Maniaci di coltello in svariati atti, per ora tre.

Pubblicato: 5 giugno 2012 da attraverso in scrittura
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Atto 1
Allo spezzare del pane chiesi se era ora e mi risposero di sì.

Appoggio lo sguardo verso il di dietro della donna davanti a me e comincio a fantasticare su quello che potrei farle e se il momento non fosse così solenne potrei anche toccarmi.
E’ un tipo di pensiero che si affaccia spesso nella mia testa e rimane, ovviamente, quasi sempre solo un pensiero che, alle volte, superando la soglia della pura e semplice fantasia mi costringe a tornare subito a casa.
Sento una sorta di solletico in un imprecisato punto posta tra ombelico e pene. Un po’ come se avessi voglia di fare pipì. Ma molto più piacevole e…
Lessi una volta da qualche parta una sorta di diario di un serial killer che descriveva, minuziosamente, i suoi atti. Be iniziavano tutti invariabilmente come iniziano i miei così avevo deciso quale sarebbe stata la mia condotta, non volevo diventare un serial killer, avrei dato sfogo alla mia libidine, masturbandomi. Dopo provavo pace, liberazione, solitudine e tanto senso di colpa. Sì mi consolava il fatto di non aver ucciso nessuno, nonostante anni e anni di educazione cattorepressiva, ma il senso restava. Ci insegnano a diventare omosessuali ma poi ci dicono che è peccato e che è un atto contro natura e che si va all’inferno. Strani.

Sto arrestando un sacco di forni accesi
Sfogliando le pagine di un libro
Assaggiando un caffè appena uscito
e non trovo un paio di calze dello stesso colore nel cassetto della biancheria.
E’ un giorno di festa all’interno di una settimana da passare all’aria.

Atto 2
Al segno della pace sentii un gran bisogno di guerra.

Il culo della vicina si muove, si alza e cammina fino al confessionale. Va a confessarsi. Lo seguo con lo sguardo, mi immagino una serie di peccati confessati al curato, avrei voglia di ascoltarli. Mi scopro ad immaginarmi di essere io il protagonista di quei peccati. Scagli la prima pietra chi non lo ha mai pensato. Mi alzo anche io, esco dalla chiesa, non sento la fine.
Corro verso casa. Un paio di vicini mi salutano, penseranno che ho dimenticato qualcosa di importante. No, cari miei, sto solo impedendo un grave reato contro la persona, contro la morale, contro l’universo intero. Arrivo a casa. Mi sfogo pensando ai peccati di quel di dietro. Magari non ne ha commessi nemmeno uno ma… ad un certo punto ho messo pure insieme un giochetto a tre, io, il di dietro di cui sopra e un davanti visto un paio di sere prima dal prestinaio.

Sto guarendo una pianta dalla rugiada.
Riponendo un libro al suo posto nello scaffale.
sono ordinati per colore, data di acquisto, data di lettura,
e ho perso un giro di walzer con Matilda.
E’ un giorno di nebbia passato a scavare poesie dal brodo di carne.

Atto 3
Sul più bello la radio del vicino erutta Baglioni , oh se solo sapessi andarci anch’io.

Dovrei essere libero di fare quello che voglio ma ci insegnano che non siamo isole ma solo pezzi di un gigantesco puzzle di un cielo azzurro e senza nuvole. Tutti uguali che si possono incastrare solo con pochi e scelti vicini.
Però la vicina è una bella isola da guardare, magari da dietro le persiane, solo guardare e non toccare che non si può, non si deve, io non posso, io non devo. Io sono un maniaco del guarda e non fare, del sospirare mentre scende il buio e incapace anche del più semplice dei gesti concreti.
Così mangio il gelato e penso a come sarebbe bello se la signorina del ‘terzo b’ lo facesse con me, o meglio: di me. E poi salgo e scendo le scale più volte al giorno sperando di rubare un’immagine, un sogno. Sarebbe da andare dal dottore se non fosse così da vergogna. No meglio stare da soli e guardarsi spesso allo specchio con la paura di scoprirsi soli ma non abbastanza. (sarà un caso che quest’ultima parola sia formata da Abba e Stanza?)
Così al lavoro aspetto che la segretaria giovane e carina venga e mi porti la pratica da firmare e quando arriva la bella stagione le segretarie cominciano a spogliarsi e a me frullano pensieri per la testa che nemmeno un campo di fiori brulicante di api e allora mi do malato e sto a casa, intere giornate nella vasca da bagno, intere giornate a desiderare la donna d’altri e le robe proprie.

Sì, sto attaccando un poster alla parete
il Che che mi guarda e fa le boccacce al Ghandi seduto lì davanti.
Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII giocano a rimpiattino
con un paio di calciatori in bermuda che vanno al mare.
Ecco suonano alla porta e io non ancora finito il lavoro e, oltretutto,
non c’è sangue che esce da sotto le fessure ma solo vino d’annata.
Forse Albana.

commenti
  1. intarsiodiversi scrive:

    scrivi abbastanza bene, grammatica ecc… ma la sostanza, spero che scuserai la mia sincerità, la trovo un tantino monotona. forse è vero che chi scrive in fondo scrive sempre lo stesso pezzo, ma tanto vale farlo con delle piccole varianti capaci di intrigare i lettori.

    • attraverso scrive:

      Scusato/a.🙂

      In che senso?

      • intarsiodiversi scrive:

        per esempio le prime volte che ti ho letto mi piaceva, rappresentavi una novità che ora si sta smorzando in una fase (a mio avviso) priva di significati. è come se tu volessi darti un’aria di nonchalance a tutti i costi, “ci sono e non ci sono” e forse alla lunga la forzatura sta proprio in questa dinamica.

        • attraverso scrive:

          Monotona, significati, nonchalance. Ci devo lavorare sopra.
          Nel senso che evidentemente che il tentativo di rappresentare la serialità non ha funzionato. Dovrò trovare altri percorsi.
          Grazie dei consigli

          • almerighi scrive:

            Mi attacco a una replica, perché al solito non ho l’opzione per commentare, io parlerei più che di monotonia finita la novità, di una genialità svagata e unpochino stravaccata, esempio i frammenti in versi (?, spero di sì) a piede di ogni singolo frammento sono poesie vere e proprie, hai visto mai che sono pure belle?

  2. llmezzanottell scrive:

    La forma mi appare interessante, però mi ritrovo molto nel commento di Ferni sul contenuto. Marco,ma com’è che quando scrivi io ti immagino sempre in mutande a cazzeggiare ?😉

    • attraverso scrive:

      Sono seduto davanti al computer, vestito di tutto punto, sto per uscire, per salire sul mio scooter per affrontare le strade di Milano. Lascio una replica prima dell’avventura. Sarò travolto da qualche pellegrino che sta tornando a casa? Lo sapremo sempre troppo tardi.🙂
      Io ti immagino, quando scrivi, intenta a macerarti le unghie e a torturare una sigaretta😉 . Forse steriopitizziamo noi stessi negli altri che conosciamo solo “attraverso” parole su di uno schermo, senza segnali di fisicità in ausilio. Gioco forza siamo portati a immaginare l’altro a nostra immagine e somiglianza.
      Abbiamo creato un dio a nostra immagine e somiglianza figuriamoci un autore🙂.

      • llmezzanottell scrive:

        Scherzavo Marco naturalmente…ho ritagliato soltanto una scena della fisionomia dell’autore il più somigliante al contenuto del racconto più che a te persona. Ti leggo da svariati anni, conosco il tuo stile…Quanto a me, no le unghie non me le mangio, la sigaretta sì ci sta …e qui ti aggiungo una chicca, ma non dirlo a nessuno : finito il testo, ciò che resta della sigaretta lo lancio all’indietro, alle mie spalle, fuori dalla finestra….è un rito !Pochi giorni fa è finito dentro una macchina cabrio…gli ho bucato il sedile😀 Ovviamente quando il proprietario si è presentato presso il mio studio incazzato, gli ho detto: ” ma le sembro una che fuma ? Qui stiamo lavorando ed è vietato fumare” O.O******

  3. Ecco che ho scoperto come ti chiami…. Marco

    Non intervengo mai sulle prose perché, né le so scrivere, né le so commentare… e forse non le so nemmeno leggere😀
    Qui mi hanno attratto quei frammenti in versi e non posso che essere d’accordo con chi dice che sono poesie vere e proprie… e pure belle
    😉

    • attraverso scrive:

      Grazie del tuo apprezzatissimo commento che mi permette, così, di aprire un filone di discussione a me molto caro. [non fateci caso sto per andare in ferie].

      Secondo me la differenza tra prosa e poesia è molto sottile e nella stragrande maggioranza delle cose che leggo la differenza sta solo nell’andare a capo a casaccio invece che dopo il punto.🙂

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