INUTILI HAIKU :: #2

Pubblicato: 29 luglio 2012 da (52+1) POESIE in scrittura

Do-re-mi  fa-sol
sul pontile del lago
suonano assi.

*****

(*)  l’Haiku è caratterizzato dalla peculiare e rigorosa struttura in 3 versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe. Esistono almeno due modi di scrivere Haiku che danno vita a due stili diversi: uno è caratterizzato dal fatto che il primo dei tre versi introduce un argomento che viene ampliato e concluso negli altri due, l’altro produce Haiku che trattano due argomenti diversi messi fra loro in opposizione o in armonia.

commenti
  1. morfea scrive:

    con gli haiku e [i tanka in seguito] ho un guerra lasciata a metà:)

  2. O scrive:

    / do-re-mi fa-sol / non é un tema, o un argomento..é solo una scala. /assi/ tuttavia apre la partita e non solo quella dei p-assi
    [sottovoce – (52|1) POESIE, qui tutti sanno dell’Hauku, precisazione pericolosa]

    • (52|1) POESIE scrive:

      A me risulta che il primo verso dell’haiku possa essere un’immagine ed in questo caso ciò avviene legandosi all’architettura acustica e sonora delle 5 note.
      Il secondo stacca argomento e sensi (visivo e localizzante, non più uditivo), il terzo unisce il pontile con gli assi all’immagine del pianoforte.

      L’intenzione della descrizione strutturale dell’Haiku classico nella chiosa a latere era una semplice cortesia nei confronti di chi legge, se l’hai letta come spocchia proprio non era mia intenzione e me ne dispiaccio.

      In ultimo, come nel mio sito, la sezione è precisamente INUTILI HAIKU proprio perchè esercizi di pensiero moderatamente trasversale, rispetto al solito sbrodolante verso sciolto “che noi tutti amiamo”. Di tali haiku son la prima a dire che non si senta l’esigenza se non nella piacevolezza del comporlo. Qualora poi qualcosa passasse anche qui nella lettura altrui, non posso che esserne lieta.

  3. O scrive:

    E.C. – Haiku

  4. llmezzanottell scrive:

    Sebbene tutte le strutture in qualche modo attraggano, se non altro perchè essendo io alquanto severa in tutto, amo la definizione ed il rigore, ecco…però in campo artistico penso che l’espressione ne esca castigata. Faccio fatica cioè ad accettare qualsivoglia schema in questo campo. Non sarei mai capace di scrivere un haiku.

  5. O scrive:

    il riferimento al pianoforte mi fa venire in mente un quadro di Kupka,Piano tastiera, anche se “assi” mi ha richiamato le assi e il loro suono al passaggio…

  6. attraverso scrive:

    Ma ha senso scrivere un Haiku in Italiano?
    Mi spiego, scrivere in una certa forma o in un certo modo è legato alla lingua con cui voglio esprimermi per cui quella che è sublime poesia in giapponese (sempre che io possa apprezzarla per tale non essendo giapponese) diventa semplice esercizio in italiano. Sarebbe come se un giapponese si cimentasse, nella sua lingua, in endecasillabi, Sarebbe possibile? Avrebbe senso?

    • (52|1) POESIE scrive:

      Possibilità e senso non so se siano il punto di partenza giusto; o meglio, se la partenza è questa la risposta è no. Non è possibile scrivere un haiku giapponese in italiano e nemmeno ha senso provarci (esattamente come il giapponese che scrive in endecasillabi).
      L’inutilità degli haiku italiani (o, perlomeno, dei miei di certo, da cui il titolo) è dichiarata e palese.
      Ciò nonostante il tentativo di piegare un’idea ad uno “stampo” (5+7+5) e di trasformarla, in modo riuscito o meno, in un’immagine o serie di immagini, lo trovo un esperimento interessante (ed esperimento fa il paio con inutile e con settimana enigmistica, eventualmente).
      Anche nella misura in cui han senso le traduzioni in genere da qualsiasi altra lingua, rispettando regole e metriche o “poetando le poesie” mentre si traduce: il diritto di “riscrivere poesie” quando si traduce è similare ai tentativi di ridurre a schemi altrui, come in questo caso. Ma questo delle traduzioni, dell’apprezzamento esclusivo in lingua originale e dello snaturasi variando lingua è un terreno franossimo e eviterei l’argomento in una risposta così breve…

  7. cugutzaya scrive:

    Mi occorre fare una premessa: non sono per niente sicuro che il contributo che segue verrà apprezzato (dico non necessariamente da te: in generale). Nel caso, poco grave… ma tanto per parlarne: m’è parso che a volte ci si lamenti per la lunghezza di un commento, o perché a non andar giù è altre volte una certa… non so come dire… ‘frenesia’ argomentativa? Diciamo a volte persino logorrea, va bene: comunque una attitudine assai spesso fraintesa, a volte nei modi peggiori possibili (alterigia, superbia, immodestia, prevaricazione, boooh). Insomma, si finisce talvolta per chiedersi se valga la pena di star lì a commentare in un modo diciamo ‘non sbrigativo’.
    Forse mi aggancio anche alla osservazione che fa ‘O’, quando ti avverte dei rischi che corri pretendendo di spiegare cosa sia un Haiku, in un sito in cui ‘si suppone’ tutti lo sappiano bene. Sarà che quella poetica è una razzaccia assai sensibile, sarà… comunque io non ci vedo davvero nulla di strano, anzi apprezzo l’intento comunicativo. Ed analogamente avverto l’esigenza di fare (talora, come in questo caso) commenti in cui ci si soffermi provando a scomodare qualche ‘fatto’, evidenza, rimando tecnico (dove ‘provando’ non vuol dire necessariamente ‘riuscendo’: essendo ‘leggere’ decisamente la parte difficile nella filiera poetica).
    Non sto qui certo a giudicare quel modo più ‘sbrigativo’ di fare commenti, cui a volte ricorro io stesso. Il quale, non sempre per fortuna, rischia di mimetizzarsi (e a volte persino sovrapporsi) con certi vezzi adolescenziali, tipo il darsi la pacca sulla spalla e cercare una complicità da circolo auto-referenziale. Oppure assomiglia al lasciare, in mancanza di meglio, la solita fuffatina fritta moltopseudo-impiastro-filosoficheggiante.
    Insomma, non sto rivendicando “IL” modo giusto di commentare, ci mancherebbe altro, o dare contributi ad un testo… ma “UN” modo, tra quelli possibili, questo sì: quello che pretende di spiegare un punto di vista, scomodando quando occorre ‘persino’ qualche argomentazione, senza dover stare troppo ad occuparsi della lunghezza del testo (semplicemente perché mi si può saltare a pie’ pari: è gratis), e senza tema di passare per saputello o dio sa cosa (semplicemente perché sono tutt’altro, e poi, inevitabilmente: mastigrancazzi).
    Non che m’occorra SEMPRE di commentare così, ben inteso: solo quando sento di volermi soffermare per più di quei 30 secondi di aria da “gettone-poesia-internet”. E questo è uno di quei casi. A limite, preferisco azzardare pochi contributi, ma di questo tenore, pur sapendo di andare contro corrente: mi interessa poco.

    Venendo all’Haiku:

    A me piace l’intento che sta dietro questo ‘esperimento’ (mi chiedo se sia dato fare altro in poesia che non sperimentare: persino quando ci si tuffa nel più collaudato dei classicismi, non si fa altro che sperimentarne una attuazione, una ennesima istanza) ‘inutile’ (e pure mi chiedo se sia lecito indagare un testo lungo l’asse utile/inutile: ci torno alla fine). E ne apprezzo, seppure solo in piccola parte, la resa. Diciamo la ‘tensione’:

    Mi piace il gioco di sinestesie che effettivamente articola in poco spazio una discreta vastità concettuale e, volendo, di paesaggio emotivo, il che rimanda effettivamente agli ‘Haiku giapponesi’. Trovo anzi strano che tu non abbia menzionato, nella ‘rischiosa’ definizione, anche gli stilemi ‘stagionali’ coi loro potenziali evocativi di sfera emotiva, ben raccolti da una chiusa ad effetto spesso ‘onomatopeico’. Tanto per restare nel facile, se vuoi nello scontato, sono andato a ripescarne un paio di Bashō che mi erano piaciuti quando a suo tempo mi piacque fare letture di genere riguardanti l’Haiku:

    vento di primavera
    la veste dell’uomo che rassetta il tetto
    tutta scompigliata

    il mare si oscura
    il grido delle oche selvatiche
    qualcosa di bianco

    il vecchio stagno –
    la rana salta
    tonfo nell’acqua

    (ovviamente traslando risulta alterata la regola del 5-7-5)

    Ecco, proprio questo in effetti che più mi piace degli Haiku, tanto che a suo tempo provai a scriverne uno così:

    d’un vento freddo
    già tremano le foglie –
    rumor di pioggia

    Evidentemente riferito ad una visione stereotipica autunnale, minimale, non essendomi voluto allontanare troppo dal piano semantico e stilistico dell’oggetto da emulare (non saprei e non vorrei dover dire con quali risultati).
    Per intenderci, giacché di immagini si parla, per stabilire una traccia di confronto afferrando ‘sinesteticamente’ (tanto per restare in tema) quello che mi affascina degli Haiku, dirò di come trovo che alcuni film di Kurosawa (uno su tutti: ‘Sogni’) sappiano mettere in scena Haiku inarrivabili.

    Mi piace meno nel tuo Haiku l’impianto lessicale per come suona ‘in atto’. Ma questo credo sia IL limite di ogni ‘Haiku italiano’ (incluso ovviamente quello mio, qui riportato solo per prendermi in giro e non sottrarmi ad un mettermi in gioco): è mortificante verso l’italiano che gode di una più ampia prosodia fonetica (‘morfematica’, ad esempio con le ‘consonanti di attacco’ del verso, e molto, molto altro) estendendo il piano sillabico a quello delle unità semiotiche minime (restando invece il giapponese orale ‘strettamente sillabico’). Ma è sminuente anche nei confronti del potenziale ‘interpretativo’ dell’Haiku, il quale facendo riferimento ad un sistema linguistico privo di accentuazione tonica predeterminata, lascia al lettore maggiore libertà sul piano ‘ritmico’, alla lettura (a differenza di un sistema accentuativo ‘chiuso’, quale può essere quello dell’endecasillabo: una volta ‘assegnato’ il verso, l’accentuazione è esattamente e solo quella voluta dall’autore), il che fa indubbiamente del giapponese una lingua estremamente teatrale.

    Ma, al di là delle difficoltà tecniche del cimento, il discorso potrebbe (dovrebbe?) rimandare anche ad altro. Ad esempio sarebbe forse interessante indagare questa tendenza a scrivere Haiku in italiano -piuttosto frequente sul web, bisogna dirlo- da un punto di vista antropologico: [non mi chiedo se ha senso, ma se] è possibile decontestualizzare uno strumento culturale tanto specifico, magari alludendo ad innatismi espressivi di un qualche tipo, a livello infra o trans-culturale? Io ritengo non sia molto possibile perché, anche avendo per esempio misurato che a Colobraro i novelli sposi nell’entrare nella dimora nuziale saltano il gradino dell’uscio, come forma di scongiuro, ed esattamente la stessa cosa viene fatta in un villaggio della Papua Nuova Guinea (dico per dire…), questo nulla ci dice sulle possibili analogie ancestrali dei due fenomeni: troppo legati ed affiliati ciascuno al suo reticolo culturale di appartenenza, troppo funzionali alla propria trama storica, troppo rispondenti a specifiche esigenze che solo molto grossolanamente possono essere ritenute similari.

    Così come, a titolo personale, azzarderei che non mi sembra appropriato estendere ad una traslazione generica, riferendo ad una massa indistinta di ‘lingue straniere’: direi che nell’ambito almeno delle lingue romanze (ed includerei per empatia anche l’ambito anglosassone e per necessità parte di quello teutonico), pur con le mille complicazioni dei vari casi, si è comunque in un Mare Nostrum di navigazioni più o meno ‘certe’, volendo persino noiosamente e pleonasticamente ‘sotto-costa’: al riparo dalle complicazioni del mare aperto. Questa affermazione, poi, perde di veridicità progressivamente: al diminuire della prossimità culturale/linguistica (mi viene in mente il mitico Guzzanti del: ‘Aborigeno, ma io e te… ecc ecc…’)

    Ecco, però al netto di tutto questo io mi libererei dell’accezione di ‘inutile’, che proprio mi pare qui stoni parecchio, specie se non detta diciamo ‘in assoluta ironia’, ovvero se ribadita con un fondo di serietà, più che con il passabilissimo intento dissacratorio nei confronti di un mito forse un po’ inflazionato (intendo quello dell’Haiku in assoluto, come a dire che oggi anche gli endecasillabi sono inutili, il che in un certo senso è sacrosanto).
    Perché altrimenti l’inutile sembrerebbe ammiccare ad un ‘altrove’ poetico in cui, per unzione divina o altro fenomeno metempirico, sia dato sentirsi al riparo da ogni accusa di inutilità. In effetti, la bordata di Almerighi colpiva nel senso del “serio/faceto”, piuttosto che su quello dell’ “utile/inutile”… essendo la S.e. senz’altro l’editore serio che hai detto (con fior di scrittori tra le sue pagine), ma diciamo non esattamente un editore che si occupa di violazione dei diritti umani o altro.
    Tuttavia rivendicherei ancor più a maggior titolo l’utilità dell’atto creativo in sé, in quanto esperimento, magari anche solo ‘edonistico’, ovvero non necessariamente poesia in atto, ma quanto meno atto poetico. Altro discorso poi attiene alla resa finale, post varo, dicendolo terra-terra: al valutare -come cercavo di fare sopra- se si tratta ed in che misura di un testo ‘riuscito’, destinato a lunga navigazione, seguendo i riguardi che si ritiene individualmente opportuni per gusto, convincimenti, eccetera. ciao.

    • (52|1) POESIE scrive:

      Grazie, Cugutzaya, per il tempo e l’attenzione che hai dedicato a questo commento. Questo, per me, si sta trasformando in un “utile haiku”, passami il gioco di parole cretino. Mi prendo un po’ di tempo per leggere, rileggere, riflettere e magari argomentare o commentare ciò che scrivi. Ciao.

  8. Q. scrive:

    Brevissimamente (appena messo piede in casa e scaricati i bagagli):

    L’anima che dispensa

    L’anima che dispensa
    furlana e rigodone ad ogni nuova
    stagione della strada, s’alimenta
    della chiusa passione, la ritrova
    a ogni angolo più intensa.
    La tua voce è quest’anima diffusa.
    Su fili, su ali, al vento, a caso, col
    favore della musa o d’un ordegno
    ritorna lieta o triste. Parlo d’altro,
    ad altri che t’ignora e il suo disegno
    è là che insiste do re la sol sol…

    (Eugenio Montale, Le occasioni; mottetti)
    —–
    Ma sapevi che l’avrei fatto,su…😉

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