Il Gioco del Mondo

Pubblicato: 21 dicembre 2012 da AlexG's Aeroplanini in Uncategorized

– LA COSCIENZA DI UN GEKO –

Il sesso affannoso e tremebondo praticato dai suoi simili l’aveva reso esausto. Parlarne poi, passarci il tempo sopra, teorizzare, empatizzare, millantare nelle concentrazioni dei corridoi di scuola e alle feste, tenendo sempre vive tre o quattro versioni della realtà commerciabile senza poterne abbracciare interamente nessuna, questo gli sembrava intollerabile.

E come fosse facile, dopotutto, averla vinta con l’adolescenza. Questo, oltremodo, gli provocava un sorriso di intima condiscendenza che dedicava alle convenienze sociali obbligate dei coetanei.

Il cinema gli era sembrato una soluzione, o anche solo un ambito dove isolarsi pacificamente per un po’ e cominciare a sciogliere il filo delle questioni urgenti che gli si imponevano al cuore.

Eserciti sconfinati di pixel erano stati trascinati giù dalla rete fin dentro l’imbuto del suo sguardo traverso. I suoi occhi, come piccoli visori appuntiti che contenevano a stento l’eccezionalità svalutata di un ordinario difetto cognitivo.

Su Geko un ricco medico sbrigativo si era espresso così: un deficit di attenzione, una tendenza, seppur apparentemente leggera, ad un esito esperienziale alessitimico, privo del vissuto emotivo adeguato al contesto.

Aveva anche precisato, correttamente, che la sindrome aveva la sua complicata classificazione, ancora incerta tra la normalità e il disturbo, e che tutto questo non pregiudicava affatto lo sviluppo intellettuale del ragazzo, anzi, da molte prospettive ne potenziava le opportunità e gli strumenti culturali, le leve per l’interpretazione della realtà.

Lui aveva finito per abbandonarsi all’epica delle trame Horror e alla nuda prassi delirante suggerita degli Snuff movies, lunghe giornate di sangue che eseguiva diligentemente come fossero un salasso liberatorio di qualcosa di sé che gli era ignoto. Poi un giorno, quasi per sbaglio, aveva visto quel filmetto stupido, al confronto, quella commediola americana che si rivela essere, oltrepassata una certa originalità di incipit, Charlie Bartlett.

Qualcosa della propria neonata coscienza di individuo si era smosso deviando, gli sembrava un fatto inaspettato e anche che facesse un rumore strano dentro, una sorta di ronzio ottuso, poco simpatico.

A tredici anni, nel terzo millennio, non solo poteva dire di averne già viste abbastanza di tutti i colori, ma aveva già operato sintesi, tratto indicazioni, succhiato slanci dal mondo ancora un po’ sfocato che lo ospitava.

Aveva chiaro, ad esempio, come la realtà che girava si fabbricasse collettivamente nelle narrazioni dei media, sulle piattezze liquide dei video; chiaro come la tradizionale regola paterna che gli veniva imposta tra le righe degli affetti familiari di un figlio unico benestante fosse un capolavoro di ipocrisia difensiva, uno spreco improvvisato da piazzisti dell’esistenza.

Discendere dalle rigidità possenti di un padre esperto bocconiano dell’alta finanza come il suo poteva apparire un vantaggio o un peso immeritato, indifferentemente, a una coscienza superficiale.

Tredici sono gli anni in cui si fabbricano le rivoluzioni, e Geko non aveva alcuna inclinazione che lo costringesse sui tracciati perduti della propria generazione. Le contraddizioni paterne, i matrimoni finiti male e quelli che si trascinano a stento, tutte le stupidaggini adulte che ricadono indietro immancabilmente nelle tasche dei figli gli sembravano orbite distanti.

Tutto questo parlare ossessivo, questo ostentare denaro, influenze, serietà, principi, induzioni di sensi di colpa, affetti condizionati, gli sembrava una brutta danza concordata da balera esistenziale. L’essenza dei balli di gruppo sono i movimenti semplici, coordinati, che danno la possibilità di esprimere una forza erotica contenuta, facilmente governabile.

Ma se lo schema è semplice e ripetitivo, non deve essere difficile aggirarlo e prenderlo alle spalle. Perciò Giacomo, o meglio Geko, come lo chiamava da sempre il padre stesso, se l’era presa col finale di quel film.

Avrebbe voluto alzarsi e andare sotto il muso consolatorio di Charlie Bartlett a dirgli quelle quattro scosse che sentiva: che fosse un ragazzino inutile, privo di attributi, che tutta la sua genialità trasgressiva avesse fatto tremare l’edificio normativo paterno per nulla, solo per rientrare a casa nel finale della storia chinando il capo da bimbominkia sotto la grotta del più banale lieto fine da consociato umano medio.

Geko non sapeva bene cosa averebbe voluto fare della propria vita, percepiva però di essere parte di una generazione iperstimolata, ricca, ambiziosa, leggermente deviata da un’ambigua deriva chimica, dagli psicofarmaci imposti agli adulti e dalle droghe suggestive che si spacciano tra i giovani. E sentiva dentro un testardo estro trasgressivo che lo rendeva sicuro di non dover sottostare ad alcuno dei banali problemi della crescita.

Sull’idea che esistesse un canone psicanalitico che governasse le anime degli uomini la sua brillante mente si era già esercitata con dovizia di letture e giovane sottigliezza, producendo per sé esiti logico-esistenziali impensabili, degni di uno degli horror salvati sul suo disco rigido.

Del mondo di Geko non si sapeva ancora molto, solo che la sua coscienza trafficava frequentemente tra gli ozi della facile popolarità di cui godeva tra i coetanei e quel vissuto di felino goffo, dal tratteggio un po’ spaurito, che si sentiva intimamente lui. La mente agile e informata operava quel piccolo miracolo d’equilibrio affilato su cui la sua anima imprevedibile si appoggiava. Tutte le nuove regole erano ancora da concepire e scrivere.

Nel frattempo, languire in una zona sospesa tra la noia e l’incertezza, con la sensazione d’aver già scostato quasi tutti i veli dal panorama dell’esistenza.

Così, vagando appuntito tra lo studio, le camere, i ripostigli, i grandi saloni da ricevimento della villa di famiglia, aveva facilmente scoperto i segreti: una Beretta semiautomatica seppellita in un cumulo ordinario di scartoffie. Con quel gioiellino smart, più adatto a un Tom Cruise penzolante da una fune che a quel professore lobbysta e occhialuto, rigidamente etico, che suo padre si sforzava di sembrare, Geko aveva già fatto fuori diverse lucertole, un certo numero di segnali stradali e un povero gatto randagio zoppicante.

Del figurino materno invece, una curatissima signora che sapeva mascherare gli anni con dovizia di strategie e un fare di nonchalance acqua e sapone che riusciva a spiazzare tutti, aveva scoperto la multipla misteriosa vita profilata in un archivio elettronico criptato.

Tutto questo non contribuiva affatto a rendere interessante l’idea che Geko s’era fatto di loro. E c’era poi sempre quella vasta zona di sé vuota definita come alessitimia, in cui vagava una deriva di geometrica stupidità anaffettiva che lo attirava e lo sconcertava, una corrente di sperpero infantile che non sempre riusciva a sovrastare con il filo teso del proprio coltello mentale.

Perciò quel pomeriggio, nell’accadere di nient’altro che una grandinata feroce di ghiaccio male arrotondato sulle grandi finestre del locale piscina, Geko si ricordò del natale, di quanto poco precisamente mancasse a quell’accadere catastrofico di bontà relative imposte al mondo.

Ed ebbe voglia di quella cosa semplice e inaspettata che sono i regali, di provare ancora quella tensione informe che ti avvolge quando a sei anni ti intrufoli sulle ripide scale di cantina perchè indovini che laggiù, seppelliti tra le ombre di domani, stanno già i pacchi di ciò che ti aspetta, in attesa di essere recapitati sotto l’albero quel preciso giorno.

Così fu ucciso Babbo Natale, quell’anno.

Con quest’aria di sciocchezza un po’ beffarda Geko se torna oggi verso le cantine sfidando un mistero diverso, quel modo di un padre come ha imparato a conoscerlo, tanto abile nel controllo di sé e del proprio tempo quanto capace di cedere a rari momenti di furia domestica. Guai a sconfiggere una delle rigide procedure stabilite con cui governa l’universo inconoscibile delle sue azioni.

Il Gioco del Mondo sbuca fuori da una piccola scatola incartata con gusto che sta seppellita in fondo a tutto.

Saranno i pollici di un tablet e una consolle-tastiera integrate in un bel design curvilineo di tono antracite. La scatola non contiene rivestimenti plastici né simboli né istruzioni né alcun tipo di accessori.

Geko solleva il game e lo avvicina a sé per osservarlo meglio.

Lo tiene qualche attimo sospeso sul cuore.

Così messo in quella posizione precedente a uno slancio, si percepisce interamente e sorride.

 

– ONLY CHILD –

Pochi sciocchi credono ancora al concetto di vuoto. Lo spazio cosmico è un’infinita tasca di sassolini occultati che viaggiano casualmente tra sistema e sistema, che intersecano continuamente le orbite dei corpi celesti, sfiorando le guance dei pianeti come minuscoli sibilanti insetti dell’apocalisse.

Così è dalla notte dei tempi. L’uomo cova ancora una paura atavica, cristallizzata dall’oggettiva impotenza connessa all’evento, che il cielo dei sogni possa cadergli sulla testa, annientandolo.

Il virus, viceversa, è un’occorrenza naturale che ha ripetutamente visitato la storia dell’umanità, la razza ha saputo reagire con dovizia di soluzioni scientifiche e procedurali al tentativo di sconvolgere l’ordine costituito che una morte sottile, invisibile, ha operato attraverso le periodiche pandemie.

Potrebbe essere interessante, piuttosto, investigare sugli effetti terrorizzanti che potrebbe scatenare l’irrompere di un ceppo virale moderno, capace di mutare a una velocità superiore di quella che l’uomo impiega per costruire un vaccino.

L’ultima arrivata tra le paniche delizie terrestri, la crisi economica, può essere letta come una nuova forma di sfacelo sottile, nerboruto e lento, adatto a esser governato collettivamente assai meglio di un disastro naturale. Il nemico è ai limiti del visibile, non ha un’identità precisa, qualsiasi buona attitudine retorica è in grado di confutare che un tale nemico esista realmente. Si può timonare con pochi gesti appena, nel chiuso di un’ombra. Il gioco s’indurisce e attrae.

In quest’orbita di pensieri vaga Geko, illuminato da innumerevoli scritte bianche che percorrono l’azzurro dello schermo perfettamente retroilluminato dai led.

Una particolareggiatissima descrizione dei ruoli del player e delle regole ambientali scorre come un lento fiume esplicativo ai margini del gioco. Lo scopo finale non appare ben chiaro né esplicitato, tuttavia è innegabile che tutto il meccanismo induca all’azione distruttiva, all’esercizio di una follia individuale su un dominio collettivo.

Scorrendo i menù olografici del ruolo finanziario Geko avverte un’impronta paterna, quest’ultimo ramo del game sembra costruito come un guanto sulla logica tipica, ordinata e stringente, sul panorama degli interessi specifici che animano la ricca e oscura vita intellettuale del professore.

Una sensazione precisa sorta all’altezza dello stomaco gli segnala un pericolo.

Geko prova per prima la via dell’infezione post-moderna, la crisi finanziaria globale lo attraeva più di tutto e voleva lasciarsela per ultima. Della fantascienza, del resto, detestava quel dipendere da pura invenzione, come se propagandasse qualcosa che riusciva sempre a sfuggire alla responsabilità comune. L’avrebbe sperimentato, certo, ma si sentiva più pronto a identificarsi con una sostanza infida e sfuggente, geneticamente mutevole, crudele come la gioventù.

I lunghi affumicati ambienti delle metropolitane, le polveri sottili sospese nell’aria, la vicinanza dei respiri della trance umana pendolare, è questo assetto d’esordio che Geko sceglie per inoculare il proprio virus.

Il gioco consente funzioni attive e complesse, sorrette da un sorprendente realismo grafico in tre dimensioni. Un raffinato visore olografico permette alla percezione di Geko di muoversi virtualmente con una certa libertà, attraverso gli ambienti e le location geografiche a disposizione del ruolo, come se tutto il corpo fosse presente in qualità di ologramma parzialmente attivo.

Così lui si ritrova in rapida successione funzionale a Tokio, Delhi, Mosca, Parigi, Cairo, San Paolo, New York, dove rompe metà delle fialette di virus in dotazione e si mette ad aspettare gli eventi insieme a milioni di altri pendolari nel mondo, perfettamente realistici nei loro vestiti del lunedì mattina, addossati gli uni sugli altri, sormontati dalle comuni espressioni inflaccidite che ci si aspetterebbe di trovare in una situazione del genere.

La meraviglia che Geko prova è talmente incomunicabile da distrarlo completamente, portandolo via dal flusso del tempo.

Non si rende conto di nulla se non che a un certo punto la fermata di Penn station mostra la propria scritta attraverso i finestrini.

Lui si rende conto di aver trascorso già almeno altre tre fermate attendendo un qualche genere di reazione dal sonnecchiante popolo di figure che lo ospita sul vagone. Scende insieme a una quota di presenti e si accorge dei led luminosi che sfarfallano sul limite della sua visuale destra.

La velocità di esecuzione del ruolo è al minimo, un suo semplice gesto la impenna al valore massimo.

Mentre con tre salti giroscopici esce sul marciapiede trafficato di Penn station, vede una donna giovane che lo precede fermare un taxi, aprire la portiera e crollare a terra semi-svenuta, con un rivoletto color carminio che le sgorga dal naso e si fa largo sciogliendo il trucco sul candore malato della pelle.

Geko sta per temere un malore per quanto avverte le vene pulsare sui registri armonici dell’eccitazione.

Alza lo sguardo e trova china su di sé una credibilissima Manhattan, seminata verosimilmente a diversi livelli di prospettiva e altezze e nervoso affaccendarsi umano. Gli viene voglia di fare un giro dietro le quinte del quotidiano, di realizzare la più banale delle fantasie che un tredicenne possa covare.

Cambia allora funzione, città, dimensioni, ambienti.

Senza sapere nemmeno bene come gli riesca, vaga per locali affollati e corridoi scolastici sconosciuti, si spinge nell’impensabile, vola sulle gradinate degli stadi, compare nelle sale operatorie di un ospedale, entra indisturbato nelle toilette delle signore, assiste a denudamenti di fianchi ed esposizioni di natiche e minzioni e complicate procedure mestruali, imprecazioni, sospiri, pianti segreti, baci strappati, qualche vomito disperato e la confessione telefonica di una dottoressa formosa che ammetteva a qualcuno l’impotenza del proprio reparto rispetto alla crudeltà del virus e al livello di contagio che la situazione sanitaria aveva raggiunto.

Su questo ostico panorama di femminilità svelate Geko si masturba a lungo. Nella trance dell’esperienza tenta di afferrare la dottoressa, ottenendo solo uno sbilanciamento in avanti del corpo che sta per farlo cadere sul pavimento grezzo delle cantine.

E’ chiaro che non si può procedere così.

Adesso che la coscienza s’è liberata dell’estro del momento, non rimane che andare a cercare lo scopo vero del game, e come tutto questo possa servire a quella parte di sé sconosciuta che il gioco sta liberando.

Il motivo della pandemia si riduceva all’osservazione partecipe di una collezione di disastri personali che stancava presto. La battaglia contro l’umanità doveva fronteggiare lo schieramento munito delle procedure e delle risorse sanitarie di un globo. Se apocalisse doveva essere, quel quadro richiedeva la spesa di intelligenza, di contromosse e nuovi agguati e un bel po’ di tempo che lui non sentiva di avere.

Geko sfiora due volte il led della funzione Esc e si ritrova dentro la schermata di scelta del ruolo.

Il meteorite non l’affascinava, poteva essere un modo come un altro per prendere tempo, per restare nell’emozione infantile di comandare la consolle oscura di un mondo senza dover affrontare le insidie paterne nascoste nello sviluppo del terzo ruolo.

Geko esclude il visore olografico e torna con tutte le percezioni, vacillando un po’, nella penombra della cantina.

In sottofondo, il suono della pioggia battente gli sembra un applauso.

Pensa di mettersi al telefono, di uscire, di bagnarsi semplicemente con l’acqua che cade dall’alto. Ma non trova nessuna emozione particolare che lo invogli.

Allora si rimette sotto l’azzurro del visore, convinto finalmente che il terzo ruolo sia l’unico che valga la pena giocare fino in fondo.

Così l’infanzia ci saluta, un giorno.

Ed è sempre un po’ in anticipo nella linea collettiva del tempo.

 

– INSURGENTES –

Spinto dall’illusione della vicinanza fisica che lo pressa, Geko si fa trascinare da una vasta massa urlante che si rovescia lungo le strade strette e complicate del centro di Città del Messico. Tra questi acciottolati pieni di inciampi, attraverso le smorfie esagerate della gente che gli ronza intorno avverte strani riverberi cinetici sotto la pelle.
Una ragazza con il volto dipinto da grafiche indie lo sfiora col suo pianto dirotto, disperato, ostentato, e lui ha un brivido, una percezione, quasi un’iperbole di presenza viva che lo sconvolge.
Gli schermi televisivi issati agli angoli delle strade trasmettono la diretta mondiale dell’evento. Negli studi patinati dei cinque continenti una fiera di esperti approfondiscono gli aspetti particolari della questione.
Un grosso esponente ingessato in un doppiopetto standard resiste in piedi in qualche torrida sala stampa circondato da un mazzo di luci e microfoni insinuati. Sta almanaccando le ragioni della crisi, le vecchie e le nuove strategie, la scarsità di risorse, le opportunità future.
Mostra un tono e un’intenzione pacifica, assolutoria nei confronti dei sanguinosi disordini della piazza globale, sembra lanciare un milione di ciambelle di salvataggio morale verso queste anime perse, armate di mani vuote, di gesti protesi, affamati, carichi di ridicoli sassi pronti a essere gettati avanti.
Geko ha armeggiato con i comandi delle leve finanziarie, gli è bastato avviare una campagna globale di diffusione di un’ultima generazione di Derivati finanziari, allearsi con gli stakeholder cinesi che sono ben piazzati ovunque, giocare con i prezzi delle materie prime e ottenere in pochi minuti un ulteriore fronte minaccioso di povertà pronto a scaricarsi sulla protesta planetaria.
Si tratta di un movimento straccione ed eterodiretto, carico di vuota disperazione, certamente inadatto a provocare una qualche forma di efficace dinamica oppositiva.
Geko ne sa qualcosa. Il professore paterno è stato uno degli architetti globali che hanno concorso a progettare e promuovere questi efficienti cavallucci della Troia finanziaria, gli insondabili Derivati. Per conquistare il territorio, un tempo, si minavano ponti, ferrovie, campi di girasole. Uno sciocco sistema, faticoso e scarsamente remunerativo, dopotutto.
I conti cominciano a tornare, ora, l’auto-separazione emotiva che la natura gli ha imposto lo rende lucido come un corpo di routine di codice che si dipana per automatica necessità.
Non c’è altra risorsa utile che lo possa instradare a questo punto del gioco, lasciandolo libero di intuire chiaramente il perchè e il per come di questa macabra danza olografica che l’ha intimamente catturato.
Geko conosce le potenzialità esorbitanti dei nuovi sistemi esperti che si muovono alle spalle del game, la velocità inconcepibile di un calcolo binario proiettata su una pista di operazioni eseguite in parallelo. Sa che hanno la capacità di apprendere dall’interazione con l’uomo che li guida e che li pensa ancora come schiavi affidabili, da poter spegnere all’occorrenza.
Uomo e macchina fusi in una inconcepibile CPU che genera una realtà Esperta, ineludibile. Il game non è altro che un test di gigantesca portata. Raccoglie informazioni sulle dinamiche tra il player e il collettivo sociale. Con questo gingillo, con l’anima traversa di un cacciatore di potere, si può ridurre la molteplicità vitale di un intero mondo alla banalità gestibile di una nazione unica.
Geko vorrebbe poter avere l’inclinazione e il tempo utile a ragionare meglio su tutto questo, e sta quasi per mettere nuovamente in pausa il gioco, salvare la partita, isolarsi un po’.
Deve cedere invece a un istinto che lo trattiene.
Così si mette ad armeggiare tra i menù delle azioni di contrasto, muove i led di controllo in modo da avviare in modalità veloce il finanziamento a pioggia e la fornitura di armi e tecnologie innovative ai movimenti dell’opposizione globale. Carica il modulo ideologico radicale e lo affianca a quello basilare della necessità di sussistenza nei rappresentanti umani che governano gli snodi della protesta.
In un raduno di concentramento dei nostalgici dei soviet, in un paesino fuori mano della Siberia, Geko sperimenta di nuovo quell’iperbole realistica che gli confonde i sensi.
A un certo punto, l’oratore che ha in mano il filo delle coscienze di quell’happening mal riscaldato e storto dall’alcol pare rivolgersi direttamente a lui. Gli pare persino di udire il proprio nome pronunciato.
Un brivido di puro nervo fa tremare la schiena del ragazzo, non si può escludere che il piano del game e quello della realtà si stiano vagamente confondendo. Se questo processo avvenga nella pericolosa testa di Geko o nelle routine di apprendimento esperto del sistema non si può sapere, ma il suo livello di allerta animale s’impenna.
Non crede di poter cedere al delirio così facilmente, e può trattarsi persino di un trucco, una trappola seminata dal padre stesso.
Il professore, prudentemente, ha sempre creduto nelle qualità superiori del ragazzo, ne ha avuto da subito una certa paura. Perciò l’ha cresciuto con puntualità diligente, ha cercato di curarne l’educazione morale e professionale nei dettagli.
Il gioco del mondo sottopostogli, a trarre conclusione, ha una doppia funzione: da questo verso, è il geniale crogiolo di esperienze attraverso cui studiare l’attitudine di Geko a raccogliere l’eredità paterna, lo scivoloso bastone del comando. Se sia in grado di afferrarlo o meno, se sia capace di tenerlo alto nel nome di ciò che è giusto, da questa valutazione dipende l’esistenza in vita del ragazzo.
Geko visita le piazze ribollenti del mondo, come un alacre imperatore virtuale scorre le truppe dei vecchi e dei nuovi diseredati che versano sabbia negli ingranaggi del sistema, sentendo adesso tutta la responsabilità di trovarsi insediato al comando di una rivolta planetaria che deve guadagnarsi lo show-down finale.
I capi politici del movimento, tuttavia, si rivelano presto essere null’altro che un manipolo di attivisti dei diritti locali cresciuti nelle culture di una vecchia, moribonda sfera di lettura del reale. Gente oppressa dalla fede, dalla lucentezza narcisistica del proprio credo, capace di dar fuori l’esistenza personale, di gettarsi come kamikaze nella lotta senza avere altro panorama che la ristretta prospettiva del proprio territorio.
Eppure c’è stata una terribile accelerazione, lo scenario è saltato. Le regole sono state riscritte, pochi umani e sistemi esperti auto-apprendono all’oscuro delle menti curvate.
Geko guarda tutto questo, lo spreco di anima e dolore, non gli riesce di provare nemmeno un residuo di umana pena. Adesso sono solo lui e il sistema, che attraverso il labirinto del gioco si contendono le sorti del mondo. Due pallide entità svezzate, provviste ancora dall’infinita capacità di apprendere, di gestire lucidamente le morti e le eccezioni. C’è poco di emotivo a fare schermo di saggezza.

In un fantasioso bar di passaggio, su una polverosa pista di sabbia battuta della Mauritania, Geko si osserva buttarsi a corpo morto su una sedia sgangherata, con quell’ingiustificabile aria indurita da battitore esistenziale.
Ascolta un notiziario in francese di cui capisce solo alcuni tratti. Lo speaker diffonde un aggiornamento di agenzia del catastrofico quadro complessivo.
Sente pronunciare distintamente nome e cognome, ruolo professionale del padre, poi c’è una dichiarazione, inattesa, rilasciata ai network mondiali. Il professore non s’è mai spinto così oltre nelle sue smanie di controllo. E viene nominata un’emozione, un figlio, un dolore, probabilmente. Qualcosa di intimamente personale che rende necessaria una svolta di nuova vita per sé e anche, in un momento così delicato della storia, per l’intera l’umanità stessa.
Il dolore della perdita di un figlio, il sacrificio del figlio del padre compiuto in nome della salvezza di tutti.
Geko non può impedirsi di ridere, di cuore, poi di riflettere, con la concentrazione utile di uno specchietto che provoca scintille. E non è più un falò di intuizioni disattente quello che si concentra sotto la sua speciale epidermide alessitimica.
In una serie di bagliori consecutivi il ragazzo capisce che il messaggio paterno, qualsiasi possa essere la via traversa per cui è sgorgato da un’ipotetica radiolina tuareg ai margini di un deserto virtuale, è reale e concreto come il pavimento grezzo di una cantina.
Forse il sistema si è già evoluto al punto da cominciare a eseguire alcune delle proprie operazioni distruttive sulla realtà.
Solo così il professore avrebbe avuto la possibilità di accorgersi che qualcosa del disegno non andasse per il tratto giusto.
Qualcuno sta utilizzando il game prima della data stabilita, adoperando e scambiando dati e immagini con gli infiniti sistemi interconnessi del mondo. E’ ragionevole pensare che qualche Firewall di controllo non fosse stato ancora alzato a isolare l’ambiente di test dalla realtà viva del globo.
L’intervento inatteso di Geko ha introdotto una variabile impazzita. Perciò lo scenario non è più quello di un padre che vuole sondare le grazie morali di un erede, piuttosto quel padre ha ora la necessità pressante di sbarazzarsi del proprio inaffidabile figlio.
Tutte le religioni del mondo andrebbero rifondate alla luce di questa rivelazione, pensa il ragazzo, prima d’alzarsi dalla seggiola malmessa e provare la sensazione fredda di essere perduto.
Tempo non ce n’è più.
Geko manovra gli Escape opportuni per tornare a uno dei menù di ordine superiore del ruolo finanziario. Sotto la scritta:-Società – NEW-, scopre alcune risorse non specificate che danno accesso a un contesto di gioco stratificato per fasce generazionali. La grafica è poco definita, un led button mostra l’ambigua dicitura: -Teeny – generatore di ritmo-.
Appena dietro di lui, poco sopra la spalla sinistra, un’ombra è sgusciata ai limiti della percezione. Tra Geko e il sistema che comincia a sfarfallare e il profilo di un fantasma Tuareg che sta alzando una precisa Beretta su di lui, la vita che sta per sgretolarsi, c’è solo quel fuorviante, forse inutile, led di accesso al generatore. Non c’è molto altro da inventare.
Il tempo si dilata indefinitamente, come un anticoncezionale di lattice riempito da un filo caparbio d’acqua.
In questa danza di impossibile lentezza il ragazzo ha modo di percepire gli organi interni che si contraggono e scalciano, l’adrenalina che si vuota nel sangue, un umore che come un’onda sale sotto la pelle fino a deporre quella gelida carezza alla base del cranio.
Così è un emozione. In tempo, poco prima di andarsene.
Così pensano le lacrime che come insetti torpidi, per la prima volta, gli si arrampicano nel cavo dello sguardo.
Geko dà una botta veloce al led, e butta se stesso a terra. Ciò che succede poi è un vertiginoso avanti veloce che non si può recuperare.
Mentre tutto il sistema comincia a smaterializzarsi lentamente obbedendo alle routine di arresto macchina che hanno preso il sopravvento operativo, in pochi nanosecondi il generatore di ritmo produce una traccia musicale rozza e ripetitiva e la diffonde sulla rete, nelle radio e fin dentro i musical-pod.
Con il sostegno attivo delle ultime finestre Social che vanno chiudendosi, oltre cinquantamila flah-mob giovanili vengono ordinati ed eseguiti a pioggia su tutto il territorio in rivolta del pianeta, quasi in tempo reale.
In un lampo le strade vengono invase, le piazze rioccupate, gigantesche colonne di casse acustiche vengono issate contro i palazzi e i monumenti e i cartelloni pubblicitari.
Accanto alle folle perdute che protestano e manifestano, in mezzo ai depressi isolati indecisi a tutto, tra le pause serpentine delle riunioni segrete delle Lobby globali, gli adolescenti di ogni mondo si infilano ballando selvaggiamente il Gangnam Style, o qualcosa di analogo mutuato.
Le attività di amministrazione ordinaria del traffico terrestre si bloccano, i commerci si intasano, i mercati crollano, gli oscuri finanzieri del 666wealth piangono un secco definitivo dal vuoto degli increduli occhi arrossati.
E anche Geko si risveglia a terra, ferito, con la pelle largamente aggredita dal cemento grezzo del pavimento di famiglia.
Si tira su e rifiata. E su se stesso opera un controllo di realtà, di piena esistenza in vita. Con meticolosa precauzione, alla stregua di un ipovedente, Geko si mette a tastare le pareti della cantina, a scalciare la fisicità del cemento che l’ha abraso, a cercare l’uscita di scala stretta della cantina, per confermare una certezza.
Oltre quella certezza, alle sue spalle e intorno a lui, sente distintamente tutta l’idiozia felice, animalesca del Gangnam Style che albeggia e lo raggiunge dall’anonimato delle strade adiacenti la villa.
E anche lui, si.
Spegne una falsa luce e mette su il buon viso.
Comincia a ballare.

commenti
  1. Nicola Cudemo scrive:

    Cristo algerbs, ma è palloso. Ma ci hai mai giocato a un video gioco ? Prova Quake III Arena. Mica hai tutto quel tempo per farti tutte ste pippe.

    Tiè, ti do un altro esempio di spreco di talentorotfl :

    Gunship (Liberamente ispirato a Battlefield 2042)

    Il mio co-pilota diventa isterico. Siamo in modalita’ sitting duck
    sopra la postazione, in attesa che cambi bandiera. Le turbine urlano
    per mantenere la gunship in hoovering, ho una epifania di cicalini
    d’allarme, quello di proximity alert, quello di missile in
    avvicinamento, l’allarme radar, l’allarme suolo. Almeno tre scie di
    traccianti vengono a tamburellare sulla blindatura e oscillo frenetico
    per le manovre di evasione nello spazio ristretto, e lui che non
    riesce a inquadrare i suoi bersagli nel collimatore del cannoncino a
    canne rotanti, grida esasperato :”TIENI FERMO QUEST’AFFARE DEL CAZZO
    PER UN SECONDO !”
    Gli chiedo : “DOVE !”
    “Torre di raffreddamento !”
    Con la pedaliera mi giro e punto il muso sul cilindro metallico della
    torre. Spengo le oscillazioni con un paio di secchi destra-sinistra
    della cloche. Lui fa partire una raffica di tre secondi, il suono come
    una enorme tela lacerata. Un affusto che ci stava bersagliando si
    disintegra con un ricco effetto di shrapnel infuocati. Il sistema mi
    accredita la cooperazione per l’abbattimento. Ora che l’ho
    accontentato e che la stronza bandiera si e’ decisa a cambiare colore
    e logo, e’ tempo di portare via il culo a manetta. Do tutto gas,
    turbine in bandiera, collettivo in avanti, muso a terra, infilo la
    breccia nella muraglia sul canale, acquisto velocita’, sono sopra le
    piattaforme, cloche tutta a sinistra, pedaliera, curva da otto volante
    mentre le scie di due missili mi passano a pochi metri sulla destra,
    mi riallineo con le rampe del cavalcavia. Il sistema mi avvisa :
    “Walker spotted, it’s definetely hostile”. Rallento, al termine del
    cavalcavia sono di nuovo in hoovering. La segnatura termica del
    Camminatore non e’ sufficiente per i missili aria/aria che ho a
    disposizione. Il co-pilota ha esaurito quelli a guida videocamera,
    cosi’ dovro’ puntare manualmente.
    “Lo vedo ! Viene dritto sulla strada, lo stronzo !”
    Che non e’ una cattiva mossa, da parte sua. Troppe sovrastrutture
    sulla strada, non posso attaccarlo dall’alto, dovro’ prenderlo
    d’infilata laterale, fra le travi. Scivolo lateralmente, mi abbasso,
    mi giro, lo punto, tiro un missile per calcolare l’anticipo, il
    sistema annuncia giulivo :”Gunship in the air !” Merda. E’ tornata la
    gunship avversaria. Sono contento, di solito,
    sono piu’ bravo, mentre lui segue il manuale gli giro intorno tre
    volte gli faccio ciao con la mano e l’abbatto, di solito. Ora pero’
    sono impegnato con il Camminatore. Che mi sta tirando contro di tutto.
    Se potesse, mi prenderebbe a sputi. I miei punti vita scendono, sono a
    settantadue, il mio dito indice va in fibrillazione sul pulsante
    missili della cloche, il Camminatore tira una granata EMP, il mio co-
    pilota attiva le contromisure, mentre ci avvolge il bagliore verde
    vedo che il Camminatore viene colpito da quasi tutta la salva dei
    missili. Continua a camminare, ma tanto avra’ i punti vita quasi a
    zero, si occupera’ qualcun altro di finirlo. Mentre mi sposto a destra
    e prendo quota la macchina e’ scossa dagli impatti in rapida
    successione di due missili. La fottutissima gunship avversaria mi ha
    sorpreso con le braghe calate. Mi tira anche col cannoncino ora. La
    macchina trema, scatta la sirena di esplosione imminente, mi restano
    solo sei punti vita. Succedono due cose contemporaneamente. Il mio co-
    pilota si lancia, quello stronzo. Sento l’avviso di avvenuta ricarica
    delle mie rampe dei missili. Uso la cloche come un mestolo, punto il
    muso, sferzo la coda nell’aria, vedo il bastardo, lancio la mia salva.
    Non resto a guardare, do tutta manetta per cercare di arrivare al mio
    hangar per le riparazioni prima di esplodere. Grido soltanto al mio co-
    pilota: “Cazzo, ma sei deficiente ? Ti butti ? Ma vaf…” Sono fuori.

  2. alegbr scrive:

    i videogiochi li detesto. ma mi hai fornito una chiave di lettura di te. deve essere questo che mi respinge dei tuoi testi. Sembrano routine di sistema eseguite a pioggia. Dietro, in effetti, c’è la mente di un programmatore, il narratore è cosa di altri mondi.

    • Nicola Cudemo scrive:

      “c’è la mente di un programmatore”

      MA ROTFL🙂 Cazzo, mai avevano usato la parola programmatore come un insulto🙂
      Ma lo sapete che siete da collezionare ? La medianoche che per insultarmi insinua che io sia gay, o soldato, tu che io sia programmatore.
      Minkia, qual’è l’estremo insulto, che so, mi direte che sono un neurochirurgo, un pompiere, un giardiniere, ebreo, negro, cattocomunista,

      call me captain, capsized, but not late for dinner.

  3. Nicola Cudemo scrive:

    “i videogiochi li detesto”.
    Lo si capiva benissimo. Quindi, scrivi di qualcosa che non conosci affatto. Bravo. Tu si che hai talentorotfl.

  4. alegbr scrive:

    secondo me non hai nemmeno letto qui su, non ti sei minimamente accorto che non è affatto la storia di un videogioco, questa. e per chiudere la noiosissima contesa di un osso che esiste solo nella tua sottoroutine cerebrale, ti consiglio vivamente di disintossicarti dai giochi e dal video, appunto, di cui credimi, si sente forte l’influenza nefasta che hanno sulle tue attenzioni-percezioni e ancora più sul tuo modo di fare.
    passo e chiudo, che devo uscire all’aria aperta.

  5. Nicola Cudemo scrive:

    “secondo me”

    Letto sin qui.

  6. morfea scrive:

    per prima cosa: ale è un piacere leggerti qui. nel vero senso della parola.

    secondo.nicola e tu che posti ogni giorno? credo che dovresti dare aria alle tue cose non soffocarle con quelle postate dopo:)

  7. nicolacudemo scrive:

    Cazzo, morfea, ogni giorno ? Posto una cazzata alla settimana, e ti sembra troppo ? “soffocare le mie cose” ? Capisco che coi ritmi da bradipo in catalessi di questo gruppo sembri molto, ma una cosa alla settimana, suvvia, era più vispo il cadavere di mio nonno quando lo ripescarono dopo una settimana nel fiume.

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