Niente

Pubblicato: 17 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

C’era questo ragazzo, che passava le serate sui piani incompleti di
un palazzo in costruzione. Ad un certo punto i lavori si erano
fermati, forse per mancanza di qualche autorizzazione, forse per
mancanza di fondi. Non gli interessava. Lui era contento di avere a
sua disposizione questo terreno neutrale, questa arena vuota, una
enclave di spazi solitari e nascosti circondata dalle strade
trafficate, dai palazzi abitati, dalle stazioni di servizio come
costellazioni troppo vicine, luminose ed affollate.
I lavori si erano fermati, lasciandogli a disposizione le stanze con
i muri di laterizi nudi, con le superfici grezze, incontaminate e
selvatiche, labirinti senza la organizzata cesura di porte e
finestre. Passava attraverso i sentieri bui delle stanze,
nascondendosi alle luci delle auto sulle strade, fino a raggiungere lo
spazio aperto dell’ultimo piano. Lì aveva le sue cose da fare, il
binocolo, la macchina fotografica, il mucchio di tondini di ferro
tagliati e pronti per le armature del cemento. Un mucchio di aste di
ferro, come dovevano essere stati i mucchi di lance dei greci alle
Termopili. E come lance aveva cominciato ad usarli, contro un
tavolaccio di legno sul quale aveva disegnato col gesso una rozza
figura.
Poi aveva scoperto la piegatrice a leva, e con i tondini aveva dato
inizio alla crescita ossessiva di forme contorte ma dominate da curve
ad angolo retto. Come una specie di screensaver impazzito di tubi,
aveva disseminato un angolo del piano di vermi euclidei di tondino
arruginito. Dopo un po’, comunque, andava sempre a sdraiarsi sul
bordo, dietro un rialzo di mattoni , per guardare con il binocolo le
finestre del palazzo più vicino. Il binocolo era un affare enorme, un
residuato bellico che gli aveva regalato suo zio che lavorava come
sarto per le forze armate in America. Con il binocolo guardava le
finestre dove passava la gente, ma solo come intermezzo per
l’osservazione dell’evento principale : la cattura di una immagine di
lei, della ragazza che andava nella classe successiva alla sua, la
ragazza più grande di due anni, per la quale sapeva di avere la
stessa consistenza e grado di visibilità di una colonia di muffe su
una mela dimenticata su uno scaffale della cantina di una casa sfitta
da due anni. Aveva una serie di foto, con le quali aveva cercato di
fermare i passaggi cometarii di lei nei riquadri illuminati delle
finestre. Ma i tempi di scatto erano troppo lunghi, e il suo era
diventato il footage di un film sperimentale, fatto di finestre
immobili attraversate da scie vagamente umane. Solo in una, lei si
era fermata il tempo necessario a far condensare la scia nei tratti
confusi del suo viso. Aveva organizzato le sequenze, in un album che
aveva intitolato : Niente.
Un pomeriggio di primavera inoltrata era andato a pescare al lago con
il suo motorino. Il lago era una oasi del WWF, e lui pescava di frodo,
con un suo metodo. Usava lenze libere, senza canne, con piombi da
cento grammi e ancorotti. Svolgeva un bel tratto di lenza in larghi
circoli su una zona di terreno sgombra, e poi lanciava facendo roteare
il piombo come una frombola. A riva fissava il capo libero a qualche
ramo sommerso, facendo prima passare la lenza su un pezzo di legno
galleggiante, che lo avvisava in caso di abboccata. Pescava enormi
carpe a specchio e pesci gatto, che poi regalava. Quel pomeriggio lo
aveva passato steso sul suo telo, a leggere una raccolta di racconti
di un autore argentino. Uno gli era piaciuto particolarmente, un
racconto che parlava di un’isola affetta da un disturbo temporale. Le
lenze erano rimaste inattive per tutto il pomeriggio. Ogni tanto,
quando finiva un racconto, le ritirava per cambiare l’esca. Nel cielo
si erano andate addensando nuvole scure, fino a farlo diventare un
bassorilievo di peltro, che si confondeva con il piombo dell’acqua. I
cespugli semi sommersi della riva, per chissà quale motivo, si erano
riempiti di bisce nere che ogni tanto scivolavano in acqua, dando
l’impressione che i rami rinsecchiti stessero colando via nel grigio
uniforme. Al momento di andare via, si era accorto che una delle lenze
era spostata rispetto alla direttrice di lancio. Di sicuro aveva
abboccato qualcosa. Era entrato in acqua, tanto aveva sandali e
pantaloncini che il viaggio di ritorno avrebbe asciugato. Aveva
seguito la lenza con le mani, alzandola fuori dall’acqua, che era alta
un metro scarso. Era arrivato ad un cespuglio isolato dove la lenza
si immergeva. Aveva cominciato a seguirla, era entrato con le mani in
acqua. Lì si era fermato, le braccia immerse fino ai gomiti nell’acqua
grigia. All’improvviso l’idea di incontrare qualcosa di vivo là sotto,
di toccare qualcosa di viscido che si dimenava, gli aveva fatto
passare la voglia di recuperare la preda.
Aveva strappato la lenza con uno strattone ed era andato via.
Quella sera era tornato al palazzo in costruzione, ma aveva trovato
lucchetti nuovi, un cane che abbaiava dentro il recinto e una roulotte
fatiscente parcheggiata vicino alla gru. Aveva capito che il suo Niente
era arrivato ad una conclusione, niente più tondini arruginiti, niente
più scie.
Era tornato alla sua stanza, passando lungo il viale con le ville
bifamiliari con i muri di cinta ricoperti di glicine fiorito. Una
parete di colori vividi e inutili, accesi a tratti dai fari delle auto
di passaggio.

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