Operazione

Pubblicato: 18 aprile 2013 da nicolacudemo in Uncategorized

Questo è l’inizio di una cosa più lunga che sto scrivendo, mi piacerebbe avere il vostro parere. Soprattutto su una cosa: mi è stato detto che la protagonista non sembra una donna. Ma non il perchè e il percome. E invece, nel caso, mi interesserebbe molto saperlo.

 

Operazione

Le porte dell’ascensore si aprono con un rumore fluido di binari ingrassati e servomotore nuovo. Il vano è illuminato da una luce intensa e diffusa, le pareti sono in una tonalità uniforme di beige, per fortuna non hanno specchi. Il pavimento è un finto parquet industriale con le venature del legno formate da sei motivi ricorrenti in semplici stringhe due-uno due-uno intercambiate ogni tre sezioni.
Non riesco ad entrare.
“Excuse me”.
E’ una voce maschile con una punta di insofferenza. Qualcuno dietro di me si è spazientito a vedermi ferma e imbambolata a bloccare l’accesso all’ascensore. Sotto la voce sento il sussurro di altre voci, che mormorano frasi irriconoscibili tranne alcune parole isolate percepite a stento, confusamente, come i tentativi di decifrare messaggi dal rumore bianco di nastri magnetici vergini. “Bitch…see me…twin…bitch…” Sento una vampa sul viso e abbasso gli occhi spostandomi e mormorando confusamente di aver dimenticato qualcosa. Mentre mi giro per andare via vedo la coppia che entra nell’ascensore e l’accenno di sorriso sulle labbra di lui. Ha un paio di pantaloni grigio ferro stretti alla gamba e una giacca informale di tessuto nero spiegazzato ad arte, con le cuciture che sono un marchio identificativo di una multi-farm cantonese specializzata in cloni di Armani. Lei ha un completo dirigenziale gonnanera-camiciabianca-giaccanera guastato da un incongruente foulard ocra. Sento sotto il termoclino dei farmaci la rabbia che si agita cieca. So che ora stanno parlando di me. Rivedo il suo sorrisetto. Rivedo il mio ritrarmi spaventata e accondiscendente. Avverto la scia dei loro profumi che si scinde in quattro essenze principali più tredici sottotoni discordanti. Non vanno bene insieme, penso. Creano un retrogusto acido, acre, come ferro rovente spento nell’acqua. Mi tiro dietro il mio trolley con la mano destra e nella sinistra il borsone, mentre percorro il corridoio senza moquette che porta alle scale. Il pavimento del corridoio è ricoperto da una resina bicomponente celeste polveroso. Una pausa gradita al motivo a rombi intrecciati della moquette dell’atrio che mi ha causato una lieve vertigine. Con gli occhi su questa rassicurante superficie indifferenziata, cammino in una bolla temporanea di silenzio e di relativa pace. Una specie di cronometro interno tiene conto del tempo trascorso da quando si sono chiuse le porte dell’ascensore. Ora dovrebbe essere al secondo piano. Si bloccherà fra il terzo e il quarto. Me l’hanno detto il lieve sfarfallio della luce ambrata del pulsante di chiamata, i tre click leggeri che ho sentito, le pause, i tempi di arresto, i tempi di risposta dei relè di consenso ai piani, e di quelli di sicurezza, mentre aspettavo la cabina.
Passo accanto ad una porta spalancata e qualcosa mi distrae dal count down. La porta è di acciao satinato all’esterno, la parte interna è foderata di moquette ed ha un maniglione antipanico, è l’uscita di sicurezza del bar dell’albergo. Mi fermo. La penombra nella quale è immerso il locale è riposante. La moquette è chiara a tinta unita, l’illuminazione è fornita da lampade sui tavolini con paralumi orientati verso il basso che creano bolle luminose calde, localizzate. La semplicità regolare della disposizione degli arredi è confortante. Penso che questo posto abbia qualcosa di particolare. E’ una sensazione vaga, insolita per me. In quel momento sento il trillo di un campanello, un rumore piuttosto stridente, meccanico, non digitale. E’ una campana con un batacchio ad elettromagnete. Gli avvolgimenti dell’elettromagnete hanno perso l’isolamento in un paio di punti, e le armoniche risultanti dal ciclo rallentato della percussione vanno in feedback sull’ampia vetrata dell’ingresso. E’ l’allarme dell’ascensore. Provo una punta di piacere e penso : questo è per me, dottor Carella. Io l’ho visto. L’ho visto accadere, prima che accadesse. Poso il borsone accanto al trolley, sfioro con i polpastrelli delle dita della mano sinistra la superficie d’intonaco accanto alla porta. La vecchia sensazione di gioia, di meraviglia, riaffiora dalle paludi degli antipsicotici. Sento il mondo, sento la filigrana delle cose. Sento l’orientamento delle ondulazioni invisibili a occhio nudo della spatola dell’intonachista. So della sua altezza, approssimata a più o meno cinque centimetri. So che è destrorso. So dell’esitazione nell’altezza dell’ondulazione che mi parla di un inizio di artrosi scapolo-omerale. Sento gli odori che escono dal locale del bar. Cinnamomo, kumino, alcol, caramello surriscaldato. Sovrapposto a tutto sento l’odore vago e non del tutto spiacevole di un detersivo a secco per moquette, integrato, complementare. Alla mia mente si presentano gli aromi artificiali processati in sequenza che scattano come le finestrelle di una vecchia slot machine truccata : benzaldeide, anetolo, G-nonalattone, eugenolo, L-carvone, sto affondando. Sto affondando. Sto per avere una crisi. Sento sempre gli odori in modo molto più forte, quando sto per avere una crisi. La vergogna e il senso di colpa distruggono il piacere, mi troveranno stesa in terra a sbavare, sapranno chi sono. La demente che alloggia nel loro albergo.
“Hey, miss’us, somethin’rong ? Are you ok ?”
La voce è calma, ha un bel tono profondo, regolare, senza picchi. Mi ci aggrappo per resistere alla crisi. Sento una mano sul braccio sinistro che mi sorregge. Ritraggo il braccio di scatto, apro gli occhi ma non riesco a guardare il viso dell’uomo. Guardo le sue scarpe. Ha degli stivaletti di pelle morbida, non attillati, comodi, suola di para, l’orlo dei pantaloni appena più su dell’ultimo segno di marea della moda. Gli dico : “E’ tutto a posto. E’ solo un giramento di testa. Grazie.” Lo dico nella sua lingua. La mia testa è ancora occupata dalle architetture dell’italiano, devo fare uno sforzo di traduzione simultanea, ma so che basterà poco perché l’inglese sostituisca la visione del mondo della mia lingua. Lui mi chiede se ho bisogno di aiuto per i bagagli, gli rispondo di no, grazie. Raccolgo il borsone che avevo posato in terra e proseguo verso le scale, sentendo i suoi occhi sulla nuca, che mi guardano andar via. Giro a destra nel piccolo atrio con le doppie porte che portano al seminterrato e le rampe di scale per i piani con le ringhiere dello stesso acciaio satinato delle porte di sicurezza.
Comincio a salire quando un pensiero improvviso mi fa fermare dopo i primi sei scalini. Non ho sentito i sussurri sotto la sua voce. E’ una cosa rara, per me. Resto ferma sulle scale, penso che vorrei tornare indietro, che mi piacerebbe parlare a quell’uomo. Giro la testa, ma l’angolo che forma il corridoio con l’atrio non mi permette di vedere l’uscita del bar. Dal corridoio non viene alcun rumore. Non saprei cosa dire a quell’uomo. “Salve. Parli, per favore, dica qualcosa, la sua voce calma il mio delirio.” Certo, come no. Riprendo a salire e penso che devo arrivare in camera, devo prendere la dose pomeridiana di farmaci. Sento che il jet lag e l’ansia del cambiamento d’ambiente hanno eroso la copertura del mattino. Vedo le pillole nel loro blister. Cerco di fissare il pensiero sulle semplici azioni che devo effettuare per arrivare alla mia camera. Un gradino dopo l’altro, tiro su il trolley, l’albergo è abbastanza tranquillo, non ci sono rumori dall’esterno, solo qualche gorgoglio da tubature sottotraccia, qualche lontano sbattere di porte, il soffio costante dalle bocchette di aerazione. Le scale sono interne, non hanno finestre. La mia camera è la 142. Arrivo al quarto piano con il respiro accelerato e un velo di sudore sulla fronte. La moquette del corridoio ha lo stesso motivo geometrico malsano di quella della hall. Strizzo gli occhi e alzo la testa, cercando di restringere il campo visivo a una fessura che uso come collimatore per leggere i numeri delle stanze e trovare la mia. Le porte che oltrepasso sono silenziose, il corridoio è vuoto. Finalmente arrivo alla mia, è l’ultima, ad angolo. Infilo la scheda con il chip nella sua fessura e sono dentro. La moquette e’ a tinta unita. Non accendo luci. Poso i miei bagagli al centro della stanza e tolgo dal letto la sovraccoperta a motivi floreali, lasciando solo le lenzuola bianche. Torno al mio trolley e apro la tasca laterale dove conservo le confezioni dei medicinali. Schiaccio via dal blister due pillole lucide giallo chiaro e le ingoio senz’acqua. Poi prendo il flaconcino dell’ansiolitico e vado in bagno. Copro lo specchio sul lavandino con un asciugamano, prendo il bicchiere nella confezione sterile sulla mensola e lo riempio per due terzi con l’acqua del rubinetto. Conto venti gocce, l’acqua è tiepida e odora di cloro, ma ha il sapore amaro rassicurante del medicinale. Torno nella stanza, vado alla finestra balcone e scosto appena le tende. Appoggiata allo stipite, aspetto che l’ansiolitico faccia effetto. Guardo i vialetti tortuosi bianchi di ciottoli del parco sul quale si affaccia la mia visuale. Convergono in una radura circolare circondata da alberi maestosi spaziati a distanze apparentemente casuali. Al centro della radura c’è una formazione rocciosa, la base nascosta dalle foglie che gli ippocastani stanno perdendo. Penso che potrebbe essere un luogo speciale, se solo non fossero stati distanziati in quel modo, con quella accurata simulazione di casualità naturale. Posso quasi vedere gli algoritmi del software che qualche architetto d’esterni ha utilizzato per disegnare la mappa dei punti dove piantare gli alberi. Mi spoglio lentamente. Ora ho addosso solo gli slip e una canotta di cotone bianco. Anche gli slip sono bianchi. Il bianco è il colore più anonimo, scatena meno reazioni. Lascio scorrere una mano sul ventre. E’ ancora piatto, ho il terrore di diventare come una di quelle donne che ho visto durante quest’ultimo anno. Sacchi di carne imbottita di miglioratori dell’umore. Ho trentasei anni, mi dico, e lo ripeto come un mantra propiziatorio. Ho trentasei anni.
Vado via dalla finestra e prendo il beauty case dal trolley. Provo una vaga punta di malinconia al pensiero che non devo disfare il mio bagaglio. Ho preparato il borsone con l’indispensabile per queste due notti fino a lunedì mattina. Metto nell’armadio vuoto l’ingombrante cartella clinica che mi segue da un anno. Lì da sola, sotto le grucce vuote, la raccolta di sentenze che mi descrivono, che conosco a memoria. Iperattività abnorme nella corteccia inferotemporale, l’area preposta al riconoscimento delle forme. Ampia area di offuscamento con addensamenti sui lobi prefrontali e lungo la scissura interemisferica. Mi metto al centro della stanza con i piedi separati. L’unica fonte di illuminazione è il chiarore che viene dal balcone. Faccio alcuni esercizi e qualche posizione di yoga. Il mix di medicine che ho appena preso non mi fa raggiungere un livello soddisfacente di concentrazione, ma va bene così. Alla fine delle sequenze ho i muscoli doloranti, e gli indumenti sono intrisi di sudore. Mi tolgo tutto di dosso e torno nel bagno per farmi una doccia. Le gocce d’acqua battono codici morse insensati sulla mia pelle. Mentre mi asciugo ho la penosa sensazione delle aureole dei miei capezzoli increspate. Non le sopporto. Infilo sulla pelle ancora umida una canotta bianca pulita per nasconderle, per non guardarle. Circonvoluzioni cerebrali. Vermi. Sotto il tessuto teso della maglietta.
Infilo anche un nuovo paio di slip, chiudo la roba sporca in una busta nell’armadio, accanto alla cartella. Metto sul letto gli elementi della mia armatura contro gli uragani della percezione. Pantaloni grigio chiaro. Camicia della stessa tonalità di grigio. Giacca bianca. La mia borsa di pelle grigio squalo dalla quale ho sforbiciato via il logo e una catenella. Infilo i sandali di pelle bianca. Anche le mie unghie sono laccate di bianco. Le unghie sono uno dei punti del corpo dove si concentrano le scariche di informazione indesiderata. Mi sono sempre chiesta perché. Non le rughe della pelle, non i capelli, non i palmi delle mani. Le unghie. E gli occhi, naturalmente.
Ho deciso che non posso rimanere in questa stanza fino a lunedì mattina. Ma non posso nemmeno uscire in questa città sconosciuta, con le sue geometrie sotterranee e invadenti che si dispiegherebbero per riempire la mia essenza e annullarla, nonostante i medicinali. Andrò al bar dell’albergo. Ho la vaga speranza di incontrare di nuovo l’uomo che mi ha parlato nel corridoio. Un obiettivo indefinito, più una scusa che altro. Magari bere qualcosa con lui, non troppo che ho paura degli effetti che l’alcol potrebbe avere sulla mia psiche sotto farmaci. Scambiare due chiacchiere, risentire quella voce. Prima però devo mettermi un’ombra di trucco. La mia faccia deve essere un disastro, bianca e segnata dalla stanchezza e dall’anima persa per strada in qualche corridoio dell’aeroporto di Fiumicino. Poca roba, perché oramai mi trucco alla cieca. Mi metto il rossetto, un po’ di fondo tinta e, mantenendomi il polso destro con la sinistra per avere la mano più ferma, passo la matita per gli occhi.

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