizzonte è rosso stasera, bel tempo si spera.
La pistola ha un nesso importante con quello che dovrei essere e un portafoglio pieno di scontrini indica dei percorsi che dovrei seguire per riesserci.
Pari o dispari?
Pari.
Bim Bum Bam.
Dispari, hai vinto tu.
Non seguo nulla e a che diavolo serve riesserci?

8 – Babbo Natale sta tornando a casa dopo tanto tanto tempo

Come faccio a spiegarti che senza uno non ci potrebbe essere l’altro e viceversa.
Come faccio a spiegarti che se a comandare è il bastone a difendersi saranno i bastoni.
Come faccio a spiegarti che se non canto e non ballo semplicemente non canto e non ballo, non significa che sono malato.
Come faccio a spiegarti che se di mestiere fai l’accusatore avrai sempre bisogno di qualcuno da accusare per campare.
Come faccio a spiegarti che se uno piange è perché c’è qualcosa, o qualcuno, che lo fa piangere perché si può anche ridere da soli ma piangere no. Che sbaglio dimentico sempre che ci si può autoflagellare.
Come faccio a spiegarti che ci sono cose che vannno benissimo per te ma non per me ed io e te siamo pari.
Come faccio a spiegarti che… ma vaffanculo!!!!!!!!!

Un foglio di giornale per coprire il vetro dela mia auto e farmi stare da solo dentro ad un mondo tutto mio estremamente piacevole.
Mamma la pasta la voglio dopo prima voglio gustarmi queste cozze.
Un foglio di carta da un balcone all’altro, una chitarra che suona dentro ad un motel, una fiotto di sangue che copre un lenzuolo bianco.
Una batteria che arriva lentamente da dietro.
Il cane abbaia e ci si accorge che è il momento di andarsene via, di smettere di guardare le notizie sul giornale che non tornano i conti della spesa.
Come faccio a spiegarti che è solo merda.

I passi sono uno dietro l’altro, uno alla volta, uno da dietro in avanti o viceversa. La bambina circoletta i suoi desideri. Sto cantando anche per te ma tu non mi senti, sto tremando anche per te ma tu non te ne accorgi.
Palle di neve sotto agli occhi.
Cerbiatti accanto ad un fosso pieno di fango.
Coloni in affitto per un mondo nuovo pieno di piante, stiamo arrivando, vi abbiamo visto.
Come faccio a spiegarti che il lenzuolo bianco copre quello che resta di una marmellata infinita e che la nave che vedi all’orizzonte contiene solo automobili vuote e bidoni pieni e le brillanti disquisizioni solo bottiglie piene d’acqua.
Ti leccherei volentieri, pari avere un bel sapore.
Ali di pollo e cosce di montone. Clitoridi innamorati. Prepuzi a riposo.
Con il cotone ti disinfetto le ferite e con una piuma ti faccio il solletico sotto i piedi.
Occhi lapidati e speranze manomesse coriandoli appesi alle porte e Magda che ride isterica al di sotto del muro.
Nelle fogne grandina da parecchio e i topi si nascondono al mio passaggio.
Desidererei averti su di un pianale della cinquecento, possederti mentre leggi un libro, consumarti poco a poco durante un incontro di sumo e frustarti mentre allegra ridi del nostro riesserci.
E quello che dovevo fare?
Aprirti in due mentre ridevi di me?

Contro le note di quarta di copertina si alzano in volo stormi di zanzare che si buttano in picchiata verso il tuo corpo nudo che pare dormire. Dovrei darti un nome o cantarti la canzone del sole all’incontrario.
Come faccio a spiegarti che non c’è crosta senza sangue, che le ragazze portano nella loro borsetta tutto il necessario per librarsi in volo durante una tempesta di sabbia.
Mutande sporche di merda appese ad asciugare.
Musica in un angolo in basso a destra.
Ti sarai scossa perché adesso sì che ti sto leccando mentre penso che hai lo stesso sapore di sempre ed io lo stesso gusto di allora.
Mi sono dimenticato dove ho messo la cosa più importante ma in compenso sono riuscito a preservare ancora per un po’ un barlume di santità mentale, magari innocenza.
Seguiranno altre lettere.
Vino solo di notte e solo mentre tu dormi.

Le labbra socchiuse indicano che ti sei accorta che ti sto leccando.
Babbo Natale sta tornando a casa dopo tanto tanto tempo..

9  – Butterflies and zebras

She’s…

Poltiglia zuccherosa
Moti senili e nei pieni di borse della spesa.
Adesso resto a guardarti che mi parli e mi racconti di quella volta che con un sol balzo superasti ogni difficoltà.
Bravo, un applauso.
Non so nemmeno come ti chiami ma dici di conoscermi da anni, che addirittura abbiamo fatto la scuola assieme, che addirittura ci siamo sposati lo stesso giorno con due sorelle siamesi.

She’s walking…

Pioggia fine e sottile.
Ossa di pollo da sgranocchiare durante i pasti.
Stai dicendo che durante il volo Roma New York hai rimorchiato non una ma due hostess e che quando sei tornato a casa hai scoperto di avere in tasca una raccolta di figurine e due cioccolatini al rhum.
Che fortuna che hai.
E faccio finta di sorridere mentre parli citando cose di una vita trascorsa assieme di cui non ho il ben che minimo ricordo

She’s walking through…

Cioccolata fusa in tazza grande
Una pizza ogni sera e gli spaghetti a pranzo.
Mi racconti cose di te mentre sono le cose di me che vorrei sentirti raccontare tipo: come mi sono procurato quella cicatrice a forma di ancora sulla spalla destra?
Te lo chiedo e tu non lo sai.
Me lo chiedi e io invento lì per lì un’improbabile risposta per giustificare la mia scomparsa durante tutti questi anni.

She’s walking through the clouds…

Elefanti che paiono dileguarsi.
Memorie infallibili cancellate dal vento.
Così mi racconti quello che avvenne nell’estate dell’82. Io e te che andammo in moto da Ginevra a Barcellona che ora a rifarlo ci scapperebbe da ridere e tutto per una ragazza così complicata che quelle di oggi cadono dal cielo come fichi maturi.
E la mamma non lo sapeva e il papà pagava i conti.
Occhio a quello che dici e che senti perché ogni amico che ti ha tradito ti ha lasciato un fiore sul cuscino.

Butterflies and zebras

10 – marcondirondirondello

Dove cazzo ho messo le chiavi della macchina?
E il cellulare?
E la cornamusa?
Forse, però, ho ritrovato, in una cartella con l’elastico, un appunto scritto un sacco di tempo fa che potrebbe spiegare tutto.
Recita:
“Due panini
Una mietitrebbia
La lacca per la mamma
Un etto e mezzo di crudo e due di cotto”
Sscritto con la penna e in calce, aggiunto con una matita: “Ricordarsi di dimenticare tutto.”

Ma che bel castello marcondirondirondello, ma che bel castello…