Infrarossi e minestrone

Pubblicato: 10 dicembre 2012 da nicolacudemo in Uncategorized

Io sono il paesaggio. Non formo angoli retti o sagome squadrate,
innaturali. Io sono i fili secchi di paglia nel vento leggero da sud
est, le foglie, i rametti e le zolle di torba giallastra intessuti
nella gualdrappa che mi ricopre. Il mio osservatore è da qualche
parte sul rilievo alla mia destra.
Io non lo vedo, lui non mi vede, nessuno ci vede.
Sono le sedici e quarantacinque, temperatura diciassette gradi,
umidità ottantanove per cento, vento da sud est a cinque nodi e
mezzo, posizione attuale nell’emisfero nord e forza di Coriolis
impostata nell’ottica. Il sistema d’arma riposa accanto, sui suoi
sostegni. Controllo la borsa con l’acqua per l’umidità della copertura
mimetica. Sono circondato dalla vegetazione, coperto come sono da roba
secca, sarei visibile agli infrarossi perché non avrei evaporazione.
L’evaporazione abbassa la temperatura, un FLIR ad alto modulo mi
rileverebbe come anomalìa. Ho ricoperto l’arma di polvere per i piedi
del dr. School, che ha un grado di emissione molto basso, l’acciao
brunito lo ha troppo alto. Ho ancora i tappi sull’ottica, quando li
toglierò monterò il paraluce, per non far riflettere il cielo dalle
lenti. Luce visibile e infrarossi. Il cielo è una regione dove ci
sono temperature bassissime, il suo riflesso  risulterebbe ad un
eventuale FLIR come un cerchietto blu notte. Non credo che in questa
regione ci dovremmo preoccupare di scansioni CompAid approfondite,
però la mimesi è un’abitudine. Parti dal presupposto che loro
abbiano tutto ciò che hai tu. Arrivi in un posto, rallenti, ti
ricopri della roba locale e sbirci da un buco. We can see them, they
can’t see us.
Ho anche preparato un richiamo. A cinquanta metri circa sulla mia
sinistra, una borraccia ricoperta di nastro isolante nero da
elettricista, che ha lo stesso grado di emissione della pelle umana.
infilata in uno stecco, sporge da un avvallamento del terreno, con tre
spazi vuoti nel nastro, a simulare occhi e  naso, che sono i punti
relativamente più freddi del viso.
Se la bucano, conoscerò il loro livello di scansione ed il loro grado
di precisione.
Mastico una barretta, bevo dal tubicino del camel-back. La barretta
deve essere divisa in tre parti uguali, quando stacco un morso devo
trattenerlo in bocca e assumere un quantitativo preciso di acqua dal
tubicino. Così è giusto, è preciso, è come deve essere. L’ultimo
pranzo che ho fatto a casa  è stato una tortura. C’era il minestrone,
e io odio il minestrone. Mi costringe a bilanciare ogni cucchiaiata,
un pezzo di carota, un fagiolo, un pezzo di patata, di sedano, di
cavoletti, di quello che riconosco. Il problema è che ci sono pezzi
di materia non identificata, che guastano la simmetria, e che devo
essere veloce, perché altrimenti cominciano a guardarmi strano mentre
seleziono i componenti. E comunque c’è sempre un resto, uno scarto,
perchè i pezzi non sono mai in numero uguale, e questo mi disturba.
La voce spassionata e piatta del mio osservatore mi risuona nelle ossa
del cranio :
“Tre veicoli in avvicinamento sullo sterrato a ore dodici, cinquanta
orari, distanza duemilacinquecento metri”
E’ piatta perchè usiamo microfoni da laringe e ricevitori
transdermici. Comunichiamo sub-vocalizzando, i sensori a contatto
della pelle della gola leggono i segnali elettrici dei movimenti
involontari dei muscoli preposti alla parola  e il software li traduce
e trasmette. Quando il software è addestrato bene, basta pensare a
ciò che si vuol dire. Naturalmente, anche il soggetto deve essere
addestrato. I ricevitori impiantati sotto pelle fanno vibrare in
risonanza armonica le ossa della scatola cranica. E’ come se Dio mi
parlasse nella testa con la voce di un androide asessuato con disturbi
della personalità.
Avevo già avvistato la colonna. Aumento gli ingrandimenti del visore,
mentre la telemetria scandisce cifre ai bordi della visione.
“Ci sono.”
“Tre…correggo, quattro soggetti sul primo veicolo, pick-up, tre in
cabina, uno al pezzo sul cassone. Probabile Browning cinquanta.
Secondo veicolo, vetri oscurati, terzo veicolo, cinque soggetti.”
“Confermo.”
Seguiamo con i visori i veicoli fino alle case ai piedi della collina
a novecento metri dalle nostre postazioni.
Il mio osservatore mi bisbiglia nel cranio :
“C’è qualcosa che non va. La scorta  è inadeguata, per essere il
pezzo che aspettavamo.”
Subvocalizzo : “Passo sull’ottica dell’arma.”
Tolgo i tappi, monto i paraluce. Mi appoggio il calcio sulla spalla,
traguardo. I veicoli si sono fermati nel cortile del caseggiato più
grande.
Controllo la bussola, aggiusto di un click la ghiera laterale. Dal
veicolo con i vetri oscurati escono tre soggetti che entrano nella
casa, seguiti da due di quelli del pick-up. Il soggetto sul cassone
resta al suo posto, alla calibro 50.
Compio mentalmente ossessive sequenze di tiro, memorizzo le posizioni,
mentre il mio osservatore mugola una canzoncina. L’effetto non è un
granché, con quella voce nel cranio inframmezzata da frequenti pause
al rumore bianco quando il software non riconosce una parola. Sta
memorizzando i bersagli sul tracciatore multiplo.
Dalla casa escono due soggetti spingendo due civili. Due donne.
Correggo, una donna e una ragazzina. Nel piazzale, le buttano per
terra, poi le coprono. La ragazzina li attira come mosche sul miele.
Nessuno spettatore, sono tutti coinvolti, anche il balordo alla
Browning ha lasciato il suo posto. Ho il reticolo di mira lasco, non
vale più la pena di puntare qualcosa. Chiedo :
“Osservatore, il nostro bersaglio sono i soggetti nella casa ?”
La voce nella testa tace. Adesso sono passati ai coltelli. Sulla
ragazzina. Sulla donna ancora lavorano due. Sono contento di non avere
l’audio. Il mio osservatore invece ha i microfoni laser. Richiedo :
“Osservatore, chiedo conferma presenza bersaglio nella casa.” Mi
risponde il rumore bianco. Non era mai successo. I muscoli della gola
dell’osservatore stanno facendo qualcosa di totalmente estraneo al
software. Chiedo di nuovo : “Osservatore, parlami.”
Sento :
“Loro -rumore- maledetti -rumore- cristo -rumore-”
Non mi piace. Non mi piace tutta la faccenda.
Sono confuso, non ho bersagli, non ho istruzioni, per la prima volta
nella mia vita provo il desiderio violento di allontanarmi
dall’ottica. Dall’arma. Da tutto. Vorrei chiudere la feritoia,
rimanere al buio sotto la copertura mimetica a gemere e a dondolarmi
piano, come facevo da bambino sulla branda dell’Istituto.
Mantengo il controllo, ripeto le tabelle balistiche di decadimento
delle traiettorie. All’improvviso, il mondo torna al suo posto. Il mio
osservatore mi parla :
“Tiratore, inizio sequenza di tiro. Soggetto in piedi, coltello, a
destra pick-up…inizio !”
Alla parola “tiro” avevo già il reticolo sulla testa del soggetto,
era facile, era l’unico in piedi, era fermo. Alla parola fuoco
accarezzo il grilletto e lascio partire il colpo. Il crack dell’arma
mi sveglia del tutto, come un uccello mattiniero. Un secondo e mezzo
dopo, la testa del soggetto scompare in una nuvola rossastra. Il mio
osservatore dice :
“Nuvoletta !”
Con la sua voce piatta appena venata di incongruente allegria.  Subito
dopo :
“Soggetti in ginocchio su ragazzina, da destra, sequenza libera,
inizio !” Sono sei soggetti, niente più tiri alla testa. Tre li
abbatto in rapida successione, prima che possano rendersi conto di
ciò che succede. Uno mentre saltella cercando di rialzarsi i
pantaloni. Uno mentre cerca di infilarsi  sotto il pick-up. Questo
devo averlo preso alla spina, perchè continua a strisciare
trascinandosi dietro le gambe. Ci torno dopo. Di quelli che erano nel
cortile, ne restano tre, più quello ferito sotto il pick-up. Il mio
osservatore dice :
“Allora, vediamo, dove sono finiti i miei bambini cattivi ? Uhmmm…
Il Tracciatore me ne da uno dietro il fuoristrada con i vetri
oscurati, tiratore. Però non conosco la sua posizione esatta.
Inoltre, quel fuoristrada deve avere una blindatura, lo vedo un po’
basso sulle sospensioni. Perché non provi con i tuoi midnight
special ?”
Non mi piace il tono dell’osservatore. Le cose che dice. Preferirei
che rimanesse più concentrato.
I miei speciali di mezzanotte sono costituiti da una cartuccia del 30/378 weaterby, con il collare ridotto, per ospitare una palla del
30. perforante, di acciaio al carburo di tungsteno
con una punta ad ago, camiciata in rame, per la rigatura della canna.
La blindatura sguscia il rame e la palla in acciaio la perfora.
Punto al portello anteriore. Statisticamente preferito. Tiro. Il freno di bocca fa il suo lavoro, ma  il 378 mi da lo stesso un bel calcio. Il mio osservatore dice :
“Bingo ! Sull’infrarosso vedo schizzi di sangue sulla polvere dietro
il veicolo. Metto un cicalino al tracciatore, così se dovesse essere
solo ferito e si muove, mi avvisa. Passiamo agli altri.”

Nel cortile non si muove più niente :
“il tracciatore mi da un soggetto  in quell’avvallamento del terreno,
dietro la colonnina in metallo…la fontana, sembra una fontana. Va
bene, faccio un paio di tiri per vedere se lo innervosisco.”
Dalla posizione del mio osservatore arrivano i colpi secchi della sua
carabina. Nell’inquadratura dell’ottica vedo la terra che schizza sul
bordo dell’avvallamento. Il soggetto decide che la sua posizione è
stata scoperta e tenta il grande slalom verso il portone del
caseggiato. Abbandono i suoi zig-zag frenetici, inquadro il portone e
diminuisco gli ingrandimenti, per avere una visuale più
ampia.
Aspetto.  Appena arriva ad un paio di metri dalla porta, tiro. Questa
volta la palla è una interbond, con la punta in policarbonato, ad espansione. Lo raggiunge giusto mentre varca la soglia, e lo sbatte dentro con forza.
“Cazzo, tiratore. Impressionante. Pensavo che ce l’avrebbe fatta.
Sicuramente lo pensava anche lo stronzo. L’ultimo è dentro il cassone
del pick-up. Magari ci fa il favore di mettersi al pezzo. Comunque, è
appoggiato al metallo, lo sta riscaldando, ho la segnatura termica del
suo corpo. Vedi dove si incrociano le losanghe di rinforzo della
sponda ?”
“Vedo.”
“Riquadro superiore destro, angolo in basso a sinistra, una quindicina
di centimetri dal vertice.”
Tiro. Il soggetto si sposta, adesso è visibile, scalcia un paio di
volte con la gamba, poi resta immobile.
“Zero soggetti nel cortile, tiratore. Quello sotto il pick-up o è
morto o lo sarà tra poco. Restano i tre dentro casa.”
“Osservatore, richiedo conferma. Abbiamo il nostro bersaglio in quella
casa ?”
“Negativo, tiratore. Nessuno dei tre è il bersaglio che aspettavamo.”
Resto in silenzio.
“Ho dei riflessi sull’infrarosso, dal metallo delle intelaiature alle
due finestre del piano rialzato, sotto il balcone con le piante in
vaso. Glicine. Probabili bersagli. I residenti non starebbero vicino
le finestre.”
“Pareti in pietra. Nessuna soluzione di tiro. Tempo ?”
“Gia’. Stallo, tiratore. Sono loro di mano, adesso. Non devono fare
altro che aspettare un po’ di compagnia. Dobbiamo rientrare.”
“La postazione è  ottimale, il disimpegno è coperto. Aspettiamo. ”
“Bene, tiratore.”
La luce e’ pessima. Radente, dalla mia sinistra. Crea troppe ombre. La
donna non è morta, ha strisciato fino alla ragazzina, adesso è ferma
con lei. Ho allargato la visuale, preferisco avere una visione
d’insieme, non mi piace passare continuamente da una finestra
all’altra, genera stanchezza della visione, rallenta le reazioni.
Sento l’odore della polvere, ginocchia e gomiti nelle imbottiture,
sono comodo, lascio che si allunghino le ombre sulla terra.
La voce mi sussurra in testa :
“Guarda, la finestra a destra.”
Aumento gli ingrandimenti, vedo qualcosa che si muove nell’angolo a
sinistra.
“Un cappello.”
“Cristo, un cappello. Cosa cazzo credono, di essere al cinema.”
Il cappello scompare.
Il mio osservatore dice :”Basta così, tiratore. Non si muoveranno.
Disabilita i veicoli e andiamo a prenderli.”
Piazzo una perforante nel blocco motore di ognuno dei mezzi e mi
muovo. Abbandono la postazione. Mi alzo, coperto dalla spalletta di
terra. Metto l’arma a tracolla e la fisso con le cinghie. Cerco di
seguire le linee naturali della vegetazione, corro a gambe larghe,
abbassato,  fluido, senza scatti. Davanti a me ho la sagoma indistinta
del mio osservatore. Siamo due ondulazioni della vegetazione, siamo la
vegetazione, avanziamo sìncroni.
Ogni cento metri, circa, ci fermiamo, facciamo una scansione. Quando
arriviamo sul retro del caseggiato, il mio osservatore mi parla :”Fa
caldo, tiratore. Qui va bene per lasciare l’attrezzatura.”
Dobbiamo entrare. Ci togliamo la copertura mimetica, la avvolgiamo
sull’arma, ci guardiamo attorno, prendiamo riferimenti, triangoliamo.
E’ piuttosto seccante quando non ritrovi più la tua attezzatura
perché è così ben mimetizzata.
Montiamo i silenziatori sulle H&K MK23. Abbiamo addosso solo la tuta
aderente e la fondina sulla coscia. Il mio osservatore è femmina. E’
imbarazzante, stare così, senza copertura. Ormai è buio, così
abbasso il visore. Lo metto in modalità luce stellare. Il viso del
mio osservatore è una fiamma di luce verde. Commuto sugli infrarossi.
Ora è una silohuette di blu e di rossi e arancio.
“Entriamo.” Passiamo nelle stanze buie, ci sono dei corpi, in una due
donne accosciate che gemono piano. Ci muoviamo lentamente. Al piano
superiore li sentiamo parlare. Stanno cercando di convincere qualcuno
che hanno bisogno di aiuto. Al telefono. Io sono di spalle al muro, a
fianco della porta. Il mio osservatore copre l’ingresso. Faccio una
mezza giravolta e sono dentro, ginocchio destro a terra.  Tiro alla testa del primo soggetto. Il secondo si volta e cerca di alzare qualcosa e prende anche lui due colpi uno alla testa, uno al torace. Il terzo si muove verso sinistra, gli tiro due colpi in rapida successione al torace. Il meccanismo di armamento, il carrello, sono la parte più rumorosa dei colpi. Cariche depotenziate, proiettili pesanti e subsonici. Il mio osservatore entra e si assicura del risultato con tre altri colpi. Poi si avvicina a me. Si ferma davanti al mio viso, maschera blu e rossa indefinita. Sta fermo, per un po’. Poi alza un braccio evanescente e mi solleva il visore dagli occhi. Sono al buio,
dalla finestra filtra solo il riflesso della luna. I miei occhi cominciano ad adattarsi, intravedo il suo volto, ha il visore su.
Mi sussurra nella testa :”I tuoi occhi sono strani, tiratore. Bruciano.”
Poi andiamo via.

commenti
  1. meth sambiase scrive:

    Oddio Nico’: di furia in furia ti hanno evaporato.
    Il flusso non è una delle forme che preferisco, ma l’ho letto. Un saluto.

  2. Nicola Cudemo scrive:

    Eh ? Non capisco l’evaporato. Comunque grazie per la lettura.

  3. llmezzanottell scrive:

    Infrarossi e minestrone, è davvero un titolo geniale, avendo anche notato la disinvoltura con cui Coriolis incontra il Dr. Scholls. Scenari da playstation, pochi brividi sinceramente e molta pazienza per arrivare fino alla fine.

  4. nicolacudemo scrive:

    E chi gliel’ha fatta fare ? Mica aveva firmato un contratto.
    (P.S. Brividi non ce ne potevano essere. I cecchini non possono avere brividi, se no abbattono l’operaio dell’Enel sul palo(cit.), invece del bersaglio. Lol. Comunque, Coriolis non è citato a casaccio. Nei tiri a mille yarde il tempo di volo della pallottola è di un paio di secondi, sufficiente per essere influenzato, seppur in maniera minima, dalla forza di Coriolis. A 2450 yarde (record di distanza di Carlos -whitefeather-Hatcock, il tempo di volo di una .50 BMG è di 7 / 8 secondi. La deviazione data dalla rotazione terrestre è piuttosto significativa.)

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