Waterlaw

Pubblicato: 23 agosto 2012 da mugico in scrittura
Faceva freddo quella sera. Eravamo tutti da Carmelo. Ad andare in giro non ci pensavi nemmeno, piuttosto bere qualcosa di forte. Carmelo ce ne diede tre dita a testa, a me e a Miche, qualcosa di molto potente diceva. Miche mise mani al borsello, ma non gli fece pagare il primo. Incassò l’offerta, contento, e si guardò intorno. Il locale era pieno di gente che come noi voleva starsene all’asciutto e con le gambe all’aria. Carmelo si fece più vicino per parlare meglio. “Com’è?” gli chiesi. “oh, niente,” disse Carmelo. “poca roba.” disse. “poca davvero” fece eco Miche senza capire bene cosa intendesse.
Bevemmo qualche sorso di quella brodaglia che scendeva dritta fino allo stomaco bruciando. “E questa pioggia?” domandai a Carmelo. “Poca anche questa”  disse. “Sì” disse Miche “nemmeno gli stronzi si porta via.” “Dicono che quelli vengono sempre a galla prima o poi” dissi io. “E quindi?” domandò Carmelo. “Già” dissi io. “Altri due” disse Miche.
Carmelo prese una bottiglia priva di etichetta da sotto il bancone, versò nuovamente quel liquido scuro e fece tintinnare la cassa. “Tre euro” disse. Tornò da noi. “Certo che è freddo. Vorrei tanto avere una barca e non pensarci più.” “Dov’è che vai con una barca con questo tempo?” “Lontano da qui.” “Tu non hai paura di morire Melo?” “Non ci ho mai pensato sinceramente.” “E di tutta quella gente al camposanto che ne dici?” “Non credo gli importi più di niente al momento.”
Ci scolammo i nostri non so cosa pensandoci su. “A me” dissi “mi scappa sempre una gran nausea.” In quel momento uscì dal cesso Upupone che aveva sentito tutto. Si afferrò il pacco con un mano muovendo il pollice verso di me “Ma che bel pisellino che hai, puoi farci l’autostop se hai tanta paura” mi disse. “Solo se prima te lo infili in bocca e mi dici dove soffia il vento.” “Non sbagli ragazzo, quelli come te non vanno molto lontano se non hanno qualcuno che glielo ciuccia ogni mattina.” “Non ti allargare Upupone, ogni mattina mi verrebbe un colpo a vederti mentre me lo sbatacchi.” “Due euro se me lo fai vedere.” “Due a centimetro, ma non ti basterebbero.” “Fottiti” disse infine e fece un gesto con la mano. Tutti risero “Siediti Upupone” gli dissi “e risparmia un po’ di soldi per questa roba qua.”
Si sedette accanto a noi. “Tre” ordinai facendo un cenno con la mano. Carmelo tornò con la bottiglia e la lasciò sul tavolo. “Questo freddo mi dà ai nervi” disse. “Anche il caldo” gli dissi io. “Dici che sono nevrotico?” “Chi non lo è?” “e va bene. Ora ti dico. Lo vedi quel tizio seduto là” disse pulendosi la mano con uno straccio e indicando il fondo della sala senza curarsi di essere visto “ogni sera se ne sta seduto e ordina una pinta, ne beve mezza e aspetta. Solo mezza. Non fa niente e aspetta, pensa o cosa non so. Una sera che mi ero dimenticato di dare la carica all’orologio gli passo davanti e salgo sullo sgabello. Oh, figlio di un cane se ci penso, quello appena tocco le lancette si alza e tira un colpo sul tavolo col pugno chiuso che per poco non mi è preso un infarto. Mi giro e vedo che mi fissa da parte a parte con le narici larghe come un mulo. Finisco di caricare l’orologio e scendo dallo sgabello. «Problemi?» gli faccio. Lui non dice nulla, si scola tutta la birra, paga ed esce. La sera dopo eccolo di nuovo là come se niente fosse. Ti sembra a posto?” “Perché c’è gente col cervello a posto?” gli dissi senza rispondere alla sua domanda. “Poca roba” fece lui “poca roba” disse anche Miche a cui evidentemente quell’espressione era piaciuta parecchio.
“Bisognerebbe fare una conta” disse Upupone. “E perché?” gli chiese Carmelo “per vedere quanti ce ne sono.” “Hai ragione” disse Miche. “E’ solo tempo sprecato” aggiunse Melo. “No, aspetta” dissi io “questo rotto in culo non ha tutti i torti. Metti che quelli normali siamo solo noi qua dentro. Quanti siamo? Tre, con Upupone quattro. In tutta la sala saremo più o meno una ventina di persone. Sedici contro quattro. Se uno di loro avesse abbastanza intraprendenza da mettersi al comando. Costituire non so, un fronte contro di noi, e ci facessero la guerra. Metti che vincono Melo. Chi sarebbero i normali? Chi potrebbe dirlo se vincessero loro?”
“Grande giove!” disse Miche. “Ascolta” disse Carmelo “come lo sai che sono normale io? Perché non mi beccano?” “Ecco,  è proprio quello che dico io. E’ molto meglio così. Pensaci, in fondo Napoleone prima di essere Napoleone non era che un matto che credeva di essere Napoleone. Prima lo sapeva solo lui di esserlo, ma dopo che è diventato Napoleone solo un pazzo poteva andargli a dire «no tu sei solo un pazzo». Poi sai che hanno fatto con Napoleone?” “Cosa?” chiese Miche. “L’hanno mandato in esilio come uno qualsiasi. Cioè uno che ha cambiato il mondo. Era alto così e si è fatto il più grande del pianeta. L’hanno ammazzato. Uno che gli ha messo la saliva sul naso a tutti è finito come uno stronzo.” “Che cosa c’entra?” chiese Carmelo con aria confusa. “C’entra che non lo sai se uno di quelli lì è Napoleone. Pensa, oggi se uno si alza e dice «sono Napoleone» lo portano subito al manicomio. Meglio se si sta zitto e li fotte tutti. Ecco questo intendo, che non si sa mai.”
Restammo in silenzio. Upupone fini di bere dal suo bicchiere, Miche contemplava i graffi sul tavolo e Carmelo si era fatto pensieroso. Si sciolse il grembiule e ad un tratto mi disse “Pensi che sarò mai Napoleone io?” come se fosse la cosa più triste di questo mondo “Un giorno ero per strada” aggiunse “che mi facevo i fatti miei. Sai, no, cosa si dice, «inquina meno un corpo che brucia che un uomo che fuma». Ecco, io me ne andavo per i fatti miei un giorno e li ho visti. Erano i primi tempi allora e queste cose dovevano accadere un po’ più spesso che oggi. C’era un tizio, insomma, un vecchio. Portava una sciarpa rossa arrotolata al collo. Una giacca verde piuttosto larga e la camicia. Era uno di quelli che non ce la facevano. Non li vedevi in giro, li portavano in qualche clinica e li tenevano là. Non so cosa gli facessero, ma dovevano farli smettere. Lui se ne andava in giro guardandosi attorno in continuazione. C’era vento. Ricordo che gli scompigliava i capelli. E lui guardava da tutte le parti con quei suoi occhietti. Infine, deve aver pensato che quel tempo veniva a suo favore e nessuno se ne sarebbe mai accorto. Non so cosa può passare per la mente di un vecchio. Magari poteva anche essere uno di quelli che ce l’hanno fatta, non lo so. So solo che ad un certo punto questo vecchio tira fuori un sigaro. Cristo non se ne vedevano di cose così da anni almeno. Era roba costosa. Grosso quanto il pisello di un nero. Lo teneva nella tasca interna della giacca e quasi gli aveva lasciato il segno per quanto era pesante. Lui se lo caccia in bocca e lo accende con uno di quei piccoli accendini a fiamma ossidrica che si usavano una volta. Non fa in tempo a dare due boccate che già lo avevano raggiunto. Due armadi della polizia lo stingevano da entrambi i lati tirandolo per le braccia. Lui ha iniziato a dimenarsi, ma non poteva muoversi. I poliziotti gli intimavano di spegnere quel sigaro. Gli recitavano la formula «flagranza di reato contro la pubblica sanità; rifiuto di obbedire agli ordini della pubblica autorità; aggravante del tentato eco dramma» e tutte quelle cagate che dicono di solito. Il vecchio non voleva cedere, continuava a spippacchiare da quel grosso cazzo col glande infuocato. Quando uno dei due poliziotti tentò di stapparglielo dalla bocca, quello riuscì a liberarsi un braccio e brandendo quella specie di razzo lo ficcò in un occhio all’altro sbirro che ancora lo teneva. Quello cacciò un urlo tremendo. Ancora me lo sento addosso quel grido. Prese il manganello che gli pendeva dalla cintura e iniziò a bastonare a morte il vecchio. Alla cieca. Quando si fermò ricordo che qualcuno tra quelli che si erano fermati per assistere alla scena si era messo ad applaudire. «Bravi! Così si fa!» diceva «Devono smetterla. Ci stanno rovinando.» Io tirai dritto per la mia strada e non dissi niente”.
“Balle” fece Miche “Già, balle” aggiunse Upupone. Io stetti in silenzio. “Ma che balle? L’ho visto vi dico. Oggi fanno tutto più rapidamente, li bruciano. E’ un calcolo molto semplice. Un fumatore medio, dicono, nel corso della sua vita media immette nell’aria lo stesso quantitativo di polveri sottili di un motore a scoppio di quelli della fine degli anni novanta. Un motore che restasse acceso per dieci anni ininterrottamente. Perciò, piuttosto che tentare di farli smettere li bruciano. Non fa un piega. Economicamente è molto più vantaggioso bruciarli che cercare di farli smettere. L’impatto ambientale è nettamente più basso.” “Ma che dici?” insistette Upupone. Miche fischiò. “E’ così ti dico cazzo. Li trovano bruciati. Non li leggi i giornali? Perché li trovano sempre bruciati? Nessuno fuma più, non li si vede mai in giro. Quelli che lo fanno li trovano bruciati. Li bruciano loro vi dico!” ribadì quasi urlando.
“Autocombustione” dissi rompendo il mio silenzio “si cagano talmente tanto di essere scoperti che se fumano lo fanno in luoghi nascosti. Spesso in vecchi magazzini abbandonati e al buio. Non se ne accorgono nemmeno e si ritrovano proprio in mezzo a liquidi o a gas infiammabili. Oppure si fanno cadere direttamente addosso i mozziconi pur di fumarli tutti fino alla fine.”
“Sentite” continuò Carmelo dopo che si era passato la mano sul viso “conosco un tipo che… Il tabacco non esiste più giusto?” “Ecco appunto non esiste più” disse Miche interrompendolo. “No, invece, io conosco un tipo” continuò lui “è lo stesso che mi vende sta roba qua. Un chimico. Si chiama Ueda, è giapponese o non so cosa. Non so come abbia fatto, ma ha inventato un tabacco sintetico. Non di quelli che si masticano, no. Tabacco da fumare. Dice che è roba complicata da spiegare o che ne so io. Insomma, non lo so, ma una sera era qui. Ha bevuto più del solito e alla fine si scopre che non aveva soldi per pagare. Mi pianta una pantomima senza fine, piangendo in cinese o in quella sua lingua strana. Piangeva proprio, era ubriaco forte. Poi mi fa «ti dico un segreto» e mi parla di questa sua invenzione. Dice che è una cosa che non deve sapere nessuno. Segretissima diceva. Una cosa tipo clonazione. Clonazione giusto? Si dice così. Quella cosa che se ti beccano ti fanno la castrazione chimica. Io allora gli dico che se è una cosa tanto grossa, perché la racconta a me. Gli faccio capire che non gli credo. E lui lì a giurare e spergiurare chinando la testa. Questo testone pelato e rosso che andava su e giù. Era orribile. Infine, mi dice «vuoi plovale?» ed io «certo che voglio plovale amico» e lui, venisse giù cristo con tutti i santi, caccia dalla tasca un sacchetto di plastica pieno di tabacco, cartine, filtrini e in tre secondi mi rolla davanti una sigaretta. Questa” aggiunse tirando fuori dalla tasca un tubo di carta lungo sette centimetri.
Upupone che si era appoggiato con i gomiti sul tavolo per la sorpresa scivolò e per poco non si ruppe i denti. Miche si era portato le mani alla bocca e ridacchiava, mentre io non riuscivo a staccare gli occhi da Melo che teneva in mano la sigaretta con aria trionfante.
“Sei matto” gli dissi “posala subito.” Lui rise “perché, hai paura? Che possono farti? Bruciarti vivo?” e rise ancora. “Finiscila, se ti beccano con quella cosa ti fanno un culo che non finisce più. Ti revocano la licenza. Finirai per strada Melo. Altro che barca.” Aggiunsi serio, ma lui rise ancora più forte. Era eccitatissimo “E se la fumassi?” disse sorridendo come un bambino “Finiscila!” gli dissi innervosendomi sempre di più. “No, cazzo che non la finisco. Sono quarant’anni che non ne vedo una. Non ho mai fumato una cazzo di sigaretta in vita mia. Una volta qui si fumava forte. Fumavano tutti. Alcol e fumo, fumo e alcol. Sai quelle stronzate della sigaretta dopo il caffè? Balle! Ho visto gente scolarsi birre e pacchetti di sigarette come se niente fosse. Come se fossero la stessa cosa. Per questo le chiamavano bionde. Padri di famiglia, donne incinte, chiunque avesse smesso di fumare. Venivano qui, bastavano quattro sorsi e ti scongiuravano di fargli fare anche mezzo tiro. Cazzo, ho visto un sacco di gente incimurrita soffocarsi con questa roba qua. Ho seppellito amici e parenti. Sai, no, quanti ne sono morti? Per questo hanno fatto le leggi. Sono morti tutti. Hanno fatto causa alle aziende. Ed io mi chiedo perché. Cazzo è una cosa che fa schifo, a me fa schifo. Non piace a nessuno, sono tutti d’accordo, felici di non averle più. Allora perché? Perché quel vecchio ha preferito farsi ammazzare piuttosto che spegnere il sigaro? Ora io penso si muore, sì, prima o poi tutti. Anche Napoleone è morto, ma è morto in un mondo tutto suo. Non come dici tu. Nel mondo di Napoleone E se fosse tutta una menata? Che ci fotte a noi di questo pianeta di merda se non possiamo farlo nostro? Sai che ti dico, io questa me la fumo. Io devo fumarla. Napoleone la fumerebbe. Ecco, io forse non sarò mai Napoleone, ma non potrò saperlo. Se non la fumo non lo saprò mai.”
Si era fatto silenzio tra noi. Carmelo fissava la sigaretta con due occhi come se ci vedesse attraverso e respirando affannosamente. Upupone taceva e mi guardava, Miche pure ed io fissavo loro. Nessuno di noi sapeva cosa fare. Infine, dissi, “hai ragione.” Con l’aria di chi si è appena svegliato mi sorrise. Ci scambiammo un’occhiata di intesa e infine annuì.
Aspettammo finché non se andarono tutti. Melo era deciso. Si puliva continuamente le mani sudate sul grembiule. Sembrava che temesse di inumidire il tabacco dentro la sigaretta e che poi non si accendesse più. Questa era messa in piedi al centro del bancone e nessuno di noi osava guardarla. Miche si era allontanato in un angolo seduto con le gambe incrociate su uno sgabello e si passava continuamente la mano tra i capelli. Upupone andava e veniva dal cesso, mentre io e Carmelo sedevamo l’uno di fronte all’altro parlando vicini come giocatori di rugby.
“Non siete costretti a rimanere” mi disse “non me ne vado Melo” gli risposi “sono troppo ubriaco e poi ormai siamo sulla stessa barca.” “Sì, la barca, la nostra barca.” “La nostra barca Melo, ce ne andremo via da questo cesso di merda. Con la nostra barca. Sai che ti dico Melo la fumo anche io questa sigaretta di merda. La devo fumare capisci?” “Sì, capisco” rispose serio ed io non mi sentì mai così vicino ad un altro uomo come in quel momento. “Santo cielo Melo, manca solo che ce lo succhiamo a vicenda adesso” dissi ridendo. Rise anche lui, ma si fece subito serio “e’ il momento” disse.
C’era sotto al bancone un samovar che Carmelo usava per preparare il tè a certi zingari o marinai che venivano dall’est. Pagavano bene, perciò col tempo era diventato molto esperto e si preoccupava di tenerlo sempre acceso. Ci sedemmo tutti e quattro per terra, messi a semicerchio in silenzio come in un rito antico. Eravamo commossi, come se stessimo per dire addio ad un vecchio amico. Upupone tratteneva a stento le lacrime. Carmelo aprì il piccolo sportello metallico del samovar e il giallo caldo della fiamma si dipinse suoi nostri visi. Si mise la sigaretta in bocca e iniziò ad avvicinarsi. Io trattenevo il fiato. Miche si torturava le dita.
“Lo faccio io” disse improvvisamente “fallo fare a me per primo.” Lo guardammo. “Facciamolo tutti” aggiunse Upupone. “Sì, ma io per primo” Insistette Miche. “Ok” disse Carmelo. Anche io feci di sì col capo. “Sai come si fa?” Chiese Melo a Miche. “No.” “Devi aspirare mentre la punta si trova sul fuoco e poi butti via il fumo. Ricordati di inspirare altrimenti non senti nulla.” “Ok” disse Miche tutto compito. Si avvicinò lentamente alla fiamma e accese la sigaretta. Diede la prima boccata e ruppe in una gran tosse. Si fece rosso, poi bianco e mancò poco che ci vomitasse lì davanti. Si diede tre pugni sul petto e iniziò a respirare profondamente. “Tutto ok?” gli chiesi “Sì” fece lui “fammi riprovare” aggiunse dando un’altra boccata. Socchiuse gli occhi in silenzio. Poi sorrise lentamente e infine disse “Sono a spippolandia gente!” muovendo su e giù il capo.
Scoppiammo tutti a ridere. “Guarda che non è mica una canna” aggiunse Upopone “passa qui”. E iniziammo a farla girare tra di noi finché non finì tutta. Ripensandoci non era niente di che, ma ricordo che allora ci sembrò la cosa migliore che avessimo fatto nella nostra vita. Melo aveva l’espressione che probabilmente avrebbe avuto Achab se avesse vinto lui e non Moby Dick. Miche non riusciva a smettere di ridere e ripeteva “poca roba, poca roba purtroppo.” Upupone si odorava continuamente le dita giurando su tutti i santi benedetti che non si sarebbe mai più lavato le mani in vita sua. Io mi lasciai andare con la testa per terra e dissi “Melo, sei proprio un gran pezzo di merda”.
commenti
  1. almerighi scrive:

    Dal momento che Waterlaw e Waterloo si pronunicano allo stesso modo trovo geniale l’assonanza. Un’autentica disfatta della scrittura. Mi sono arreso dopo la digressione sull’effetto pioggia e gli stronzi.

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